
C’è uno spazio infinito nel mondo digitale ma questo, per qualche motivo, non ha per niente favorito il fiorire di contenuti dal formato ampio ed esteso. Lo ha sottolineato il giornalista Evan Ratliff quando, qualche settimana fa, ha presentato al New York Times il suo progetto per promuovere il long-form storytelling nella rete, The Atavist. Il paradosso può sorprendere solo fino a un certo punto: sappiamo bene a quale sovraesposizione di informazioni siamo sottoposti nella civiltà digitale e come, di conseguenza, sia facile cadere in quella che viene definita strategia della disattenzione. La più tradizionale manualistica della comunicazione efficace nel web vuole testi brevi, concisi, facilmente digeribili, adatti alla rapidità dei nuovi media e con un numero limitato di parole (l’unità di misura utilizzata per misurare i testi nel mondo anglosassone al posto delle nostre battute). E i testi di di 5, 10, o 15mila parole? Quale futuro hanno le narrazioni dal formato esteso in un mondo dalla sempre più ridotta capacità di attenzione?
L’argomento non è affatto di secondaria importanza, anzi sembra attirare proprio in questi mesi una sempre maggiore attenzione, pezzi da novanta dell’informazione come Pro Publica, Rolling Stone, la Berkley School of Journalism e perfino un evento come il SXSW2011, hanno organizzato incontri e pubblicato nei loro siti interventi, riflessioni e approfondimenti sul destino del long-form storytelling. Non sorprende che proprio in America se ne parli molto vista la lunga tradizione dei racconti nonfiction: “Long-form journalism is the only homegrown American literary form” sostiene addirittura Virginia Heffernan nel suo ultimo post sul blog The Medium. E Gerry Marzorati editor al New York Times in un bellissimo articolo – una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti del long-form journalism – sottolinea come questa forma di giornalismo abbia avuto particolare fortuna in America (ovviamente con importanti eccezioni), in particolare negli ultimi 50 anni. È il giornalismo narrativo dei grandi maestri che prosperava nei magazine come Harper’s, New Yorker, Esquire: gli affreschi dissacranti del new journalism di Gay Talese e Tom Wolfe o i sorprendenti reportage di guerra, dal Vietnam di Michael Herr all’Afghanistan di Dexter Filkins. Ma poi per questo genere giornalistico è stato il declino, o forse no. Sono in diversi oggi a sostenere una inversione di tendenza grazie proprio al web e ai nuovi supporti digitali: “The death of the death of long-form journalism” ha coraggiosamente scritto qualcuno, forse con eccessivo entusiasmo.



