In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

Sembra proprio che l’uso dello pseudonimo sia in declino. Una delle ragioni è che raccontare storie ed esprimere opinioni celandosi dietro un nome di fantasia – diverso cioè da quello che abbiamo registrato in un qualche ufficio anagrafe – viene sempre più percepito come un comportamento non corretto se non decisamente ipocrita. Non sempre è stato così. Ce lo ricorda Carmela Ciuraru giornalista freelance che sull’argomento ha scritto un libro “Nome de Plume:  A (secret) History of Pseudonyms”

Nella metà del 19esimo secolo, questo fenomeno di pseudonimia ha raggiunto il suo livello più alto, così come nella metà del 16esimo secolo, era consuetudine pubblicare in forma anonima un testo. È interessante che il declino del soprannome nel 20esimo secolo coincida con l’ascesa della televisione e della pellicola. La gente ha avuto accesso alla vita degli altri, è diventato più difficile preservare la vita privata – e forse nemmeno auspicabile. Nella cultura contemporanea, nessuna informazione da condividere e da mettere a disposizione risulta esere troppo personale.

Il saggio della Ciuraru, un excursus nella storia della letteratura, si è guadagnato una certa attenzione sulle pagine culturali di diverse testate (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal), probabilmente perché l’argomento, al di là del valore del libro e dell’ambito trattato, suscita sempre un fascino particolare.

D’altronde che il tema non cessi mai di far discutere lo dimostra anche la nascita in rete, proprio in queste settimane, di un neologismo in inglese: nymwars (dalle parole pseudonym e wars) utilizzato inizialmente come hashtag su Twitter per legare i commenti (perlopiù drasticamente negativi) sull’applicazione della politica dei “nomi reali” che ostracizza l’uso degli pseudonimi sui social network. Una politica promossa da Facebook e sostenuta anche da Google sul suo più recente socialcoso. E proprio la decisione di applicarla con un certo zelo su Google Plus ha scatenato il putiferio. In effetti con la scesa in campo della Big G su questo fronte sono aumentati i timori che questa politica riesca a cambiare parecchie cose, anche là dove l’uso dello pseudonimo, dei nickname, ha potuto prosperare (più o meno) felicemente.

Una delle motivazioni più diffuse contro gli pseudonimi nei media sociali è: “se quello che esprimi in Rete è quello che pensi e lo dici nei modi e nei termini di una persona civile, che cosa hai da temere? È semplicemente una questione di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si sostiene”. Che di per sé non è certo una motivazione priva di senso. Quello però che molti si chiedendo è: siamo sicuri che le categorie meno protette non abbiano niente da temere nell’esprimere le loro idee soprattutto quando, come sul Web – queste idee – restano registrate per sempre e legate in modo permanente alla loro identità?

Una delle massime autorità in fatto di diritti in Rete, danah boyd, è intervenuta sull’argomento sostenendo con forza che:

Le persone che maggiormente fanno ricorso a pseudonimi in spazi online sono quelli i più emarginate dai sistemi di potere. [...] La posta in gioco è il diritto dei cittadini di proteggersi, il loro diritto di mantenere effettivamente una forma di controllo che gli dia sicurezza. Se le aziende come Facebook e Google sono effettivamente impegnate per la sicurezza dei loro utenti, devono prendere sul serio queste lamentele. Non per tutti dare il proprio nome significa essere più al sicuro. Al contrario, molte persone lo sono molto meno quando diventano identificabili. E coloro che sono meno sicuri sono spesso quelli che sono più vulnerabili.

Non è superfluo ricordare che  Google stessa nel suo Public Publicity Blog, in un post intitolato in modo significativo “The freedom to be who you want to be…” ancora oggi sostiene:

Utilizzare uno pseudonimo è stato uno dei grandi benefici di Internet, perché ha permesso di esprimersi liberamente, alle persone sotto minaccia fisica, in cerca di aiuto, o messe in condizione di non volere che la gente venga a conoscere la loro identità. Le persone in queste circostanze possono aver bisogno di un’identità coerente, ma che non sia legata a quella off-line.

Anche se poi la libertà di utilizzare questo “grande beneficio” sembra sia stata rivista e corretta in questi ultimi mesi: “Perché, quando sembra comprendere la necessità di consentire pseudonimia su molti servizi, Google istituisce la politica del ‘Nome reale’ per i profili di Google e per Google +?” chiede un lettore in uno dei tanti commenti di questo tono al post citato.

