La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

 

Esplorare le fonti: come gli strumenti digitali cambiano il racconto giornalistico

Sessantaquattro documenti con oltre 500 annotazioni: per il reporter Marshall Allen, sono stati la base sulla quale ha poggiato tutto il suo lavoro per realizzare l‘inchiesta giornalistica sulla battaglia che una donna ha dovuto combattere contro un ospedale del Texas per conoscere le reali cause della morte del proprio marito. ProPublica, la pluripremiata testata online per la quale Allen lavora, ha deciso di pubblicare l’intera documentazione a corredo del reportage, dando la possibilità ai lettori di accedervi in modo semplice e diretto. Il nuovo servizio messo a disposizione è stato battezzato “Explore Sources” e utilizza una piattaforma opensource molto conosciuta nelle redazioni americane DocumentCloud che permette la condivisione, l’editing, l’analisi e la pubblicazione di documenti da fonti primarie.

Adesso il lettore può scegliere se leggere il testo del reportage in modo “tradizionale” oppure esplorarlo nella modalità “estesa”. Nel secondo caso basterà semplicemente cliccare sul bottone posto a inizio del testo che attiva il nuovo servizio e si evidenzieranno così in giallo alcune frasi, scorrendo sopra con il mouse sarà facile poi consultare la fonte originaria o le annotazione del reporter relative a quel determinato passaggio.

Explore sources per il momento è solo un esperimento, ma a ProPublica pensano che questa metodologia di lavoro potrebbe essere estesa e sviluppata “non vediamo l’ora di trovare nuovi modi di usarlo per rendere il nostro processo di reporting più trasparente e responsabile, e quando sarà possibile renderemo il codice open source in modo che anche altre redazioni possano mostrare il loro lavoro”.

Fino ad oggi DocumentCloud era stato pensato e utilizzato principalmente ad uso di giornalisti (nel senso più esteso del termine) e come ottimo strumento per fact checker. L’idea di mettere questa piattaforma a servizio del lettore per documentare non solo il testo del reportage vero e proprio ma anche tutto quello che c’è prima (il pre-testo, letteralmente), il “dietro le quinte” come dicono da ProPublica, è davvero molto interessante e testimonia come la cultura digitale possa cambiare (stia cambiando) anche l’idea stessa di testo giornalistico. Normalmente dell’intero processo produttivo/creativo che parte da quella mole di documenti e appunti – se il lavoro è stato fatto come si deve, ovviamente – i lettori ne conoscono solo la sintesi finale. Il racconto che grazie alla capacità di scrittura, al mestiere, il cronista restituisce al lettore in forma di storia. Adesso però i nuovi strumenti digitali forniscono ulteriori possibilità, nuove prospettive.

Mario Tedeschini Lalli con la sensibilità che lo contraddistingue in un suo articolo di qualche settimana fa, in merito al giornalismo dei dati coglie un asaspetto molto importante riguardo al modo come, fino ad oggi, nel giornalismo si sono trattate le storie:

C’è una storica ritrosia alla “trasparenza”. Il cronista, l’inviato, il giornalista in genere pensa di dovere al lettore/spettatore/utente solo il distillato finale delle sue indagini: l’articolo, il servizio audio o video, magari corredati di tabelle esemplificative. Non immagina la possibilità di fornire contestualmente al lettore anche TUTTI i dati grezzi sulla base dei quali è giunto a quelle conclusioni. Ma è proprio questo che fa il Guardian nel suo celebrato DataBlog: non solo fornisce, analizza e interpreta i dati pubblici, ma fornisce in formato scaricabile e riutilizzabile anche i dati raccolti direttamente dai giornalisti e che sono alla base delle loro inchieste. C’è rischio di essere smentiti e contraddetti da lettori/utenti, da avversari e concorrenti? Si, è una delle regole del nuovo universo digitale.

È questo il nuovo approccio di un giornalismo che guarda alla cultura open e ai valori sui quali questa si poggia – trasparenza, collaborazione e partecipazione – per riconquistare credibilità e fiducia da parte dei lettori, che poi è un elemento essenziale per ridare ossigeno a questa professione, non  certo in misura minore del trovare nuovi modelli economici nei quali tanti si affannano. Per questo è probabilmente sbagliato riferirci sempre a questi nuovi approcci soltanto come al “futuro del giornalismo”, è necessario, pensarli sempre più come il presente. E anche con una certa urgenza.

La pagina del reportage di ProPublica coì come appare con la funzionalità "Explore source"

Fonti e approfondimenti:

Un ottimo tutorial su DocumentCloud lo ha realizzato Guido Romeo per la Fondazione <aref lo trovate  qui  

ProPublica makes it easier to see sources behind a story (Poynter)

DocumentCloud cambia la vita del giornalista (EJO)

Il giornalismo verso una cultura “open”: il Guardian e la strategia digital first

Se metti online, accessibili e visibili da chiunque, informazioni strategiche sul tuo lavoro di norma custodite gelosamente (e che addirittura molti dei tuoi rivali sarebbero disposti a pagare pur di venirne a conoscenza) può voler dire solo due cose: o sei un pazzo o hai una visione del futuro che si basa su paradigmi completamente diversi da tutti gli altri. Al Guardian, poco ma sicuro, pazzi non sono. La decisione di rendere pubblica la propria newslist – il piano di lavoro sulle quali sono annotate, giorno dopo giorno, le notize da seguire e i compiti asegnati ai vari membri della redazione –  per condividerla con i lettori e accogliere i loro suggerimenti su come costruire il giornale fa parte, ovviamente, di una precisa strategia. L’esperimento è stato fatto partire a inizio ottobre 2011, in fase sperimentale, ma difficilmente si tornerà indietro.

