Contenuti sponsorizzati, native advertising e nuove ossessioni: Quartz, un nuovo modello per il futuro dell’informazione online?

sponsorcontentA una prima occhiata Quartz (qz.com) non sembra niente di speciale, con una grafica ostentatamente minimalista non sembra differenziarsi molto da un portale di notizie come tanti altri. Eppure fin dal suo esordio – qualche mese fa (ottobre 2012) – la testata digitale businnes oriented che si rivolge a un pubblico cosmopolita di uomini d’affari voluto dalla Atlantic Media (l’editore del celebre mensile americano The Atlantic) ha attirato su di sé un bel po’ di attenzione. Firme di riferimento come Frédéric Filloux, Felix Salmon o Ken Doctor hanno dedicato analisi approfondite al suo modello editoriale mettendo in risalto le molte sfide lanciate.

Forse niente di assolutamente nuovo, se si guarda alle singole scelte editoriali, ma la combinazione dell’insieme della strategia lo ha fatto diventare una sorta di banco di prova: accesso gratuito a tutti gli articoli (nessun paywall) ma uso massiccio di contenuti sponsorizzati, grafica e leggibilità pensata per il web ma soprattutto per tablet e smartphone, idee innovative nella architettura dell’informazione e suddivisione tematica delle notizie.

E al banco di prova il primo test, va detto subito (è anche per questo che torno sull’argomento) sembra superato alla grande. Secondo i dati forniti da Atlantic Media il sito è passato da 100mila visitatori unici mensili di ottobre 2012 a 1,5 milioni, il tutto a marzo 2013. Risultati che hanno fatto gridare al responsabile delle strategie editoriali di Atlantic media Justin Smith: “Quartz è diventato un editore di riferimento a livello globale in soli quattro mesi”.

Bene, bravi. Forse i toni trionfalistici sono un po’ esagerati e ancora non del tutto giustificati, ma alla luce dei primi dati ha valore cercare di capire quali sono i punti che lo distinguono da altri portali simili. Cosa ha, alla fine, di speciale Quartz? Alcune scelte le accennavo prima ma provo a sintetizzare in quattro punti:

#1 design: semplice ed essenziale pensato per il web ma soprattutto per il mobile: molto simile a quello di un classico blog (la piattaforma è WordPress Vip), corpo centrale a colonna dove scorrono le news e una piccola colonna laterale. Insomma essenzialità e niente effetti speciali, a differenza di altri progetti che puntano molto nella grafica accattivante e innovativa (vedi ad esempio l’ottimo The Verge), Quartz si basa su una struttura classica per il web, semplice da usare, pensata per essere facilmente adattabile nei diversi formati e soprattutto funzionale anche per i piccoli schermi degli smarthphone. Altro elemento da annotare a livello di struttura: la scelta sul mobile è stata quella di non realizzare nessuna app nativa e di puntare tutto sula capacità di adattabilità della web app in HTML5 (se avete dubbi su quali differenze passino tra una web app e una app nativa leggetevi questo). Dicono quelli di Quartz nella presentazione:

Chiamateci website, o se preferite, web app: Quartz combina i benefici del Web libero e aperto con l’eleganza di un’applicazione

#2 organizzazione delle notizie: forse l’aspetto più ambizioso del progetto. Pensare ad un nuovo modo di organizzare i temi e la gerarchica delle news. Quelli di Quartz le chiamano obsession, le loro ossessioni, i temi principali sui quali organizzano e aggregano le notizie. Sostituiscono la vecchia idea di servizi sui quali si basa l’organizzazione del lavoro di redazione di tutti i giornali (interni, esteri, finanza, economia e così via). Ad esempio in questo momento tra le “ossessioni” (che non sono fisse e rigide ma cambiano nel tempo) della redazione ci sono: crisi energetiche, denaro digitale, startup, stati moderni (paesi emergenti e nuovi modelli di economia a confronto). Su questo aspetto ha valore leggere l’analisi di C.W. Anderson fatta in un lungo articolo What happens when news organizations move from “beats” to “obsessions”? davvero molto interessante dedicato proprio a questa nuovo approccio di Quartz, cito solo l’inizio:

L’organizzazione delle redazioni è il riflesso di come i giornalisti concepiscono il loro lavoro. Nel momento in cui tutti questi concetti mutano, ha senso pensare che anche il modo di organizzarli debba cambiare con loro

Nota: È un’idea affascinante, perché tra l’altro ci dice che pensare a nuovi prodotti editoriali digitali non può più limitarsi dal creare una bella scatola da riempire di contenuti, non può prescindere dal riflettere profondamente su quello che è il linguaggio e l’architettura dell’informazione stessa.

#3 modello di business: no ai banner sì ai native advertising, potrebbe essere questo il motto per sintetizzare la scelta di Quartz sull’advertising. Partito con quattro grandi sponsor (Chevron, Credit Suisse, Cadillac e Boeing) per i quali è stato garantito un uso di contenuti sponsorizzati che si differenziano dagli altri non sponsorizzati unicamente per la presenza di un piccolo occhiello e un disclaimer ( “Questo articolo è stato scritto da ‘nome dell”azienda’ e non dalla redazione di Quartz”) posto alla fine dell’articolo. Per il resto sono impaginati in totale continuità di grafica con quelli della normale copertura giornalistica realizzati dalla redazione. Anche questo tipo di articoli sono decisi e sollecitati dalla stessa redazione e non dall’ufficio commerciale. Una modalità che sembra perfetta per i finanziatori e per i nuovi ambienti digitali come ha scritto poco tempo fa sul New York Times: “gli sponsor pagano per avere articoli online non semplice pubblicità”.

Nota: Certo che ogni nuovo “modello” sembra portare con sé anche questioni etiche. Se non sono schiere di blogger sottopagati sono redazioni che devono destreggiarsi tra copertura giornalistica e contenuti voluti da advertiser. Sui contenuti sponsorizzati, native advertising, branded content o come vogliamo chiamarli sicuramente non serve fare guerre di religione, sono un’opportunità certo, ma è evidente che un approccio serio sul tema, definendo alcuni punti fermi, è sempre più urgente.

#4 redazione: una ventina di persone, tutti giornalisti professionisti (e con molta esperienza alle spalle in grandi testate). Nessun blogger da far pesare poco o niente sui costi aziendali o da ripagare con la sola “moneta” della (presunta) visibilità. Quindi una, relativamente al progetto, piccola redazione di professionisti che curano e organizzano i diversi contenuti, sponsorizzati e non. Siamo lontani quindi dalle sterminate schiere di collaboratori di HuffPost e Forbes.com che mettono online quantità industriali di contenuti e su quella quantità puntano per generare traffico. L’idea è quella di rivolgersi a un pubblico selezionato con contenuti di qualità e voglia di sperimentare :

Gli sviluppatori e i giornalisti, a volte uno e l’altro sono la stessa persona, siedono uno accanto all’altro nella redazione di Quartz in modo che possano continuamente interagire e sperimentare. Sappiamo che il futuro dell’informazione sarà scritto in codice.

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Frédéric Filloux nella sua bella analisi aveva individuato alcuni elementi chiave per il (possibile) successo di Quartz. Ha sicuramente valore rileggerli alcuni adesso adesso: costruire rapidamente una grande audience, perché se vero che non potrà mai avere i lettori di un HuffPost puntando su una fascia di lettori più definita, è vero però che anche un testata storica sulle medesime tematiche di riferimento come l’Economist fa 7 milioni di visitatori unici al mese e 632mila tramite la sua app nativa.

La scommessa sui lettori stranieri sembra essere sempre più un obbligo nel mondo dell’informazione online ma è molto impegnativa e non garantisce ritorno pari allo sforzo. È vero che l’audience globalizzata, i lettori sparsi per il mondo che leggono un inglese chiaro e non complesso, sono un pubblico che un portale come Quartz ha l’obbligo di cercare (e in Italia cominciano a pensarci molto timidamente anche alcuni quotidiani vedi Sole24ore), ma tradurlo poi concretamente in revenue non è un passaggio così immediato. Giustamente fa notare Filloux che il Guardian con i suoi 60 milioni di visitatori unici – realizzati per due terzi fuori dalla Gran Bretagna – sono una bocca da fuoco eccezionale ma producono revenue per “solo” 40 milioni di sterline contro i 160 realizzati del sito del New York Times con il solo advertising.

