Per un giornalismo aperto adesso. I cinque pilastri dell’open journalism

Sono passati quarant’anni da quando Internet è stata sviluppata e venti da quando il web è stato messo online. I nuovi media non sono nemmeno più così nuovi. Ma troppa della nostra energia nel giornalismo si è concentrata sui nuovi modi per offrire idee vecchie, invece che sui nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno.

È una frase che sintetizza alla perfezione molto del dibattito che in questi ultimi anni si sta sviluppando intorno al futuro dell’informazione, la giornalista americana Melanie Sill – che della frase citata è l’autrice – l’ha messa un po’ di mesi fa in uno di una serie di interessantissimi articoli e interventi dedicati al giornalismo “aperto”: The case for open journalism now. Una considerazione sostenuta da molti che potrebbe apparire addirittura scontata nella sue evidenza. La pratica però ci dice quanto sia ancora disatteso il passaggio verso quei nuovi approcci che la Sill, e molti altri, si auspicano.

Uno come John Paton convinto assertore della digitalizzazione dei quotidiani e ceo di uno dei maggiori gruppi di giornali locali in America è stato ancora più esplicito: “Crappy newspaper executives are a bigger threat to journalism’s future than any changes wrought by the Internet”, più o meno: i pessimi dirigenti dei quotidiani sono una iattura ben maggiore per il futuro del giornalismo di qualsiasi cambiamento possa causare Internet…

Così l’open journalism sta diventando il simbolo di qualcosa di nuovo, di un giornalismo che ripensa sé stesso magari per recuperare vecchi valori persi per strada. Ma coniugato alle politiche editoriali che puntano tutto sul digitale è anche (soprattutto) una strategia dettata da scelte economiche. C’è una cultura che lo sostiene, una “religione” ha detto qualcuno, ma ci sono anche precise istanze economiche. Il Guardian, senza dubbio il più noto tra i portabandiera dell’open journalism, solo lo scorso anno ha perso circa 50 milioni di dollari sterline e il suo digital first è una scelta tanto coraggiosa quanto dettata da urgenze di bilancio e robusti tagli ai costi di gestione (e anche del personale).

Ma quali sono i fondamenti sui quali si deve realizzare il nuovo open journalism e come possiamo concretamente cominciare ad applicarli nel lavoro giornalistico? Collaborazione, trasparenza e partecipazione, certo, lo abbiamo capito sono principi base per ripensare un nuovo modo di fare informazione, ma cosa significa concretamente, con quali strumenti e quali strategie?

Sempre al Guardian nel marzo scorso hanno pubblicato le linee guida che la redazione si era data per realizzare con metodo il nuovo approccio di lavoro. Un decalogo su come applicare i nuovi paradigmi del giornalismo del futuro, sui quali, per il momento, non mi soffermo visto che in molti – giustamente – hanno già sottolineato e fatto riflessioni (alcune delle notazioni a mio giudizio più interessanti le trovate qui)

Ma al di là delle etichette, dell’enunciazione di singoli principi e dichiarazioni d’intenti, mi sembra interessante l’idea che comunque dietro a un nome vi sia una roadmap, un percorso a tappe che dai valori più profondi del giornalismo tradizionale (del buon giornalismo da sempre) si spinga ad esplorare nuove metodologie di approccio e di organizzazione del lavoro giornalistico, dove le pratiche di engaging hanno un ruolo fondamentale (soprattutto se pensate per coinvolgere veramente il lettore nel processo produttivo e per migliorare la qualità del proprio lavoro e non per ottenerne contenuti gratuitamente). Oltre alle esperienze del Guardian tra  le persone da seguire in rete personalmente suggerisco  Steve Buttry e i già citati Joe Paton, Melanie Sill. Tutti però convinti che nell’apertura alle nuove pratiche di interazione con i lettori e di ingaggio con le comunità  i giornalisti debbano ambire ad avere un ruolo primario, di leader e di guida. Un ruolo certo da conquistare sul campo e non calato dall’alto per divina volontà. Ma questo è un elemento da tenere comunque presente e che, mi sembra, caratterizza e differenzia  l’open journalism pensato dentro le redazioni rispetto a molto altro giornalismo partecipativo governato tutto dal basso.

Proprio la Sill che cito a inizio articolo ha prodotto una raccolta di materiali molto interessanti assieme a serie di articoli e interventi che mi sembra abbia valore rileggere. Per questo “rispolvero” da Delicious dove gli avevo salvati un po’ di tempo fa questi articoli per segnalarli.

In particolare trovo interessante tradurre e sintetizzare i 5 pilastri che secondo la giornalista americana sono il fondamento delle pratiche di open journalism da applicare nelle redazioni. Un ottima base per riflessioni future.

