Esplorare le fonti: come gli strumenti digitali cambiano il racconto giornalistico

Sessantaquattro documenti con oltre 500 annotazioni: per il reporter Marshall Allen, sono stati la base sulla quale ha poggiato tutto il suo lavoro per realizzare l‘inchiesta giornalistica sulla battaglia che una donna ha dovuto combattere contro un ospedale del Texas per conoscere le reali cause della morte del proprio marito. ProPublica, la pluripremiata testata online per la quale Allen lavora, ha deciso di pubblicare l’intera documentazione a corredo del reportage, dando la possibilità ai lettori di accedervi in modo semplice e diretto. Il nuovo servizio messo a disposizione è stato battezzato “Explore Sources” e utilizza una piattaforma opensource molto conosciuta nelle redazioni americane DocumentCloud che permette la condivisione, l’editing, l’analisi e la pubblicazione di documenti da fonti primarie.

Adesso il lettore può scegliere se leggere il testo del reportage in modo “tradizionale” oppure esplorarlo nella modalità “estesa”. Nel secondo caso basterà semplicemente cliccare sul bottone posto a inizio del testo che attiva il nuovo servizio e si evidenzieranno così in giallo alcune frasi, scorrendo sopra con il mouse sarà facile poi consultare la fonte originaria o le annotazione del reporter relative a quel determinato passaggio.

Explore sources per il momento è solo un esperimento, ma a ProPublica pensano che questa metodologia di lavoro potrebbe essere estesa e sviluppata “non vediamo l’ora di trovare nuovi modi di usarlo per rendere il nostro processo di reporting più trasparente e responsabile, e quando sarà possibile renderemo il codice open source in modo che anche altre redazioni possano mostrare il loro lavoro”.

Fino ad oggi DocumentCloud era stato pensato e utilizzato principalmente ad uso di giornalisti (nel senso più esteso del termine) e come ottimo strumento per fact checker. L’idea di mettere questa piattaforma a servizio del lettore per documentare non solo il testo del reportage vero e proprio ma anche tutto quello che c’è prima (il pre-testo, letteralmente), il “dietro le quinte” come dicono da ProPublica, è davvero molto interessante e testimonia come la cultura digitale possa cambiare (stia cambiando) anche l’idea stessa di testo giornalistico. Normalmente dell’intero processo produttivo/creativo che parte da quella mole di documenti e appunti – se il lavoro è stato fatto come si deve, ovviamente – i lettori ne conoscono solo la sintesi finale. Il racconto che grazie alla capacità di scrittura, al mestiere, il cronista restituisce al lettore in forma di storia. Adesso però i nuovi strumenti digitali forniscono ulteriori possibilità, nuove prospettive.

Mario Tedeschini Lalli con la sensibilità che lo contraddistingue in un suo articolo di qualche settimana fa, in merito al giornalismo dei dati coglie un asaspetto molto importante riguardo al modo come, fino ad oggi, nel giornalismo si sono trattate le storie:

C’è una storica ritrosia alla “trasparenza”. Il cronista, l’inviato, il giornalista in genere pensa di dovere al lettore/spettatore/utente solo il distillato finale delle sue indagini: l’articolo, il servizio audio o video, magari corredati di tabelle esemplificative. Non immagina la possibilità di fornire contestualmente al lettore anche TUTTI i dati grezzi sulla base dei quali è giunto a quelle conclusioni. Ma è proprio questo che fa il Guardian nel suo celebrato DataBlog: non solo fornisce, analizza e interpreta i dati pubblici, ma fornisce in formato scaricabile e riutilizzabile anche i dati raccolti direttamente dai giornalisti e che sono alla base delle loro inchieste. C’è rischio di essere smentiti e contraddetti da lettori/utenti, da avversari e concorrenti? Si, è una delle regole del nuovo universo digitale.