Seppur eclatante l’esperimento è solo il più recente passo in direzione di un’ampia condivisione di dati e informazioni con i propri lettori: “Let readers in and they will help make your work better” lasciate entrare i lettori e loro aiuteranno a rendere il vostro lavoro migliore, dice convinto Dan Roberts, l’editor responsabile del progetto, in una recente intervista. Così già a maggio 2010 dal quotidiano inglese era stata lanciata Open platform che permette, in molti casi gratuitamente, a sviluppatori esterni di condividere tramite API (Application programming interface) aperte molte risorse e contenuti del Guardian su altre piattaforme, anche se di altre aziende e con finalità commerciali.
Anche in questo caso nessuna pazzia, quella del Guardian è una visione sempre concreta e pragmatica: “non solo diciamo che è possibile mettere i nostri contenuti in una applicazione commerciale, ma anzi incoraggiamo a farlo perché vuol dire mettere il nostro contenuto in luoghi dove altrimenti non sarebbe stato mai pubblicato, e questo ci consente poi di costruire relazioni con potenziali partner”, ha detto Chris Thorpe uno dei responsabili del progetto a Mathew Ingram in un articolo per il superblog GigaOm. “Non pensarlo come un giornale. È una piattaforma dati” ha titolatolo stesso Ingram un suo articolo successivo dove si sottolinea che la strategia di Open Platform ha fatto, negli Stati Uniti, importanti proseliti come Usa Today e New York Times.

UNA PIATTAFORMA APERTA e da condividere con i propri lettori. Sarà (anche) questo il giornale del futuro? Certo è che non è necessario essere dei convinti sostenitori della rivoluzione digitale per capire che molti dei parametri con i quali si è misurata l’informazione ( e la professione giornalistica) stanno per essere radicalmente cambiati. Nel modo di reperire le notizie e nel modo di distribuirle, nel modo di relazionarsi con i propri lettori.
La politica del “digital first” lanciata nel luglio 2011,  e della quale si è molto parlato in questi mesi, sta disegnando scenari nuovi, “Una linea è stata tracciata sulla sabbia” dice ancora Mathew Ingram che sulla vicenda sta scrivendo, a mio parere, tra le cose più interessanti.  Si stanno delineando sempre più nettamente due strategie opposte,  quella dei vari paywall, i “muri”  eretti da alcune testate online come il Times – e da tutti coloro che pensano di trasportare di peso un vecchio modello economico nella nuova dimensione digitale – e quella che mira invece a coinvolgere in modo concreto e fattivo i lettori nel processo produttivo e creativo del giornale.
Perché in fondo essere coerenti con la filosofia del “digital first” non significa solo eliminare gradualmente la carta per ridurre i costi di produzione e distribuzione. Vuol dire cambiare i paradigmi, essere interessati al lettore, non solo per i soldi che è disposto a darti per leggere i tuoi articoli ma anche per il suo bagaglio di conoscenze che può condividere con te, per la sua identità con la quale confrontarti, per la sua voglia di riconoscersi in una comunità, locale o globale che sia, che sente esistere anche nel racconto quotidiano che ne fa il giornale. Anche gli esperimenti sui nuovi giornalismi, come ad esempio quello sul giornalismo di precisione con il giustamente celebrato DataBlog, sono tutti pensati per rendere sempre più trasparente il processo di raccolta delle notizie in funzione di fare dei lettori una parte fondamentale di quello stesso  processo.

D’altronde non occorre essere dei fini analisti per capire che per gli editori sarà difficile realizzare un qualsivoglia modello economico vincente per i loro giornali (online e offline che siano) senza riacquistare quell’autorevolezza e credibilità agli occhi dei lettori. Una credibilità persa costantemente negli anni soprattutto per aver sempre più reso marginale il contributo dei lettori (magari a favore, come accade da noi, dell’establishment politico che ogni anno elargisce finanziamenti pubblici dai quali le testate sempre più dipendono economicamente).
Anche per questo chi ha intrapreso la strada del digital first sta attuando nelle sue redazioni decise politiche di community engaging ovvero di interazione, relazione e ascolto con la comunità dei propri lettori. E non è solo questione di srumenti digitali ma di ripensare completamente al modo di relazionarsi con i tuoi referenti. Non solo con l’uso delle nuove tecnologie ma anche, semplicemente, spalancando le porte della redazione ai propri lettori trasformandola così in uno spazio aperto di incontro e confronto, creando delle newsroom cafe come ha fatto John Paton ceo del Journal Register Company editore di una serie di quotidiani locali negli Stati Uniti, che pure sta puntando tutto sul “digital first”.

LE POLITICHE DI ENGAGING – anche guardano il solo dato economico – sembrano premiare anche quei media digitali che ne hanno fatto un uso strategico. Lo fa notare nel suo blog Alan Mutter, uno dei più autorevoli osservatori dei modelli di business per i contenuti in rete, in un suo articolo Engagement, the new digital metric. I grandi editori stanno applicando il modello di business della stampa ai media digitali – sostiene Mutter – da  due decenni spendono le loro energie nel cercare di  mettere insieme un pubblico più grande possibile nei loro siti e, più di recente, nelle lo pagine di Facebook e Twitter. Ma un’audience vasta e indifferenziata non ha una grande importanza nel mondo digitale quanto quelle audience omogenee, attive e facilmente “targettizzabili” dai propri inserzionisti.

