Wikileaks chiede aiuto: le banche hanno il diritto di chiudere l’informazione scomoda?

Una delle motivazioni più ricorrenti tra quelle sostenute dai detrattori di Wikileaks di fronte alle rivelazioni dell’organizzazione è sempre stata “cose già sentite, già pubblicate solo con meno clamore, sapevamo già tutto”.  C’è allora da chiedersi perché alcuni dei maggiori gruppi bancari si siano coalizzati e abbiano bloccato di fatto ogni possibile finanziamento ad Assange e soci. Per paura di cose “già sentite e già pubblicate”? Dal 7 dicembre 2010 Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union hanno imposto un blocco bancario che ha ridotto all’osso i finanziamenti a Wikileaks (la riduzione, dicono dall’organizzazione, è pari al 95 per cento, ovvero circa 50 milioni di euro). Un atteggiamento che ha portato, dopo dieci mesi, Wikileaks a un passo dalla bancarotta e alla conseguente decisione di sospendere la pubblicazione dei cable e di concentrarsi solo sul reperimento dei fondi. Dal sito viene lanciato questo appello:

Siamo costretti a sospendere temporaneamente la pubblicazione, finché non avremmo maggiori sicurezze sulla nostra sopravvivenza economica. Per quasi un anno siamo stati in lotta contro un blocco finanziario illegale . Non possiamo permettere alle grandi compagnie finanziarie Usa di decidere cosa debba fare il mondo intero con i propri soldi. Le nostre battaglie sono costose. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per reagire.

Le ragioni sostenute dalle banche per giustificare l’azione contro Wikileaks sono sempre state, tutto sommato, generiche: Bank of America ad esempio ha motivato dicendo che l’organizzazionedi Assange avrebbe potuto compiere azioni  ”incompatibili con le nostre politiche interne per l’elaborazione dei pagamenti”. Ma Wikileaks non ha subito nessuna condanna da nessun tribunale in nessun luogo del Mondo eppure, come giustamente hanno ricordato in molti, la medesima decisione di bloccare le donazioni queste stesse banche non l’hanno presa, ad esempio, nei confronti una organizzazione come il Ku Klux Klan.  Inoltre ha valore ricordare che le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio  nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa con atteggiamenti rischiosi”.

Dieci mesi fa proprio a seguiro del blocco bancario nei confronti di Wikileaks un editoriale del New York Times poneva alcune questioni fondamentali sul rapporto tra banche e mondo del’informazione. Allora ne sottolineai alcuni aspetti in un articolo su questo blog, mi sembra ancora più necessario riproporle, alla luce di questi ultimi eventi, ancora oggi:

La capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.[...] Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Anche per questo, a mio giudizio, è importante oggi sostenere  Wikileaks:  è possibile farlo – nonostante il blocco bancario – in diverse modalità attraverso questo sito http://shop.wikileaks.org/donate.

Grande Jeff!

I can use Visa and Mastercard to pay for porn and support anti-abortion fanatics, Prop 8 homophobic bigots, and the Ku Klux Klan. But I can’t use them or PayPal to support Wikileaks, transparency, the First Amendment, and true government reform.

Jeff Jarvis

Just Saying (BuzzMachine)

Wikileaks, l’Italia svelata dai cablogrammi: il database di Repubblica

Ve ne sarete gà accorti tutti: finalmente un quotidiano italiano pubblica i documenti (o una parte di essi) rivelati da Wikileaks. Lo ha fatto sul prioprio sito Repubblica che ha messo online un database con i cablogrammi realtivi all’Italia. È la prima volta che una testata italiana si allinea a quelle stranierie dando la possibilità di leggere i leaks rivelati da Assange & Co (non era accaduto niente di simile in passato nè per l’Iraq WarLogs nè per Afghan war Diary). Il mini-sito è ben fatto, una breve presentazione in italiano spiega il contenuto dei singoli documenti (ovviamente nella lingua originale), poi una legenda “come si legge un cablogramma”, e link (solo interni) a schede informative,  articoli e video. Niente collegamenti esterni o significativa possibilità di interagire con i lettori, ma comunque quello fatto da Repubblica è un piccolo/grande evento nel panorama delle nostre testate, soprattutto pensando a cosa era accaduto in merito alle precedenti rivelazioni di Wikileaks. Visto che su questo blog me ne ero lamentato mi sembrava giusto segnalarlo.