Recentemente anche chi, come Alexisi Madrigal senior editor della rivista Atlantic, aveva pensato alla questione dell’uso degli pseudonimi online come assolutamente marginale (roba da geek) si è ricreduto: “Ho cambiato idea. Il tipo di politica sui nomi che Facebook e Google Plus perseguono è in realtà un allontanamento radicale dal modo in cui l’identità e la parola interagiscono nel mondo reale. Queste politiche caricano di un’identità più forte ogni atto e ogni parola online rispetto alla maggior parte delle azioni equivalenti nel mondo reale”.

È interessante perchè Madrigal sostiene l’esatto contrario di un caposaldo della critica agli pseudonimi su Internet, la maggior adesione alla realtà, ovvero: “se dico qualcosa in un’assemblea o per strada la dico con la mia faccia, e così deve essere anche online”. Madrigal però fa notare un aspetto:

Immaginate di camminare per strada e di gridare, “Abbasso il governo!” Se non siete una superstar che tutti conoscono, la stragrande maggioranza delle persone che ha potuto udirvi non avrà idea di chi voi siate. Non avrà accesso al vostro curriculum professionale o alla vostra rete sociale o ad una qualsiasi altra cosa che una semplice ricerca su Google permetta di trovare. Le uniche informazioni che la gente saprà di voi si limiteranno alle vostre caratteristiche fisiche e agli abiti che avete addosso, che non sono dati del tutto trascurabili, ma che certo non pemettono nè in modo diretto nè in modo semplice di essere collegati alla vostra reale identità.

Per chi pensa che le principali motivazioni per l’utilizzo degli pseudonimi online derivino dal calcolo opportunistico o dalla mancanza di responsabilità, può leggersi questa interessante lista che Kirrily “Skud” Robert  ha fatto sulle diverse ragioni che possono spingere qualcuno a utilizzare uno un nome non reale . Ma forse una delle motivazioni più ricorrenti è che molte persone vogliono, semplicemente, che il giudizio degli altri sulle cose che esprimono non dipenda da alcuni elementi della propria identità (nazionalità, sesso, status sociale, professione…) ma si concentri solo sul valore di quello che esprimono.

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Segnalazioni e link [startup, social media e giornalismo]

Un modello “mobile” per i magazine

“The fact is that people are reading on their iPads, they’re reading a different way,” sulla base di questa convinzione Mark Edimston, che ha lavorato per molti anni a Newsweek, e un gruppo di giornalisti provenienti da diverse esperienze nei magazine e nel’editoria hanno progettato Nomad Edition un settimanale pensato espressamente per essere fruito solo su piattaforme mobile (smartphone, iPad, eReader). La  startup, che ha sede a New York, ha raccolto  600mila dollari e sta per lanciare una campagna abbonamenti (24 dollari per 52 settimane dopo un periodo di prova gratuita di 30 giorni). Il progetto partirà ad ottobre con gli aggiornamenti inviati agli abbonati, ogni edizione è pensata su uno ‘spazio’ di lettura di 20 o 30 minuti al massimo.

Il New York Times nelle pagine deidicate ai media ne parla qui mentre il Los Angeles Times nel suo blog Jacket Copy ne parla qui

Una piattaforma sociale e interattiva per far incontrare giornalisti, PR e imprese

Il rapporto tra giornalisti, addetti stampa e società di PR è sempre abbastanza complicato, presenta numerosi nodi ancora da sciogliere di natura etica e deontologica e, nonostante la decisa crescita dei social media nell’ ecosistema delle news, ancora molto legato a dinamiche tradizionali (in America e, ancora di più ovviamente, in Europa e in Italia) che da tempo stanno evidenziando molti limiti (conferenze stampa autocelebrative, stillicidio di email e comunicati stampa, da una parte; difficoltà ad approfondire concretamente tematiche tramite accesso a dati e informazioni, dall’altra).
NewsBasis è una startup newyorchese che ambiziosamente cerca di ridefinire la comunicazione tra giornalisti, società di PR e imprese in modalità molto più social e interattiva di quanto mai fatto fino ad oggi. La piattaforma punta molto sul design e la tecnologia per rendere più efficiente e intuitiva la ricerca dei flussi di notizie e mette a disposizione una serie di strumenti con i quali i giornalisti (anche in forma anonima) possono commentare le fonti, segnalare punti di vista diversi, chiedere ulteriori approfondimenti. Per accedere ai contenuti (o metterne di propri) basta registrasi sul sito newsbasis.com.
La startup ha finora raccolto 545mila dollari.