1.Trasparenza. è un valore che si collega profondamente alla tradizione del giornalismo, dice la Sill ma il concetto va rafforzato ed esteso. E in molte direzioni. A cominciare ad esempio esplicitando quali siano i finanziatori del giornale, la propria missione editoriale, cosa che raramente fanno le testate mainstream. Trasparenza su modalità di gestione delle correzioni, così come sui programmi, sui software e le risorse utilizzate ad esempio per raccogliere dati e organizzarli. Insomma “show your work”, mostra il tuo lavoro, spiega come è fatto e, meglio ancora: mostra del tuo lavoro anche il processo e gli strumenti che hai utilizzato per realizzarlo. Invita poi anche gli altri a utilizzarli e a condividerli in modo che usandoli possano tutti insieme migliorarli e ottimizzarli.

2. Interazione e coinvolgimento come parte centrale del proprio lavoro e non semplicemente come un di più. L’interazione, come parte fondamentale nella raccolta e selezione delle notizie e non solo e semplicemente un modo per promuoverle. Il che non vuol dire che una volta raccolte l’interazione non possa essere anche uno strumento utilissimo per farlo. L’engaging resta soprattutto però un processo per migliorare la raccolta delle notizie e la qualità e quantità delle fonti. Una strada che deve essere sempre percorsa  nei due sensi di marcia: dalla redazione al lettore e dalla lettore alla redazione, monitorando continuamente i propri canali di informazione.

3. Partecipazione: sostanziale, reciproca e gratificante. Il rapporto tra chi raccoglie e diffonde le notizie (le redazioni) e chi le fornisce e le condivide è un aspetto centrale dell’open journalism che alimenta più di un dibattito (ad esempio quello sul citizen journalism). Esistono esperimenti come quello dell’HuffingtonPost con OffTheBus sulla campagna presidenziale  (realizzato nel 2008 e replicato nel 2012). Altre esperienze si stanno facendo in questa direzione nei quali le redazioni cercano di interagire e valorizzare contributi e conoscenze da parte dei lettori, per un dialogo più attivo con la propria comunità di riferimento attraverso i social media e gli strumenti digitali.

4. Collaborazione. Può essere il più abusato dei termini, soprattutto se ci si limita alla semplice condivisione dei contenuti per aumentare la lista dei contatti con la sola finalità di auto-promuoversi. Eppure le idee alla base della cultura open-source hanno cominciato a influenzare qualche redazione. I programmatori e le tecnologie hanno prodotto benefici diretti verso alcuni nuovi generi di giornalismo. Oggi i giornalisti lavorano per analizzare dati, per mappare e visualizzare graficamente le loro indagini condividendo le loro conoscenze e il software utilizzato sia attraverso canali più indirizzati verso la comunità dei giornalisti, come ad esempio Investigative Reporters and Editors, sia verso quella come GitHub dedicato ai programmatori di software.

5. Presenza in rete. La condivisione delle informazioni online viene realizzata per mezzo di diversi network che si intersecano tra di loro: dalle comunità dei fan fino a quella dei media sociali, dai blog con le loro conoscenze altamente specializzate ai forum di discussione. Le testate online possono essere il il canale più abituale dove la maggior parte delle persone cercano informazione generalista, ma le altre reti danno la possibilità di accedere a una varietà di informazioni molto più vasta. Per capire questo contesto più ampio nel quale operare e  trovare il modo migliore per svolgere il proprio ruolo di servizio, le redazioni possono fare un importante salto di qualità in direzione nel selezionare e diffondere le notizie, attività che ha definito il giornalismo per così tanto tempo. Il prossimo salto in avanti deve essere in merito alla collaborazione con la comunità di riferimento riguardo alle finalità dell’informazione pensata come servizio.

Il giornalismo verso una cultura “open”: il Guardian e la strategia digital first

Se metti online, accessibili e visibili da chiunque, informazioni strategiche sul tuo lavoro di norma custodite gelosamente (e che addirittura molti dei tuoi rivali sarebbero disposti a pagare pur di venirne a conoscenza) può voler dire solo due cose: o sei un pazzo o hai una visione del futuro che si basa su paradigmi completamente diversi da tutti gli altri. Al Guardian, poco ma sicuro, pazzi non sono. La decisione di rendere pubblica la propria newslist – il piano di lavoro sulle quali sono annotate, giorno dopo giorno, le notize da seguire e i compiti asegnati ai vari membri della redazione –  per condividerla con i lettori e accogliere i loro suggerimenti su come costruire il giornale fa parte, ovviamente, di una precisa strategia. L’esperimento è stato fatto partire a inizio ottobre 2011, in fase sperimentale, ma difficilmente si tornerà indietro.

Seppur eclatante l’esperimento è solo il più recente passo in direzione di un’ampia condivisione di dati e informazioni con i propri lettori: “Let readers in and they will help make your work better” lasciate entrare i lettori e loro aiuteranno a rendere il vostro lavoro migliore, dice convinto Dan Roberts, l’editor responsabile del progetto, in una recente intervista. Così già a maggio 2010 dal quotidiano inglese era stata lanciata Open platform che permette, in molti casi gratuitamente, a sviluppatori esterni di condividere tramite API (Application programming interface) aperte molte risorse e contenuti del Guardian su altre piattaforme, anche se di altre aziende e con finalità commerciali.
Anche in questo caso nessuna pazzia, quella del Guardian è una visione sempre concreta e pragmatica: “non solo diciamo che è possibile mettere i nostri contenuti in una applicazione commerciale, ma anzi incoraggiamo a farlo perché vuol dire mettere il nostro contenuto in luoghi dove altrimenti non sarebbe stato mai pubblicato, e questo ci consente poi di costruire relazioni con potenziali partner”, ha detto Chris Thorpe uno dei responsabili del progetto a Mathew Ingram in un articolo per il superblog GigaOm. “Non pensarlo come un giornale. È una piattaforma dati” ha titolatolo stesso Ingram un suo articolo successivo dove si sottolinea che la strategia di Open Platform ha fatto, negli Stati Uniti, importanti proseliti come Usa Today e New York Times.

