Giornalismo, media sociali e “l’ora d’oro” (qual è la differenza tra essere veloci ed essere tempestivi?)

storyful Bisognerebbe sempre ricordare che non esistono sinonimi “perfetti”, e che anche tenere conto di certe sfumature nel significato delle parole può aiutarci a (cercare) di capire alcune cose. Prendiamo ad esempio le parole velocità, rapidità e tempestività: sì certo, possiamo anche usarle come sinonimi ma essere veloci non presume necessariamente l’essere efficaci (e nemmeno di tentare di esserlo), per dire. L’essere tempestivo invece vuol dire  “Che avviene o si fa al tempo o al momento giusto, quindi utile, opportuno” (dizionario Treccani). C’è una certa differenza, no? Domanda: il giornalismo deve essere veloce o tempestivo quando copre una notizia? Penso che si possa tranquillamente dire che tra le qualità del giornalismo non c’è la mera velocità, non c’è mai stata. Ma una delle più importanti qualità del giornalismo è l’essere tempestivo.

Ok, l’ho presa un po’ alla lontana ma mi veniva in mente questo ragionamento leggendo Finding the Wisdom in the Crowd, Cercando la saggezza nella folla, un articolo di qualche mese fa pubblicato sul Nieman Reports. In quel pezzo Mark Little per spiegare il lavoro svolto da Storyful, l’agenzia di informazione da lui fondata, che si occupa di selezionare e verificare notizie prendendo come fonte la Rete,  utilizza il concetto della Golden hour, l’Ora d’oro. Secondo Little infatti c’è “un tempo nei social media che è il medesimo sia per dare credito a una verità conclamata sia per rendere una bugia inarrestabile.

Il tempo perché la morte di una star diventi un trend topic o che un video esplosivo emerga da YouTube. Ed è in quel tempo che il giornalismo può contare di più”. L’ora d’oro appunto, ed è quella che può fare la differenza. Quella che ti permette di essere “sulla notizia” ma come si aspettano i tuoi lettori, con autorevolezza e tempismo (l’uno è conseguenza dell’altra, non un elemento accessorio). In quel tempo se conosci le dinamiche della Rete e le rispetti, hai un discreto bagaglio di conoscenze sui metodi e gli strumenti da utilizzare puoi applicare un filtro adeguato per separare le notizie dalle bufale (Storyful ha lavorato con importanti testate per fornire materiali verificati distinguendosi in particolare per la qualità del proprio lavoro durante la primavera araba).

I fatti drammatici di Sandy Hook, la pessima copertura della notizia da parti di alcuni media americani (non tutti però) e in particolare il tremenda cantonata presa da alcune grandi testate nell’indicare in un primo momento la persona sbagliata come responsabile del massacro hanno riproposto un vecchio tema: i media sociali sono o no strumenti affidabili per la copertura giornalistica di un evento?

“Molti di coloro che criticano la diffusione di notizie false su Twitter sembrano tracciare una linea netta tra il modo in cui le persone si comportano sui social network e il modo in cui il giornalismo ‘reale’ è praticato da fonti tradizionali di notizie” ha scritto Mathew Ingram ricordando che poi, sono stati proprio due colossi come Cnn e New York Times a sbagliarsi nel dare le prime notizie della strage in Connecticut. Ne è poi nata una querelle sulle diverse metodologie di fare cronaca in real time, utilizzando le reti sociali, tutta da seguire: quiqui e qui alcuni articoli da leggere.

È un tema sul quale ancora si parlerà a lungo. Ma un giornalismo in evidente deficit di credibilità verso i propri lettori non può guardare certo ai media sociali e alle conversazioni che generano, come a un “problema” e non come a una risorsa. Sono la cultura professionale, le metodologie e gli approcci non adeguati con i quali si affrontano le sfide dei nuovi contesti che sono un (grande) problema.

Voglio pensare che il lettore chieda ancora una cosa sopra le altre al giornalismo: notizie accurate e capaci di dargli strumenti per farsi una propria opinione dei fatti. Per questo sinceramente non so davvero quanto possa essere efficace lanciare una notizia con l’idea che comunque, in Rete la si possa poi correggere e modificare (insomma la filosofia del prima twittare poi verificare, il Ponter su questo tema ha scritto un articolo esemplare When to go fast, when to go slow on social media).