E anche senza dimenticare l’approccio tutto concretezza di Mutter – certo, dietro le strategie di engaging c’è molto spesso anche la volontà di profilare le identità dei lettori a uso e consumo dei propri uffici marketng – è altrettanto evidente che dalla società vengono richieste sempre più decise di nuovi spazi di discussione, dove poter contare e non essere semplici spettatori. Richieste di partecipazione, di trasparenza, di una cultura “open” che investe sempre più ampi spazi della vita sociale, della politica. Oggi non esistono certezze che le strategie votate al “digital first” saranno quelle economicamente vincenti, è possibile pensare però che continuare a ignorare le istanze provenienti da larga parte della società significhi, per i media, mettersi fuori del cambiamento in atto, non essere in grado di raccontare la realtà nei suoi aspetti più importanti. E questa per chi fa informazione, anche dal punto di vista economico, non rappresenta da sempre la strategia peggiore da seguire?

una recente campagna pubblicitaria del Guardian

Fonti e approfondimenti

#opennews  l’hashtag per proporre storie o commentare la newslist con la redazione del Guardian

The Guardian draws a line in the sand: Digital comes first
(GigaOm)

It’s not just nice for media to be social — it’s imperative (GigaOm)

Guardian Says It Needs to Become an Open Platform (GigaOm)

I Rigori li Sbaglia Solo chi ha il Coraggio di Tirarli (Il Giornalaio)

Digital First, un modello di business per l’editoria locale (EJO)

Prima di pubblicarli: data journalism workflow

Torno di nuovo sull’argomento del data-driven journalism dopo il post precedente:  mi sono ricordato di aver messo da parte, per segnalarlo, questo flowchart che al Guardian  hanno pubblicato lo scorso mese di aprile nel loro blog sul giornalismo dei dati. È dedicato al processo di lavoro che, a partire dai dati grezzi, arriva al materiale “raffinato” pronto per essere utilizzato per l’ultima fase, quella della comunicazione. Ovvero tutto quello che è necessario fare in redazione prima che il lettore veda i dati pubblicati.

Il lavoro di verifica e vaglio, riordino e correzione delle informazioni è senza dubbio la parte decisamente meno divertente  del lavoro, ma rappresenta il 70% del processo, ricordano al Guardian, ed è assolutamente decisiva per la qualità del prodotto finale. Per questo al quotidiano inglese hanno chiesto al loro grafico di punta  Mark McCormick di visualizzare il workflow adottato dalla redazione durante la lavorazione dei dati. Il risultato è come al solito davvero molto interessante e utile:

per ingrandire cliccare sull'immagine

Fonte:

Data journalism broken down: what we do to the data before you see it (Guardian – Datablog)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

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La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

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Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)

Crowdfunding in cerca di enfasi sociale

una foto di Aaron Huey tratta dal suo progetto in cerca di finanziamenti presentato su Emphas.is

Di Emphas.is, il progetto di crowdfunding applicato al fotogiornalismo, si parla da mesi. Più precisamente da settembre 2010 quando Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens hanno lanciato la loro idea attraverso un sito web dal quale ne spiegavano la filosofia e gli obiettivi. Già da allora però avevano annunciato l’esordio vero e proprio del progetto per l’inizio del 2011, prendendosi così diversi mesi nella promozione e nel perfezionamento della piattaforma. A inizio marzo (quindi da pochi giorni), e dopo qualche ulteriore rinvio, finalmente il debutto ufficiale con la presentazione dei primi progetti da finanziare.

Il meccanismo del progetto è quello classico del finanziamento dal basso già utilizzato da diverse altre piattaforme: attraverso un sito web vengono presentate le schede dei progetti e i lettori possono decidere se finanziarli con contributi che vanno dai 10 dollari in su. Però  intorno a Emphas.is c’è molta attenzione e curiosita per più di un motivo. Il primo è che Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens non sono esattamente due pivelli: Ben Khelifa in particoalere è un fotoreporterche che opera nella scena internazionale con un curriculum di tutto rispetto e reportage per testate del calibro del New York Times, Newsweek, Stern, Le Monde, (è stato sottolineato altre volte, ma lo ripeto anche qui: le nuove strade per raggiungere finanziamenti fuori dai circuiti classici non sono battute, come forse qualcuno può ancora pensare, esclusivamente da giovani freelance ma anche da affermati professionisti).

Altro motivo di interesse è poi il fatto che sì, esistono già piattaforme di crowdfunding utilizzate da fotografi e giornalisti, ma questa è la prima esclusivamente dedicata ai reportage fotografici che punta esclusivamente sull’alta qualità dei contenuti e il forte impegno verso tematiche “alte” e di ampio respiro (reportage di guerra, storie dimenticate e non seguite dai grandi media…). Non a caso un altro pezzo da novanta dei fotoreporter freelance come Tomas Van Houtryve è stato uno dei primi a promuovere Emphas.is e a presentare un proprio progetto all’interno della piattaforma.


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Scrivere per farsi capire

La semplicità è un prodotto ultimo, qualcosa che si raggiunge faticosamente e facilmente, invece, si può smarrire. Nella scrittura giornalistica dovrebbe essere un obbligo più che una scelta stilistica. Tanto più se ci si occupa di giornalismo scientifico come  Tim Radford che per oltre trent’anni è stato science editor al Guardian (ma si è occupato anche di molto altro: letteratura, arte, cultura).  “Life is complicated, but journalism cannot be complicated” dice Radford che in questi giorni ha pubblicato nell’edizione online del quotidiano inglese: A manifesto for the simple scribe – my 25 commandments for journalists, un divertito (e divertente) condensato di un lungo percorso professionale attraverso 25 regole all’insegna del  buon senso e sense of  humor.

Nello scrivere il suo “manifesto”  Radford dimostra la leggerezza di chi, nonostante la vasta esperienza professionale, ha voglia ancora di divertirsi con i “ferri del mestiere” e una modestia sufficiente per rimanere alla larga dal ruolo di Grande Dispensatore di Verità. Ecco così che la lettura dei consigli di Ratford ai giovani giornalisti (che possono tranquillamente valere anche per chi alle prime armi non è) risulta molto piacevole e con diversi spunti di riflessione.