È questo il nuovo approccio di un giornalismo che guarda alla cultura open e ai valori sui quali questa si poggia – trasparenza, collaborazione e partecipazione – per riconquistare credibilità e fiducia da parte dei lettori, che poi è un elemento essenziale per ridare ossigeno a questa professione, non  certo in misura minore del trovare nuovi modelli economici nei quali tanti si affannano. Per questo è probabilmente sbagliato riferirci sempre a questi nuovi approcci soltanto come al “futuro del giornalismo”, è necessario, pensarli sempre più come il presente. E anche con una certa urgenza.

La pagina del reportage di ProPublica coì come appare con la funzionalità "Explore source"

Fonti e approfondimenti:

Un ottimo tutorial su DocumentCloud lo ha realizzato Guido Romeo per la Fondazione <aref lo trovate  qui  

ProPublica makes it easier to see sources behind a story (Poynter)

DocumentCloud cambia la vita del giornalista (EJO)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

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Segnali di vita da non disperdere

È passato poco più di un mese dal debutto di YouCapital e circa due settimane dal lancio ufficiale di Dig_it ed ecco che, in questi giorni, è stata lanciata una nuova piattaforma online per il giornalismo finanziato dal basso: Spot.Us Italia che della start-up americana – la prima ad aver sperimentato il crowdfundig applicato al giornalismo d’inchiesta – condivide nome e finalità (con qualche differenza, la più evidente è che quella realizzata negli Usa è non-profit mentre la versione italiana prevede un margine di guadagno su ogni progetto finanziato).

Insomma l’idea di David Cohn per finanziare in modo innovativo il giornalismo di qualità ha decisamente fatto proseliti in Italia. Difficile non sottolineare con soddisfazione il fatto che in così poco tempo (cinque settimane giorno più, giorno meno) siano nate tre diverse esperienze in questa direzione. Il fatto di per sé segna un piccolo/grande evento nel panorama giornalistico nazionale ed evidenzia la ‘fame’ di spazi alternativi (per logica di produzione e di mercato) dei freelance italiani.

Quindi un segnale positivo se si guarda alla vitalità che viene dimostrata e  la voglia di rischiare in un’area, il web 2.0, ancora così poco esplorata. Ma anche il segnale evidente di una dimensione professionale, quella del giornalista freelance, sempre più difficile da realizzare in Italia.

Da notare che se le esperienze di crowdfunding (e di altri progetti d’innovazione nel giornalismo) in America prendono il via grazie all’impulso dei finanziamenti erogati da fondazioni (340mila dollari nel caso di Spot.Us, ad esempio), quelle italiane nascono dalla volontà di singoli professionisti, di associazioni (non-profit come Pulitzer o for profit come SpotUs.it ) o di piccoli gruppi editoriali. Va bene, da noi (in Italia, ma anche nel resto d’Europa) manca una cultura in questa direzione, e soprattutto una rete di fondazioni radicata nel territorio come negli Stati Uniti. Lo si è sottolineato da più parti, anche dopo l’assegnazione del premio Pulitzer a ProPublica (che ha, infatti, nella Fondazione Sandler il sostenitore più importante). Giusto farlo perché è una differenza sostanziale da tenere sempre presente quando si mettono a confronto i progetti di casa nostra con quelli americani. Ok, non è solo una questione di soldi, ma è certo che anche le idee migliori senza un sostegno economico hanno comunque difficoltà ad affermarsi.

Sempre in queste settimane però altre due nuove iniziative editoriali (delle quali, soprattutto nella Rete, si è molto parlato) hanno debuttato nel web italiano, questa volta con il sostegno di realtà economiche importanti: Telecom per BlogNation, l’aggregatore di notizie coordinato dal blogger Gianluca Neri, e il gruppo editoriale Banzai per Il Post di Luca Sofri. Il segnale di una svolta, di un atteggiamento verso il giornalismo digitale da parte degli editori  almeno un po’ diverso e più coraggioso rispetto al passato?

Me lo auguro, dobbiamo augurarcelo,  sarebbe davvero un peccato se questa vitalità e voglia di rischiare in idee nuove venisse dispersa perché non sostenuta adeguatamente da tutti.