clicca per accedere al database

 

Wikileaks, l’Italia Svelata. Il database dei cablogrammi segreti (la Repubblica)

Wikileaks, il nuovo racconto della guerra

la prima pagina dell speciale online dedicato alle rivelazioni di Wikileaks dal Guardian

La nuova azione di Wikileaks, che ha reso pubblici 400mila documenti sulla guerra in Iraq, ha generato un’enorme quantità di commenti e reazioni in tutto il Mondo, come era facile prevedere. Ancora più facile da prevedre le numerose dure reazioni anche da parte di molta stampa. Si accusa, si minimizza (cose sapute e risapute…). Ma anche tra chi non è tra annoverare tra i fan di Assange, come Steve Coll , ci si rende conto che queste rivelazioni cambiano completamente la prospettiva di una guerra il cui racconto è dovuto sistematicamente passare attraverso pesanti controlli (dei politici, dei militari), e al quale viene oggi restituito quello che gli è troppo spesso mancato: uno sguardo vicino ai drammi subiti dalla popolazione e di chi a vissuto davvero in prima linea. I documenti ci portano dove molti reporter erano riusciti ad arrivare solo molto raramente, per la prima volta riusciamo a percepire l”interno’ di quella guerra e non i suoi margini. Nel suo articolo sul NewYorker Coll trascrive quattro righe tratte da uno dei file rivelati da Wikileaks (una comunicazione tra ufficiali inviata per email), e giustamente ne sottolinea il tono di routine che, semmai ce ne fosse bisogno, ne aumenta a dismisura la drammaticità:

Prove evidenti di tortura sono state rilevate nella stazione di polizia irachena a Husaybah, iz. Grandi quantità di sangue sul pavimento della cella, un filo usato per shock elettrico e un tubo di gomma si trovavano nella cella di detenzione. Allegati.

Bastano queste poche anonime righe per riportarci dentro una guerra troppo spesso racontata a distanza di sicurezza, quanti articoli che abbiamo letto su questo conflitto ci hanno reso l’idea di quello che stava succedento in così poche parole? Ironia della sorte a riportarci ‘dentro’ questa guerra è chi in quei luoghi non c’è mai stato. Potere della rete, come giustamente fa notare il blogger Postoditacco:

Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una parte c’è un’associazione, i cui membri agiscono protetti dall’anonimato, che pubblica rapporti segreti crittografati e protetti da qualsiasi tipo di accesso esterno, mentre dall’altra ci sono soggetti governativi (non soltanto americani) che provano (finora inutilmente) a censurare (mettendo al bando la criptatura adottata da Wikileaks) e decrittografare questi documenti.

Si parla molto di etica e di trasparenza. È eticamente giusto fare rivelazioni di questo tipo in nome della trasparenza?

Una buona risposta, mi sembra, la dà Jeff Jarvis dal suo BuzzMachine che in queste settimane ha lanciato diversi post dedicati proprio al tema della trasparenza e della publicness.

L’unica soluzione per la fuga di notizie non è quindi una maggior segretezza ma una maggiore trasparenza. Se ci fidiamo del governo per decidere quello che è giusto coprire dal segreto – e una volta reso pubblico non emerge niente altro ciò che era necessario nascondere per non danneggiare il bene comune – allora le fughe di notizie posso esere considerate una chiara violazione delle nostre norme.

In un modo o un altro, siamo agli albori dell’età trasparente. Ma non sarà una transizione piacevole o semplice. I primi fatti portati alla luce del sole saranno quelli sgradevoli che qualcuno pensa sia necesario esporre. Solo quando il governo si renderà conto che la sua miglior difesa è l’apertura, vedremo la trasparenza come un bene in sé e non come un arma per esporre il male. Solo quando i governi realizzeranno che i propri cittadini adesso possono guardarli e osservarli, meglio di quanto loro stessi possono fare nei loro riguardi – potremo vedere il valore della trasparenza diventare un deterrente per i cattivi soggetti e le cattive azioni. Allora diventeremmo il grande fratello del grande fratello. O almeno possiamo sperarlo.

