Per un giornalismo aperto adesso. I cinque pilastri dell’open journalism

Sono passati quarant’anni da quando Internet è stata sviluppata e venti da quando il web è stato messo online. I nuovi media non sono nemmeno più così nuovi. Ma troppa della nostra energia nel giornalismo si è concentrata sui nuovi modi per offrire idee vecchie, invece che sui nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno.

È una frase che sintetizza alla perfezione molto del dibattito che in questi ultimi anni si sta sviluppando intorno al futuro dell’informazione, la giornalista americana Melanie Sill – che della frase citata è l’autrice – l’ha messa un po’ di mesi fa in uno di una serie di interessantissimi articoli e interventi dedicati al giornalismo “aperto”: The case for open journalism now. Una considerazione sostenuta da molti che potrebbe apparire addirittura scontata nella sue evidenza. La pratica però ci dice quanto sia ancora disatteso il passaggio verso quei nuovi approcci che la Sill, e molti altri, si auspicano.

Uno come John Paton convinto assertore della digitalizzazione dei quotidiani e ceo di uno dei maggiori gruppi di giornali locali in America è stato ancora più esplicito: “Crappy newspaper executives are a bigger threat to journalism’s future than any changes wrought by the Internet”, più o meno: i pessimi dirigenti dei quotidiani sono una iattura ben maggiore per il futuro del giornalismo di qualsiasi cambiamento possa causare Internet…

Così l’open journalism sta diventando il simbolo di qualcosa di nuovo, di un giornalismo che ripensa sé stesso magari per recuperare vecchi valori persi per strada. Ma coniugato alle politiche editoriali che puntano tutto sul digitale è anche (soprattutto) una strategia dettata da scelte economiche. C’è una cultura che lo sostiene, una “religione” ha detto qualcuno, ma ci sono anche precise istanze economiche. Il Guardian, senza dubbio il più noto tra i portabandiera dell’open journalism, solo lo scorso anno ha perso circa 50 milioni di dollari sterline e il suo digital first è una scelta tanto coraggiosa quanto dettata da urgenze di bilancio e robusti tagli ai costi di gestione (e anche del personale).

Ma quali sono i fondamenti sui quali si deve realizzare il nuovo open journalism e come possiamo concretamente cominciare ad applicarli nel lavoro giornalistico? Collaborazione, trasparenza e partecipazione, certo, lo abbiamo capito sono principi base per ripensare un nuovo modo di fare informazione, ma cosa significa concretamente, con quali strumenti e quali strategie?

Sempre al Guardian nel marzo scorso hanno pubblicato le linee guida che la redazione si era data per realizzare con metodo il nuovo approccio di lavoro. Un decalogo su come applicare i nuovi paradigmi del giornalismo del futuro, sui quali, per il momento, non mi soffermo visto che in molti – giustamente – hanno già sottolineato e fatto riflessioni (alcune delle notazioni a mio giudizio più interessanti le trovate qui)

Ma al di là delle etichette, dell’enunciazione di singoli principi e dichiarazioni d’intenti, mi sembra interessante l’idea che comunque dietro a un nome vi sia una roadmap, un percorso a tappe che dai valori più profondi del giornalismo tradizionale (del buon giornalismo da sempre) si spinga ad esplorare nuove metodologie di approccio e di organizzazione del lavoro giornalistico, dove le pratiche di engaging hanno un ruolo fondamentale (soprattutto se pensate per coinvolgere veramente il lettore nel processo produttivo e per migliorare la qualità del proprio lavoro e non per ottenerne contenuti gratuitamente). Oltre alle esperienze del Guardian tra  le persone da seguire in rete personalmente suggerisco  Steve Buttry e i già citati Joe Paton, Melanie Sill. Tutti però convinti che nell’apertura alle nuove pratiche di interazione con i lettori e di ingaggio con le comunità  i giornalisti debbano ambire ad avere un ruolo primario, di leader e di guida. Un ruolo certo da conquistare sul campo e non calato dall’alto per divina volontà. Ma questo è un elemento da tenere comunque presente e che, mi sembra, caratterizza e differenzia  l’open journalism pensato dentro le redazioni rispetto a molto altro giornalismo partecipativo governato tutto dal basso.

Proprio la Sill che cito a inizio articolo ha prodotto una raccolta di materiali molto interessanti assieme a serie di articoli e interventi che mi sembra abbia valore rileggere. Per questo “rispolvero” da Delicious dove gli avevo salvati un po’ di tempo fa questi articoli per segnalarli.