Il New York Times ne parla qui mentre il blog ReadWriteWeb se ne occupa qui

A ogni parola il proprio link multimediale

Apture è una startup con sede a San Francisco che si occupa di strumenti dedicati a editori e blogger per arricchire di contenuti multimediali la navigazione dei loro siti. L’azienda ha appena lanciato un’interessante applicazione, Apture highlights, che dà la possibilità (ovviamente una volta installata l’estensione nel browser) di creare link multimediali su qualsiasi pagina web solamente scorrendo il puntatore del mouse sulle parole di un testo. Il tutto senza abbandonare la pagina visto che la navigazione avviene con finestre pop-up (decisamente poco invasive). Praticamente per qualsiasi parola, anche se non linkata in origine dall’autore, è possibile dopo averla evidenziarla far apparire una finestra dove saranno presenti ricerche su Google o Wikipedia, video di YouTube o profili Twitter inerenti quella parola chiave. La startup è finanziata da un sostanzioso fondo di 4.6 milioni di dollari il cui maggior investitore è Clearstone Venture Partner.

Ne parlano entusiasti diversi blog ad esempio VentureBeat qui o TechCrunch qui

Perchè il mondo ha bisogno di Wikileaks


A una decina di giorni dalla pubblicazione on line delle 92mila pagine riguardanti documenti riservati sull’intervento americano in Afghanistan, continuano a susseguirsi – come era facile prevedere – articoli, editoriali e servizi dei media di tutto il mondo sull’operazione messa a segno da Wikileaks. Non è certo la prima volta né che il portale faccia emergere importanti documenti segreti (cito i primi esempi che mi vengono in mente tra i tanti: quelli relativi alla gestione del campo di Guantanamo, o più recentemente quelli sull’uccisione di civili a Bagdad) né che dal Pentagono  ‘fuggano’ documenti riservati (in molti hanno ricordato lo scoop dei “Pentagon Papers” fatti trapelare da Daniel Ellsberg al New York Times nel 1971 durante la guerra del Vietnam), ma l’impatto che queste ultime rivelazioni hanno avuto sull’opinione pubblica, segna probabilmente un “prima” e un “dopo” e sotto molti aspetti: nei rapporti tra giornalisti e fonti, nella consapevolezza delle potenzialità delle nuove tecnologie nel nuovo ecosistema delle notizie e  più in generale sul rapporto tre potere e informazione.

Mi ero proposto di fare una sorta di rassegna stampa delle riflessioni che mi sembravano più interessanti, ma visto che il dibattito sulla pubblicazione dei “Afghan War Diary” è ancora tutto in divenire (anche oggi, ad esempio, è on line un interessante editoriale di Jonathan Zittrain) mi sembra più opportuno segnalare questo video registrato circa un mese fa (ad inizio di luglio) durante il TED che si è svolto in Inghilterra a Oxford, nel quale Chris Anderson  (il curatore di TED, non l’omonimo autore del famoso “The Long Tail” e direttore di Wired Usa…) intervista Julian Assange “mente” e portavoce di Wikileaks. L’intervista fatta un paio di settimane prima delle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan è molto interessante per farsi un’idea delle modalità di lavoro dell’organizzazione e le motivazioni personali di Julian Assange.


È possibile vedere il video sottotitolato in italiano anche cliccando qui (grazie a Federica Bonaldi e Franco Sacchi che fanno parte di un nutrito gruppo di volontari che sul sito di TED sta traducendo, anche nella nostra lingua, un bel po’ di materiale).

Huffpost Badges: i commenti dei lettori diventano un social network

Circa un mese fa Mike Skapinker editor del Financial Times ha scritto un articolo che torna sul tema dei commenti anonimi e dell’uso dei nickname su Internet. L’articolo è stato pubblicato anche da noi in Italia dal Sole 24 Ore: nel suo editoriale Skapinker scrive:

I quotidiani autorevoli, ad esempio, hanno da sempre una forte reticenza a pubblicare lettere anonime nelle loro edizioni cartacee, e consentono ai mittenti di rimanere anonimi solo se l’anonimato è indispensabile per la loro protezione, e anche in questi casi solo dopo aver appurato che il mittente sia chi sostiene di essere. Ma sui siti dei giornali gli pseudonimi sono consentiti e largamente usati, e lo stesso vale per i siti dove si recensiscono libri, alberghi e molto altro ancora.