Ne ho tradotto solo alcuni punti, per tutti e 25 ovviamente vi rimando alla lettura completa dell’articolo:

1. Quando vi sedete a scrivere, c’è una sola persona importante nella vostra vita. Questa persona, che mai incontrerete, si chiama lettore.

2. Non state scrivendo per impressionare lo scienziato che avete appena intervistato, né il professore con il quale vi siete laureati, né l’editor che stupidamente non vi ha pubblicato, o il tipo pittosto interessante che avete appena incontrato a un party e che vi ha raccontato che fa lo scrittore. E nemmeno vostra madre. State scrivendo per impressionare qualcuno aggrappato alla maniglia della Metro tra Parson’s Green e Putney, che smetterà di leggere in un quinto di secondo, dateli una possibilità.

11. Un’osservazione. Non iniziate mai a scrivere finché non avete deciso quello che dovrà essere “l’unica cosa davvero importante”, e poi ripetetela in una sola frase. Chiedetevi inoltre se potete immaginare vostra madre ascoltare questa frase per più di un microsecondo mentre sta stirando. Se tentate di vendere a un editor un’idea per un articolo, otterrete lo stesso livello di attenzione, quindi fate attenzione a questa frase. Spesso – non sempre, ma spesso – è la prima del vostro articolo, comunque.

12. C’è sempre una prima frase ideale – una intro, una via d’ingresso  - per ogni articolo. Aiuta davvero pensarci prima di iniziare a scrivere, perché si scopre che le frasi seguenti si scrivono da sole, molto rapidamente. Questa non è la prova che siete superficiali, piatti e poco profondi. Ma nemmeno eccezionalmente dotati. Significa semplicemente che avete messo la prima frase giusta.

22. Leggete. Leggete un sacco di cose diverse. Leggete la Bibbia anglicana, Dickens, le poesie di Shelley, i fumetti della Marvel e i thriller di Chester Himes e Dashiell Hammett. Guardate le cose sorprendenti che si possono fare con le parole. Notate il modo in cui è possibile evocare interi mondi nello spazio di mezza pagina.

Tim Radford A manifesto for the simple scribe – my 25 commandments for journalists (guardian.uk.co)

Camminare a Palermo


Il 5 gennaio del 1984 veniva assassinato dalla mafia Pippo Fava, il blog Nazione Indiana è stato uno dei pochi che, ieri, lo ha ricordato pubblicando un suo editoriale scritto nel 1983 per I Siciliani, il giornale che aveva fondato e diretto fino al giorno della sua morte. Il lungo articolo è di una bellezza sconvolgente per quello che racconta, per la lucidità delle analisi, per qualità straordinaria della scrittura. Ne consiglio ovviamente la  lettura completa.

Qui ne trascrivo solo uno dei primi capoversi…

Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l’odore della catacomba, il buio, la luce verde del biliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l’identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d’ombra all’altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d’argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo’ di saluto: “Ho fatto tardi!”. Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: “Debbo morire!”.

Pippo Fava
I cento padroni di Palermo

Approfondimenti

I Siciliani (selezione articoli-Fondazione Giuseppe Fava)

speciale  in memoria di Pippo Fava a cura di Giro di Vite

aggiornamento (19.01.11) ricordo di Riccardo Orioles (minima & moralia)

Wikileaks, il nuovo racconto della guerra

la prima pagina dell speciale online dedicato alle rivelazioni di Wikileaks dal Guardian

La nuova azione di Wikileaks, che ha reso pubblici 400mila documenti sulla guerra in Iraq, ha generato un’enorme quantità di commenti e reazioni in tutto il Mondo, come era facile prevedere. Ancora più facile da prevedre le numerose dure reazioni anche da parte di molta stampa. Si accusa, si minimizza (cose sapute e risapute…). Ma anche tra chi non è tra annoverare tra i fan di Assange, come Steve Coll , ci si rende conto che queste rivelazioni cambiano completamente la prospettiva di una guerra il cui racconto è dovuto sistematicamente passare attraverso pesanti controlli (dei politici, dei militari), e al quale viene oggi restituito quello che gli è troppo spesso mancato: uno sguardo vicino ai drammi subiti dalla popolazione e di chi a vissuto davvero in prima linea. I documenti ci portano dove molti reporter erano riusciti ad arrivare solo molto raramente, per la prima volta riusciamo a percepire l”interno’ di quella guerra e non i suoi margini. Nel suo articolo sul NewYorker Coll trascrive quattro righe tratte da uno dei file rivelati da Wikileaks (una comunicazione tra ufficiali inviata per email), e giustamente ne sottolinea il tono di routine che, semmai ce ne fosse bisogno, ne aumenta a dismisura la drammaticità:

Prove evidenti di tortura sono state rilevate nella stazione di polizia irachena a Husaybah, iz. Grandi quantità di sangue sul pavimento della cella, un filo usato per shock elettrico e un tubo di gomma si trovavano nella cella di detenzione. Allegati.

Bastano queste poche anonime righe per riportarci dentro una guerra troppo spesso racontata a distanza di sicurezza, quanti articoli che abbiamo letto su questo conflitto ci hanno reso l’idea di quello che stava succedento in così poche parole? Ironia della sorte a riportarci ‘dentro’ questa guerra è chi in quei luoghi non c’è mai stato. Potere della rete, come giustamente fa notare il blogger Postoditacco:

Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una parte c’è un’associazione, i cui membri agiscono protetti dall’anonimato, che pubblica rapporti segreti crittografati e protetti da qualsiasi tipo di accesso esterno, mentre dall’altra ci sono soggetti governativi (non soltanto americani) che provano (finora inutilmente) a censurare (mettendo al bando la criptatura adottata da Wikileaks) e decrittografare questi documenti.

Si parla molto di etica e di trasparenza. È eticamente giusto fare rivelazioni di questo tipo in nome della trasparenza?