Quindi giusto che ad Atlantic Media siano soddisfatti, ma alcuni traguardi restano ancora lontani. E come giustamente fa notare Filloux: gli sponsor non sono certo dei filantropi, prima o poi vorranno un ritorno significativo, altrimenti se ne andranno. Per questo un elemento importante, avendo come riferimento un pubblico di élite, sarà anche la capacità di individuare dati e profili dei propri lettori per dare agli sponsor e ai loro uffici marketing quelle informazioni che cercano – i famosi big data -, altrimenti rimanere in una nicchia sarà un lusso che non potrà permettersi ancora a lungo. A quel punto l’idea potrebbe essere quella di percorrere strade già fatte da altri (non ultimo: paywal e contenuti a pagamento). E allora sì, Quartz potrebbe essere davvero un sito come molti altri.

fonti:

The Atlantic’s Quartz: interesting … but will it make a profit? (Guardian di Frédéric Filloux)

The many flavors of native content (Reuters di Felix Salmon)

5 things journalists should know about Quartz, Atlantic Media’s business news startup (Poynter)

Quartz: The new biz-news site is a technological and structural innovator, with only a few hiccups (Nieman Lab – Joshua Benton)

The newsonomics of native, indigenous, and immigrant content (Nieman Lab di Ken Doctor)

Fascino, bellezza e potere degli hashtag (appunti sparsi)

La bellezza di un hashtag è che nessuno lo può controllare, ha scritto Jeff Jarvis un po’ di tempo fa in un post che probabilmente ci regala la più bella definizione di questo strumento:

Un hashtag non è come un messaggio nel marketing, nei media, o nella politica, dove chi lo crea pensa anche di poterlo controllare. Non è come nei nomi nei domini, su Facebook o Google+, o come nei marchi di fabbrica, chiunque può usare un hashtag senza bisogno di un’autorizzazione o dover pagare. Non è come un dizionario con una sola definizione. Un hashtag è aperto e profondamente democratico. [...] La gente si raccoglie attorno a un hashtag. Lo saluta e lo diffonde, o l’ignora e lo lascia appassire. Gli infonde il proprio significato. Il suo creatore rapidamente e inevitabilmente ne perde il controllo.

L’hashtag, come molti sanno, nasce spontaneamente inventato dagli utenti di Twitter e non dai suoi sviluppatori, come modo per catalogare i tweet – il simbolo cancelletto (#) davanti a una frase-etichetta – così da poterli ritrovare, nel perpetuo flusso di informazioni che si stratificano sul proprio account, rendendoli in qualche modo rintracciabili e poter così, più semplicemente, ripescare il link o il pensiero scritto qualche tempo prima, o consultare tutti gli ultimi tweet legati a uno specifico argomento. Ma poi il suo utilizzo si è sempre più esteso: per sollecitare o seguire una discussione, per raccontare un evento, per promuovere un prodotto, per seguire un dibattito, un confronto elettorale, per lanciare una petizione e moltissimo altro ancora.

La definizione di Jarvis, a dire il vero, me l’ha fatta tornare in mente la lettura di un splendido elogio dell’hashtag #inpraiseofhashtag pubblicato sul New York Times e firmato da Julia Turner. Una bella lettura anche per un aspetto sicuramente sottovalutato sul quale l’articolo insiste: le potenzialità letterarie dell’hashtag, la sua capacità di orientare il senso di una frase e dei pensieri lanciati in rete. Gli esperti  ancora non hanno prestato molta attenzione alla linguistica degli hashtag, sottolinea la Turner, così tutti gli studi tendono a concentrarsi solo sulla teoria delle Reti, sulla diffusione delle informazioni e le conseguenti tendenze. Eppure è (anche) uno straordinario strumento di scrittura:

L’hashtag, per l’utente che ne destreggia l’uso è uno strumento versatile, che può implementare in una miriade di modi linguisticamente complessi. Oltre a servire come metadati (#dichecosaparlailtweet), l’hashtag dà a chi scrive la possibilità di commentare il suo stato emotivo, dando un taglio sarcastico al suo tweet, portandolo così verso un livello più alto di ironia, oppure regalare un lampo evocativo a un’immagine o può costruire metafore nell’impressionante economia dei tweet. È un dispositivo che permette ai migliori scrittori di operare in uno spazio compresso con più registri contemporaneamente. È il canto gutturale di Tuva di Internet.

Leggere l’elogio della Turner è salutare anche perché ci ricorda che, in un mondo (quello online certo, ma non solo) dove vige la tirannia dell’equazione: più cliccato, più condiviso = migliore e più interessante, vale sempre la pena di sperimentare e ancora sperimentare per cercare nuove forme di espressione, senza paura di fallire.

D’altronde bisogna ricordare che anche molti contenuti diffusi nei social networks tramite hashtag di successo, quelli ampiamente condivisi in rete, che diventano essi stessi simbolo di eventi (ad esempio #tahrir o #jan25), hanno una persistenza  relativa. Una ricerca dell’Università di Norfolk ci dice che circa il 30 per cento di quanto condividiamo nei media sociali è destinato ad andare perso. I ricercatori hanno analizzato diversi eventi di grande portata dal giugno 2009 e il marzo 2012. E il “corpo” più consistente della ricerca è stato quello dei tweet realizzati durante la primavera araba, (non a caso il report della ricerca si intitola Losing My Revolution), in particolare i contenuti  condivisi attraverso hashtag utilizzati in quelle occasione (su Twitter ma anche attraverso piattaforme di content curation come Storify). Risultato: l’11 per cento del contenuto dei social media era scomparso in un anno e il 27 per cento entro i 2 anni.

Ma a dispetto di questa deperibilità però si fa comunque sempre più aggressivo e insistente l’uso dell’hashtag con finalità commerciali e di propaganda, e per questo non è affatto banale chiedersi oggi quale sia il suo potere, la sua capacità di attirare contenuti che si fanno racconto.

Soprattutto da quando non è più elemento esclusivo di una sola piattaforma, ma ha esteso il suo campo d’azione oltre Twitter, ad esempio Pinterest e in particolare Instagram (che giocherà probabilmente un ruolo sempre più importante per il potere sempre maggiore delle immagini in Rete e per un bacino utenti destinato ad ampliarsi sempre di più). In questo modo l’hashtag è diventato l’elemento che, molto più di altri, può aggregare elementi diversi di un racconto che si compone in rete – pezzo dopo pezzo – attorno a lui con immagini, video, brevi pensieri, informazioni, news.

Così indirizzare questo racconto verso il proprio punto di vista diventa fondamentale per presentare la propria verità. L’esempio eclatante e più recente è #PillarOfDefense l’hashtag lanciato sui media sociali dalle forze armate israeliane durante l’attacco militare a Gaza del 14 novembre scorso. Probabilmente il primo esempio di conflitto dove le forze armate hanno pianificato l’utilizzo dei social media per dare vita a una nuova forma pubblica della narrazione in tempo reale della guerra. Risulta chiaro che l’hashtag non si limita a comporre in modo neutro quella narrazione, ma a secondo di come viene “costruito” può orientarla e disporla in una direzione invece che in un’altra.

Poco dopo è stato lanciato l’hashtag #GazaUnderAttack (ed altri ancora non solo in lingua inglese come ad esempio #Gazzeateşaltında), che ha fornito il contro-racconto di quell’attacco. Tanto che qualcuno, come Jonathan Albrigt tra gli altri (in un ottimo pezzo che vi consiglio di leggere) ha parlato di “battaglia degli hashtag”:

Le “battaglie” degli hashtag sono una parte importante della disseminazione delle notizie, ma anche un’altrettanto importante parte della loro creazione e della loro manifestazione, che personifica la loro natura “digitale”, come il loro essere infinitamente replicabili, facilmente espandibili e – a differenza di un collegamento ipertestuale – capaci di sostenere siti semplicemente con l’aggiunta del carattere “#”.

