La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

Storify: Link economy alla ricerca di nuovi modelli di scrittura giornalistica

Aggregare, riannodare i fili di un “discorso” che nel mare magnum di tweet, post, articoli, immagini, video (e quant’altro possa essere condiviso sul web) sembra continuamente perdersi, annodarsi e scomparire dopo pochi attimi. È una delle “ossessioni” più frequenti che caratterizzano chi, a vario titolo, frequenta abitualmente il web: fermare e ordinare i diversi materiali, non solo nella forma di una libreria più o meno organizzata, ma anche in quella di un racconto “narrativamente” coerente e accurato.

In questo contesto si muovono da tempo molte piattaforme di social bookmarking e di content curation tra le quali alcune davvero molto conosciute e utilizzate, qui però  segnalo una startup, Storify, salita alla ribalta grazie anche a Michael Arrington che l’ha voluta tra le finaliste del TechCrunch Desrupt lo scorso settembre, e della quale si sta parlando molto in relazione alle sue applicazioni sul giornalismo (ed è ovviamente la ragione principale per cui ne parlo in questo blog). La piattaforma infatti, pur muovendosi nell’ambito della cura, raccolta e organizzazione dei contenuti dimostra ambizioni e capacità “narrative” decisamente più ampie e spinte rispetto a startup simili come Curate.by o Keepstream che si limitano ad aggregare contenuti su un argomento specifico.

Dietro a Storify c’è Burt Herman giornalista-imprenditore (termine professionale su cui molto si discute di questi tempi negli Usa) che ha passato gli ultimi dodici anni in Asia e in Est Europa come inviato dell’Associated Press.

L’idea nasce da una riflessione sul futuro del giornalismo e del fatto che tutti ormai stiamo continuamente creando contenuti. Siamo inondati di Tweet,di video di YouTube , le foto di Flickr e tutto il resto. Chiunque può essere un “reporter”, quando si verifica un evento. Ma non tutti sono un “giornalista”, capace di dare un senso a un fatto collocandolo in un contesto. Così abbiamo costruito un sistema per aiutare le persone a fare questo, prendere il meglio dei mezzi di comunicazione sociale e restituirli in una storia. To “storify”it.

(Burt Herman intervistato da Robert Hernandez per Online Journalism Review)

Ecco dunque, per capire come funziona, una presentazione del progetto

La versione attuale di Storify è dichiaratamente beta e in fase di sviluppo in attesa dei feedback degli utenti (e diciamolo chiaramente, sotto molti aspetti ce ne sarà bisogno…), ma il suo funzionamento è molto semplice e intuitivo. Una volta attivato il proprio account (occorre per adesso un invito, comunque molto semplice da ottenere) si possono cercare argomenti con parole chiave sui social media più diffusi (anche se ne mancano alcuni, ad esempio Vimeo). Su una colonna a destra del nostro profilo, si possono poi montare i vari materiali raccolti e anche aggiungere direttamente parti di testo originali (quindi non semplicemente un collage di link e Tweet).

Insomma uno strumento che sembra essere, più di molti altri, la realizzazione pratica di quel “Cover what you do best. Link to the rest coniato da Jeff Jarvis come emblema del web journalism. L’economia della condivisione e del collegamento tra testi e contenuti, come uno dei paradigmi per un nuovo modo di fare informazione.

La startup è stata messa alla prova “sul campo” lo scorso 15 ottobre quando Mandy Jackson editor di TBD (una testata on line di cronaca locale molto social media oriented) ha deciso di utilizzare proprio Storify per raccontare in tempo reale un fatto cruento di cronaca accaduto in quel giorno – un omicidio a seguito di una rissa davanti a un locale cittadino – , integrando il lavoro di redazione a quello dei continui aggiornamenti provenienti dalla Rete. Ecco  qui il risultato del lavoro.

L’utilizzo della piattaforma per raccontare quel fatto di cronaca non è passato inosservato. Tra i primi ad accorgersene Jay Rosen (uno dei più attenti osservatori della Rete) lo ha subito segnalato:

poi alla Nieman Storyboard di Harvard si sono subito chiesti “Can social media serve as source material for compelling news narratives?”. La risposta visti i risultati ottenuti da TDB.com è stato un “sì” convito.

