La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

 

Esplorare le fonti: come gli strumenti digitali cambiano il racconto giornalistico

Sessantaquattro documenti con oltre 500 annotazioni: per il reporter Marshall Allen, sono stati la base sulla quale ha poggiato tutto il suo lavoro per realizzare l‘inchiesta giornalistica sulla battaglia che una donna ha dovuto combattere contro un ospedale del Texas per conoscere le reali cause della morte del proprio marito. ProPublica, la pluripremiata testata online per la quale Allen lavora, ha deciso di pubblicare l’intera documentazione a corredo del reportage, dando la possibilità ai lettori di accedervi in modo semplice e diretto. Il nuovo servizio messo a disposizione è stato battezzato “Explore Sources” e utilizza una piattaforma opensource molto conosciuta nelle redazioni americane DocumentCloud che permette la condivisione, l’editing, l’analisi e la pubblicazione di documenti da fonti primarie.

Adesso il lettore può scegliere se leggere il testo del reportage in modo “tradizionale” oppure esplorarlo nella modalità “estesa”. Nel secondo caso basterà semplicemente cliccare sul bottone posto a inizio del testo che attiva il nuovo servizio e si evidenzieranno così in giallo alcune frasi, scorrendo sopra con il mouse sarà facile poi consultare la fonte originaria o le annotazione del reporter relative a quel determinato passaggio.

Explore sources per il momento è solo un esperimento, ma a ProPublica pensano che questa metodologia di lavoro potrebbe essere estesa e sviluppata “non vediamo l’ora di trovare nuovi modi di usarlo per rendere il nostro processo di reporting più trasparente e responsabile, e quando sarà possibile renderemo il codice open source in modo che anche altre redazioni possano mostrare il loro lavoro”.

Fino ad oggi DocumentCloud era stato pensato e utilizzato principalmente ad uso di giornalisti (nel senso più esteso del termine) e come ottimo strumento per fact checker. L’idea di mettere questa piattaforma a servizio del lettore per documentare non solo il testo del reportage vero e proprio ma anche tutto quello che c’è prima (il pre-testo, letteralmente), il “dietro le quinte” come dicono da ProPublica, è davvero molto interessante e testimonia come la cultura digitale possa cambiare (stia cambiando) anche l’idea stessa di testo giornalistico. Normalmente dell’intero processo produttivo/creativo che parte da quella mole di documenti e appunti – se il lavoro è stato fatto come si deve, ovviamente – i lettori ne conoscono solo la sintesi finale. Il racconto che grazie alla capacità di scrittura, al mestiere, il cronista restituisce al lettore in forma di storia. Adesso però i nuovi strumenti digitali forniscono ulteriori possibilità, nuove prospettive.

Mario Tedeschini Lalli con la sensibilità che lo contraddistingue in un suo articolo di qualche settimana fa, in merito al giornalismo dei dati coglie un asaspetto molto importante riguardo al modo come, fino ad oggi, nel giornalismo si sono trattate le storie:

C’è una storica ritrosia alla “trasparenza”. Il cronista, l’inviato, il giornalista in genere pensa di dovere al lettore/spettatore/utente solo il distillato finale delle sue indagini: l’articolo, il servizio audio o video, magari corredati di tabelle esemplificative. Non immagina la possibilità di fornire contestualmente al lettore anche TUTTI i dati grezzi sulla base dei quali è giunto a quelle conclusioni. Ma è proprio questo che fa il Guardian nel suo celebrato DataBlog: non solo fornisce, analizza e interpreta i dati pubblici, ma fornisce in formato scaricabile e riutilizzabile anche i dati raccolti direttamente dai giornalisti e che sono alla base delle loro inchieste. C’è rischio di essere smentiti e contraddetti da lettori/utenti, da avversari e concorrenti? Si, è una delle regole del nuovo universo digitale.

È questo il nuovo approccio di un giornalismo che guarda alla cultura open e ai valori sui quali questa si poggia – trasparenza, collaborazione e partecipazione – per riconquistare credibilità e fiducia da parte dei lettori, che poi è un elemento essenziale per ridare ossigeno a questa professione, non  certo in misura minore del trovare nuovi modelli economici nei quali tanti si affannano. Per questo è probabilmente sbagliato riferirci sempre a questi nuovi approcci soltanto come al “futuro del giornalismo”, è necessario, pensarli sempre più come il presente. E anche con una certa urgenza.

