Very short story: centoquaranta possono bastare

Twitter ci sta abituando a comunicare idee, concetti, pensieri comprimendoli in un numero ristretto di battute. Uno spazio che, per alcuni, può ancora essere decisamente angusto facendo così diventare il social media, per loro, uno dei simboli di certa comunicazione veloce, isterica e compulsiva. Per carità, non è che manchino elementi a favore di questa tesi, ma in un Paese come il nostro, dove il dibattito sui contenuti nel web, alle volte, palesa da parte dei media tradizionali una banalità imbarazzante, ha forse valore ricordare che non sempre e necessariamente la velocità implicita dei nuovi mezzi di comunicazione vuol dire superficialità o piattezza.

“Un ragionamento veloce non è migliore di un ragionamento ponderato, tutt’altro, ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza”

dice Calvino nelle sue Lezioni Americane. Così, ad esempio, il bello di idee come Very Short Story, un progetto di raccolta – tramite Twitter – di storie minimali della lunghezza di 140 battute (o meno), sta proprio nel fascino della loro rapidità, nell’accettare la sfida della velocità e farla propria. Il ritratto del buon Edgar Allan Poe sull’account del progetto la dice lunga sul clima generale al quale si ispirano i racconti:

Non è certo la prima volta che Twitter viene utilizzato per progetti di narrativa crowdsourced. Qualche mese fa (novembre 2010) ad esempio il regista Tim Burton ha completato il suo bel  Cadavre Exquis: un racconto collettivo composto con una sequenza di frasi proposte in progressione dai lettori e scelte di volta in volta dallo stesso Burton. Un altro progetto interessante di scrittura in 140 caratteri  è Nanoism, ma girando in Rete di esempi se ne trovano diversi.

Qualcuno maliziosamente ha ricordato, a proposito di progetti simili, la “profezia” di Marshall McLuhan The future of book is the blurb, il futuro del libro è la fascetta promozionale:  certo, se la sintesi è solo per il gusto della brevità fine a sé stessa e, peggio ancora, del texting coatto non può certamente portarci molto lontano. Eppure progetti come quelli citati dimostrano che le piattaforme di micro-blogging possono davvero essere strumenti non banali di scrittura.

Anche perché la velocità dei nuovi media può contenere la lentezza e la pazienza di un lungo lavoro di preparazione e di continue smussature. Non è solo una questione di contrapporre il fast allo slow, ma semmai di cercarne i punti di contatto, le possibili convergenze. In questa direzione ci può (ancora una volta!) venire in aiuto Calvino che alla fine del capitolo delle Lezioni dedicato alla Rapidità scrive:

“Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”.


Fonti e approfondimenti:

Twitter as story: a work in progress (Nieman Storyboard)

US students hope to bring Twitterature to the masses e Classic works get Twitterature treatment in new book (guardian.co.uk a proposito del progetto Twitterature che non cito direttamente nell’articolo ma comunque interessante)

128Battute (concorso Feltrinelli per micro-racconti)

Using Social Media Tools To Tell Stories (SocialMediaTrader)

aggiornamento (17.01.2011) Twittérature: court et bone à la foisCe qu’internet a changé dans le travail (et la vie) des écrivains (Owni)

America in 5: affrettati lentamente a raccontare

Negli anni ’30 del secolo scorso, durante la Grande Depressione negli Stati Uniti grazie al Federal Writer’s Project, un fondo finanziato dal governo, un nutrito gruppo di scrittori, (tra i quali nomi del calibro di Ralph Ellison, Saul Below, John Cheever, John Steinbeck),  percorse in lungo e largo l’America sconvolta dalla crisi, per far emergere le storie delle persone che vivevano quel dramma. L’intento, oltre che dare lavoro ai molti scrittori e giornalisti disoccupati (paga mensile di allora 80 dollari), era quello di raccontare un periodo cruciale per il futuro del Paese e soprattutto restituire alla memoria collettiva quelle storie normalmente dimenticate dai Big Media.

Oggi un gruppo di professionisti proveniente da diverse esperienze (giornalismo, narrativa, documentario, animazione, musica) coordinati dalla reporter Sarah Stuteville e dal filmaker Morgan Dusatko ha appena dato vita a un progetto America In 5 che in parte si ispira proprio a quel programma. L’obiettivo è quello di raccontare un anno, il 2010, attraverso le testimonianze dei protagonisti dimenticati di un società travolta da una crisi finanziaria ed economica che in molti hanno paragonato a quella del ’29.