UNA PIATTAFORMA APERTA e da condividere con i propri lettori. Sarà (anche) questo il giornale del futuro? Certo è che non è necessario essere dei convinti sostenitori della rivoluzione digitale per capire che molti dei parametri con i quali si è misurata l’informazione ( e la professione giornalistica) stanno per essere radicalmente cambiati. Nel modo di reperire le notizie e nel modo di distribuirle, nel modo di relazionarsi con i propri lettori.
La politica del “digital first” lanciata nel luglio 2011,  e della quale si è molto parlato in questi mesi, sta disegnando scenari nuovi, “Una linea è stata tracciata sulla sabbia” dice ancora Mathew Ingram che sulla vicenda sta scrivendo, a mio parere, tra le cose più interessanti.  Si stanno delineando sempre più nettamente due strategie opposte,  quella dei vari paywall, i “muri”  eretti da alcune testate online come il Times – e da tutti coloro che pensano di trasportare di peso un vecchio modello economico nella nuova dimensione digitale – e quella che mira invece a coinvolgere in modo concreto e fattivo i lettori nel processo produttivo e creativo del giornale.
Perché in fondo essere coerenti con la filosofia del “digital first” non significa solo eliminare gradualmente la carta per ridurre i costi di produzione e distribuzione. Vuol dire cambiare i paradigmi, essere interessati al lettore, non solo per i soldi che è disposto a darti per leggere i tuoi articoli ma anche per il suo bagaglio di conoscenze che può condividere con te, per la sua identità con la quale confrontarti, per la sua voglia di riconoscersi in una comunità, locale o globale che sia, che sente esistere anche nel racconto quotidiano che ne fa il giornale. Anche gli esperimenti sui nuovi giornalismi, come ad esempio quello sul giornalismo di precisione con il giustamente celebrato DataBlog, sono tutti pensati per rendere sempre più trasparente il processo di raccolta delle notizie in funzione di fare dei lettori una parte fondamentale di quello stesso  processo.

D’altronde non occorre essere dei fini analisti per capire che per gli editori sarà difficile realizzare un qualsivoglia modello economico vincente per i loro giornali (online e offline che siano) senza riacquistare quell’autorevolezza e credibilità agli occhi dei lettori. Una credibilità persa costantemente negli anni soprattutto per aver sempre più reso marginale il contributo dei lettori (magari a favore, come accade da noi, dell’establishment politico che ogni anno elargisce finanziamenti pubblici dai quali le testate sempre più dipendono economicamente).
Anche per questo chi ha intrapreso la strada del digital first sta attuando nelle sue redazioni decise politiche di community engaging ovvero di interazione, relazione e ascolto con la comunità dei propri lettori. E non è solo questione di srumenti digitali ma di ripensare completamente al modo di relazionarsi con i tuoi referenti. Non solo con l’uso delle nuove tecnologie ma anche, semplicemente, spalancando le porte della redazione ai propri lettori trasformandola così in uno spazio aperto di incontro e confronto, creando delle newsroom cafe come ha fatto John Paton ceo del Journal Register Company editore di una serie di quotidiani locali negli Stati Uniti, che pure sta puntando tutto sul “digital first”.

LE POLITICHE DI ENGAGING – anche guardano il solo dato economico – sembrano premiare anche quei media digitali che ne hanno fatto un uso strategico. Lo fa notare nel suo blog Alan Mutter, uno dei più autorevoli osservatori dei modelli di business per i contenuti in rete, in un suo articolo Engagement, the new digital metric. I grandi editori stanno applicando il modello di business della stampa ai media digitali – sostiene Mutter – da  due decenni spendono le loro energie nel cercare di  mettere insieme un pubblico più grande possibile nei loro siti e, più di recente, nelle lo pagine di Facebook e Twitter. Ma un’audience vasta e indifferenziata non ha una grande importanza nel mondo digitale quanto quelle audience omogenee, attive e facilmente “targettizzabili” dai propri inserzionisti.