Certo si può sbagliare, comunque (nessuno ne è immune, con tutta l’attenzione che ci si può mettere), anche con l’ora d’oro. Che poi alla fine è un’idea, una suggestione. Ma una suggestione utile per comprendere un approccio concreto alla professione, che sente il bisogno di acquisire nuove conoscenze nuovi approcci e di applicare le buone regole di sempre. O come dice ancora Little:

Abbiamo bisogno di nuovi protocolli per modellare la collaborazione tra giornalisti e comunità. Forse è altrettanto importante ripensare la collaborazione fra giornalisti, sia all’interno che al di fuori delle strutture tradizionali. Continuo a dire alla gente che stiamo entrando in un periodo d’oro del giornalismo. E lo credo davvero. Ma prima di tutto abbiamo bisogno di affrontare la sfida di ogni ora d’oro.

Slow communication: il tempo di Mercurio e quello di Vulcano

C’è poco da fare, è davvero difficile quando si vuole mettere giù qualche appunto o riflessione sul tema della velocità imposta dai nuovi media alla scrittura e alla comunicazione di oggi, resistere alla tentazione di andare a riaprire e rileggere il capitolo dedicato alla “Rapidità” delle Lezioni Americane di Calvino. Come da molti altri sottolineato le Lezioni sono un perfetto manuale di approccio alla scrittura ai tempi di Internet (che Cavino non ha fatto in tempo a conoscere) e personalmente, tra quelle “sei proposte per il nuovo millennio”, percepisco proprio quella sulla rapidità come la parte centrale, la qualità che connette e dà il giusto peso a tutte le altre.

Rischio quindi di sembrare poco originale, visto che anche su questo blog l‘ho fatto sistematicamente quando ho trattato di questi temi, ma tant’è. La voglia di tornare su questo argomento me la danno due iniziative che voglio segnalare: la prima è la nascita in Italia – già da qualche mese – di un movimento dedicato alla Slow Communication, l’altro è un incontro presentato dallo stesso movimento all’interno dell‘Internet Festival di Pisa (che di appuntamenti interessanti ne ha davvero molti), “Contro la dittatura del tempo reale. Percorsi per un uso consapevole del web” che sono molto curioso di seguire.

L’idea della slow communication si lega a quella dei movimenti che della lentezza fanno un simbolo e che valorizzano processi produttivi che sanno ancora legare il “prodotto” alle storie dei luoghi e delle persone che li hanno realizzati. Il fast, fine a se stesso, compulsivo non ha memoria. La malattia del “Brevismo”, come scriveva qualche giorno fa Stefano Bartezzaghi, ovvero dell’arrivare prima e subito senza minimamente curarsi del “come” e del “perché”, è devota unicamente al culto deleterio della performance. Quindi della quantità senza qualità, o meglio della quantità come unica metrica, che per questo diventa qualità a prescindere (con quello che ne consegue, tutto ciò che è di più diventa automaticamente il migliore: il più visto, il più cliccato, il più venduto, il più aggiornato… e potremmo continuare all’infinito). Il fatto che da noi nascano iniziative che hanno come obiettivo quello di allargare i valori della sostenibilità all’universo dei media è da salutare con soddisfazione. L’invito a rallentare che viene dalla cultura slow è più che necessario, ma non basta. Serve ovviamente saper riconoscere, una volta moderata la velocità, la qualità in quel “meno” che riusciamo a fare. E la semplice opposizione dello slow al fast  può avere dei limiti.

Per questo torno alle Lezioni Americane perché, tra le tante, una delle cose che più mi affascina delle analisi di Calvino è il non contrapporre una qualità al suo (presunto) opposto. L’elogio dell’una non significa affatto l’esecrazione dell’altra. Anzi. C’è sempre l’invito di scoprirne le complementarietà attraverso le loro connessioni, i loro punti di contatto e gli intrecci che possono generare. È uno degli innumerevoli pregi di quelle pagine, da tenere sempre a mente anche oggi, dopo anni e anni nei quali i media, soprattutto qui in Italia, ci hanno sempre più abituati a definire idee e concetti quasi esclusivamente per contrapposizioni (anche quando se ne potrebbe tranquillamente fare a meno).

Nel capitolo dedicato alla Rapidità, Calvino nelle pagine finali ci racconta di due miti apparentemente agli antipodi: quello di Mercurio “con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile e adattabile e disinvolto” e quello di Vulcano “chiuso nella sua fucina dove fabbrica instancabilmente oggetti rifiniti in ogni particolare” per poi darci questa definizione della buona scrittura:

Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera. […]

La concentrazione e la craftsmanship di vulcano sono le condizioni necessarie per scrivere le avventure e le metamorfosi di Mercurio. La mobilità e la sveltezza di Mercurio sono le condizioni necessarie perché le fatiche interminabili di Vulcano diventino portatrici di significato e dalla ganga minerale informe prendano forma gli attributi degli dei, cetre o tridenti, lance o diademi.

