Bach, Mozart e Beethoven… messi in fila

Chi sono i dieci più grandi compositori nella storia della musica? D’accordo, la domanda lascia il tempo che trova (davvero, che senso ha mettere in fila Mozart, Bach, Beethoven, Verdi e Debussy?), ma è servita al New York Times e al suo critico musicale Anthony Tommasini, per realizzare in questo inizio d’anno, un bel progetto sulla versione online del quotidiano: The top 10 composers. Bello perché il gioco in salsa social – sono stati coinvolti i lettori che hanno potuto votare la loro personale lista di dieci nomi – è la scusa per fare divulgazione di gran classe e con contenuti non banali. Un gioco certo, ma fatto (come tutti i giochi che si rispettino) molto seriamente: qualche settimana di lavoro, un blog dedicato al work in progress del progetto, video e pagine interattive per dialogare con i lettori. I video in particolare, (durata sette otto minuti al massimo, con Tommasini al pianoforte del suo studio) sono un ottimo esempio di come, utilizzando anche il web, possa essere avvicinato il grande pubblico con semplicità e competenza alla lettura dei grandi capolavori dell’arte. Decisamente consigliato. Se poi vi è rimasta la curiosità di vedere le classifiche cliccate qui.

fonti e approfondimenti

Bach is the champion, my friends (e i podcast) - (Aldo Stella, Controfagotto)

Wikileaks e libertà d’informazione: che succede se solo le Banche sono a decidere?

Una volta affievolito l’eco delle ultime rivelazioni generato dai cablogrammi Usa, Wikileaks fa ancora parlare di sé per le molte questioni lasciate aperte da qualcosa che -  minimizzino pure i detrattori dell’organizazione capeggiata da Assange (si sapeva già tutto, nessuna novità, solo gossip) – è piombato del tutto inaspettato nel microcosmo dell’informazione portando al limite i rapporti che lo sorreggevano. Forse questa è la parte più interessante: la riflessione sulle nuove dinamiche, sui nuovi scenari che l’entrata in campo di Wikileaks  impone a tutta la comunità mondiale su temi quali: trasparenza, publicness, uso etico delle nuove tecnologie.

Una questione molto importante la pone, in questi giorni, un editoriale pubblicato sul New York Times (non certo da annoverare tra i fan di Assange e soci) a proposito della scelta di molti gruppi bancari di non permettere finanziamenti a Wikileaks. L’organizzazione, ci ricorda il NYT, non è stata condannata, e nemmeno denunciata. Eppure il mondo finanziario sta tendando di farla chiudere.

Non può essere dimenticato il fatto che Assange ha annunciato che proprio il mondo della finanza sarà il prossimo obiettivo dei leaks. Così Visa, MasterCard e PayPal e più recentemente ancora Bank of America hanno negato qualsiasi transazione a loro favore. Le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio – si fa notare ancora nell’editoriale del NYT – nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa rischiosa”.

Ma la capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.

Quindi, al di là della pur importante questione Wikileaks, le domande che l’editoriale si pone sono:

Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Domande sulle quali è importante riflettere. Il fatto che oggi vengano poste da una testata così influente non mi sembra per niente scontato. Segno che le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in moto un processo profondo di ripensamento delle regole e una richiesta di maggior trasparenza che sarà difficile fermare. O almeno è quello che mi auguro.

Banks and Wikileaks (New York Times)

Editoriali in opposizione. Le pagine Op-Ed del NYT in uno speciale online

Illustrations by CHRISTOPH NIEMANN

Il New York Times celebra con uno speciale online la sua famosa pagina Op-Ed nata quaranta anni fa dall’intuizione di John Bertram Oakes e Harrison Salisbury che vollero “aprire il giornale alle voci fuori dal coro e creare  uno spazio per gli scrittori senza affiliazione istituzionale con il giornale, le cui opinioni e prospettive sono state spesso in disaccordo con quelle espresse dagli editoriali dei redattori”. Proprio da qui il nome Op-Ed ovvero pagina di fronte/opposta a quella degli editoriali.

Lo speciale è davvero bello (il NYT ci ha abituato a iniziative sul web molto intelligenti), ovviamente per i contenuti selezionati dalle quasi 15mila pagine opposite-editorial pubblicate in queste quattro decadi e ricche di firme straordinarie, ma anche per come è stato pensato e impaginato. Immagini, illustrazioni, filmati e ovviamente molti articoli divisi in capitoli tematici (tra cui The Presidency, New York, Wars, Hot & Cold, Age Of Terrorism, Equality/Inequality), difficile metterne in evidenza solo alcuni vista la quantità e la qualità. Tanto per dare un’idea la sezione dedicata all”Età del terrorismo” vede, tra gli altri, editoriali di Ian McEwan sull’attentato di Londra del 2005, di Javier Marías su quello di Madrid dell’anno precedente e una quasi profetica analisi di Susan Sontag.

Tra le tante perle segnalo comunque un video bellissimo dedicato alla storia degli illustratori e degli art director del nuovo corso di Op-Ed: un modo per capire che la pagina è sempre stata vista dai suoi editor anche come luogo dove sperimentare nuove forme di linguaggio, coniugando i testi e la grafica in modo quasi sempre sorprendente.

P.S. È la seconda o terza volta che segnalo, negli ultimi mesi, su questo blog una qualche iniziativa per celebrare un quarantennale, non è che mi sia fissato, semmai è evitente che il 1970 sia stato – anche per il giornalismo – un anno assolutamente straordinario!

R.O. BLECHMAN, September 14, 2001 Op-Art