Torno quindi all’inizio: quanto possiamo ancora oggi continuare a pensare che la bellezza di un hashtag sta nella sua impossibilità di essere controllato? Quanto ancora è possibile definirlo “profondamente democratico”?  E anche questi ultimi eventi ci dicono che davvero sembrerebbe totalmente svanita l’idea che “il suo creatore ne perde presto il controllo”.

A poco più di un anno da quando Jarvis lo ha scritto tutto sembra già essere cambiato. Ma forse non è così. La creatività, spesso sorprendente, che dalla Rete riesce  comunque ad emergere conquistandosi un proprio spazio per azioni alternative, sembra in parte dare ancora ragione a chi vede nell’hashtag uno strumento felicemente incontrollabile. E chissà, probabilmente la speranza che possa ancora essere un elemento libero e privo di controllo sta anche nell’invito che Julia Turner pone a conclusione del suo articolo:

Al pari degli hashtag più popolari che raggiungono decine di migliaia di tweet, ce ne sono molti ancora utilizzati da un solo tweet. Sono questi gli hashtag che dobbiamo celebrare. I poeti e i burloni di Twitter sono ancora là fuori. La forma d’arte persiste. Non dobbiamo altro che avventurarci e andarli a scoprire, sfruttandoli e perfezionandoli.

Fonti e approfondimenti:

#InPraiseOfTheHashtag (Julia Turner – New York Times)

How Many Resources Shared on Social Media Have Been Lost? arxiv.org/abs/1209.3026

Gli hashtag, come la poesia, sono di chi li usa. Note su #csxfactor (Augusto Valeriani sul suo blog FTM)

Slow communication: il tempo di Mercurio e quello di Vulcano

C’è poco da fare, è davvero difficile quando si vuole mettere giù qualche appunto o riflessione sul tema della velocità imposta dai nuovi media alla scrittura e alla comunicazione di oggi, resistere alla tentazione di andare a riaprire e rileggere il capitolo dedicato alla “Rapidità” delle Lezioni Americane di Calvino. Come da molti altri sottolineato le Lezioni sono un perfetto manuale di approccio alla scrittura ai tempi di Internet (che Cavino non ha fatto in tempo a conoscere) e personalmente, tra quelle “sei proposte per il nuovo millennio”, percepisco proprio quella sulla rapidità come la parte centrale, la qualità che connette e dà il giusto peso a tutte le altre.

Rischio quindi di sembrare poco originale, visto che anche su questo blog l‘ho fatto sistematicamente quando ho trattato di questi temi, ma tant’è. La voglia di tornare su questo argomento me la danno due iniziative che voglio segnalare: la prima è la nascita in Italia – già da qualche mese – di un movimento dedicato alla Slow Communication, l’altro è un incontro presentato dallo stesso movimento all’interno dell‘Internet Festival di Pisa (che di appuntamenti interessanti ne ha davvero molti), “Contro la dittatura del tempo reale. Percorsi per un uso consapevole del web” che sono molto curioso di seguire.

L’idea della slow communication si lega a quella dei movimenti che della lentezza fanno un simbolo e che valorizzano processi produttivi che sanno ancora legare il “prodotto” alle storie dei luoghi e delle persone che li hanno realizzati. Il fast, fine a se stesso, compulsivo non ha memoria. La malattia del “Brevismo”, come scriveva qualche giorno fa Stefano Bartezzaghi, ovvero dell’arrivare prima e subito senza minimamente curarsi del “come” e del “perché”, è devota unicamente al culto deleterio della performance. Quindi della quantità senza qualità, o meglio della quantità come unica metrica, che per questo diventa qualità a prescindere (con quello che ne consegue, tutto ciò che è di più diventa automaticamente il migliore: il più visto, il più cliccato, il più venduto, il più aggiornato… e potremmo continuare all’infinito). Il fatto che da noi nascano iniziative che hanno come obiettivo quello di allargare i valori della sostenibilità all’universo dei media è da salutare con soddisfazione. L’invito a rallentare che viene dalla cultura slow è più che necessario, ma non basta. Serve ovviamente saper riconoscere, una volta moderata la velocità, la qualità in quel “meno” che riusciamo a fare. E la semplice opposizione dello slow al fast  può avere dei limiti.

Per questo torno alle Lezioni Americane perché, tra le tante, una delle cose che più mi affascina delle analisi di Calvino è il non contrapporre una qualità al suo (presunto) opposto. L’elogio dell’una non significa affatto l’esecrazione dell’altra. Anzi. C’è sempre l’invito di scoprirne le complementarietà attraverso le loro connessioni, i loro punti di contatto e gli intrecci che possono generare. È uno degli innumerevoli pregi di quelle pagine, da tenere sempre a mente anche oggi, dopo anni e anni nei quali i media, soprattutto qui in Italia, ci hanno sempre più abituati a definire idee e concetti quasi esclusivamente per contrapposizioni (anche quando se ne potrebbe tranquillamente fare a meno).

Nel capitolo dedicato alla Rapidità, Calvino nelle pagine finali ci racconta di due miti apparentemente agli antipodi: quello di Mercurio “con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile e adattabile e disinvolto” e quello di Vulcano “chiuso nella sua fucina dove fabbrica instancabilmente oggetti rifiniti in ogni particolare” per poi darci questa definizione della buona scrittura:

Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera. […]

La concentrazione e la craftsmanship di vulcano sono le condizioni necessarie per scrivere le avventure e le metamorfosi di Mercurio. La mobilità e la sveltezza di Mercurio sono le condizioni necessarie perché le fatiche interminabili di Vulcano diventino portatrici di significato e dalla ganga minerale informe prendano forma gli attributi degli dei, cetre o tridenti, lance o diademi.

Ecco, esiste quindi una rapidità che (a differenza di quella ansiogena descritta perfettamente da Bartezzaghi) è il prodotto ultimo della lentezza. È quella che può essere realizzata anche al tempo dei mezzi velocissimi e del continuo, inarrestabile flusso di informazioni che ci sovrasta e annichilisce. Quella che non appiattisce la complessità del mondo, ma sa restituirla anche attraverso qualche tweet o un breve post. Che filtra i fatti che racconta attraverso i media sociali e li mette al vaglio della verifiche incrociate. Che cura i contenuti tra le migliaia depositati nella Rete (e non solo) cercandone connessioni e percorsi non banali per renderli interessanti, attuali e avvincenti a chi li legge (su un notebook, un tablet o uno smartphone o un qualsiasi altro aggeggio elettronico). Che è frutto del lavoro di chi non si improvvisa dall’oggi al domani esperto di un settore ma ne ha studiato prima dinamiche e scenari.

Ma anche la lentezza ha bisogno (spesso) di rapidità. Per comunicare efficacemente senza avvitarsi su se stessa, per togliersi di dosso il peso del superfluo, per trovare il dono della sintesi efficace e centrare l’attenzione del lettore. Per trovare leggerezza, coerenza con il ritmo dei nuovi mezzi, ed esserne alla fine ripagata dalla loro molteplicità e visibilità.

Link:
il sito del movimento Slow Communication

altri articoli sulla slow communication in senzamegafono

Giornalismo imprenditoriale. Dove ci porta il “modello” Forbes?

Se con il tuo sito di news superi i 30 milioni di utenti unici il mese raddoppiando il tuo traffico in un anno, è inevitabile, un po’ di attenzione l’attiri  da parte di chi cerca modelli vincenti per l’informazione online. Così Forbes (o meglio il suo portale di notizie Forbes.com) è diventato il “modello Forbes”. Un risultato raggiunto soprattutto grazie a due fattori: l’enorme quantità di contenuti: 100mila post pubblicati lo scorso anno da un esercito di quasi mille freelance e un approccio nuovo e spregiudicato nel modo di pianificare la gestione del lavoro redazionale. La rivoluzione è stata realizzata da Lewis DVorkin che di Forbes è Chief product officier, e se i numeri gli stanno dando ragione in pieno non mancano però alcune perplessità su tutta l’operazione.