E sul proprio account Twitter il giornalista ribadisce il concetto “Free citizens don’t need anonymity on the web”. A distanza di qualche settimana torna nuovamente sull’argomento Steve Outing (uno degli osservatori più attenti ai temi dell’innovazione e della multimedialità nel giornalismo) con un post sul suo blog Reader comments: It’s time to make ‘em civil che ha generato una discussione continuata, poi, in altri post. Outing in particolare è rimasto colpito da quanto successo su un giornale online, il DailyCamera, che ha riportato un cruento fatto di cronaca locale, un duplice omicidio: molti dei commenti (scritti con nickname o con nomi fittizi) all’articolo inneggiavano il gesto del pluriomicida e con toni e linguaggio decisamente censurabili. Così anche Outing propone la fine dell’anonimato sui siti di informazione:

So the solution is quite simple for those news sites needing to improve their public online discourse. Just say no to anonymity, except in exceptional circumstances.

Leggendo i loro editoriali, le argomentazioni di Skapinker e quelle di Outing sono sicuramente sensate. Eppure ai due articoli sono state sollevate molte critiche. Qual è il problema? Tradire la natura del web, la sua libertà, uno dei principi fondanti di Internet fin dalla sua nascita, secondo molti. L’anonimato, i nickname non sono paraventi dietro i quali nascondersi ma semmai uno ‘spazio’ di libertà che altri luoghi oggi non concedono più, sostengono ad esempio, molti dei commenti in Rete all’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore. E in effetti anche queste argomentazioni non mi sembrano del tutto fuori luogo. Leggi l’articolo completo

Crowdfunding journalism: due progetti per un giornalismo ‘lento’ e partecipato

Di giornalismo finanziato tramite crowdfunding si è cominciato a parlare solo nei mesi scorsi grazie a Spot.us , una start-up ideata dal 26enne David Cohn e finanziata dal Center for Media Change (340mila dollari) e sostenuta dalla Knight Foundation. L’idea di David è questa: utilizzare i social media come luogo di incontro tra giornalisti freelance e lettori, prima vengono segnalati dei temi da approfondire, poi i giornalisti propongono un progetto per un reportage  (e relativo budget necessario per realizzarlo). I lettori se ne apprezzano le finalità, possono decidere di  sostenerlo con micro-finanziamenti (mediamente 20 dollari nel caso di Spot.Us). Poi, sempre attraverso il Web, i freelance aggiornano sullo stato di avanzamento del loro lavoro.

Il sistema di raccolta fondi tramite crowdfunding è diventato famoso con la campagna elettorale di Barak Obama che ne ha fatto un uso sistematico, intelligente e, soprattutto, vincente. Poi, grazie a Cohn, l’idea è stata declinata anche sul giornalismo: 40mila dollari raccolti nei primi sei mesi. Forse non una cifra da capogiro ma abbastanza perché qualcuno – Tanja Aitamurto sull’Huffpost – parli già di effetto Obama sul giornalismo e di editoria decentralizzata.

Per molti, comunque, una boccata di ossigeno per quel giornalismo investigativo e d’inchiesta che per sopravvivere ha bisogno di indagini sul posto, ricerche d’archivio e, soprattutto, di molto tempo per farle come dio comanda. Tutta merce rara di questi tempi dove imperano le fast news e gli editori e i caporedattori chiedono ai giornalisti una produttività quotidiana legata molto più alla quantità che non alla qualità.

E in Italia? Dal 2005 esiste Produzioni dal Basso, una piattaforma no-profit e indipendente.  Qualche mese fa (novembre 2009) è stata presentata a Napoli un’altra piattaforma, in via di sviluppo, “Pulitzer” per il community funded reporting che però a differenza dell’altro progetto italiano e di quello americano, “non vuole essere un’associazione no-profit, il modello di business si basa sull’acquisizione del 10% dei ricavi finali di ciascun progetto” come tiene a precisare il suo ideatore Antonio Rossano in un video-presentazione che potete vedere qui

Tra tanti entusiasmi il crowdfunding journalism ha sollevato anche qualche dubbio. Chi storce la bocca lo fa perché perplesso sull’opportunità di far finanziare ai lettori (o alle Fondazioni, come ne caso di Spot.Us) servizi che poi finiranno comunque sui grandi quotidiani. Gli editori, così facendo, vengono sollevati dal dover rischiare soldi di tasca loro, una volta poi realizzato il reportage, se piace, potranno sempre comprarlo e pubblicarlo. Troppo comodo, sostengono gli scettici.

Lo 'stato di avanzamento' del progetto Sochi

Il tema merita una riflessione, per adesso però segnalo due progetti interessanti che si possono trovare (ed eventualmente finanziare) in rete. Leggi l’articolo completo