Tra i vari esempi di applicazione concreta di Storify una delle più convincenti mi è sembrata questa “Writing a story using Storify” che racconta appunto la storia della nostra, eccola qui (come si può vedere le storie possono essere, una volta realizzate, condivise sui vari media sociali e caricate su varie piattaforme di blogging, non su WordPress.com però). Un altro esempio invece che rende bene l’idea di una storia raccontata in diretta uilizzando i continui aggiornamenti provenienti dai cittadini è quella realizzata dalla redazione di Owni sulla manifestazione di mobilitazione generale che si è svolta a Parigi il 19 ottobre scorso, la potete leggere qui.

approfondimenti e fonti:
Storify’s Burt Herman on the evolution from reporter to entrepreneur (Online Journalism Review)

Storify Wants to Pull Stories From the Stream (GigaOm)

Telling a Gov 2.0 Story with Storify, a Social Curation Tool (un altro interessante esempio di utilizzo di Storify via Huffington Post)

Storify’s Burt Herman on the evolution from reporter to entrepreneur

“He said/she said” journalism: l’equilibrio della falsa obiettività

Obiettività ed equidistanza dalle diverse opinioni contrapposte. Non sono forse due degli ingredienti del giornalismo che vogliamo? Forse. Pensiamoci meglio però, ne siamo proprio certi? Siamo sicuri, ad esempio, che dietro a queste doti giornalistiche non possa nascondersi un modo per appiattire la verità, per mettere a punto una formula stilistica che sì, ostenta una visione oggettiva ma che, invece, svilisce il dibattito asservendolo a un conformismo che avvicina pericolosamente l’essere obiettivi all’essere superficiali, la pratica dell’imparzialità a quella dell’ipocrisia?

 

L’occasione per tornare a riflettere su questi temi la offre Chris Hedges una delle grandi firme del giornalismo americano, permio Pulitzer nel 2002, (qui in Italia è noto soprattutto per due libri “Il Fascino Oscuro della Guerra” e “Fascisti Americani”) che recentemente nella sua rubrica settimanale su Truthdig ha pubblicato un articolo intitolato molto provocatoriamente “The Creed of Objectivity Killed the News”.

L’obiettività ha creato la formula del citare l’opinione degli esperti dell’enstablishment – tutti selezionati all’interno dei ristretti confini dell’elite di potere – che discutono della politica come teologi medievali. Finché un punto di vista è bilanciato da un altro, di solito niente più di quello che Sigmund Freud definiva “il narcisismo della piccole differenze”, il lavoro di un giornalista è considerato completo. Ma questo più di frequente è un modo per oscurare piuttosto che esporre la verità.

e ancora:

E il credo dell’oggettività diventa un veicolo comodo e vantaggioso per evitare di confrontarsi con le verità spiacevoli e irritanti, una struttura di potere dalla quale l’industria delle news dipende per l’accesso e i profitti. Questo credo trasforma i reporter in osservatori neutrali o semplici voyeur. Si bandisce l’empatia, la passione e la ricerca di giustizia. I giornalisti sono autorizzati a vedere ma non a sentire ne a parlare con la loro voce. Funzionano come dei “professionisti” che vedono se stessi come sociologi imparziali e disinteressati. Questa vantata mancanza di pregiudizi, attuata da gerarchie di burocrati esamini, è la malattia del giornalismo americano.

Un giudizio netto quello di Hedges, che d’altronde non ha mai nascosto le proprie idee, e il suo giornalismo per certi versi ‘militante’ non gli ha impedito di essere considerato uno dei migliori inviati di guerra. In realtà la questione non è certo dibattuta da oggi, Jay Rosen, che insegna giornalismo alla New York University, ha spesso  messo in guardia proprio su quel modo di costruire le notizie che si preoccupa soltanto di confezionare un equilibrio artificioso. Quello per intenderci che si limita a riportare, su un determinato fatto, le posizioni di una parte e poi di quelle della parte opposta, senza però tentare né di spiegare correttamente nè di approfondire veramente le storie raccontate. Viene definito ironicamente il “He said/She said” journalism, consiglio vivamente in particolare la lettura di un post del suo blog PressThink non recentissimo (aprile 2009) ma fondamentale per i numerosi spunti e la profondità di analisi su questo tema. Qui mi limito a citarne solo tre brevi passi:

Definizione rapida di cosa significa “he said, she said” journalism…

  • C’è una disputa pubblica.
  • La disputa fa notizia.
  • Nessun reale tentativo di valutare le pretese di verità che si contrappongono nella storia, anche se sono in un certo senso la ragione per la quale viene raccontata quella storia. (sottostiamo alla regola del “il conflitto fa la notizia”).
  • I mezzi per fare una valutazione ci sono, quindi è possibile esercitare un controllo di fatto su alcune delle questioni sollevate, ma per qualche ragione nell’articolo non se ne trova traccia.
  • La simmetria prodotta dalle due parti che fanno dichiarazioni contrarie mette il reporter nel mezzo tra due poli opposti.

A questo punto Rosen ci ricorda che:

Scrivere le notizie in modo da finire nei pressi del “punto intermedio tra il meglio e il peggio che può essere detto da qualcuno” non corrisponde affatto all’impulso di raccontare la verità, ma a quello di cercare un riparo, ed è possibile che questo rituale finisca per distorcere la verità.

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