Ma dove sta la novità? Innanzitutto Forbes.com più che un classico sito web è una piattaforma nella quale i tanti collaboratori gestiscono i propri blog e pubblicano i propri articoli in quasi totale autonomia ma impegnandosi a garantire accuratezza e costanza nell’interazione con i lettori. Forbes da parte sua fornisce strutture e tecnologia, e in alcuni (rari) casi anche un po’ di soldi in base al traffico generato (insomma ai clic che riesci a mettere insieme). DVorkin lo chiama incentive-based entrepreneurial journalism, giornalismo imprenditoriale basato su incentivi ovvero come ha spiegato a Mashable: “Quello che stiamo facendo è estendere il nostro marchio a 1.000 marchi: cioè tutte le persone che scrivono attraverso il nostro sistema. Se fanno un buon lavoro, costruiscono un seguito tra i lettori. Se non fanno un buon lavoro essendo responsabili per i loro contenuti, non saranno in grado di costruirsi un pubblico di persone che li seguono”. Tradotto brutalmente o sei capace di nuotare da solo o affoghi.

La maggior parte del controllo e dell’elaborazione dei testi non viene quindi fatto da una redazione giornalistica che cura i vari contenuti ma direttamente dai singoli freelance. “Non vi è alcun editing tradizionale sui contenuti dei contributor, almeno non prima della pubblicazione. Se una storia diventa ‘calda’ e va in home page, allora chiediamo al freelance di verificare più attentamente” dice ancora Dvorkin che aggiunge “Gli autori scrivono i loro titoli, caricano il materiale multimediale, formattano i propri articoli in WordPress e premono loro stessi il pulsante ‘pubblica’. A differenza della rivista su carta, nessuno modifica il loro lavoro. Nessuno verifica i fatti”.
In realtà una redazione c ‘è, la “new newsroom” disegnata da Dvorkin dove  tra i collaboratori – gli unici a creare contenuti – e il lettore  si inseriscono diverse figure professionali (esperti SEO, product manager, analisti ed esperti marketing) che “guidano” i testi a secondo del’audience e della loro capacità di relazionarsi con gli sponsor.

Lo schema della “new newsroom” per l’era digitale nel concetto di Forbes.com

Il modello è per molti aspetti quello dell’Huffington Post ma – come ha fatto notare qualcuno – moltiplicato per cento. Anche dal punto di vista della retribuzione, tranne qualche rara eccezione, siamo nel territorio (già ampiamente battuto da altri moloch dell’informazione online) dell’economia della “gratitudine”: associando il mio nome al marchio Forbes e alla piattaforma con un così largo seguito posso promuovere me e il mio lavoro in modo più efficace. Almeno questa è la teoria. La pratica per il momento dice che i vantaggi per Forbes sono decisamente più concreti: contenuti a costo basso, oltre che scalabilità e flessibilità, perché si può contare su un enorme “parco” di collaboratori che può aumentare o diminuire in proporzione delle esigenze della testata, visto che i contributor hanno contratti che possono essere risolti con preavviso di 30 giorni. Il sistema garantisce quindi più contenuti più rapidamente, e minori costi compresi quelli dovuti alla contrattualizzazione di redattori fissi. Evviva.

Ci sono pochi dubbi che quello che sta accadendo al sito di Forbes debba essere guardato con attenzione perché ci sta dicendo diverse cose su quello che potrebbero essere molte delle tendenze future. Ma se, al di là dei più che lodevoli numeri ottenuti, il “modello Forbes” come al sottoscritto qualche perplessità ve la suscita, vi consiglio di leggere oltre  al già citato Forbes’s Web Expansion Comes With Some Growing Pains, sia il bell’articolo di Jeff Sonderman What the Forbes model of contributed content means for journalism che ne evidenzia punti forti, ma anche i punti deboli, sia l’ottimo post Is Forbes the model for a digital-first media entity?, su GigaOm a firma di Mathew Ingram.

Da parte sua DVorkin (che ricordo ha una grande esperienza giornalistica alle spalle per testate come Wall Street Journal e New York Times), ha le idee molto chiare come dimostra nel suo blog (da leggere assolutamente) dove spesso racconta  l’evoluzione del suo progetto, sottolineando costantemente come alla base della sua idea di giornalismo economicamente sostenibile ci siano valori come trasparenza, qualità e interazione con i lettori. Per molti versi siamo nei paraggi di quel giornalismo aperto del quale ho parlato spesso in questo spazio.

Il fatto è che DVorkin conosce molto bene il valore dei contenuti originali e di qualità, dei media sociali e dell’engaging, non solo per quanto riguarda la fidelizzazione del lettore ma anche per quello che concerne il suo coinvolgimento nel processo di produzione delle notizie. Queste strategie le sta affinando da qualche anno e già con True/Slant - altro portale news modellato sull’idea di unire giornalismo, networking, nuove forme di pubblicità e imprenditoria – aveva cominciato a far emergere il suo nuovo modello di web journalism tutto concretezza e pragmatismo. In questo è probabilmente anni luce avanti rispetto a molti dirigenti delle grandi testate così poco capaci nel saper leggere con lucidità il cambiamento intorno a loro. E per dirla tutta bisogna ammettere che Forbes.com rispetto a solo due anni fa è nettamente migliorato, con molti ottimi contenuti.

Forse alla fine niente di assolutamente nuovo Forbes.com probabilmente sta solo, nel bene e nel male, mettendo in evidenza, estremizzandole, questioni già conosciute nelle ultime tendenze dell’informazione online così come nella stampa mainstream (che non ha aspettato certo l’entreprenurial journalism e la cultura digitale per scoprire, e spesso non risolvere, conflitti di interessi e rischio di marchette spacciate per articoli giornalistici). Resta però un’immagine di cosa sarà/potrebbe essere il futuro (cioè dopodomani): testate d’informazione senza più una redazione giornalistica, realizzate aggregando contenuti (più o meno in evidenza a seconda del traffico generato e delle opportunità di business) scritti e messi online da schiere di freelance/imprenditori che – ognuno per conto proprio – producono contenuti esclusivamente nel loro campo di interesse e incentivati dal comprensibile desiderio di autopromuoversi. Potrebbe anche funzionare economicamente per qualche editore. Funzionerà per la qualità dell’informazione e per il futuro di questa professione?

Per un giornalismo aperto adesso. I cinque pilastri dell’open journalism

Sono passati quarant’anni da quando Internet è stata sviluppata e venti da quando il web è stato messo online. I nuovi media non sono nemmeno più così nuovi. Ma troppa della nostra energia nel giornalismo si è concentrata sui nuovi modi per offrire idee vecchie, invece che sui nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno.

È una frase che sintetizza alla perfezione molto del dibattito che in questi ultimi anni si sta sviluppando intorno al futuro dell’informazione, la giornalista americana Melanie Sill – che della frase citata è l’autrice – l’ha messa un po’ di mesi fa in uno di una serie di interessantissimi articoli e interventi dedicati al giornalismo “aperto”: The case for open journalism now. Una considerazione sostenuta da molti che potrebbe apparire addirittura scontata nella sue evidenza. La pratica però ci dice quanto sia ancora disatteso il passaggio verso quei nuovi approcci che la Sill, e molti altri, si auspicano.

Uno come John Paton convinto assertore della digitalizzazione dei quotidiani e ceo di uno dei maggiori gruppi di giornali locali in America è stato ancora più esplicito: “Crappy newspaper executives are a bigger threat to journalism’s future than any changes wrought by the Internet”, più o meno: i pessimi dirigenti dei quotidiani sono una iattura ben maggiore per il futuro del giornalismo di qualsiasi cambiamento possa causare Internet…

Così l’open journalism sta diventando il simbolo di qualcosa di nuovo, di un giornalismo che ripensa sé stesso magari per recuperare vecchi valori persi per strada. Ma coniugato alle politiche editoriali che puntano tutto sul digitale è anche (soprattutto) una strategia dettata da scelte economiche. C’è una cultura che lo sostiene, una “religione” ha detto qualcuno, ma ci sono anche precise istanze economiche. Il Guardian, senza dubbio il più noto tra i portabandiera dell’open journalism, solo lo scorso anno ha perso circa 50 milioni di dollari sterline e il suo digital first è una scelta tanto coraggiosa quanto dettata da urgenze di bilancio e robusti tagli ai costi di gestione (e anche del personale).