America In 5 è un progetto che unisce arte, documentario, giornalismo e nuovi media (…) è un’esplorazione delle storie che normalmente non vengono raccontate e realizzata usando gli strumenti messi a disposizione dai media di nuova generazione. Durante il corso di quest’anno, alcuni media makersviaggeranno attraverso il paese producendo una storia a settimana su diversi media. Ogni giorno, una storia di massimo 5 minuti sarà realizzata e messa online su americainfive.org oltre che distribuita attraverso vari supporti: mobile, feed reader e inbox. (dalla presentazione sul sito del progetto)

Il progetto è sostenuto dall’ University of Washington’s Department of Communication, dal  Common Language ProjectThe Last Quest, ma i responsabili del progetto hanno bisogno di altri finanziamenti e per questo hanno fatto partire una raccolta di fondi tramite il loro sito.

Il video “Joy” Pilot story presentata lo scorso 14 aprile

The story of one family’s search for shelter. Pilot story for the upcoming national online storytelling corps America in 5 (www.AmericaIn5.org). This video was produced in seven days by a team of Seattle-based storytellers including a comic artist, an audio producer, a journalist and a filmmaker.

Continua a leggere

The Tyranny of e-mail sarà pubblicato anche in Italia


In un post recente, a proposito di Slow Communication, ho parlato del giornalista e scrittore John Freeman e del suo The Tyranny of Email pubblicato lo scorso anno negli Stati Uniti. Il libro sarà presto (forse a primavera) pubblicato anche in Italia da Codice edizioni con la traduzione di Giuliana Olivero (che ringrazio per avermi informato). Decisamente una buona notizia perché dalle anticipazioni pubblicate l’opera dell’editor di Granta si annuncia ricca di riflessioni e spunti interessanti.

Un manifesto per la Slow Communication

Il concetto di slow contrapposto al fast ci è ormai ben noto, credo. Tutto è cominciato negli anni ’80 con il movimento Slow food che si contrapponeva alla cultura dei fast food, non solo per il modo di consumare cibo, ma come difesa di stili di vita, valori sociali ed etici. Insomma partendo dalla tutela del lardo di Colonnata e del fagiolo zolfino e il rifiuto dei BigMac e degli hamburger fatti con chissacheccosa, si difendevano non solo i tempi e i modi di produrre alimenti sani, ma si definiva un’idea (ideologia?) che si contrapponeva alle leggi del mero consumo.

La sfida è rimettere l’uomo (la sua storia, la sua identità, il suo essere parte di un ecosistema complesso) e non il consumatore, al centro dell’agire e delle scelte (dei singoli cittadini, così come delle nazioni e delle società che le compongono). Più di recente, nel campo dell’economia e della finanza ha, da par suo, mutuato questo concetto Federico Rampini mettendolo alla base del suo bel libro “Slow Economy” nel quale l’inviato di Repubblica propone un nuovo approccio ‘lento’, appunto, all’idea di sviluppo.

E per quanto riguarda la comunicazione e il giornalismo? Si è cominciato a ragionare seriamente di estendere i concetti e i valori di sostenibilità all’universo dei media? John Freeman, editor di Granta (prestigiosa rivista letteraria americana) ha proposto qualche mese fa (agosto 2009, per la precisione) sulle pagine del Wall Street Journal un autentico Manifesto della Slow communication (che, per la verità, si concentra di più sull’aspetto tecnologico dei media e non sul loro linguaggio) che fa parte del suo libro “The Tyranny of Email uscito da qualche mese negli Usa.

È giunto il momento di lanciare un manifesto per un movimento Slow Communication, una contro offensiva verso le macchine e le forze che ci spingono a rimanere connessi ad esse. Molti dei valori di Internet rappresentano un miglioramento sociale — e può rappresentare davvero una grande piattaforma sulla solidarietà, che premia la curiosità, che permette di risparmiare. Questo non è il manifesto di un luddista, questo è un manifesto umano.

Foto pubblicata nel 1967 dalla rivista De AVRObode (via The limping messenger)

Cosa sostiene Freeman nel suo articolo? In buona sostanza che l’ambiente tecnologico che ci siamo costruiti intorno agisce su di noi con una tale pressione che la mente e il corpo umano non sono più in grado di sopportare. Continua a leggere