In particolare trovo interessante tradurre e sintetizzare i 5 pilastri che secondo la giornalista americana sono il fondamento delle pratiche di open journalism da applicare nelle redazioni. Un ottima base per riflessioni future.

1.Trasparenza. è un valore che si collega profondamente alla tradizione del giornalismo, dice la Sill ma il concetto va rafforzato ed esteso. E in molte direzioni. A cominciare ad esempio esplicitando quali siano i finanziatori del giornale, la propria missione editoriale, cosa che raramente fanno le testate mainstream. Trasparenza su modalità di gestione delle correzioni, così come sui programmi, sui software e le risorse utilizzate ad esempio per raccogliere dati e organizzarli. Insomma “show your work”, mostra il tuo lavoro, spiega come è fatto e, meglio ancora: mostra del tuo lavoro anche il processo e gli strumenti che hai utilizzato per realizzarlo. Invita poi anche gli altri a utilizzarli e a condividerli in modo che usandoli possano tutti insieme migliorarli e ottimizzarli.

2. Interazione e coinvolgimento come parte centrale del proprio lavoro e non semplicemente come un di più. L’interazione, come parte fondamentale nella raccolta e selezione delle notizie e non solo e semplicemente un modo per promuoverle. Il che non vuol dire che una volta raccolte l’interazione non possa essere anche uno strumento utilissimo per farlo. L’engaging resta soprattutto però un processo per migliorare la raccolta delle notizie e la qualità e quantità delle fonti. Una strada che deve essere sempre percorsa  nei due sensi di marcia: dalla redazione al lettore e dalla lettore alla redazione, monitorando continuamente i propri canali di informazione.

3. Partecipazione: sostanziale, reciproca e gratificante. Il rapporto tra chi raccoglie e diffonde le notizie (le redazioni) e chi le fornisce e le condivide è un aspetto centrale dell’open journalism che alimenta più di un dibattito (ad esempio quello sul citizen journalism). Esistono esperimenti come quello dell’HuffingtonPost con OffTheBus sulla campagna presidenziale  (realizzato nel 2008 e replicato nel 2012). Altre esperienze si stanno facendo in questa direzione nei quali le redazioni cercano di interagire e valorizzare contributi e conoscenze da parte dei lettori, per un dialogo più attivo con la propria comunità di riferimento attraverso i social media e gli strumenti digitali.

4. Collaborazione. Può essere il più abusato dei termini, soprattutto se ci si limita alla semplice condivisione dei contenuti per aumentare la lista dei contatti con la sola finalità di auto-promuoversi. Eppure le idee alla base della cultura open-source hanno cominciato a influenzare qualche redazione. I programmatori e le tecnologie hanno prodotto benefici diretti verso alcuni nuovi generi di giornalismo. Oggi i giornalisti lavorano per analizzare dati, per mappare e visualizzare graficamente le loro indagini condividendo le loro conoscenze e il software utilizzato sia attraverso canali più indirizzati verso la comunità dei giornalisti, come ad esempio Investigative Reporters and Editors, sia verso quella come GitHub dedicato ai programmatori di software.

5. Presenza in rete. La condivisione delle informazioni online viene realizzata per mezzo di diversi network che si intersecano tra di loro: dalle comunità dei fan fino a quella dei media sociali, dai blog con le loro conoscenze altamente specializzate ai forum di discussione. Le testate online possono essere il il canale più abituale dove la maggior parte delle persone cercano informazione generalista, ma le altre reti danno la possibilità di accedere a una varietà di informazioni molto più vasta. Per capire questo contesto più ampio nel quale operare e  trovare il modo migliore per svolgere il proprio ruolo di servizio, le redazioni possono fare un importante salto di qualità in direzione nel selezionare e diffondere le notizie, attività che ha definito il giornalismo per così tanto tempo. Il prossimo salto in avanti deve essere in merito alla collaborazione con la comunità di riferimento riguardo alle finalità dell’informazione pensata come servizio.

Prima di pubblicarli: data journalism workflow

Torno di nuovo sull’argomento del data-driven journalism dopo il post precedente:  mi sono ricordato di aver messo da parte, per segnalarlo, questo flowchart che al Guardian  hanno pubblicato lo scorso mese di aprile nel loro blog sul giornalismo dei dati. È dedicato al processo di lavoro che, a partire dai dati grezzi, arriva al materiale “raffinato” pronto per essere utilizzato per l’ultima fase, quella della comunicazione. Ovvero tutto quello che è necessario fare in redazione prima che il lettore veda i dati pubblicati.

