Storytelling multimediale: il racconto giornalistico e l’evoluzione dello “snowfalling”

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Non è certo frequente che un reportage immediatamente dopo la sua pubblicazione sia subito considerato una pietra miliare nella storia del giornalismo. A Snow Fall è accaduto proprio questo tanto che il celebre e celebrato lavoro del New York Times, messo on line nel dicembre 2012 è diventato lo storytelling multimediale nel campo giornalistico per antonomasia: un reportage “alla Snow Fall” viene comunemente detto per definire qualsiasi “format” digitale di questo tipo.

Così in soli 12 mesi dalla sua pubblicazione una lunga serie di lavori (circa un centinaio) sono stati realizzati nel suo solco, da testate ma anche aziende che si sono ispirati a questo formato narrativo per raccontare e raccontarsi. E a dire il vero “Snow Fall” non è nemmeno stato il primo lavoro di questo genere, ad esempio è da ricordare, prima di lui The Long Strange Trip of Dock Ellis della Espn e tra i progenitori, diciamo così,  sono da ricordare anche alcuni esperimenti (ad esempio questo) fatti dalla rivista The Verge.

Va detto però che tra tanta ammirazione e meritate celebrazioni queste tipologie di storytelling hanno ricevuto anche qualche decisa critica. Ok d’accordo è difficile accontentare tutti (anche se forse è un po’ esagerato scrivere come ha fatto Choire Sicha che “Chiunque segretamente odia Snow Fall“), ma però uno sguardo ai detrattori ha comunque valore darlo perché ci aiuta a capire alcune cose: in particolare per “Snow Fall” (un vero kolossal nel suo genere per risorse economiche e di professionalità impiegate) c’è chi ha sottolineato la sua difficile “replicabilità” in altri contesti che non siano la testata giornalistica più prestigiosa al mondo.

Insomma un “lusso” produttivo per pochi. E in effetti a confermarlo è stato lo stesso Richard Berke assistant managing editor del New York Times che ha dichiarato poco dopo la pubblicazione del reportage: “Abbiamo investito troppo lavoro, tempo, persone su quel progetto. Sappiamo che è stato un successo e continuiamo ad avere nuovi visitatori ogni giorno. Ma non possiamo permetterci di puntare su quello. Sperimenteremo modelli diversi, magari più economici e meno impegnativi” (la fonte è: Perché Firestorm e Snow Fall non salveranno i giornali di Serena Danna).

E a Medium, l’ottimo progetto dedicato allo storytelling online, hanno spiegato più o meno così la loro decisione di non voler adottare questo tipo di format: scriviamo storie intorno alle 7-8mila parole, il nostro obiettivo è quello di promuovere nel web le storie estese ma è anche di rendere la vita dei lettori più facile, non è detto che se siamo in grado di fare “snowfalling” sia comunque necessario realizzarlo, obbligando il lettore a inchiodarsi per 30 o 40 minuti davanti allo schermo (ho sintetizzato brutalmente il pezzo completo lo potete leggere qui: Snowfallen Just because you can, it doesn’t mean you should)

Nonostante questi appunti la domanda è: lo storytelling “alla Snow Fall” se non a salvare i giornali contribuirà almeno a renderli migliori? Intanto c’è da dire che nonostante gli sforzi produttivi richiesti, nel 2013 il New York Times ha continuato a sfornare reportage di questo tipo: altri sette da The Jockey al davvero notevole e recentissimo Invisible Child.

Perché se costa così tanto? Primo perché questo tipo di lavori con il loro prestigio (parola impegnativa, lo so) aumentano il valore percepito del “brand” e una testata, qualunque sia, ha bisogno di valorizzarsi e affermarsi anche come marchio, oggi più che mai. Poi perché questi format promettono un forte interazione con il lettore e lunghi tempi di permanenza sul sito e aumentare il tempo medio di lettura degli utenti è un importante obiettivo per le testate online.