Una buona risposta, mi sembra, la dà Jeff Jarvis dal suo BuzzMachine che in queste settimane ha lanciato diversi post dedicati proprio al tema della trasparenza e della publicness.

L’unica soluzione per la fuga di notizie non è quindi una maggior segretezza ma una maggiore trasparenza. Se ci fidiamo del governo per decidere quello che è giusto coprire dal segreto – e una volta reso pubblico non emerge niente altro ciò che era necessario nascondere per non danneggiare il bene comune – allora le fughe di notizie posso esere considerate una chiara violazione delle nostre norme.

In un modo o un altro, siamo agli albori dell’età trasparente. Ma non sarà una transizione piacevole o semplice. I primi fatti portati alla luce del sole saranno quelli sgradevoli che qualcuno pensa sia necesario esporre. Solo quando il governo si renderà conto che la sua miglior difesa è l’apertura, vedremo la trasparenza come un bene in sé e non come un arma per esporre il male. Solo quando i governi realizzeranno che i propri cittadini adesso possono guardarli e osservarli, meglio di quanto loro stessi possono fare nei loro riguardi – potremo vedere il valore della trasparenza diventare un deterrente per i cattivi soggetti e le cattive azioni. Allora diventeremmo il grande fratello del grande fratello. O almeno possiamo sperarlo.

Una nota a margine: come molti sanno contemporaneamente al sito diretto da Julian Assange hanno deciso di pubblicare i documenti, il Guardian, Il New York Times, Der Spigel, Le Monde, (ma anche Al Jazira, la Bbc e altri canali televisivi) ma nessuna testata italiana. Diverse iniziative sono state realizzate in rete in questi giorni per approfondire e analizzare i documenti anche con l’aiuto di mappe interattive, grafici in continuo aggiornamento,  la rivista digitale Owni ha messo online una piattaforma crowdorcing per condividere e commentare i dati. Niente di simile è stato fatto da noi.

Anche questo è un elemento, non secondario,  su cui riflettere, soprattutto alla luce della classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans Frontiers recentemente pubblicata, che relega l’Italia al 49esimo posto. E bene ha fatto chi ha sottolineato il “silenzio assordante” nel quale è caduta la notizia qui da noi.  Nemmeno Regno Unito (19esimo posto), Stati Uniti (20esimo), Germania (17esimo) e men che mai Francia (44esimo) sono tra le primissime posizioni del Press freedom Index, ma questo non è certo un dato che ci possa rendere meno amara questa pessima figura. Anzi. Alla luce  dell’apertura e dell’attenzione  alle rivelazioni di Wikileaks comunque dimostrata in questi Paesi, abbiamo una ragione in più di preoccuparci per lo stato di salute della nostra informazione.

approfondimenti e segnalazioni:

Rassegna stampa su Wikileaks da Internazionale

Internet: dopo Wikileaks un campo di battaglia per il controllo dell’ informazione (Lsdi)

Storify: Link economy alla ricerca di nuovi modelli di scrittura giornalistica

Aggregare, riannodare i fili di un “discorso” che nel mare magnum di tweet, post, articoli, immagini, video (e quant’altro possa essere condiviso sul web) sembra continuamente perdersi, annodarsi e scomparire dopo pochi attimi. È una delle “ossessioni” più frequenti che caratterizzano chi, a vario titolo, frequenta abitualmente il web: fermare e ordinare i diversi materiali, non solo nella forma di una libreria più o meno organizzata, ma anche in quella di un racconto “narrativamente” coerente e accurato.

In questo contesto si muovono da tempo molte piattaforme di social bookmarking e di content curation tra le quali alcune davvero molto conosciute e utilizzate, qui però  segnalo una startup, Storify, salita alla ribalta grazie anche a Michael Arrington che l’ha voluta tra le finaliste del TechCrunch Desrupt lo scorso settembre, e della quale si sta parlando molto in relazione alle sue applicazioni sul giornalismo (ed è ovviamente la ragione principale per cui ne parlo in questo blog). La piattaforma infatti, pur muovendosi nell’ambito della cura, raccolta e organizzazione dei contenuti dimostra ambizioni e capacità “narrative” decisamente più ampie e spinte rispetto a startup simili come Curate.by o Keepstream che si limitano ad aggregare contenuti su un argomento specifico.

Dietro a Storify c’è Burt Herman giornalista-imprenditore (termine professionale su cui molto si discute di questi tempi negli Usa) che ha passato gli ultimi dodici anni in Asia e in Est Europa come inviato dell’Associated Press.

L’idea nasce da una riflessione sul futuro del giornalismo e del fatto che tutti ormai stiamo continuamente creando contenuti. Siamo inondati di Tweet,di video di YouTube , le foto di Flickr e tutto il resto. Chiunque può essere un “reporter”, quando si verifica un evento. Ma non tutti sono un “giornalista”, capace di dare un senso a un fatto collocandolo in un contesto. Così abbiamo costruito un sistema per aiutare le persone a fare questo, prendere il meglio dei mezzi di comunicazione sociale e restituirli in una storia. To “storify”it.

(Burt Herman intervistato da Robert Hernandez per Online Journalism Review)

Ecco dunque, per capire come funziona, una presentazione del progetto

La versione attuale di Storify è dichiaratamente beta e in fase di sviluppo in attesa dei feedback degli utenti (e diciamolo chiaramente, sotto molti aspetti ce ne sarà bisogno…), ma il suo funzionamento è molto semplice e intuitivo. Una volta attivato il proprio account (occorre per adesso un invito, comunque molto semplice da ottenere) si possono cercare argomenti con parole chiave sui social media più diffusi (anche se ne mancano alcuni, ad esempio Vimeo). Su una colonna a destra del nostro profilo, si possono poi montare i vari materiali raccolti e anche aggiungere direttamente parti di testo originali (quindi non semplicemente un collage di link e Tweet).