Ecco, esiste quindi una rapidità che (a differenza di quella ansiogena descritta perfettamente da Bartezzaghi) è il prodotto ultimo della lentezza. È quella che può essere realizzata anche al tempo dei mezzi velocissimi e del continuo, inarrestabile flusso di informazioni che ci sovrasta e annichilisce. Quella che non appiattisce la complessità del mondo, ma sa restituirla anche attraverso qualche tweet o un breve post. Che filtra i fatti che racconta attraverso i media sociali e li mette al vaglio della verifiche incrociate. Che cura i contenuti tra le migliaia depositati nella Rete (e non solo) cercandone connessioni e percorsi non banali per renderli interessanti, attuali e avvincenti a chi li legge (su un notebook, un tablet o uno smartphone o un qualsiasi altro aggeggio elettronico). Che è frutto del lavoro di chi non si improvvisa dall’oggi al domani esperto di un settore ma ne ha studiato prima dinamiche e scenari.

Ma anche la lentezza ha bisogno (spesso) di rapidità. Per comunicare efficacemente senza avvitarsi su se stessa, per togliersi di dosso il peso del superfluo, per trovare il dono della sintesi efficace e centrare l’attenzione del lettore. Per trovare leggerezza, coerenza con il ritmo dei nuovi mezzi, ed esserne alla fine ripagata dalla loro molteplicità e visibilità.

Link:
il sito del movimento Slow Communication

altri articoli sulla slow communication in senzamegafono

La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

Very short story: centoquaranta possono bastare

Twitter ci sta abituando a comunicare idee, concetti, pensieri comprimendoli in un numero ristretto di battute. Uno spazio che, per alcuni, può ancora essere decisamente angusto facendo così diventare il social media, per loro, uno dei simboli di certa comunicazione veloce, isterica e compulsiva. Per carità, non è che manchino elementi a favore di questa tesi, ma in un Paese come il nostro, dove il dibattito sui contenuti nel web, alle volte, palesa da parte dei media tradizionali una banalità imbarazzante, ha forse valore ricordare che non sempre e necessariamente la velocità implicita dei nuovi mezzi di comunicazione vuol dire superficialità o piattezza.

“Un ragionamento veloce non è migliore di un ragionamento ponderato, tutt’altro, ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza”

dice Calvino nelle sue Lezioni Americane. Così, ad esempio, il bello di idee come Very Short Story, un progetto di raccolta – tramite Twitter – di storie minimali della lunghezza di 140 battute (o meno), sta proprio nel fascino della loro rapidità, nell’accettare la sfida della velocità e farla propria. Il ritratto del buon Edgar Allan Poe sull’account del progetto la dice lunga sul clima generale al quale si ispirano i racconti:

Non è certo la prima volta che Twitter viene utilizzato per progetti di narrativa crowdsourced. Qualche mese fa (novembre 2010) ad esempio il regista Tim Burton ha completato il suo bel  Cadavre Exquis: un racconto collettivo composto con una sequenza di frasi proposte in progressione dai lettori e scelte di volta in volta dallo stesso Burton. Un altro progetto interessante di scrittura in 140 caratteri  è Nanoism, ma girando in Rete di esempi se ne trovano diversi.

Qualcuno maliziosamente ha ricordato, a proposito di progetti simili, la “profezia” di Marshall McLuhan The future of book is the blurb, il futuro del libro è la fascetta promozionale:  certo, se la sintesi è solo per il gusto della brevità fine a sé stessa e, peggio ancora, del texting coatto non può certamente portarci molto lontano. Eppure progetti come quelli citati dimostrano che le piattaforme di micro-blogging possono davvero essere strumenti non banali di scrittura.

Anche perché la velocità dei nuovi media può contenere la lentezza e la pazienza di un lungo lavoro di preparazione e di continue smussature. Non è solo una questione di contrapporre il fast allo slow, ma semmai di cercarne i punti di contatto, le possibili convergenze. In questa direzione ci può (ancora una volta!) venire in aiuto Calvino che alla fine del capitolo delle Lezioni dedicato alla Rapidità scrive:

“Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”.