Ma quali sono i fondamenti sui quali si deve realizzare il nuovo open journalism e come possiamo concretamente cominciare ad applicarli nel lavoro giornalistico? Collaborazione, trasparenza e partecipazione, certo, lo abbiamo capito sono principi base per ripensare un nuovo modo di fare informazione, ma cosa significa concretamente, con quali strumenti e quali strategie?

Sempre al Guardian nel marzo scorso hanno pubblicato le linee guida che la redazione si era data per realizzare con metodo il nuovo approccio di lavoro. Un decalogo su come applicare i nuovi paradigmi del giornalismo del futuro, sui quali, per il momento, non mi soffermo visto che in molti – giustamente – hanno già sottolineato e fatto riflessioni (alcune delle notazioni a mio giudizio più interessanti le trovate qui)

Ma al di là delle etichette, dell’enunciazione di singoli principi e dichiarazioni d’intenti, mi sembra interessante l’idea che comunque dietro a un nome vi sia una roadmap, un percorso a tappe che dai valori più profondi del giornalismo tradizionale (del buon giornalismo da sempre) si spinga ad esplorare nuove metodologie di approccio e di organizzazione del lavoro giornalistico, dove le pratiche di engaging hanno un ruolo fondamentale (soprattutto se pensate per coinvolgere veramente il lettore nel processo produttivo e per migliorare la qualità del proprio lavoro e non per ottenerne contenuti gratuitamente). Oltre alle esperienze del Guardian tra  le persone da seguire in rete personalmente suggerisco Steve Buttry e i già citati John Paton, Melanie Sill. Tutti però convinti che nell’apertura alle nuove pratiche di interazione con i lettori e di ingaggio con le comunità  i giornalisti debbano ambire ad avere un ruolo primario, di leader e di guida. Un ruolo certo da conquistare sul campo e non calato dall’alto per divina volontà. Ma questo è un elemento da tenere comunque presente e che, mi sembra, caratterizza e differenzia  l’open journalism pensato dentro le redazioni rispetto a molto altro giornalismo partecipativo governato tutto dal basso.

Proprio la Sill che cito a inizio articolo ha prodotto una raccolta di materiali molto interessanti assieme a serie di articoli e interventi che mi sembra abbia valore rileggere. Per questo “rispolvero” da Delicious dove gli avevo salvati un po’ di tempo fa questi articoli per segnalarli.

In particolare trovo interessante tradurre e sintetizzare i 5 pilastri che secondo la giornalista americana sono il fondamento delle pratiche di open journalism da applicare nelle redazioni. Un’ottima base per riflessioni future.

1.Trasparenza. è un valore che si collega profondamente alla tradizione del giornalismo, dice la Sill ma il concetto va rafforzato ed esteso. E in molte direzioni. A cominciare ad esempio esplicitando quali siano i finanziatori del giornale, la propria missione editoriale, cosa che raramente fanno le testate mainstream. Trasparenza su modalità di gestione delle correzioni, così come sui programmi, sui software e le risorse utilizzate ad esempio per raccogliere dati e organizzarli. Insomma “show your work”, mostra il tuo lavoro, spiega come è fatto e, meglio ancora: mostra del tuo lavoro anche il processo e gli strumenti che hai utilizzato per realizzarlo. Invita poi anche gli altri a utilizzarli e a condividerli in modo che usandoli possano tutti insieme migliorarli e ottimizzarli.

2. Interazione e coinvolgimento come parte centrale del proprio lavoro e non semplicemente come un di più. L’interazione, come parte fondamentale nella raccolta e selezione delle notizie e non solo e semplicemente un modo per promuoverle. Il che non vuol dire che una volta raccolte l’interazione non possa essere anche uno strumento utilissimo per farlo. L’engaging resta soprattutto però un processo per migliorare la raccolta delle notizie e la qualità e quantità delle fonti. Una strada che deve essere sempre percorsa  nei due sensi di marcia: dalla redazione al lettore e dal lettore alla redazione, monitorando continuamente i propri canali di informazione.

3. Partecipazione: sostanziale, reciproca e gratificante. Il rapporto tra chi raccoglie e diffonde le notizie (le redazioni) e chi le fornisce e le condivide è un aspetto centrale dell’open journalism che alimenta più di un dibattito (ad esempio quello sul citizen journalism). Esistono esperimenti come quello dell’HuffingtonPost con OffTheBus sulla campagna presidenziale  (realizzato nel 2008 e replicato nel 2012). Altre esperienze si stanno facendo in questa direzione nei quali le redazioni cercano di interagire e valorizzare contributi e conoscenze da parte dei lettori, per un dialogo più attivo con la propria comunità di riferimento attraverso i social media e gli strumenti digitali.

4. Collaborazione. Può essere il più abusato dei termini, soprattutto se ci si limita alla semplice condivisione dei contenuti per aumentare la lista dei contatti con la sola finalità di auto-promuoversi. Eppure le idee alla base della cultura open-source hanno cominciato a influenzare qualche redazione. I programmatori e le tecnologie hanno prodotto benefici diretti verso alcuni nuovi generi di giornalismo. Oggi i giornalisti lavorano per analizzare dati, per mappare e visualizzare graficamente le loro indagini condividendo le loro conoscenze e il software utilizzato sia attraverso canali più indirizzati verso la comunità dei giornalisti, come ad esempio Investigative Reporters and Editors, sia verso quella come GitHub dedicato ai programmatori di software.

5. Presenza in rete. La condivisione delle informazioni online viene realizzata per mezzo di diversi network che si intersecano tra di loro: dalle comunità dei fan fino a quella dei media sociali, dai blog con le loro conoscenze altamente specializzate ai forum di discussione. Le testate online possono essere il canale più abituale dove la maggior parte delle persone cercano informazione generalista, ma le altre reti danno la possibilità di accedere a una varietà di informazioni molto più vasta. Per capire questo contesto più ampio nel quale operare e  trovare il modo migliore per svolgere il proprio ruolo di servizio, le redazioni possono fare un importante salto di qualità  nel selezionare e diffondere le notizie, attività che ha definito il giornalismo per così tanto tempo. Il prossimo salto in avanti deve essere in merito alla collaborazione con la comunità di riferimento riguardo alle finalità dell’informazione pensata come servizio.

Rushdie, Morozov e la nymwars: qualche considerazione sull’Internet dei cittadini e quella dei consumatori