E anche senza dimenticare l’approccio tutto concretezza di Mutter – certo, dietro le strategie di engaging c’è molto spesso anche la volontà di profilare le identità dei lettori a uso e consumo dei propri uffici marketng – è altrettanto evidente che dalla società vengono richieste sempre più decise di nuovi spazi di discussione, dove poter contare e non essere semplici spettatori. Richieste di partecipazione, di trasparenza, di una cultura “open” che investe sempre più ampi spazi della vita sociale, della politica. Oggi non esistono certezze che le strategie votate al “digital first” saranno quelle economicamente vincenti, è possibile pensare però che continuare a ignorare le istanze provenienti da larga parte della società significhi, per i media, mettersi fuori del cambiamento in atto, non essere in grado di raccontare la realtà nei suoi aspetti più importanti. E questa per chi fa informazione, anche dal punto di vista economico, non rappresenta da sempre la strategia peggiore da seguire?

una recente campagna pubblicitaria del Guardian

Fonti e approfondimenti

#opennews  l’hashtag per proporre storie o commentare la newslist con la redazione del Guardian

The Guardian draws a line in the sand: Digital comes first
(GigaOm)

It’s not just nice for media to be social — it’s imperative (GigaOm)

Guardian Says It Needs to Become an Open Platform (GigaOm)

I Rigori li Sbaglia Solo chi ha il Coraggio di Tirarli (Il Giornalaio)

Digital First, un modello di business per l’editoria locale (EJO)

Community engagement in redazione per un giornalismo migliore

Se dopo aver risposto alla classica domanda “a che cosa stai lavorando adesso?” la conversazione cade per qualche attimo nel silenzio e amici e parenti vi guardano con sguardo interrogativo aggrottando la fronte probabilmente state lavorando a qualcosa che ha a che fare con il web. Se siete giornalisti e lavorate nel web può esservi anche capitato di peggio: quando, una decina d’anni fa, cominciai a lavorare per un sito di informazione online alla fatidica domanda un amico mi rispose “ma quindi fai ancora il giornalista o no?…”

Oggi, anche dove l’uso sistematico degli strumenti digitali a servizio del giornalismo non è una novità assoluta, se il tuo nuovo incarico in una importante rete di quotidiani locali è quello di essere responsabile del community engagement & social media può succedere che in molti (parenti, amici ma anche molti colleghi) stentino a capire cosa realmente stai facendo. È così che Steve Buttry – qualche decennio passato nella carta stampata in giro per il mondo e oggi uno dei punti di riferimento per chi vule capire le potenzialità degli strumenti digitali nella professione giornalistica – ha cominciato da qualche anno a raccontare il senso del suo lavoro anche in un blog: The Buttry Diary ricchissimo di spunti, idee, provocazioni e suggerimenti. Tra i molti segnalo un bel post  What does ‘community engagement’ mean? dove Buttry, come è facile capire dal titolo, ha cercato di dare una definizione del suo lavoro di questi anni. Cosa significa fare community engagement per un giornalista, cosa comporta in concreto lavorare con gli strumenti digitali (ma attenzione, non solo con quelli) in una redazione avendo come finalità quella di coinvolgere e rendere attivi i propri lettori e le comunità che si racconta? Buttry, dopo qualche scambio di vedute, propone questa definizione, asciutta e sintetica come un tweet:

Community engagement = News orgs make top priority to listen, to join, lead & enable conversation to elevate journalism.

Che tento di tradurre così: Community engagement= organi d’informazione  che fanno dell’ascolto la priorità principale, per collaborare, guidare e favorire la conversazione al fine di realizzare un giornalismo migliore.

L’interazione con la “folla” è dunque pensata principalmente per migliorare il proprio lavoro, il livello qualitativo dell’informazione. La conquista di nuovi lettori ne è semmai la logica conseguenza, non l’ obiettivo aprioristico. D’altronde i vecchi caporedattore spesso ricordavano ai giovani praticanti che tra la le fonti di notizie non bisognava mai dimenticare la suola di scarpe da consumare andando in giro a parlare con le persone. I nuovi media, come di frequente accade, ci danno la possibilità di riappropriarci e aggiornare strategie antiche: riscattare il lettore dal ruolo di figura indistinta e sfocata al quale è stato relegato troppo spesso dalla stampa mainstream è indubbiamente una delle scommesse da vincere nel nuovo ecosistema dell’informazione. L’engagement non può che essere  reciproco. E proprio su questa linea, mi sembra, sono pensate  le keyword che che Steve propone per far emergere nelle redazioni la qualità e l’efficacia del lavoro di interazione con la comunità dei propri lettori. Ne propongo una traduzione perché mi sembrano una base molto utile per riflessioni future.

Priorità. Il Community engagement non può funzionare come ripiego. Coinvolgere è un lavoro serio, e se l’organizzazione non è realmente interessata è difficile avere il tempo e l’attenzione che servono. Una cosa importante: la comunità è intelligente e le persone si rendono subito conto quando l’impegno è solo a parole e non una reale priorità.

Ascoltare. L’interazione non è semplice promozione. Se il vostro engagement consiste nel raccontare cosa deve essere importante per la comunità o quello che state facendo, oppure siete interessati unicamente a raccogliere contenuti a basso costo, bene non coinvolgerete nessuno. Avete bisogno di ascoltare e dare risposte. E a volte avrete bisogno di cambiare strategia per valutare i feedback provenienti dalla comunità che state ascoltando.