MA COSA VUOL DIRE “SNOWFALLING”?

wired

“Station to station” gran bel reportage di Wired (12 settimane di lavorazione) sull’artista multimediale Doug Aitken [http://www.wired.com/underwire/aitken-station-to-station/#page]

Ecco a questo punto cerco mettere insieme alcune caratteristiche tecniche di base che differenziano questa tipologia di lavori da un “normale” reportage online (magari a voi ve ne vengono in mente altre, suggerimenti come sempre ben accetti):

Longform storytelling, ovvero narrazioni giornalistiche dalla forma estesa (più di 4/5mila parole o 25/30mila battute se preferite queste come unità di misura).
Unique article design ovvero un articolo caratterizzato da layout particolare che utilizza tutta l’estensione della pagina (soprattutto per le immagini che possono sfruttare tutta la larghezza dello schermo) e si differenzia totalmente con il resto del sito d’origine (per averne un’idea ecco alcuni esempi).
Layout con scorrimento in parallasse (la speciale tecnica di “scrolling” mutuata dai video game nella quale le immagini in sottofondo si muovono più lentamente rispetto ai testi e/o altre immagini, per esser e più chiaro ecco una serie di lavori che utilizzano questa tecnica in ambiti non giornalistici).
Contenuti multimediali: oltre a testo ovviamente anche video/audio, foto e gallerie fotografiche, documenti, mappe e grafici possibilmente interattivi.

Quindi, comunque la pensiamo in merito a questo tipo di formato narrativo –ci sono due punti sui quali credo sia interessante riflettere:

Fattibilità e scalabilità: ovvero la capacità di realizzare progetti di questo tipo che possano essere “sostenibili” e replicabili con una certa continuità in una testata in modo che questi lavori non rappresentino semplicemente un reportage “da esposizione” realizzato una tantum ma qualcosa che – pur tenendo conto del tempo e delle risorse comunque necessarie a realizzarli – entri a pieno diritto nella routine del lavoro giornalistico, sapendosi evolvere e crescere.

Leggibilità: ovvero la capacità concreta di coinvolgere il lettore in un’esperienza che lo porti a utilizzare tutti i diversi strumenti messi a disposizione dal racconto (testo, immagini, video, interattività) invitandolo a penetrare e approfondire la lettura della storia nei suoi diversi snodi e non semplicemente a rimanerne ammirato e colpito dagli “effetti speciali”.

Certo, lo sappiamo, la tecnologia corre veloce: quello che in breve tempo ieri era complesso, oneroso e inaccessibile ai più diventa oggi (relativamente) semplice, disponibile e a costi molto bassi (fino allo zero) per chiunque voglia farne uso. Snow Fall per tutti insomma come scrive Mario Tedeschini Lalli in un suo pezzo dove elenca una serie di preziosissimi strumenti – come Scrollkit, Shorthand e molti altri – per costruire la propria multimedia storytelling qualunque sia il budget.

Ovviamente per realizzare un certo tipo di lavori continuano a servire competenze (e in molte aree distinte), tempo e risorse, ma se si hanno un po’ meno ambizioni e voglia di imparare con questi strumenti si possono comunque fare cose dignitosissime. È quindi logico pensare che questo tipo di competenze possano sempre più diffondersi rendendo, a livello produttivo, sempre più accessibili lavori tecnologicamente evoluti.

“NSA FILES: DECODED” IL PUNTO DI SVOLTA NsaFiles

Alcune cose importanti sul (possibile) futuro di questo “genere” di narrazione, ce le dice uno dei lavori più recenti e apprezzati: Nsa File: Decoded, il reportage pubblicato dal Guardian sull’impatto nell’opinione pubblica delle rivelazioni di Edward Snowden. Ne sottolineo un paio:

Come fa notare in un articolo Mario García (una vera autorità in materia) che ha scritto questo articolo entusiasta The Guardian: elevating multimedia storytelling: «il reportage del Guardian sui file NSA, mi dice qualcosa che è esattamente quello che cerco di enfatizzare nei miei laboratori di narrazione multimediale: fin dall’inizio la storia è vista come un lavoro digitale». Insomma il reportage  è “digital native” e non potrebbe essere replicato in nessun altro formato. «La cosa più importante per me nella narrazione multimediale è quella di scegliere la forma, il formato e la lunghezza che meglio racconta la storia» leggiamo ancora nel pezzo in una dichiarazione di Bob Sacha uno dei responsabili del progetto.

Un secondo elemento che lo caratterizza è il tema trattato. Negli altri lavori – da “Snow Fall” in poi – la scelta del soggetto del reportage è quasi sempre caduto su temi che guardavano al passato remoto e comunque “periferici” rispetto all’attualità della cronaca: vecchie imprese sportive, eventi “eroici” ormai dimenticati. Il “come” si narrava diventava, in quei casi, quasi più importante di “cosa” si stava narrando: ma nel lavoro del Guardian il tema affrontato è il fatto di cronaca più importante dell’anno, il primo (o uno dei primi) nell’agenda di tutte le maggiori testate giornalistiche.