Tempo fa ho parlato su questo blog della nymwars, il neologismo con il quale ci si riferisce alla battaglia di molti blogger per il diritto all’uso dello pseudonimo e contro la politica dei “nomi reali”  applicata da alcuni giganti del social networking, Facebook in testa. Torno adesso sull’argomento perchè da allora la discussione è continuata arricchendosi di riflessioni e approfondimenti. Merita quindi un aggiornamento. In particolare mi hanno colpito alcuni articoli che, prendendo spunto dallo  screzio tra lo scrittore Salman Rushdie e Facebook, hanno saputo andare oltre il singolo fatto di cronaca per fare riflessioni molto interessanti.
L’episodio – anche se ampiamente riportato dai mezzi di comunicazione – lo riassumo in breve: i responsabili sicurezza di faccialibro sospendono d’improvviso il profilo di Rushdie; Salman è solo il secondo nome dello scrittore, il primo è Ahmed (poco importa se mai utilizzato pubblicamente) e quindi quello, secondo loro, da utilizzare obbligatoriamente nell’account per rimanere dentro il paradiso del social networking. La politica dei “nomi reali” non conosce deroghe. O quasi. Perché, in effetti, con qualche scambio di battute dal tono decisamente risoluto che lo scrittore, tramite Twitter, ha indirizzato a Mark Zuckerberg e una cassa di risonanza non indifferente dovuta alla notorietà del protagonista, tutto alla fine si è risolto con l’immediata riammissione nel socialcoso più famoso al mondo: con il nome di Salaman Rushdie, ovviamente.
Il fatto, anche con quel po’ di elementi di colore grazie ai quali è rimbalzato tra agenzie informazione e testate online, finisce qui. E di per sé certo, non vale la pena di farci trascorrere notti insonni. Ma anche questo (tutto sommato poco rilevante) episodio può essere l’occasione per una serie di osservazioni più approfondite dalle quali ci rivela come tutta la diatriba innescata dalla guerra degli pseudonimi tocchi alcuni nervi scoperti della nostra vita online e possa farci riflettere su importanti nodi ancora tutti da sciogliere sul futuro di Internet. “Il dibattito sugli pseudonimi, conosciuto online come nymwars, va al cuore di come Internet possa essere organizzata in futuro”, ha scritto perentoria Somini Segupta sul New York Times in un articolo Rushdie Wins Facebook Fight Over Identity.  Sembra quindi abbastanza superficiale liquidare questa diatriba soltanto come una mera questione sollevata da geek ossessivamente attenti a qualsiasi cosa rappresenti una minaccia alla loro libertà di azione nella Rete. Riporto ancora un brano dell’articolo del NYTimes:

Come Internet è diventata il luogo per qualsiasi  tipo di transazione, dal comprare un paio di scarpe fino a cercare di rovesciare un despota, un dibattito sempre più vitale è emerso su come  le persone rappresentano e rivelano sé stesse nel Web. Una parte vuole un sistema nel quale per viaggiare su Internet debba essere utilizzato una sorta di passaporto digitale, con la nostra vera identità, rilasciato da società come Facebook. L’altra parte crede nel diritto di poter indossare vestiti e maschere diverse in modo da poter consumare ed esprimere ciò che si vuole, senza paura di alcun tipo di ripercussioni nella vita offline.

Su questa contrapposizione si spinge ancora oltre Evgeny Morozov  in un articolo su Slate assolutamente da leggere Occupy the Net! (che prende anche questo come spunto iniziale l’episodio di Rushdie).“Our Internet is a paradise for consumers but a hell for citizens” sostiene  Evgeny, mettendo così subito in evidenza come anche nella realtà online finisca per emergere una dicotomia tra la dimensione di cittadini e quella di consumatori.
Quindi, a
l di là di tutte le diverse considerazioni favorevoli o contrarie al diritto dello pseudonimo e delle identità alternative nella Rete, probabilmente la vera questione diventa: quale deve essere la dimensione principale delle nostre esperienze nella Rete?

Siamo cittadini che abitano una comunità che, anche online, cresce grazie al desiderio di condividere con altri idee, storie ed esperienze. Per questo abbiamo bisogno di spazi dove sia garantita la libertà d’espressione e dove le idee che esprimiamo siano giudicate per quello che valgono e non in relazione a elementi legati alla nostra identità. In questa dimensione dobbiamo essere consapevoli di vivere in un sistema delicato e sensibile (c’è sempre chi può approfittarsene o “giocare sporco”) e quindi non perfetto, esposto a rischi, alla deteriorabilità.
Siamo anche – ricorda ancora il net-disilluso Morozov – utenti di un Internet dove ogni azione online è recepita e ottimizzata per il consumo, una dimensione che richiede per essere perfettamente funzionante, un ambiente completamente trasparente (tutte le nostre attività sono osservate, registrate e analizzate allo scopo di predire il nostro comportamento), ad alta efficienza (tutto è organizzato e conservato per noi, tutto è rintracciabile in pochi secondi), ed estremamente affidabile. Una dimensione dove ogni cosa deve essere gestita e sotto controllo (la similitudine di Morozov con 1984 è forse un po’ troppo d’effetto ma rende l’idea).
Domanda: è possibile – è ancora praticabile – una sintesi, oppure un compromesso accettabile tra le due dimensioni? Qualunque siano le nostre priorità, il prezzo che siamo disposti a pagare per i vantaggi dell’una o dell’altra, è auspicabile che queste scelte per l’internet del futuro vengano fatte a seguito di una riflessione più approfondita e consapevole, più responsabile e partecipata di quanto non stia nei fatti, avvenendo oggi. Ed è soprattutto auspicabile che non siano altri a prendere per noi queste decisioni. Ne è consapevole Morozov che nel suo articolo lancia un appello:
È tempo che i cittadini sappiano articolare una visione per un Internet civica che possa competere con la visione corporativista dominante. Vogliamo conservare l’anonimato per aiutare i dissidenti o vogliamo eliminarlo per permettere che le aziende non abbiano di che preoccuparsi da attacchi informatici? Vogliamo costruire ancora un’altra infrastruttura per la sorveglianza, nella speranza che possa portare ad una migliore esperienza di acquisto, della quale però potrebbero approfittare i cacciatori di dati e informazioni del governo? Vogliamo valorizzare il piacere della scoperta inattesa e felice, garantendo la libera circolazione di idee nuove e lo sviluppo della nostra capacità di pensare in modo critico su quello che vediamo e leggiamo in Rete, o vogliamo costruire computer che sappiano condurre autonomamente ricerche per nostro conto – per consigliarci gli acquisti più convenienti, indicarci i migliori ristoranti nelle vicinanze, e rispondere sempre con precisione e affidabilità?  - Vogliamo un Internet per poter ricordare tutto ciò che avviene online, o vogliamo introdurre un po’ di rumore e di deteriorabilità nei nostri archivi digitali quando loro- e noi – invecchiamo? Chi considera la Rete come una sorta di un gigantesco catalogo digitale della Sears vorrà certo fuggire da questo deterioramento, ma per tutti quelli di noi che vedono Internet come una parte del diario di una civiltà imperfetta sicuramente sarà il benvenuto.

Adrian Tomine - Facebook

Su questo argomento in Senzamegafono: In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

FontiRushdie Runs Afoul of Web’s Real-Name Police (New York Times) >>> Occupy the Net!  (Slate) >>> Identity and the internet: From pixels to persona (Financial Times)

Cura dei contenuti: ridefinire il significato di “raro” nell’era dell’abbondanza

Nel mondo digitale la nozione di accessibilità viene continuamente riscritta e aggiornata. Grazie a Internet si sta facendo sempre più breve la distanza tra noi e una sempre maggiore quantità di contenuti e informazioni. Appena qualche click: un raro capolavoro del regista armeno Paradjanov così come le straordinarie foto che testimoniano una delle prime spedizioni in Antartide. Ma nell’era dell’abbondanza, se l’ostacolo dell’accessibilità si abbassa, un’altra barriera si innalza e rafforza – la barriera dell’attenzione.

Sono alcune idee che Maria Popova (la regina della content curation come giustamente l’ha definita Luisa Carrada) esprime da tempo, in particolare in un bellissimo articolo Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance pubblicato sul blog del mai troppo lodato Nieman journalism lab:

Il rapporto tra facilità di accesso e motivazione sembra essere inversamente proporzionale, così il solo fatto che un certo volume di informazioni sia facile da consultare e a nostra disposizione, ci paralizza sempre di più fino a farci accedere a tutto tranne a quello che realmente è più rilevante – rilevante per il modo in cui viene trattato dai media, rilevante per il modo in cui viene condiviso, rilevante per il modo nel quale risponde ai nostri concreti interessi.

È un po’ lo stesso principio per il quale – confesso – non visito da molto (troppo) tempo il museo della mia città. La sua pinacoteca possiede alcuni quadri meravigliosi (Vasari, Bronzino, e soprattuto uno splendido Pontormo) che non vedo da chissà quanto… Perché? Semplice, perché sono lì. Posso andarci (più o meno) quando voglio, semplicemente facendo una passeggiata di dieci minuti. Però, inevitabilmente, non ci andrò fino a quando qualcosa (o qualcuno) non darà un carattere di urgenza a questo mio desiderio: accompagnare degli amici che sono venuti a trovarmi, intervistare il direttore del museo, la lettura di un testo di storia dell’arte che fa scattare in me la necessità di vedere il particolare di un quadro che mai avevo notato.