Insomma uno strumento che sembra essere, più di molti altri, la realizzazione pratica di quel “Cover what you do best. Link to the rest coniato da Jeff Jarvis come emblema del web journalism. L’economia della condivisione e del collegamento tra testi e contenuti, come uno dei paradigmi per un nuovo modo di fare informazione.

La startup è stata messa alla prova “sul campo” lo scorso 15 ottobre quando Mandy Jackson editor di TBD (una testata on line di cronaca locale molto social media oriented) ha deciso di utilizzare proprio Storify per raccontare in tempo reale un fatto cruento di cronaca accaduto in quel giorno – un omicidio a seguito di una rissa davanti a un locale cittadino – , integrando il lavoro di redazione a quello dei continui aggiornamenti provenienti dalla Rete. Ecco  qui il risultato del lavoro.

L’utilizzo della piattaforma per raccontare quel fatto di cronaca non è passato inosservato. Tra i primi ad accorgersene Jay Rosen (uno dei più attenti osservatori della Rete) lo ha subito segnalato:

poi alla Nieman Storyboard di Harvard si sono subito chiesti “Can social media serve as source material for compelling news narratives?”. La risposta visti i risultati ottenuti da TDB.com è stato un “sì” convito.

Tra i vari esempi di applicazione concreta di Storify una delle più convincenti mi è sembrata questa “Writing a story using Storify” che racconta appunto la storia della nostra, eccola qui (come si può vedere le storie possono essere, una volta realizzate, condivise sui vari media sociali e caricate su varie piattaforme di blogging, non su WordPress.com però). Un altro esempio invece che rende bene l’idea di una storia raccontata in diretta uilizzando i continui aggiornamenti provenienti dai cittadini è quella realizzata dalla redazione di Owni sulla manifestazione di mobilitazione generale che si è svolta a Parigi il 19 ottobre scorso, la potete leggere qui.

approfondimenti e fonti:
Storify’s Burt Herman on the evolution from reporter to entrepreneur (Online Journalism Review)

Storify Wants to Pull Stories From the Stream (GigaOm)

Telling a Gov 2.0 Story with Storify, a Social Curation Tool (un altro interessante esempio di utilizzo di Storify via Huffington Post)

Storify’s Burt Herman on the evolution from reporter to entrepreneur

Editoriali in opposizione. Le pagine Op-Ed del NYT in uno speciale online

Illustrations by CHRISTOPH NIEMANN

Il New York Times celebra con uno speciale online la sua famosa pagina Op-Ed nata quaranta anni fa dall’intuizione di John Bertram Oakes e Harrison Salisbury che vollero “aprire il giornale alle voci fuori dal coro e creare  uno spazio per gli scrittori senza affiliazione istituzionale con il giornale, le cui opinioni e prospettive sono state spesso in disaccordo con quelle espresse dagli editoriali dei redattori”. Proprio da qui il nome Op-Ed ovvero pagina di fronte/opposta a quella degli editoriali.

Lo speciale è davvero bello (il NYT ci ha abituato a iniziative sul web molto intelligenti), ovviamente per i contenuti selezionati dalle quasi 15mila pagine opposite-editorial pubblicate in queste quattro decadi e ricche di firme straordinarie, ma anche per come è stato pensato e impaginato. Immagini, illustrazioni, filmati e ovviamente molti articoli divisi in capitoli tematici (tra cui The Presidency, New York, Wars, Hot & Cold, Age Of Terrorism, Equality/Inequality), difficile metterne in evidenza solo alcuni vista la quantità e la qualità. Tanto per dare un’idea la sezione dedicata all”Età del terrorismo” vede, tra gli altri, editoriali di Ian McEwan sull’attentato di Londra del 2005, di Javier Marías su quello di Madrid dell’anno precedente e una quasi profetica analisi di Susan Sontag.

Tra le tante perle segnalo comunque un video bellissimo dedicato alla storia degli illustratori e degli art director del nuovo corso di Op-Ed: un modo per capire che la pagina è sempre stata vista dai suoi editor anche come luogo dove sperimentare nuove forme di linguaggio, coniugando i testi e la grafica in modo quasi sempre sorprendente.

P.S. È la seconda o terza volta che segnalo, negli ultimi mesi, su questo blog una qualche iniziativa per celebrare un quarantennale, non è che mi sia fissato, semmai è evitente che il 1970 sia stato – anche per il giornalismo – un anno assolutamente straordinario!

R.O. BLECHMAN, September 14, 2001 Op-Art

Attenzione! Contenuti non verificati (etichette per giornalismo sciatto)

Il mondo dei media sembra molto attento a segnalare con “bollini” contenuti inappropriati su video, programmi televisivi, videogame (perché ritenuti violenti, scurrili, pornografici)… perché, allora, non pensarli anche per tutti quei contenuti “semplicemente” sciatti, approssimativi e non deontologicamente corretti presenti in molto giornalismo d’oggi (e, probabilmente, non meno dannosi dei precedenti)? “Attenzione! Questo articolo è fondamentalmente un comunicato stampa copiato e incollato” oppure “Attenzione! Per assicurarsi in futuro nuove interviste  con il soggetto in questione, importanti argomenti non sono stati affrontati”.

Bene, ci ha pensato Tom Scott giovane comico inglese (un geek comedian come lui stesso si definisce) che con molto sense of humor ne propone una galleria da applicare per segnalare lo “sloppy journalism” nei quotidiani britannici.

La provocazione ha già avuto parecchie citazioni online conquistando molti blogger. Inutile dire che ritengo molto utile anche una versione italiana delle “journalism warning label”…

Ultima notazione: Tom scherza, ma fa le cose molto ‘seriamente’: in calce al suo post potete trovare un documento (in formato pdf) già formattato da scaricare per poter stampare gli adesivi su fogli A4.