Una nota a margine: come molti sanno contemporaneamente al sito diretto da Julian Assange hanno deciso di pubblicare i documenti, il Guardian, Il New York Times, Der Spigel, Le Monde, (ma anche Al Jazira, la Bbc e altri canali televisivi) ma nessuna testata italiana. Diverse iniziative sono state realizzate in rete in questi giorni per approfondire e analizzare i documenti anche con l’aiuto di mappe interattive, grafici in continuo aggiornamento,  la rivista digitale Owni ha messo online una piattaforma crowdorcing per condividere e commentare i dati. Niente di simile è stato fatto da noi.

Anche questo è un elemento, non secondario,  su cui riflettere, soprattutto alla luce della classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans Frontiers recentemente pubblicata, che relega l’Italia al 49esimo posto. E bene ha fatto chi ha sottolineato il “silenzio assordante” nel quale è caduta la notizia qui da noi.  Nemmeno Regno Unito (19esimo posto), Stati Uniti (20esimo), Germania (17esimo) e men che mai Francia (44esimo) sono tra le primissime posizioni del Press freedom Index, ma questo non è certo un dato che ci possa rendere meno amara questa pessima figura. Anzi. Alla luce  dell’apertura e dell’attenzione  alle rivelazioni di Wikileaks comunque dimostrata in questi Paesi, abbiamo una ragione in più di preoccuparci per lo stato di salute della nostra informazione.

approfondimenti e segnalazioni:

Rassegna stampa su Wikileaks da Internazionale

Internet: dopo Wikileaks un campo di battaglia per il controllo dell’ informazione (Lsdi)

Perchè il mondo ha bisogno di Wikileaks


A una decina di giorni dalla pubblicazione on line delle 92mila pagine riguardanti documenti riservati sull’intervento americano in Afghanistan, continuano a susseguirsi – come era facile prevedere – articoli, editoriali e servizi dei media di tutto il mondo sull’operazione messa a segno da Wikileaks. Non è certo la prima volta né che il portale faccia emergere importanti documenti segreti (cito i primi esempi che mi vengono in mente tra i tanti: quelli relativi alla gestione del campo di Guantanamo, o più recentemente quelli sull’uccisione di civili a Bagdad) né che dal Pentagono  ‘fuggano’ documenti riservati (in molti hanno ricordato lo scoop dei “Pentagon Papers” fatti trapelare da Daniel Ellsberg al New York Times nel 1971 durante la guerra del Vietnam), ma l’impatto che queste ultime rivelazioni hanno avuto sull’opinione pubblica, segna probabilmente un “prima” e un “dopo” e sotto molti aspetti: nei rapporti tra giornalisti e fonti, nella consapevolezza delle potenzialità delle nuove tecnologie nel nuovo ecosistema delle notizie e  più in generale sul rapporto tre potere e informazione.

Mi ero proposto di fare una sorta di rassegna stampa delle riflessioni che mi sembravano più interessanti, ma visto che il dibattito sulla pubblicazione dei “Afghan War Diary” è ancora tutto in divenire (anche oggi, ad esempio, è on line un interessante editoriale di Jonathan Zittrain) mi sembra più opportuno segnalare questo video registrato circa un mese fa (ad inizio di luglio) durante il TED che si è svolto in Inghilterra a Oxford, nel quale Chris Anderson  (il curatore di TED, non l’omonimo autore del famoso “The Long Tail” e direttore di Wired Usa…) intervista Julian Assange “mente” e portavoce di Wikileaks. L’intervista fatta un paio di settimane prima delle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan è molto interessante per farsi un’idea delle modalità di lavoro dell’organizzazione e le motivazioni personali di Julian Assange.


È possibile vedere il video sottotitolato in italiano anche cliccando qui (grazie a Federica Bonaldi e Franco Sacchi che fanno parte di un nutrito gruppo di volontari che sul sito di TED sta traducendo, anche nella nostra lingua, un bel po’ di materiale).