Con le informazioni –  dice la Popova – succede la stessa cosa: navigando online inciampo in un archivio di testi di uno degli scrittori che amo di più, oppure in un video che tratta di un argomento che interessa la mia professione – li salvo in qualche sistema di bookmarking (Delicious, Instapaper o qualche altro) e li spingo in qualche remoto angolo cognitivo, non concludo la mia esperienza di esplorazione e di apprendimento, perchè parto dal presupposto che sono lì, disponibili e accessibili in qualsiasi momento.

In questo contesto si inserisce la curatela dei contenuti (content curation se si vuole usare il termine inglese). Sul web se ne parla da tempo, ma proprio in questi mesi, mi pare, è diventato un tema sempre più dibattuto e approfondito nei suoi diversi aspetti e campi di azione (informazione, comunicazione, arte, marketing). Cosa fanno i curatori di contenuti? Segnalano, orientano “non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste”, come suggerisce in una bella e suggestiva definizione Maria Chiara Pievatolo, anche lei curatrice.

L’obiettivo è quindi dare al lettore contenuti che siano davvero rilevanti per i suoi interessi, non farlo annegare nel mare magnum delle miriadi di “cose” che popolano Internet, per portarlo dritto verso quello che più lo interessa, gli è utile. Più o meno recentemente  sono nate proprio con questa finalità piattaforme come – cito le prime che mi vengono in mente - Paper.li, Scoop.it o Summify le quali come i motori di ricerca, Google per primo, utilizzano algoritmi che tengono conto di quanto un contenuto nella Rete sia stato condiviso dagli altri, il suo pagerank. La sfida  - ricorda però Maria Popova – è oggi semmai quella di rivendicare un “fattore umano” nel processo di scelta, selezione, valorizzazione dei contenuti, per non far prevalere la sola logica del più popolare, per non cadere sotto la tirannia assoluta dell’equazione, più cliccato uguale più rilevante. Dunque sembra che nell’epoca dell’accessibilità e dell’abbondanza sia necessario riscrivere anche la nozione di “raro”. Sì perché riuscire a far emergere anche quei contenuti meno scontati (ai margini della nostra esperienza seppur accessibili), può essere la strada per attivare uno dei più potenti antidoti alla mancanza di motivazione: la curiosità. Intendiamoci, la curiosità non può essere imposta, ma possono essere creati i presupposti e il contesto affinché questa si metta in connessione con gli interessi del lettore:

Quello che i grandi curatori sanno fare è scomporre questa dinamica, facendo il percorso inverso, ovvero: definire per prima i contorni e la rilevanza culturale e poi stimolare e amplificare la nostra motivazione. Se qualcuno condivide con noi il link verso un prezioso e bellissimo manoscritto del 13esimo secolo potrà attrarre la nostra attenzione ma probabilmente in modo effimero. Sì certo può darsi che per un attimo ci fermeremo ad ammirarlo, forse. Ma qualcuno che condivide quel manoscritto, facendoci capire quanto ancora oggi possa raccontarci, quello che ancora oggi testimonia, aiuterà a integrare quel pezzo d’archivio con la nostra conoscenza e con i nostri interessi, creando così un ponte tra la nostra curiosità e le nostre motivazioni per un più profondo e concreto rapporto con quel contenuto.

Fonti e approfondimenti:

Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance (Nieman Journalism Lab)

Brain Pickings (il blog di Maria Popova)

(a cura di) Luca de Biase

In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

Sembra proprio che l’uso dello pseudonimo sia in declino. Una delle ragioni è che raccontare storie ed esprimere opinioni celandosi dietro un nome di fantasia – diverso cioè da quello che abbiamo registrato in un qualche ufficio anagrafe – viene sempre più percepito come un comportamento non corretto se non decisamente ipocrita. Non sempre è stato così. Ce lo ricorda Carmela Ciuraru giornalista freelance che sull’argomento ha scritto un libro “Nome de Plume:  A (secret) History of Pseudonyms”

Nella metà del 19esimo secolo, questo fenomeno di pseudonimia ha raggiunto il suo livello più alto, così come nella metà del 16esimo secolo, era consuetudine pubblicare in forma anonima un testo. È interessante che il declino del soprannome nel 20esimo secolo coincida con l’ascesa della televisione e della pellicola. La gente ha avuto accesso alla vita degli altri, è diventato più difficile preservare la vita privata – e forse nemmeno auspicabile. Nella cultura contemporanea, nessuna informazione da condividere e da mettere a disposizione risulta esere troppo personale.

Il saggio della Ciuraru, un excursus nella storia della letteratura, si è guadagnato una certa attenzione sulle pagine culturali di diverse testate (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal), probabilmente perché l’argomento, al di là del valore del libro e dell’ambito trattato, suscita sempre un fascino particolare.

D’altronde che il tema non cessi mai di far discutere lo dimostra anche la nascita in rete, proprio in queste settimane, di un neologismo in inglese: nymwars (dalle parole pseudonym e wars) utilizzato inizialmente come hashtag su Twitter per legare i commenti (perlopiù drasticamente negativi) sull’applicazione della politica dei “nomi reali” che ostracizza l’uso degli pseudonimi sui social network. Una politica promossa da Facebook e sostenuta anche da Google sul suo più recente socialcoso. E proprio la decisione di applicarla con un certo zelo su Google Plus ha scatenato il putiferio. In effetti con la scesa in campo della Big G su questo fronte sono aumentati i timori che questa politica riesca a cambiare parecchie cose, anche là dove l’uso dello pseudonimo, dei nickname, ha potuto prosperare (più o meno) felicemente.

Una delle motivazioni più diffuse contro gli pseudonimi nei media sociali è: “se quello che esprimi in Rete è quello che pensi e lo dici nei modi e nei termini di una persona civile, che cosa hai da temere? È semplicemente una questione di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si sostiene”. Che di per sé non è certo una motivazione priva di senso. Quello però che molti si chiedendo è: siamo sicuri che le categorie meno protette non abbiano niente da temere nell’esprimere le loro idee soprattutto quando, come sul Web – queste idee – restano registrate per sempre e legate in modo permanente alla loro identità?

Una delle massime autorità in fatto di diritti in Rete, danah boyd, è intervenuta sull’argomento sostenendo con forza che:

Le persone che maggiormente fanno ricorso a pseudonimi in spazi online sono quelli i più emarginate dai sistemi di potere. [...] La posta in gioco è il diritto dei cittadini di proteggersi, il loro diritto di mantenere effettivamente una forma di controllo che gli dia sicurezza. Se le aziende come Facebook e Google sono effettivamente impegnate per la sicurezza dei loro utenti, devono prendere sul serio queste lamentele. Non per tutti dare il proprio nome significa essere più al sicuro. Al contrario, molte persone lo sono molto meno quando diventano identificabili. E coloro che sono meno sicuri sono spesso quelli che sono più vulnerabili.

Non è superfluo ricordare che  Google stessa nel suo Public Publicity Blog, in un post intitolato in modo significativo “The freedom to be who you want to be…” ancora oggi sostiene:

Utilizzare uno pseudonimo è stato uno dei grandi benefici di Internet, perché ha permesso di esprimersi liberamente, alle persone sotto minaccia fisica, in cerca di aiuto, o messe in condizione di non volere che la gente venga a conoscere la loro identità. Le persone in queste circostanze possono aver bisogno di un’identità coerente, ma che non sia legata a quella off-line.

Anche se poi la libertà di utilizzare questo “grande beneficio” sembra sia stata rivista e corretta in questi ultimi mesi: “Perché, quando sembra comprendere la necessità di consentire pseudonimia su molti servizi, Google istituisce la politica del ‘Nome reale’ per i profili di Google e per Google +?” chiede un lettore in uno dei tanti commenti di questo tono al post citato.