Fonti e approfondimenti:

Twitter as story: a work in progress (Nieman Storyboard)

US students hope to bring Twitterature to the masses e Classic works get Twitterature treatment in new book (guardian.co.uk a proposito del progetto Twitterature che non cito direttamente nell’articolo ma comunque interessante)

128Battute (concorso Feltrinelli per micro-racconti)

Using Social Media Tools To Tell Stories (SocialMediaTrader)

aggiornamento (17.01.2011) Twittérature: court et bone à la foisCe qu’internet a changé dans le travail (et la vie) des écrivains (Owni)

ExtraMedia: racconto in movimento dell’Italia al tempo della crisi

Ho più volte segnalato su questo blog progetti che uniscono freelance con diverse professionalità (giornalisti, videomaker, scrittori, fotoreporter…) accomunati dalla volontà di raccontare quelle storie che spesso vengono lasciate ai margini della cronaca, utilizzando il web non come semplice ‘contenitore’ ma come luogo d’incontro e connessione tra diversi linguaggi. Mi ha fatto particolarmente piacere scoprire che anche in Italia si sta muovendo qualcosa in questa direzione. In questi giorni l’Espresso ha messo online un bel reportage Nel paese che muore d’amianto (su una discarica di Eternit in Basilicata): lo ha realizzato Andrea Milluzzi che fa parte di un collettivo Extra Media che, appunto, sta portando avanti un progetto che unisce la voglia di raccontare la realtà sociale del nostro Paese e la consapevolezza di dover utilizzare tutte le diverse risorse che oggi le i nuovi media mettono a disposizione.

Lo segnalo molto volentieri, oltre che per la sua ottima qualità, anche perché è un ulteriore sintomo di vitalità, nonostante tutto e pur tra mille difficoltà, che il mondo dell’informazione sta dando anche da noi. Il fatto che anche una grande testata se ne sia accorta e ne abbia dato spazio non può che far piacere.

Siamo giornalisti, fotografi e scrittori e non abbiamo le risposte. D’altra parte questo gruppo di lavoro non nasce per dare risposte ma per porre nuove domande. Viaggiamo in  camper, una redazione mobile con cui aggiornare il più rapidamente possibile questo blog. Abbiamo pochi mezzi, ma un’idea molto forte di una nuova forma di  realismo digitale, o almeno così noi lo chiamiamo. Testi, foto e micro documentari. Stiamo girando il Paese alla ricerca di storie, di “casi”, per fare di questo viaggio un racconto unico, un ritratto in movimento dell’Italia al tempo della crisi.

Approfondimenti:

Extra Media

Nel paese che muore d’amianto (il reportage pubblicato dall’Espresso)

Pagina Twitter e quella di Facebook di ExtraMedia

Open mind

Che ruolo ha il lettore nel determinare la qualità e il futuro del giornalismo (e perché no, la qualità del suo futuro)? Si dibatte molto sui nuovi scenari dell’informazione e sulla crisi del giornalismo, ma quanto ‘potere’ pensiamo concretamente abbia il lettore (come persona e non semplicemente come utente/consumatore) nell’essere un soggetto attivo di questa discussione?

In molti stanno sottolineando la preoccupante frattura tra l’interesse del pubblico e il sistema delle notizie che viene proposto. È un problema centrale da molti punti vista lo si voglia guardare, di democrazia (liberare il lettore dal suo ruolo passivo), di marketing (dare risposte ai suoi reali interessi) …

Jack Fuller, non esattamente l’ultimo arrivato, giornalista di lungo corso, un premio Pulitzer in bacheca, ha pubblicato recentemente un libro che ha fatto discutere negli Usa: “What Is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism” che è stato anticipato in un articolo online all’interno di uno speciale “Brain Power” della Nieman Reports di Harvard (qui da noi ne hanno accennato Giuseppe Granieri sul suo BookCaffè, da sempre uno dei più attenti a cogliere le idee più stimolanti sulla Rete, e Fabio Chiusi che sul ilNichilista che ne fa un’ampia sintesi).

Cosa dice Fuller? Sostanzialmente che il mercato delle news sarà determinato dalla domanda del pubblico e che questo, se non preso in seria considerazione,  può essere un problema. “Here is the deepest and, to many serious journalists, most disturbing truth about the future of news: The audience will control it”.

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America in 5: affrettati lentamente a raccontare

Negli anni ’30 del secolo scorso, durante la Grande Depressione negli Stati Uniti grazie al Federal Writer’s Project, un fondo finanziato dal governo, un nutrito gruppo di scrittori, (tra i quali nomi del calibro di Ralph Ellison, Saul Below, John Cheever, John Steinbeck),  percorse in lungo e largo l’America sconvolta dalla crisi, per far emergere le storie delle persone che vivevano quel dramma. L’intento, oltre che dare lavoro ai molti scrittori e giornalisti disoccupati (paga mensile di allora 80 dollari), era quello di raccontare un periodo cruciale per il futuro del Paese e soprattutto restituire alla memoria collettiva quelle storie normalmente dimenticate dai Big Media.