Partecipare. Non potete pretendere di ospitare tutta la conversazione nel vostro sito web o nel vostro giornale. Le persone stanno discutendo sulle notizie e le questioni che riguardano la loro comunità in molti luoghi per loro importanti, sia fisici che digitali. Dovete partecipare a queste discussioni e rispettare il ruolo e la reputazione di chi le sta conducendo.

Guidare. Gli organi di informazione devono essere leader nella conversazione con la comunità (quelli che hanno radici nella stampa e una storia di leadership editoriale hanno già ricoperto questo ruolo). Dall’ascolto e dalla partecipazione delle altre conversazioni guadagnerete il rispetto necessario per poterle guidare.

Conversazione. Conferenze e informazione monodirezionale, a senso unico, possono avere il loro ruolo, ma l’interazione è una conversazione multi-direzionale, dove ascoltare le persone, far condividere con gli altri le loro conoscenze, porre domande ponderate e fornire risposte ponderate. La conversazione è umana e personale (a volte divertente, a volte triste, a volte arrabbiata, a volte gioiosa). La conversazione ha necessità una voce amichevole.

Giornalismo. L’interazione [engagement] è un approccio che può e deve servire a migliorare il nostro giornalismo. Può anche avere qualche beneficio di marketing, ma lo scopo è un giornalismo migliore.

nota: tradurre il termine engagement non è semplice (almeno non lo è per me) perchè convivono significati dalle sfumature molto diverse: condivisione, partecipazione, c’è quasi una promessa di un percorso comune (ring engagement è non a caso l’anello di fidanzamento) ma anche di ingaggio, con un senso forte di competizione (una lotta, una battaglia), per conquistare qualcosa…

fonti e approfondimenti

Nuovi mestieri nel giornalismo: animatori di comunità cercansi (Il Ducato)

Mappa delle Competenze del Community Manager (Il Giornalaio)

La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

clicca per ingrandire

Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)

Crowdfunding in cerca di enfasi sociale

una foto di Aaron Huey tratta dal suo progetto in cerca di finanziamenti presentato su Emphas.is

Di Emphas.is, il progetto di crowdfunding applicato al fotogiornalismo, si parla da mesi. Più precisamente da settembre 2010 quando Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens hanno lanciato la loro idea attraverso un sito web dal quale ne spiegavano la filosofia e gli obiettivi. Già da allora però avevano annunciato l’esordio vero e proprio del progetto per l’inizio del 2011, prendendosi così diversi mesi nella promozione e nel perfezionamento della piattaforma. A inizio marzo (quindi da pochi giorni), e dopo qualche ulteriore rinvio, finalmente il debutto ufficiale con la presentazione dei primi progetti da finanziare.

Il meccanismo del progetto è quello classico del finanziamento dal basso già utilizzato da diverse altre piattaforme: attraverso un sito web vengono presentate le schede dei progetti e i lettori possono decidere se finanziarli con contributi che vanno dai 10 dollari in su. Però  intorno a Emphas.is c’è molta attenzione e curiosita per più di un motivo. Il primo è che Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens non sono esattamente due pivelli: Ben Khelifa in particoalere è un fotoreporterche che opera nella scena internazionale con un curriculum di tutto rispetto e reportage per testate del calibro del New York Times, Newsweek, Stern, Le Monde, (è stato sottolineato altre volte, ma lo ripeto anche qui: le nuove strade per raggiungere finanziamenti fuori dai circuiti classici non sono battute, come forse qualcuno può ancora pensare, esclusivamente da giovani freelance ma anche da affermati professionisti).

Altro motivo di interesse è poi il fatto che sì, esistono già piattaforme di crowdfunding utilizzate da fotografi e giornalisti, ma questa è la prima esclusivamente dedicata ai reportage fotografici che punta esclusivamente sull’alta qualità dei contenuti e il forte impegno verso tematiche “alte” e di ampio respiro (reportage di guerra, storie dimenticate e non seguite dai grandi media…). Non a caso un altro pezzo da novanta dei fotoreporter freelance come Tomas Van Houtryve è stato uno dei primi a promuovere Emphas.is e a presentare un proprio progetto all’interno della piattaforma.


Leggi l’articolo completo

Un “file aperto” per cambiare volto al giornalismo iperlocale

L’informazione locale e iperlocale rappresenta, oggi, sempre più un “territorio” dove poter misurare la reale efficacia (anche in termini economici) dei processi innovativi che meglio definiscono il giornalismo ai tempi dei nuovi media.

In particolare quando la vicinanza ai propri lettori e l’utilizzo intelligente degli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie favoriscono l’adesione alla migliore fra le qualità del giornalismo partecipativo: l’effettiva, diretta e attiva partecipazione dei cittadini. Se a questo, poi, si coniuga anche una pratica giornalistica consapevole delle risorse dei nuovi media (e che di certo non li considera come una minaccia o strani ‘aggeggi’ che la impoveriscono) possono davvero nascere progetti interessanti e innovativi.