La pagina del reportage di ProPublica coì come appare con la funzionalità "Explore source"

Fonti e approfondimenti:

Un ottimo tutorial su DocumentCloud lo ha realizzato Guido Romeo per la Fondazione <aref lo trovate  qui  

ProPublica makes it easier to see sources behind a story (Poynter)

DocumentCloud cambia la vita del giornalista (EJO)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

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La storia delle cose (elettroniche)

Annie Leonard è una attivista sociale che da venti anni si occupa di far emergere le storture del sistema economico-produttivo delle grandi industrie a danno dell’ambiente, della nostra salute e dell’equità sociale. Lo racconta sul web, sul sito The Story of Stuff (molto conosciuto, tra i frequentatori della rete, anche qui da noi in Italia) divenuto presto una case history sulla capacità nel diffondere sul web idee e notizie facendo sana contro-informazione. A marzo di quest’anno il progetto è diventato anche un libro.

The Story of Electronics è la “puntata” più recente del progetto, pubblicata online qualche giorno fa, come al solito in collaborazione con il Free Range Studios per le parti animate  e di grafica visuale.  Il tema è quello dei rifiuti derivati dalla tecnologia e dai prodotti elettronici di largo consumo,  e soprattutto, dalla logica delle grandi industrie interessate unicamente a creare nuovi gadget – costruiti spesso con  materiali nocivi alla nostra salute – da consumare in fretta e altrettanto in fretta trasformare in pericolosa spazzatura elettronica.

Il lavoro ha le qualità del miglior giornalismo di divulgazione: accuratezza – la Leonard indaga da anni sul tema andando sul posto, ad esempio in Africa o in Asia nelle discariche dove gli e-waste tossici vengono maneggiati senza alcuna precauzione -, capacità di semplificare temi complessi e chiarezza nell’esporli senza però mai renderli banali o superficiali. Il coraggio che dimostra nel dire quello che le grandi industrie mai vorrebbero che si dicesse, ce la rende decisamente molto simpatica, il fatto che lo faccia senza sentire la necessità di ricorrere continuamente a slogan, ancora di più.

Perchè il mondo ha bisogno di Wikileaks


A una decina di giorni dalla pubblicazione on line delle 92mila pagine riguardanti documenti riservati sull’intervento americano in Afghanistan, continuano a susseguirsi – come era facile prevedere – articoli, editoriali e servizi dei media di tutto il mondo sull’operazione messa a segno da Wikileaks. Non è certo la prima volta né che il portale faccia emergere importanti documenti segreti (cito i primi esempi che mi vengono in mente tra i tanti: quelli relativi alla gestione del campo di Guantanamo, o più recentemente quelli sull’uccisione di civili a Bagdad) né che dal Pentagono  ‘fuggano’ documenti riservati (in molti hanno ricordato lo scoop dei “Pentagon Papers” fatti trapelare da Daniel Ellsberg al New York Times nel 1971 durante la guerra del Vietnam), ma l’impatto che queste ultime rivelazioni hanno avuto sull’opinione pubblica, segna probabilmente un “prima” e un “dopo” e sotto molti aspetti: nei rapporti tra giornalisti e fonti, nella consapevolezza delle potenzialità delle nuove tecnologie nel nuovo ecosistema delle notizie e  più in generale sul rapporto tre potere e informazione.

Mi ero proposto di fare una sorta di rassegna stampa delle riflessioni che mi sembravano più interessanti, ma visto che il dibattito sulla pubblicazione dei “Afghan War Diary” è ancora tutto in divenire (anche oggi, ad esempio, è on line un interessante editoriale di Jonathan Zittrain) mi sembra più opportuno segnalare questo video registrato circa un mese fa (ad inizio di luglio) durante il TED che si è svolto in Inghilterra a Oxford, nel quale Chris Anderson  (il curatore di TED, non l’omonimo autore del famoso “The Long Tail” e direttore di Wired Usa…) intervista Julian Assange “mente” e portavoce di Wikileaks. L’intervista fatta un paio di settimane prima delle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan è molto interessante per farsi un’idea delle modalità di lavoro dell’organizzazione e le motivazioni personali di Julian Assange.


È possibile vedere il video sottotitolato in italiano anche cliccando qui (grazie a Federica Bonaldi e Franco Sacchi che fanno parte di un nutrito gruppo di volontari che sul sito di TED sta traducendo, anche nella nostra lingua, un bel po’ di materiale).