È un punto di svolta: alla base di tutto c’è infatti una massa enorme dati e documenti, elementi che sembrano essere l’antitesi del materiale ideale (empatia, emozione) per una buon storytelling. Ma la sfida è proprio questa: far capire al lettore come e perché quella massa imponente di file siano importanti, anche per lui: “What the revelation mean for you” è significativamente il sottotitolo del reportage.

Insomma in questo caso si potrebbe quasi dire che sono le caratteristiche del soggetto ad aver “chiesto” un metodo di racconto più evoluto capace di raccontare la complessità rendendola chiara e interessante. Una serie di elementi che era difficile comunicare efficacemente in modo diverso, questo tipo di storytelling diventa “la” soluzione a un preciso problema narrativo e non semplicemente “una” delle opzioni.

Un altro aspetto da notare è il “peso” della parte di testo: in “Snow Fall” la parte scritta è circa di 16mila parole (divisa in sei capitoli) e nell’ultimo lavoro del New York Times “Invisible Child il testo dei cinque capitoli è complessivamente di circa 30mila parole ma invece in “Nsa File Decoded” si riduce a solo 4mila parole (per il solo testo principale).

Una scelta, quella dello staff multimediale del Guardian, che privilegia la narrazione per mezzo di contenuti grafici e video su quelli di testo quasi in antitesi con l’idea alla base di molti lavori di questo filone (ad esempio in “Snow Fall”) che invece mettono al centro il reportage “classico” prevalentemente testuale e poi lo arricchiscono con elementi multimediali e interattivi. Insomma due scuole di pensiero, due scelte stilistiche ben differenziate: nella prima si cerca di trovare un linguaggio “nativo” del web nel secondo si cerca di trasferire nell’online l’esperienza di lettura dei grandi magazine di carta.

L’ESEMPIO DI “SEA CHANGE”: IL REPORTAGE DIVENTA UN’APP seachange

Segnalo infine un altro lavoro molto apprezzato ma forse meno noto rispetto a quelli citati fino adesso: Sea Change del Seattle Times. È un reportage ambientale che tratta dell’acidificazione degli oceani e delle conseguenze che ne derivano per l’ambiente e per l’uomo. In parte finanziato dal Pulitzer Center (che ha permesso al team di girare per tutto il Pacifico per raccogliere dati, testimonianze e fotografie). Ne parlo perché mi sembra interessante principalmente per due motivi:

La struttura relativamente “semplice”, molto di più rispetto a “Snow Fall” e “Nsa Files: Decoded”, ma comunque efficace a dimostrazione si può lavorare anche con strutture meno complesse e ottenere comunque ottimi risultati. La scusa che questo tipo di lavori non può essere realizzato da molte redazioni perché troppo complessi è in molti casi, appunto, una scusa.

Il reportage non si conclude con un unico lavoroone shot”, ma è tenuto vivo in un unico “luogo” dove nel tempo vengono aggregati i vari aggiornamenti (nuovi elementi di testo, video, mappe o commenti dei lettori) che sono assemblati tra loro ma possono essere seguiti anche singolarmente. Una semplice barra in alto, niente di rivoluzionario ma molto efficace, ci segnala e aggrega gli “update”, i commenti, i video e le mappe. In questo modo ogni nuovo elemento che aggiorna il racconto può essere aggiunto e integrato senza “amnesie” (senza cioè dover ripartire daccapo ogni volta che si parla di quell’argomento).

È un aspetto che può aprire prospettive tutte nuove nel racconto giornalistico perché ad esempio, come fa notare ancora Mario Tedeschini Lalli nel suo blog  «i “racconti multimediali” escono dagli schemi classici del sito web. Sono probabilmente destinati a nuovi prodotti digitali, per esempio sotto forma di applicazioni». Un elemento interessante, molti reportage infatti trattano argomenti che non si esauriscono in poco tempo, ma continuano a crescere e aggiornarsi continuamente. La risposta può essere proprio quella di avere un unico luogo dove tenere assieme e in vita i diversi contenuti invece che disperderli in tanti articoli (messi insieme al massimo da qualche tag). Un nuovo modo di scrivere e pensare il reportage insomma. E se questo non è un modo per migliorare i giornali online mi sembra che ci vada davvero molto vicino.