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Il blog di Tom Scott

(via SpotUs Italia Facebook page)

ExtraMedia: racconto in movimento dell’Italia al tempo della crisi

Ho più volte segnalato su questo blog progetti che uniscono freelance con diverse professionalità (giornalisti, videomaker, scrittori, fotoreporter…) accomunati dalla volontà di raccontare quelle storie che spesso vengono lasciate ai margini della cronaca, utilizzando il web non come semplice ‘contenitore’ ma come luogo d’incontro e connessione tra diversi linguaggi. Mi ha fatto particolarmente piacere scoprire che anche in Italia si sta muovendo qualcosa in questa direzione. In questi giorni l’Espresso ha messo online un bel reportage Nel paese che muore d’amianto (su una discarica di Eternit in Basilicata): lo ha realizzato Andrea Milluzzi che fa parte di un collettivo Extra Media che, appunto, sta portando avanti un progetto che unisce la voglia di raccontare la realtà sociale del nostro Paese e la consapevolezza di dover utilizzare tutte le diverse risorse che oggi le i nuovi media mettono a disposizione.

Lo segnalo molto volentieri, oltre che per la sua ottima qualità, anche perché è un ulteriore sintomo di vitalità, nonostante tutto e pur tra mille difficoltà, che il mondo dell’informazione sta dando anche da noi. Il fatto che anche una grande testata se ne sia accorta e ne abbia dato spazio non può che far piacere.

Siamo giornalisti, fotografi e scrittori e non abbiamo le risposte. D’altra parte questo gruppo di lavoro non nasce per dare risposte ma per porre nuove domande. Viaggiamo in  camper, una redazione mobile con cui aggiornare il più rapidamente possibile questo blog. Abbiamo pochi mezzi, ma un’idea molto forte di una nuova forma di  realismo digitale, o almeno così noi lo chiamiamo. Testi, foto e micro documentari. Stiamo girando il Paese alla ricerca di storie, di “casi”, per fare di questo viaggio un racconto unico, un ritratto in movimento dell’Italia al tempo della crisi.

Approfondimenti:

Extra Media

Nel paese che muore d’amianto (il reportage pubblicato dall’Espresso)

Pagina Twitter e quella di Facebook di ExtraMedia

Open mind

Che ruolo ha il lettore nel determinare la qualità e il futuro del giornalismo (e perché no, la qualità del suo futuro)? Si dibatte molto sui nuovi scenari dell’informazione e sulla crisi del giornalismo, ma quanto ‘potere’ pensiamo concretamente abbia il lettore (come persona e non semplicemente come utente/consumatore) nell’essere un soggetto attivo di questa discussione?

In molti stanno sottolineando la preoccupante frattura tra l’interesse del pubblico e il sistema delle notizie che viene proposto. È un problema centrale da molti punti vista lo si voglia guardare, di democrazia (liberare il lettore dal suo ruolo passivo), di marketing (dare risposte ai suoi reali interessi) …

Jack Fuller, non esattamente l’ultimo arrivato, giornalista di lungo corso, un premio Pulitzer in bacheca, ha pubblicato recentemente un libro che ha fatto discutere negli Usa: “What Is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism” che è stato anticipato in un articolo online all’interno di uno speciale “Brain Power” della Nieman Reports di Harvard (qui da noi ne hanno accennato Giuseppe Granieri sul suo BookCaffè, da sempre uno dei più attenti a cogliere le idee più stimolanti sulla Rete, e Fabio Chiusi che sul ilNichilista che ne fa un’ampia sintesi).

Cosa dice Fuller? Sostanzialmente che il mercato delle news sarà determinato dalla domanda del pubblico e che questo, se non preso in seria considerazione,  può essere un problema. “Here is the deepest and, to many serious journalists, most disturbing truth about the future of news: The audience will control it”.

Leggi l’articolo completo

McCain, le dodici scimmie e come David Foster Wallace reinventò la cronaca politica (10 anni prima di Twitter)

Siamo nel Febbraio 2000, la rivista Rolling Stone affida a David Foster Wallace un reportage. Il tema è: seguire il viaggio che – nella più classica delle strategie comunicative elettorali – il candidato alle primarie repubblicane John McCain sta facendo a bordo del proprio bus, lo Straight Talk Express. La linea editoriale della rivista, come noto, non ha certo nella politica il proprio asse portante, e d’altronde quello del cronista politico non era sicuramente un ‘vestito’ nel quale Wallace poteva sentirsi totalmente a proprio agio. Quello però che ne venne fuori è un lungo reportage,  assolutamente fuori del comune, “The Weasel, Twelve Monkeys and the Shrub: Seven Days in the Life of the Late, Great John McCain”, poi noto come Up, Simba! (in una versione rivista dall’autore che non fu mai del tutto soddisfatto dell’editing fatto da Rolling Stone), che oggi possiamo leggere in Considera l’aragosta.

La copertina di McCain's Promise
A rileggerlo oggi – oltre al piacere di perdersi nei mille rivoli delle continue digressioni presenti nella scrittura di DFW – quel pezzo rappresenta anche un’anticipazione di quello che sarebbe diventato di lì a dieci anni, il modo di raccontare la politica da parte di molti giornalisti.

È quello che sostiene John R. Bohrer che firma un bell’articolo apparso su Salon qualche settimana fa , 10 years later, David Foster Wallace is a journalism pioneer che segnalo perché propone una serie di riflessioni interessanti su quello storico reportage e sull’attuale modo di scrivere di politica, anche da parte di molte grandi firme del giornalismo americano (ma non solo).

Ripensandoci oggi, sembra che Wallace abbia come predetto una tendenza della cronaca politica. Il suo pezzo si legge con la voce ormai familiare dei reporter-oversharer (pensiamo alla quantità di dispacci on the road che qualsiasi giornalista può realizzare con un iPhone e un account Twitter). Ogni buca e ogni sosta ai box sono materiali per qualche commento malizioso da inviare al mondo intero in un istante attraverso i network online.