ExtraMedia: racconto in movimento dell’Italia al tempo della crisi

Ho più volte segnalato su questo blog progetti che uniscono freelance con diverse professionalità (giornalisti, videomaker, scrittori, fotoreporter…) accomunati dalla volontà di raccontare quelle storie che spesso vengono lasciate ai margini della cronaca, utilizzando il web non come semplice ‘contenitore’ ma come luogo d’incontro e connessione tra diversi linguaggi. Mi ha fatto particolarmente piacere scoprire che anche in Italia si sta muovendo qualcosa in questa direzione. In questi giorni l’Espresso ha messo online un bel reportage Nel paese che muore d’amianto (su una discarica di Eternit in Basilicata): lo ha realizzato Andrea Milluzzi che fa parte di un collettivo Extra Media che, appunto, sta portando avanti un progetto che unisce la voglia di raccontare la realtà sociale del nostro Paese e la consapevolezza di dover utilizzare tutte le diverse risorse che oggi le i nuovi media mettono a disposizione.

Lo segnalo molto volentieri, oltre che per la sua ottima qualità, anche perché è un ulteriore sintomo di vitalità, nonostante tutto e pur tra mille difficoltà, che il mondo dell’informazione sta dando anche da noi. Il fatto che anche una grande testata se ne sia accorta e ne abbia dato spazio non può che far piacere.

Siamo giornalisti, fotografi e scrittori e non abbiamo le risposte. D’altra parte questo gruppo di lavoro non nasce per dare risposte ma per porre nuove domande. Viaggiamo in  camper, una redazione mobile con cui aggiornare il più rapidamente possibile questo blog. Abbiamo pochi mezzi, ma un’idea molto forte di una nuova forma di  realismo digitale, o almeno così noi lo chiamiamo. Testi, foto e micro documentari. Stiamo girando il Paese alla ricerca di storie, di “casi”, per fare di questo viaggio un racconto unico, un ritratto in movimento dell’Italia al tempo della crisi.

Approfondimenti:

Extra Media

Nel paese che muore d’amianto (il reportage pubblicato dall’Espresso)

Pagina Twitter e quella di Facebook di ExtraMedia

America in 5: affrettati lentamente a raccontare

Negli anni ’30 del secolo scorso, durante la Grande Depressione negli Stati Uniti grazie al Federal Writer’s Project, un fondo finanziato dal governo, un nutrito gruppo di scrittori, (tra i quali nomi del calibro di Ralph Ellison, Saul Below, John Cheever, John Steinbeck),  percorse in lungo e largo l’America sconvolta dalla crisi, per far emergere le storie delle persone che vivevano quel dramma. L’intento, oltre che dare lavoro ai molti scrittori e giornalisti disoccupati (paga mensile di allora 80 dollari), era quello di raccontare un periodo cruciale per il futuro del Paese e soprattutto restituire alla memoria collettiva quelle storie normalmente dimenticate dai Big Media.

Oggi un gruppo di professionisti proveniente da diverse esperienze (giornalismo, narrativa, documentario, animazione, musica) coordinati dalla reporter Sarah Stuteville e dal filmaker Morgan Dusatko ha appena dato vita a un progetto America In 5 che in parte si ispira proprio a quel programma. L’obiettivo è quello di raccontare un anno, il 2010, attraverso le testimonianze dei protagonisti dimenticati di un società travolta da una crisi finanziaria ed economica che in molti hanno paragonato a quella del ’29.

America In 5 è un progetto che unisce arte, documentario, giornalismo e nuovi media (…) è un’esplorazione delle storie che normalmente non vengono raccontate e realizzata usando gli strumenti messi a disposizione dai media di nuova generazione. Durante il corso di quest’anno, alcuni media makersviaggeranno attraverso il paese producendo una storia a settimana su diversi media. Ogni giorno, una storia di massimo 5 minuti sarà realizzata e messa online su americainfive.org oltre che distribuita attraverso vari supporti: mobile, feed reader e inbox. (dalla presentazione sul sito del progetto)

Il progetto è sostenuto dall’ University of Washington’s Department of Communication, dal  Common Language ProjectThe Last Quest, ma i responsabili del progetto hanno bisogno di altri finanziamenti e per questo hanno fatto partire una raccolta di fondi tramite il loro sito.

Il video “Joy” Pilot story presentata lo scorso 14 aprile

The story of one family’s search for shelter. Pilot story for the upcoming national online storytelling corps America in 5 (www.AmericaIn5.org). This video was produced in seven days by a team of Seattle-based storytellers including a comic artist, an audio producer, a journalist and a filmmaker.

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Giornalismo investigativo, la qualità paga?


What’s the value of journalism? What’s the value in being a journalist when everyone is doing journalism?” Belle domande. A porsele è Robert Niles una delle firme abituali dell’Online Journalism Review uno dei blog del prestigioso Knight Digital Media Center.