Un progetto da seguire con attenzione che si muove in questa direzione è OpenFile. Una startup con sede a Toronto avviata qualche mese fa (per la precisione l’11 maggio scorso) e alla guida della quale troviamo – come sempre più spesso capita di notare nei progetti editoriali online più innovativi – un giornalista di lunga esperienza: Wilf Dinnik, ex corrispondente dal Medio Oriente per la Cnn  (e dello staff fa parte anche Craig Silverman caporedattore di MediaShift).

OpenFile è stato progettato per consentire al pubblico di decidere quali notizie locali dovrebbero essere coperte. Voi suggerite, noi riportiamo. Voi commentate, noi rispondiamo. Voi create, noi pubblichiamo. Risultato finale: una conversazione vivace e continuamente in evoluzione tra chi le notizie le raccoglie, le legge, le scrive.

L’idea alla base di OpenFile è dunque molto semplice, quasi banale: mettere a disposizione dei lettori tramite il web un “file aperto”, appunto, dove segnalare e raccogliere storie, testimonianze, notizie con la possibilità di inserire immagini, video, note. Il tutto è poi vagliato da una redazione di giornalisti professionisti che verificano le notizie e cominciano ad approfondire gli argomenti. Una volta poi pubblicata sul sito la storia può essere ulterormente commentata e continuamente aggiornata, anche con file audio e video, dagli altri lettori.

Il credo di Dinnik è “La notizia non è il prodotto finale, ma piuttosto parte di un’interazione con la comunità, che può aggiungere e sviluppare la storia”. Una interazione, un rapporto fiduciario con i lettori – e con la comunità che viene raccontata – che i quotidiani un tempo avevano e che oggi hanno sempre più smarrito (insieme agli inserzionisti). Ecco, la cosa più interessante è probabilmente proprio questa. A differenza delle altre piattaforme di giornalismo partecipativo (tipo Spot.us per intenderci), la startup canadese non si prefigge di vendere a terzi i servizi e i reportage realizzati, o di chiedere microfinanziamenti ai lettori stessi, ma cerca un modello di business autonomo basato sull’idea che la notizia, il raconto delle storie locali, non siano il “fine” ma il “mezzo” per nuovi modelli di interazione, per creare e rinsaldare un rapporto forte e duraturo con la comunità che si racconta. Proprio quel rapporto diventa il valore aggiunto del progetto (anche per gli inserzionisti e i finanziatori, sperano ovviamente a OpenFile).

La startup – finanziata da un venture capital – ha già raccolto in questi mesi l’adesione di alcuni sponsor – “stiamo cominciando adesso a chiudere con inserzionisti che stanno cercando alternative ai grandi media e che vogliono accedere ad un quartiere specifico” ha dichiarato Dinnik all’HuffPost – ma la scommessa sembra ancora tutta da vincere. Per il momento inoltre il “raggio d’azione” si limita a Toronto (anche se il progetto sta per essere lanciato anche a Vancouver e Ottawa) , quindi su scala notevolmente inferiore a quella di grandi contenitori Hyperlocal come Patch.com (sul quale AOL ha investito recentemente 50milioni di dollari sembra con scarsi risultati), EveryBlock o Outside.in

Qualche perplessità sulla leggibilità delle storie nel loro complesso (per il momento OpenFile sembra più un contenitore poco gerarchizzato e dove, quindi, non è sempre facile orientarsi), anche se tutte le notizie sono geolocalizzate e corredate di mappe. Ma i responsabili del progetto tengono a precisare che siamo ancora nella fase sperimentale e che diverse funzioni saranno implementate e migliorate.

Fonti e approfondimenti:

Openfile pagina Facebook del progetto e quella su Twitter

“Always collaborate”: Say hello to OpenFile, the local news site putting those new media maxims to the test (Nieman Journalism Lab)

A New Kind of Super-Local Neighborhood News (HuffPost)

Canwest Buyers, OpenFile Bet on Value of Local News in Canada (MediaShift)

OpenFile Wants to Re-Invent Local Journalism (GigaOm)

Segnalazioni e link [startup, social media e giornalismo]

Un modello “mobile” per i magazine

“The fact is that people are reading on their iPads, they’re reading a different way,” sulla base di questa convinzione Mark Edimston, che ha lavorato per molti anni a Newsweek, e un gruppo di giornalisti provenienti da diverse esperienze nei magazine e nel’editoria hanno progettato Nomad Edition un settimanale pensato espressamente per essere fruito solo su piattaforme mobile (smartphone, iPad, eReader). La  startup, che ha sede a New York, ha raccolto  600mila dollari e sta per lanciare una campagna abbonamenti (24 dollari per 52 settimane dopo un periodo di prova gratuita di 30 giorni). Il progetto partirà ad ottobre con gli aggiornamenti inviati agli abbonati, ogni edizione è pensata su uno ‘spazio’ di lettura di 20 o 30 minuti al massimo.