Oggi un gruppo di professionisti proveniente da diverse esperienze (giornalismo, narrativa, documentario, animazione, musica) coordinati dalla reporter Sarah Stuteville e dal filmaker Morgan Dusatko ha appena dato vita a un progetto America In 5 che in parte si ispira proprio a quel programma. L’obiettivo è quello di raccontare un anno, il 2010, attraverso le testimonianze dei protagonisti dimenticati di un società travolta da una crisi finanziaria ed economica che in molti hanno paragonato a quella del ’29.

America In 5 è un progetto che unisce arte, documentario, giornalismo e nuovi media (…) è un’esplorazione delle storie che normalmente non vengono raccontate e realizzata usando gli strumenti messi a disposizione dai media di nuova generazione. Durante il corso di quest’anno, alcuni media makersviaggeranno attraverso il paese producendo una storia a settimana su diversi media. Ogni giorno, una storia di massimo 5 minuti sarà realizzata e messa online su americainfive.org oltre che distribuita attraverso vari supporti: mobile, feed reader e inbox. (dalla presentazione sul sito del progetto)

Il progetto è sostenuto dall’ University of Washington’s Department of Communication, dal  Common Language ProjectThe Last Quest, ma i responsabili del progetto hanno bisogno di altri finanziamenti e per questo hanno fatto partire una raccolta di fondi tramite il loro sito.

Il video “Joy” Pilot story presentata lo scorso 14 aprile

The story of one family’s search for shelter. Pilot story for the upcoming national online storytelling corps America in 5 (www.AmericaIn5.org). This video was produced in seven days by a team of Seattle-based storytellers including a comic artist, an audio producer, a journalist and a filmmaker.

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Un manifesto per la Slow Communication

Il concetto di slow contrapposto al fast ci è ormai ben noto, credo. Tutto è cominciato negli anni ’80 con il movimento Slow food che si contrapponeva alla cultura dei fast food, non solo per il modo di consumare cibo, ma come difesa di stili di vita, valori sociali ed etici. Insomma partendo dalla tutela del lardo di Colonnata e del fagiolo zolfino e il rifiuto dei BigMac e degli hamburger fatti con chissacheccosa, si difendevano non solo i tempi e i modi di produrre alimenti sani, ma si definiva un’idea (ideologia?) che si contrapponeva alle leggi del mero consumo.

La sfida è rimettere l’uomo (la sua storia, la sua identità, il suo essere parte di un ecosistema complesso) e non il consumatore, al centro dell’agire e delle scelte (dei singoli cittadini, così come delle nazioni e delle società che le compongono). Più di recente, nel campo dell’economia e della finanza ha, da par suo, mutuato questo concetto Federico Rampini mettendolo alla base del suo bel libro “Slow Economy” nel quale l’inviato di Repubblica propone un nuovo approccio ‘lento’, appunto, all’idea di sviluppo.

E per quanto riguarda la comunicazione e il giornalismo? Si è cominciato a ragionare seriamente di estendere i concetti e i valori di sostenibilità all’universo dei media? John Freeman, editor di Granta (prestigiosa rivista letteraria americana) ha proposto qualche mese fa (agosto 2009, per la precisione) sulle pagine del Wall Street Journal un autentico Manifesto della Slow communication (che, per la verità, si concentra di più sull’aspetto tecnologico dei media e non sul loro linguaggio) che fa parte del suo libro “The Tyranny of Email uscito da qualche mese negli Usa.

È giunto il momento di lanciare un manifesto per un movimento Slow Communication, una contro offensiva verso le macchine e le forze che ci spingono a rimanere connessi ad esse. Molti dei valori di Internet rappresentano un miglioramento sociale — e può rappresentare davvero una grande piattaforma sulla solidarietà, che premia la curiosità, che permette di risparmiare. Questo non è il manifesto di un luddista, questo è un manifesto umano.

Foto pubblicata nel 1967 dalla rivista De AVRObode (via The limping messenger)

Cosa sostiene Freeman nel suo articolo? In buona sostanza che l’ambiente tecnologico che ci siamo costruiti intorno agisce su di noi con una tale pressione che la mente e il corpo umano non sono più in grado di sopportare. Continua a leggere