bonus: ho realizzato una lista di lavori “alla Snow Fall” aggiornata ad oggi la trovate su questo link (Google docs) che ho riordinato, aggiornato e corretto avendo come base quest’altra lista realizzata da Bobbie Johnson (che ringrazio).

altre fonti e approfondimenti:

					

Esplorare le fonti: come gli strumenti digitali cambiano il racconto giornalistico

Sessantaquattro documenti con oltre 500 annotazioni: per il reporter Marshall Allen, sono stati la base sulla quale ha poggiato tutto il suo lavoro per realizzare l‘inchiesta giornalistica sulla battaglia che una donna ha dovuto combattere contro un ospedale del Texas per conoscere le reali cause della morte del proprio marito. ProPublica, la pluripremiata testata online per la quale Allen lavora, ha deciso di pubblicare l’intera documentazione a corredo del reportage, dando la possibilità ai lettori di accedervi in modo semplice e diretto. Il nuovo servizio messo a disposizione è stato battezzato “Explore Sources” e utilizza una piattaforma opensource molto conosciuta nelle redazioni americane DocumentCloud che permette la condivisione, l’editing, l’analisi e la pubblicazione di documenti da fonti primarie.

Adesso il lettore può scegliere se leggere il testo del reportage in modo “tradizionale” oppure esplorarlo nella modalità “estesa”. Nel secondo caso basterà semplicemente cliccare sul bottone posto a inizio del testo che attiva il nuovo servizio e si evidenzieranno così in giallo alcune frasi, scorrendo sopra con il mouse sarà facile poi consultare la fonte originaria o le annotazione del reporter relative a quel determinato passaggio.

Explore sources per il momento è solo un esperimento, ma a ProPublica pensano che questa metodologia di lavoro potrebbe essere estesa e sviluppata “non vediamo l’ora di trovare nuovi modi di usarlo per rendere il nostro processo di reporting più trasparente e responsabile, e quando sarà possibile renderemo il codice open source in modo che anche altre redazioni possano mostrare il loro lavoro”.

Fino ad oggi DocumentCloud era stato pensato e utilizzato principalmente ad uso di giornalisti (nel senso più esteso del termine) e come ottimo strumento per fact checker. L’idea di mettere questa piattaforma a servizio del lettore per documentare non solo il testo del reportage vero e proprio ma anche tutto quello che c’è prima (il pre-testo, letteralmente), il “dietro le quinte” come dicono da ProPublica, è davvero molto interessante e testimonia come la cultura digitale possa cambiare (stia cambiando) anche l’idea stessa di testo giornalistico. Normalmente dell’intero processo produttivo/creativo che parte da quella mole di documenti e appunti – se il lavoro è stato fatto come si deve, ovviamente – i lettori ne conoscono solo la sintesi finale. Il racconto che grazie alla capacità di scrittura, al mestiere, il cronista restituisce al lettore in forma di storia. Adesso però i nuovi strumenti digitali forniscono ulteriori possibilità, nuove prospettive.

Mario Tedeschini Lalli con la sensibilità che lo contraddistingue in un suo articolo di qualche settimana fa, in merito al giornalismo dei dati coglie un asaspetto molto importante riguardo al modo come, fino ad oggi, nel giornalismo si sono trattate le storie:

C’è una storica ritrosia alla “trasparenza”. Il cronista, l’inviato, il giornalista in genere pensa di dovere al lettore/spettatore/utente solo il distillato finale delle sue indagini: l’articolo, il servizio audio o video, magari corredati di tabelle esemplificative. Non immagina la possibilità di fornire contestualmente al lettore anche TUTTI i dati grezzi sulla base dei quali è giunto a quelle conclusioni. Ma è proprio questo che fa il Guardian nel suo celebrato DataBlog: non solo fornisce, analizza e interpreta i dati pubblici, ma fornisce in formato scaricabile e riutilizzabile anche i dati raccolti direttamente dai giornalisti e che sono alla base delle loro inchieste. C’è rischio di essere smentiti e contraddetti da lettori/utenti, da avversari e concorrenti? Si, è una delle regole del nuovo universo digitale.

È questo il nuovo approccio di un giornalismo che guarda alla cultura open e ai valori sui quali questa si poggia – trasparenza, collaborazione e partecipazione – per riconquistare credibilità e fiducia da parte dei lettori, che poi è un elemento essenziale per ridare ossigeno a questa professione, non  certo in misura minore del trovare nuovi modelli economici nei quali tanti si affannano. Per questo è probabilmente sbagliato riferirci sempre a questi nuovi approcci soltanto come al “futuro del giornalismo”, è necessario, pensarli sempre più come il presente. E anche con una certa urgenza.