Il New York Times nelle pagine deidicate ai media ne parla qui mentre il Los Angeles Times nel suo blog Jacket Copy ne parla qui

Una piattaforma sociale e interattiva per far incontrare giornalisti, PR e imprese

Il rapporto tra giornalisti, addetti stampa e società di PR è sempre abbastanza complicato, presenta numerosi nodi ancora da sciogliere di natura etica e deontologica e, nonostante la decisa crescita dei social media nell’ ecosistema delle news, ancora molto legato a dinamiche tradizionali (in America e, ancora di più ovviamente, in Europa e in Italia) che da tempo stanno evidenziando molti limiti (conferenze stampa autocelebrative, stillicidio di email e comunicati stampa, da una parte; difficoltà ad approfondire concretamente tematiche tramite accesso a dati e informazioni, dall’altra).
NewsBasis è una startup newyorchese che ambiziosamente cerca di ridefinire la comunicazione tra giornalisti, società di PR e imprese in modalità molto più social e interattiva di quanto mai fatto fino ad oggi. La piattaforma punta molto sul design e la tecnologia per rendere più efficiente e intuitiva la ricerca dei flussi di notizie e mette a disposizione una serie di strumenti con i quali i giornalisti (anche in forma anonima) possono commentare le fonti, segnalare punti di vista diversi, chiedere ulteriori approfondimenti. Per accedere ai contenuti (o metterne di propri) basta registrasi sul sito newsbasis.com.
La startup ha finora raccolto 545mila dollari.

Il New York Times ne parla qui mentre il blog ReadWriteWeb se ne occupa qui

A ogni parola il proprio link multimediale

Apture è una startup con sede a San Francisco che si occupa di strumenti dedicati a editori e blogger per arricchire di contenuti multimediali la navigazione dei loro siti. L’azienda ha appena lanciato un’interessante applicazione, Apture highlights, che dà la possibilità (ovviamente una volta installata l’estensione nel browser) di creare link multimediali su qualsiasi pagina web solamente scorrendo il puntatore del mouse sulle parole di un testo. Il tutto senza abbandonare la pagina visto che la navigazione avviene con finestre pop-up (decisamente poco invasive). Praticamente per qualsiasi parola, anche se non linkata in origine dall’autore, è possibile dopo averla evidenziarla far apparire una finestra dove saranno presenti ricerche su Google o Wikipedia, video di YouTube o profili Twitter inerenti quella parola chiave. La startup è finanziata da un sostanzioso fondo di 4.6 milioni di dollari il cui maggior investitore è Clearstone Venture Partner.

Ne parlano entusiasti diversi blog ad esempio VentureBeat qui o TechCrunch qui

The paywall experiment

Ci siamo. Con un cambio di grafica che ridisegna il layout della versione online il Times e il Sunday Times hanno fatto gli ultimi ritocchi (per adattarsi meglio alla lettura su tablet e mobile) e si apprestano a passare alla versione a pagamento con l’adozione di un paywall, diciamo così, ‘totale’. Un passaggio ampiamente annunciato dalla News International di Rupert Murdoch. Per adesso è possibile registrasi e accedere a tutti contenuti (senza registrazione non si va oltre la homepage), ma la free entrance durerà circa quattro settimane. Poi il paywall ‘all or nothing’, cioè nessun contenuto sarà accessibile senza prima aver pagato ‘pedaggio’ all’ingresso (nessun modello ibrido quindi). Una delle conseguenze sarà quella di sparire completamente dai motori di ricerca online e da Google news et similia. Una liberazione dai “vampiri” e i “ladri” di news secondo Mr. Murdoch. Un suicidio (o quasi) secondo i molti scettici dei ‘muri’.

Sarà sicuramente interessante seguire gli sviluppi e l’impatto sul mercato di questa scelta. Tra i tanti articoli sull’argomento ne segnalo uno: Murdoch has to become an elitist che John Gapper caporedattore del Financial Times (che a sua volta applica un paywall parziale) ha pubblicato un paio di giorni fa. La nota di Gapper è interessante perché, tra l’altro, mette l’accento su un aspetto: la nuova strategia di marketing imporrà un cambio di stile e di linea editoriale che obbliga le due testate ad andare verso quel tipo di giornalismo che Murdoch ha sempre detestato.

Questo è il barone dei media che abbiamo conosciuto fin da quando, nel 1981, ha preso il controllo del Times e del Sunday Times, portando le due testate verso la fascia di pubblico più popolare e iniziando una guerra dei prezzi con il Daily Telegraph. Titoli sempre più grandi, articoli sempre più brevi, molte più notizie generali, meno informazione specializzata. È sempre stata questa la formula di Murdoch.
Ridurre radicalmente il numero dei lettori, diventare più specializzati e far pagare le notizie più dei suoi rivali non è decisamente nel suo stile. Ma questa è la logica della tariffazione per l’accesso online per il Times e il Sunday Times. Dopo averli condotti verso il downmarket, dovrà adesso riportarli di nuovo verso fasce di mercato più alte.
Questo è ciò che il buon senso dovrebbe suggerirgli di fare. I giornali hanno scoperto che inseguire le page view confidando che la pubblicità li salvi è semplicemente impossibile. Contenuti premium e information provider devono avere, oltre che altre fonti di profitto – come Bbc, Bloomberg, e Reuters – anche una solida base di abbonati.
Il futuro delle notizie online è incerto. Ma se vuole sopravvivere, dovrà fare un giornale molto più simile a quel Times che Mr. Murdoch comprò nel 1981 che non alla testata che pubblica oggi. Un quotidiano molto più concentrato sull’approfondimento, con dati e informazioni sempre più originali.