Recentemente anche chi, come Alexisi Madrigal senior editor della rivista Atlantic, aveva pensato alla questione dell’uso degli pseudonimi online come assolutamente marginale (roba da geek) si è ricreduto: “Ho cambiato idea. Il tipo di politica sui nomi che Facebook e Google Plus perseguono è in realtà un allontanamento radicale dal modo in cui l’identità e la parola interagiscono nel mondo reale. Queste politiche caricano di un’identità più forte ogni atto e ogni parola online rispetto alla maggior parte delle azioni equivalenti nel mondo reale”.

È interessante perchè Madrigal sostiene l’esatto contrario di un caposaldo della critica agli pseudonimi su Internet, la maggior adesione alla realtà, ovvero: “se dico qualcosa in un’assemblea o per strada la dico con la mia faccia, e così deve essere anche online”. Madrigal però fa notare un aspetto:

Immaginate di camminare per strada e di gridare, “Abbasso il governo!” Se non siete una superstar che tutti conoscono, la stragrande maggioranza delle persone che ha potuto udirvi non avrà idea di chi voi siate. Non avrà accesso al vostro curriculum professionale o alla vostra rete sociale o ad una qualsiasi altra cosa che una semplice ricerca su Google permetta di trovare. Le uniche informazioni che la gente saprà di voi si limiteranno alle vostre caratteristiche fisiche e agli abiti che avete addosso, che non sono dati del tutto trascurabili, ma che certo non pemettono nè in modo diretto nè in modo semplice di essere collegati alla vostra reale identità.

Per chi pensa che le principali motivazioni per l’utilizzo degli pseudonimi online derivino dal calcolo opportunistico o dalla mancanza di responsabilità, può leggersi questa interessante lista che Kirrily “Skud” Robert  ha fatto sulle diverse ragioni che possono spingere qualcuno a utilizzare uno un nome non reale . Ma forse una delle motivazioni più ricorrenti è che molte persone vogliono, semplicemente, che il giudizio degli altri sulle cose che esprimono non dipenda da alcuni elementi della propria identità (nazionalità, sesso, status sociale, professione…) ma si concentri solo sul valore di quello che esprimono.

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Community engagement in redazione per un giornalismo migliore

Se dopo aver risposto alla classica domanda “a che cosa stai lavorando adesso?” la conversazione cade per qualche attimo nel silenzio e amici e parenti vi guardano con sguardo interrogativo aggrottando la fronte probabilmente state lavorando a qualcosa che ha a che fare con il web. Se siete giornalisti e lavorate nel web può esservi anche capitato di peggio: quando, una decina d’anni fa, cominciai a lavorare per un sito di informazione online alla fatidica domanda un amico mi rispose “ma quindi fai ancora il giornalista o no?…”

Oggi, anche dove l’uso sistematico degli strumenti digitali a servizio del giornalismo non è una novità assoluta, se il tuo nuovo incarico in una importante rete di quotidiani locali è quello di essere responsabile del community engagement & social media può succedere che in molti (parenti, amici ma anche molti colleghi) stentino a capire cosa realmente stai facendo. È così che Steve Buttry – qualche decennio passato nella carta stampata in giro per il mondo e oggi uno dei punti di riferimento per chi vule capire le potenzialità degli strumenti digitali nella professione giornalistica – ha cominciato da qualche anno a raccontare il senso del suo lavoro anche in un blog: The Buttry Diary ricchissimo di spunti, idee, provocazioni e suggerimenti. Tra i molti segnalo un bel post  What does ‘community engagement’ mean? dove Buttry, come è facile capire dal titolo, ha cercato di dare una definizione del suo lavoro di questi anni. Cosa significa fare community engagement per un giornalista, cosa comporta in concreto lavorare con gli strumenti digitali (ma attenzione, non solo con quelli) in una redazione avendo come finalità quella di coinvolgere e rendere attivi i propri lettori e le comunità che si racconta? Buttry, dopo qualche scambio di vedute, propone questa definizione, asciutta e sintetica come un tweet:

Community engagement = News orgs make top priority to listen, to join, lead & enable conversation to elevate journalism.

Che tento di tradurre così: Community engagement= organi d’informazione  che fanno dell’ascolto la priorità principale, per collaborare, guidare e favorire la conversazione al fine di realizzare un giornalismo migliore.

L’interazione con la “folla” è dunque pensata principalmente per migliorare il proprio lavoro, il livello qualitativo dell’informazione. La conquista di nuovi lettori ne è semmai la logica conseguenza, non l’ obiettivo aprioristico. D’altronde i vecchi caporedattore spesso ricordavano ai giovani praticanti che tra la le fonti di notizie non bisognava mai dimenticare la suola di scarpe da consumare andando in giro a parlare con le persone. I nuovi media, come di frequente accade, ci danno la possibilità di riappropriarci e aggiornare strategie antiche: riscattare il lettore dal ruolo di figura indistinta e sfocata al quale è stato relegato troppo spesso dalla stampa mainstream è indubbiamente una delle scommesse da vincere nel nuovo ecosistema dell’informazione. L’engagement non può che essere  reciproco. E proprio su questa linea, mi sembra, sono pensate  le keyword che che Steve propone per far emergere nelle redazioni la qualità e l’efficacia del lavoro di interazione con la comunità dei propri lettori. Ne propongo una traduzione perché mi sembrano una base molto utile per riflessioni future.

Priorità. Il Community engagement non può funzionare come ripiego. Coinvolgere è un lavoro serio, e se l’organizzazione non è realmente interessata è difficile avere il tempo e l’attenzione che servono. Una cosa importante: la comunità è intelligente e le persone si rendono subito conto quando l’impegno è solo a parole e non una reale priorità.

Ascoltare. L’interazione non è semplice promozione. Se il vostro engagement consiste nel raccontare cosa deve essere importante per la comunità o quello che state facendo, oppure siete interessati unicamente a raccogliere contenuti a basso costo, bene non coinvolgerete nessuno. Avete bisogno di ascoltare e dare risposte. E a volte avrete bisogno di cambiare strategia per valutare i feedback provenienti dalla comunità che state ascoltando.

Partecipare. Non potete pretendere di ospitare tutta la conversazione nel vostro sito web o nel vostro giornale. Le persone stanno discutendo sulle notizie e le questioni che riguardano la loro comunità in molti luoghi per loro importanti, sia fisici che digitali. Dovete partecipare a queste discussioni e rispettare il ruolo e la reputazione di chi le sta conducendo.

Guidare. Gli organi di informazione devono essere leader nella conversazione con la comunità (quelli che hanno radici nella stampa e una storia di leadership editoriale hanno già ricoperto questo ruolo). Dall’ascolto e dalla partecipazione delle altre conversazioni guadagnerete il rispetto necessario per poterle guidare.

Conversazione. Conferenze e informazione monodirezionale, a senso unico, possono avere il loro ruolo, ma l’interazione è una conversazione multi-direzionale, dove ascoltare le persone, far condividere con gli altri le loro conoscenze, porre domande ponderate e fornire risposte ponderate. La conversazione è umana e personale (a volte divertente, a volte triste, a volte arrabbiata, a volte gioiosa). La conversazione ha necessità una voce amichevole.

Giornalismo. L’interazione [engagement] è un approccio che può e deve servire a migliorare il nostro giornalismo. Può anche avere qualche beneficio di marketing, ma lo scopo è un giornalismo migliore.

nota: tradurre il termine engagement non è semplice (almeno non lo è per me) perchè convivono significati dalle sfumature molto diverse: condivisione, partecipazione, c’è quasi una promessa di un percorso comune (ring engagement è non a caso l’anello di fidanzamento) ma anche di ingaggio, con un senso forte di competizione (una lotta, una battaglia), per conquistare qualcosa…

fonti e approfondimenti

Nuovi mestieri nel giornalismo: animatori di comunità cercansi (Il Ducato)

Mappa delle Competenze del Community Manager (Il Giornalaio)