Il lavoro di verifica e vaglio, riordino e correzione delle informazioni è senza dubbio la parte decisamente meno divertente  del lavoro, ma rappresenta il 70% del processo, ricordano al Guardian, ed è assolutamente decisiva per la qualità del prodotto finale. Per questo al quotidiano inglese hanno chiesto al loro grafico di punta  Mark McCormick di visualizzare il workflow adottato dalla redazione durante la lavorazione dei dati. Il risultato è come al solito davvero molto interessante e utile:

per ingrandire cliccare sull'immagine

Fonte:

Data journalism broken down: what we do to the data before you see it (Guardian – Datablog)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

Leggi l’articolo completo

Scrivere per farsi capire

La semplicità è un prodotto ultimo, qualcosa che si raggiunge faticosamente e facilmente, invece, si può smarrire. Nella scrittura giornalistica dovrebbe essere un obbligo più che una scelta stilistica. Tanto più se ci si occupa di giornalismo scientifico come  Tim Radford che per oltre trent’anni è stato science editor al Guardian (ma si è occupato anche di molto altro: letteratura, arte, cultura).  “Life is complicated, but journalism cannot be complicated” dice Radford che in questi giorni ha pubblicato nell’edizione online del quotidiano inglese: A manifesto for the simple scribe – my 25 commandments for journalists, un divertito (e divertente) condensato di un lungo percorso professionale attraverso 25 regole all’insegna del  buon senso e sense of  humor.

Nello scrivere il suo “manifesto”  Radford dimostra la leggerezza di chi, nonostante la vasta esperienza professionale, ha voglia ancora di divertirsi con i “ferri del mestiere” e una modestia sufficiente per rimanere alla larga dal ruolo di Grande Dispensatore di Verità. Ecco così che la lettura dei consigli di Ratford ai giovani giornalisti (che possono tranquillamente valere anche per chi alle prime armi non è) risulta molto piacevole e con diversi spunti di riflessione.

Ne ho tradotto solo alcuni punti, per tutti e 25 ovviamente vi rimando alla lettura completa dell’articolo:

1. Quando vi sedete a scrivere, c’è una sola persona importante nella vostra vita. Questa persona, che mai incontrerete, si chiama lettore.

2. Non state scrivendo per impressionare lo scienziato che avete appena intervistato, né il professore con il quale vi siete laureati, né l’editor che stupidamente non vi ha pubblicato, o il tipo pittosto interessante che avete appena incontrato a un party e che vi ha raccontato che fa lo scrittore. E nemmeno vostra madre. State scrivendo per impressionare qualcuno aggrappato alla maniglia della Metro tra Parson’s Green e Putney, che smetterà di leggere in un quinto di secondo, dateli una possibilità.

11. Un’osservazione. Non iniziate mai a scrivere finché non avete deciso quello che dovrà essere “l’unica cosa davvero importante”, e poi ripetetela in una sola frase. Chiedetevi inoltre se potete immaginare vostra madre ascoltare questa frase per più di un microsecondo mentre sta stirando. Se tentate di vendere a un editor un’idea per un articolo, otterrete lo stesso livello di attenzione, quindi fate attenzione a questa frase. Spesso – non sempre, ma spesso – è la prima del vostro articolo, comunque.

12. C’è sempre una prima frase ideale – una intro, una via d’ingresso  - per ogni articolo. Aiuta davvero pensarci prima di iniziare a scrivere, perché si scopre che le frasi seguenti si scrivono da sole, molto rapidamente. Questa non è la prova che siete superficiali, piatti e poco profondi. Ma nemmeno eccezionalmente dotati. Significa semplicemente che avete messo la prima frase giusta.

22. Leggete. Leggete un sacco di cose diverse. Leggete la Bibbia anglicana, Dickens, le poesie di Shelley, i fumetti della Marvel e i thriller di Chester Himes e Dashiell Hammett. Guardate le cose sorprendenti che si possono fare con le parole. Notate il modo in cui è possibile evocare interi mondi nello spazio di mezza pagina.

Tim Radford A manifesto for the simple scribe – my 25 commandments for journalists (guardian.uk.co)