Insomma la scelta del paywall ‘totale’ imporrà a Murdoch di rinnegare se stesso? Certo che è difficile immaginare l’editore di Fox News e del Sun come nuovo paladino del giornalismo di qualità. Gapper con un po’ di malizia però mette il dito nella piaga, il problema che solleva è interessante. Non solo per l’impero di Murdoch ma per tutto il giornalismo online (e non).

Leviatani mediatici costruiti a forza di fast news, notizie che parlano sempre più allo stomaco del lettore e non al suo cervello, politiche redazionali pronte a sacrificare reportage originali a favore di notizie e commenti sui fatti che tutti gli altri trattano… Viene da chiedersi quanto il lettore, la sua capacità di ragionare criticamente, di avere diritto a formarsi opinioni proprie, sia stato davvero tenuto in considerazione in questi anni. Verrebbe anche da chiedersi quanto la stampa tradizionale, gli uomini che ne decidono le strategie di marketing e quelle editoriali,  pensino davvero al lettore – nell’era dell’interattività – come a una persona, capace di esprimere bisogni e dare loro idee e stimoli per migliorarsi. Ecco, dopo che il lettore per anni è sempre stato visto, per lo più, come una figura indistinta ai margini di uno scenario dominato dalle esigenze dei potenti di turno, l’unico problema che oggi i grandi editori riescono a prendere davvero in considerazione è come riuscire a farsi pagare le notizie, insomma che cosa il lettore deve fare per loro. Qualcuno, per favore, dica loro che è  giunto il momento di porsi anche altri tipi di domande.

Crowdfunding journalism: due progetti per un giornalismo ‘lento’ e partecipato

Di giornalismo finanziato tramite crowdfunding si è cominciato a parlare solo nei mesi scorsi grazie a Spot.us , una start-up ideata dal 26enne David Cohn e finanziata dal Center for Media Change (340mila dollari) e sostenuta dalla Knight Foundation. L’idea di David è questa: utilizzare i social media come luogo di incontro tra giornalisti freelance e lettori, prima vengono segnalati dei temi da approfondire, poi i giornalisti propongono un progetto per un reportage  (e relativo budget necessario per realizzarlo). I lettori se ne apprezzano le finalità, possono decidere di  sostenerlo con micro-finanziamenti (mediamente 20 dollari nel caso di Spot.Us). Poi, sempre attraverso il Web, i freelance aggiornano sullo stato di avanzamento del loro lavoro.

Il sistema di raccolta fondi tramite crowdfunding è diventato famoso con la campagna elettorale di Barak Obama che ne ha fatto un uso sistematico, intelligente e, soprattutto, vincente. Poi, grazie a Cohn, l’idea è stata declinata anche sul giornalismo: 40mila dollari raccolti nei primi sei mesi. Forse non una cifra da capogiro ma abbastanza perché qualcuno – Tanja Aitamurto sull’Huffpost – parli già di effetto Obama sul giornalismo e di editoria decentralizzata.

Per molti, comunque, una boccata di ossigeno per quel giornalismo investigativo e d’inchiesta che per sopravvivere ha bisogno di indagini sul posto, ricerche d’archivio e, soprattutto, di molto tempo per farle come dio comanda. Tutta merce rara di questi tempi dove imperano le fast news e gli editori e i caporedattori chiedono ai giornalisti una produttività quotidiana legata molto più alla quantità che non alla qualità.

E in Italia? Dal 2005 esiste Produzioni dal Basso, una piattaforma no-profit e indipendente.  Qualche mese fa (novembre 2009) è stata presentata a Napoli un’altra piattaforma, in via di sviluppo, “Pulitzer” per il community funded reporting che però a differenza dell’altro progetto italiano e di quello americano, “non vuole essere un’associazione no-profit, il modello di business si basa sull’acquisizione del 10% dei ricavi finali di ciascun progetto” come tiene a precisare il suo ideatore Antonio Rossano in un video-presentazione che potete vedere qui

Tra tanti entusiasmi il crowdfunding journalism ha sollevato anche qualche dubbio. Chi storce la bocca lo fa perché perplesso sull’opportunità di far finanziare ai lettori (o alle Fondazioni, come ne caso di Spot.Us) servizi che poi finiranno comunque sui grandi quotidiani. Gli editori, così facendo, vengono sollevati dal dover rischiare soldi di tasca loro, una volta poi realizzato il reportage, se piace, potranno sempre comprarlo e pubblicarlo. Troppo comodo, sostengono gli scettici.

Lo 'stato di avanzamento' del progetto Sochi

Il tema merita una riflessione, per adesso però segnalo due progetti interessanti che si possono trovare (ed eventualmente finanziare) in rete. Leggi l’articolo completo