Un atteggiamento che ritroviamo non solo negli outsider del big journalism, come allora sentiva di essere Wallace,  ma anche nella ‘casta’ dei grandi commentatori politici in doppiopetto che all’epoca non nascosero, invece, un certo biasimo verso il lavoro dello scrittore americano (e che sicuramente mal digerirono le caricature delle “Twelve Monkeys” - le superstar delle grandi testate giornalistiche accreditate – che Wallace tratteggiò in quella occasione).

La cosa interessante è che, secondo Bohrer, i tratti caratteristici del reportage che fanno oggi di Wallace un precursore, sono proprio quelli che allora molti dei suoi colleghi gli rimproveravano. Un gusto per i dettagli, anche se apparentemente di scarsissima rilevanza (ad esempio una sosta imprevista), l’attenzione verso la banalità della vita quotidiana, il fluire dei pensieri personali che spezza e devia la narrazione degli eventi. Leggi l’articolo completo

America in 5: affrettati lentamente a raccontare

Negli anni ’30 del secolo scorso, durante la Grande Depressione negli Stati Uniti grazie al Federal Writer’s Project, un fondo finanziato dal governo, un nutrito gruppo di scrittori, (tra i quali nomi del calibro di Ralph Ellison, Saul Below, John Cheever, John Steinbeck),  percorse in lungo e largo l’America sconvolta dalla crisi, per far emergere le storie delle persone che vivevano quel dramma. L’intento, oltre che dare lavoro ai molti scrittori e giornalisti disoccupati (paga mensile di allora 80 dollari), era quello di raccontare un periodo cruciale per il futuro del Paese e soprattutto restituire alla memoria collettiva quelle storie normalmente dimenticate dai Big Media.

Oggi un gruppo di professionisti proveniente da diverse esperienze (giornalismo, narrativa, documentario, animazione, musica) coordinati dalla reporter Sarah Stuteville e dal filmaker Morgan Dusatko ha appena dato vita a un progetto America In 5 che in parte si ispira proprio a quel programma. L’obiettivo è quello di raccontare un anno, il 2010, attraverso le testimonianze dei protagonisti dimenticati di un società travolta da una crisi finanziaria ed economica che in molti hanno paragonato a quella del ’29.

America In 5 è un progetto che unisce arte, documentario, giornalismo e nuovi media (…) è un’esplorazione delle storie che normalmente non vengono raccontate e realizzata usando gli strumenti messi a disposizione dai media di nuova generazione. Durante il corso di quest’anno, alcuni media makersviaggeranno attraverso il paese producendo una storia a settimana su diversi media. Ogni giorno, una storia di massimo 5 minuti sarà realizzata e messa online su americainfive.org oltre che distribuita attraverso vari supporti: mobile, feed reader e inbox. (dalla presentazione sul sito del progetto)

Il progetto è sostenuto dall’ University of Washington’s Department of Communication, dal  Common Language ProjectThe Last Quest, ma i responsabili del progetto hanno bisogno di altri finanziamenti e per questo hanno fatto partire una raccolta di fondi tramite il loro sito.

Il video “Joy” Pilot story presentata lo scorso 14 aprile

The story of one family’s search for shelter. Pilot story for the upcoming national online storytelling corps America in 5 (www.AmericaIn5.org). This video was produced in seven days by a team of Seattle-based storytellers including a comic artist, an audio producer, a journalist and a filmmaker.

Leggi l’articolo completo

One in 8 Million, quando il giornalismo racconta storie qualunque


New York è una città di personaggi. Nella metropolitana e nelle sue vie, dall’intensità del Centro città all’intimità dei quartieri, è una parata di persone con qualcosa da dire grande 305 miglia quadrate. One in 8 Million è una raccolta di alcune delle loro passioni e dei loro problemi, delle loro relazioni e della loro vita di tutti i giorni, delle loro vocazioni e delle loro ossessioni.

(dalla presentazione di One in 8 million sul sito del nytime.com)

Non sono certo il primo a segnalare questo bel progetto della versione online del New York Times partito più di un anno fa, anche se per la verità, mi sembra, un po’ in sordina (all’interno delle pagine dedicate alla cronaca cittadina). Lo faccio perché, ovviamente, One in 8 million mi piace molto. Ma anche perché queste storie mi stimolano due riflessioni. La prima è che il progetto utilizza semplicemente un file audio – sul quale sono state registrate le interviste – e delle slide show per la sequenza delle foto, tutte rigorosamente in bianco e nero.

Eppure One in 8 million risulta bello e autentico. Segno evidente che, se utilizzati con capacità e professionalità (la qualità delle foto e dell’editing delle interviste sono davvero molto curate), elementi quasi banali oggi possono aprire strade di scrittura che, se non proprio innovative, sono certamente nuove e originali (basterebbe pensare a cosa vengono dedicate la maggior parte di gallerie fotografiche nei portali di molti quotidiani italiani).

La seconda è che il giornalismo on line non necessariamente deve essere ispirato dall’immediatezza dei fatti e dalla velocità di esecuzione. Ci si può prendere anche un po’ di tempo e utilizzare un po’ di mestiere per raccontare la realtà che ci circonda. O no?
Le storie, in tutto 54,  sono state aggiornate con cadenza settimanale dall’8 gennaio al 24 dicembre del 2009.

In Italia qualcosa di simile l’ha fatta MagZine (anche se con un taglio stilistico diverso) un dossier su lavori notturni a Milano. Forse sarebbe proprio il caso di continuare su questa strada con altri progetti…

approfondimenti

One in 8 Million (nytime.com)

La fan page del progetto su Facebook

Dossier lavori notturni (MagZine)