La pagina del reportage di ProPublica coì come appare con la funzionalità "Explore source"

Fonti e approfondimenti:

Un ottimo tutorial su DocumentCloud lo ha realizzato Guido Romeo per la Fondazione <aref lo trovate  qui  

ProPublica makes it easier to see sources behind a story (Poynter)

DocumentCloud cambia la vita del giornalista (EJO)

Crowdfunding in cerca di enfasi sociale

una foto di Aaron Huey tratta dal suo progetto in cerca di finanziamenti presentato su Emphas.is

Di Emphas.is, il progetto di crowdfunding applicato al fotogiornalismo, si parla da mesi. Più precisamente da settembre 2010 quando Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens hanno lanciato la loro idea attraverso un sito web dal quale ne spiegavano la filosofia e gli obiettivi. Già da allora però avevano annunciato l’esordio vero e proprio del progetto per l’inizio del 2011, prendendosi così diversi mesi nella promozione e nel perfezionamento della piattaforma. A inizio marzo (quindi da pochi giorni), e dopo qualche ulteriore rinvio, finalmente il debutto ufficiale con la presentazione dei primi progetti da finanziare.

Il meccanismo del progetto è quello classico del finanziamento dal basso già utilizzato da diverse altre piattaforme: attraverso un sito web vengono presentate le schede dei progetti e i lettori possono decidere se finanziarli con contributi che vanno dai 10 dollari in su. Però  intorno a Emphas.is c’è molta attenzione e curiosita per più di un motivo. Il primo è che Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens non sono esattamente due pivelli: Ben Khelifa in particoalere è un fotoreporterche che opera nella scena internazionale con un curriculum di tutto rispetto e reportage per testate del calibro del New York Times, Newsweek, Stern, Le Monde, (è stato sottolineato altre volte, ma lo ripeto anche qui: le nuove strade per raggiungere finanziamenti fuori dai circuiti classici non sono battute, come forse qualcuno può ancora pensare, esclusivamente da giovani freelance ma anche da affermati professionisti).

Altro motivo di interesse è poi il fatto che sì, esistono già piattaforme di crowdfunding utilizzate da fotografi e giornalisti, ma questa è la prima esclusivamente dedicata ai reportage fotografici che punta esclusivamente sull’alta qualità dei contenuti e il forte impegno verso tematiche “alte” e di ampio respiro (reportage di guerra, storie dimenticate e non seguite dai grandi media…). Non a caso un altro pezzo da novanta dei fotoreporter freelance come Tomas Van Houtryve è stato uno dei primi a promuovere Emphas.is e a presentare un proprio progetto all’interno della piattaforma.


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La storia delle cose (elettroniche)

Annie Leonard è una attivista sociale che da venti anni si occupa di far emergere le storture del sistema economico-produttivo delle grandi industrie a danno dell’ambiente, della nostra salute e dell’equità sociale. Lo racconta sul web, sul sito The Story of Stuff (molto conosciuto, tra i frequentatori della rete, anche qui da noi in Italia) divenuto presto una case history sulla capacità nel diffondere sul web idee e notizie facendo sana contro-informazione. A marzo di quest’anno il progetto è diventato anche un libro.

The Story of Electronics è la “puntata” più recente del progetto, pubblicata online qualche giorno fa, come al solito in collaborazione con il Free Range Studios per le parti animate  e di grafica visuale.  Il tema è quello dei rifiuti derivati dalla tecnologia e dai prodotti elettronici di largo consumo,  e soprattutto, dalla logica delle grandi industrie interessate unicamente a creare nuovi gadget – costruiti spesso con  materiali nocivi alla nostra salute – da consumare in fretta e altrettanto in fretta trasformare in pericolosa spazzatura elettronica.

Il lavoro ha le qualità del miglior giornalismo di divulgazione: accuratezza – la Leonard indaga da anni sul tema andando sul posto, ad esempio in Africa o in Asia nelle discariche dove gli e-waste tossici vengono maneggiati senza alcuna precauzione -, capacità di semplificare temi complessi e chiarezza nell’esporli senza però mai renderli banali o superficiali. Il coraggio che dimostra nel dire quello che le grandi industrie mai vorrebbero che si dicesse, ce la rende decisamente molto simpatica, il fatto che lo faccia senza sentire la necessità di ricorrere continuamente a slogan, ancora di più.