Nel post pubblicato qualche giorno fa (5 febbraio) Robert sottolinea come in una società dove l’uso della tecnologia è sempre più diffuso, dove le nuove generazioni sono sempre più abituate a utilizzare strumenti hi-tech, la pratica giornalistica è ormai diventata alla portata di tutti (e la cosa è decisamente positiva). A questo punto però qual è il valore di essere giornalista se tutti fanno giornalismo? Saper scrivere molto bene? Be’ decisamente no, risposta sbagliata. Giustamente Niles fa notare che le qualità di scrittura non sono più sufficienti a sostenere i giornalisti e quanto questa idea abbia portato in molti fuori strada.

Mentre milioni di persone possono scrivere e girare video abbastanza bene per comunicare con un vasto pubblico, un numero significativamente minore ha la capacità di scoprire e analizzare le informazioni di interesse pubblico. Molte persone saranno in grado di riferire la notizia quando succede di fronte a loro, ma resta il grande valore di mercato nel saper approfondire le notizie quando queste non sono alla luce del sole.

Un grande valore di mercato che però, a dire il vero, sembra ancora brancolare nel buio alla ricerca formule convincenti per collocarsi sul mercato. Investigative reporting = premium paid content? È infatti, la domanda che pone in questi giorni Steve Outing, una delle voci più autorevoli sull’innovazione nel giornalismo. In un post messo on line il 6 febbraio nel suo blog interviene sulla dibattuttissima questione della opportunità di adottare paywall – abbonamenti a pagamento su determinati contenuti – sui siti dei giornali online come strategia per generare profitto dalle news (l’articolo parte dalla notizia che anche il grande gruppo MediaNews  ha annunciato questa politica editoriale). Leggi l’articolo completo

Crowdfunding journalism: due progetti per un giornalismo ‘lento’ e partecipato

Di giornalismo finanziato tramite crowdfunding si è cominciato a parlare solo nei mesi scorsi grazie a Spot.us , una start-up ideata dal 26enne David Cohn e finanziata dal Center for Media Change (340mila dollari) e sostenuta dalla Knight Foundation. L’idea di David è questa: utilizzare i social media come luogo di incontro tra giornalisti freelance e lettori, prima vengono segnalati dei temi da approfondire, poi i giornalisti propongono un progetto per un reportage  (e relativo budget necessario per realizzarlo). I lettori se ne apprezzano le finalità, possono decidere di  sostenerlo con micro-finanziamenti (mediamente 20 dollari nel caso di Spot.Us). Poi, sempre attraverso il Web, i freelance aggiornano sullo stato di avanzamento del loro lavoro.

Il sistema di raccolta fondi tramite crowdfunding è diventato famoso con la campagna elettorale di Barak Obama che ne ha fatto un uso sistematico, intelligente e, soprattutto, vincente. Poi, grazie a Cohn, l’idea è stata declinata anche sul giornalismo: 40mila dollari raccolti nei primi sei mesi. Forse non una cifra da capogiro ma abbastanza perché qualcuno – Tanja Aitamurto sull’Huffpost – parli già di effetto Obama sul giornalismo e di editoria decentralizzata.

Per molti, comunque, una boccata di ossigeno per quel giornalismo investigativo e d’inchiesta che per sopravvivere ha bisogno di indagini sul posto, ricerche d’archivio e, soprattutto, di molto tempo per farle come dio comanda. Tutta merce rara di questi tempi dove imperano le fast news e gli editori e i caporedattori chiedono ai giornalisti una produttività quotidiana legata molto più alla quantità che non alla qualità.

E in Italia? Dal 2005 esiste Produzioni dal Basso, una piattaforma no-profit e indipendente.  Qualche mese fa (novembre 2009) è stata presentata a Napoli un’altra piattaforma, in via di sviluppo, “Pulitzer” per il community funded reporting che però a differenza dell’altro progetto italiano e di quello americano, “non vuole essere un’associazione no-profit, il modello di business si basa sull’acquisizione del 10% dei ricavi finali di ciascun progetto” come tiene a precisare il suo ideatore Antonio Rossano in un video-presentazione che potete vedere qui

Tra tanti entusiasmi il crowdfunding journalism ha sollevato anche qualche dubbio. Chi storce la bocca lo fa perché perplesso sull’opportunità di far finanziare ai lettori (o alle Fondazioni, come ne caso di Spot.Us) servizi che poi finiranno comunque sui grandi quotidiani. Gli editori, così facendo, vengono sollevati dal dover rischiare soldi di tasca loro, una volta poi realizzato il reportage, se piace, potranno sempre comprarlo e pubblicarlo. Troppo comodo, sostengono gli scettici.

Lo 'stato di avanzamento' del progetto Sochi

Il tema merita una riflessione, per adesso però segnalo due progetti interessanti che si possono trovare (ed eventualmente finanziare) in rete. Leggi l’articolo completo