Editoriali in opposizione. Le pagine Op-Ed del NYT in uno speciale online

Illustrations by CHRISTOPH NIEMANN

Il New York Times celebra con uno speciale online la sua famosa pagina Op-Ed nata quaranta anni fa dall’intuizione di John Bertram Oakes e Harrison Salisbury che vollero “aprire il giornale alle voci fuori dal coro e creare  uno spazio per gli scrittori senza affiliazione istituzionale con il giornale, le cui opinioni e prospettive sono state spesso in disaccordo con quelle espresse dagli editoriali dei redattori”. Proprio da qui il nome Op-Ed ovvero pagina di fronte/opposta a quella degli editoriali.

Lo speciale è davvero bello (il NYT ci ha abituato a iniziative sul web molto intelligenti), ovviamente per i contenuti selezionati dalle quasi 15mila pagine opposite-editorial pubblicate in queste quattro decadi e ricche di firme straordinarie, ma anche per come è stato pensato e impaginato. Immagini, illustrazioni, filmati e ovviamente molti articoli divisi in capitoli tematici (tra cui The Presidency, New York, Wars, Hot & Cold, Age Of Terrorism, Equality/Inequality), difficile metterne in evidenza solo alcuni vista la quantità e la qualità. Tanto per dare un’idea la sezione dedicata all”Età del terrorismo” vede, tra gli altri, editoriali di Ian McEwan sull’attentato di Londra del 2005, di Javier Marías su quello di Madrid dell’anno precedente e una quasi profetica analisi di Susan Sontag.

Tra le tante perle segnalo comunque un video bellissimo dedicato alla storia degli illustratori e degli art director del nuovo corso di Op-Ed: un modo per capire che la pagina è sempre stata vista dai suoi editor anche come luogo dove sperimentare nuove forme di linguaggio, coniugando i testi e la grafica in modo quasi sempre sorprendente.

P.S. È la seconda o terza volta che segnalo, negli ultimi mesi, su questo blog una qualche iniziativa per celebrare un quarantennale, non è che mi sia fissato, semmai è evitente che il 1970 sia stato – anche per il giornalismo – un anno assolutamente straordinario!

R.O. BLECHMAN, September 14, 2001 Op-Art

ExtraMedia: racconto in movimento dell’Italia al tempo della crisi

Ho più volte segnalato su questo blog progetti che uniscono freelance con diverse professionalità (giornalisti, videomaker, scrittori, fotoreporter…) accomunati dalla volontà di raccontare quelle storie che spesso vengono lasciate ai margini della cronaca, utilizzando il web non come semplice ‘contenitore’ ma come luogo d’incontro e connessione tra diversi linguaggi. Mi ha fatto particolarmente piacere scoprire che anche in Italia si sta muovendo qualcosa in questa direzione. In questi giorni l’Espresso ha messo online un bel reportage Nel paese che muore d’amianto (su una discarica di Eternit in Basilicata): lo ha realizzato Andrea Milluzzi che fa parte di un collettivo Extra Media che, appunto, sta portando avanti un progetto che unisce la voglia di raccontare la realtà sociale del nostro Paese e la consapevolezza di dover utilizzare tutte le diverse risorse che oggi le i nuovi media mettono a disposizione.

Lo segnalo molto volentieri, oltre che per la sua ottima qualità, anche perché è un ulteriore sintomo di vitalità, nonostante tutto e pur tra mille difficoltà, che il mondo dell’informazione sta dando anche da noi. Il fatto che anche una grande testata se ne sia accorta e ne abbia dato spazio non può che far piacere.

Siamo giornalisti, fotografi e scrittori e non abbiamo le risposte. D’altra parte questo gruppo di lavoro non nasce per dare risposte ma per porre nuove domande. Viaggiamo in  camper, una redazione mobile con cui aggiornare il più rapidamente possibile questo blog. Abbiamo pochi mezzi, ma un’idea molto forte di una nuova forma di  realismo digitale, o almeno così noi lo chiamiamo. Testi, foto e micro documentari. Stiamo girando il Paese alla ricerca di storie, di “casi”, per fare di questo viaggio un racconto unico, un ritratto in movimento dell’Italia al tempo della crisi.

Approfondimenti:

Extra Media

Nel paese che muore d’amianto (il reportage pubblicato dall’Espresso)

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