Per un giornalismo aperto adesso. I cinque pilastri dell’open journalism

Sono passati quarant’anni da quando Internet è stata sviluppata e venti da quando il web è stato messo online. I nuovi media non sono nemmeno più così nuovi. Ma troppa della nostra energia nel giornalismo si è concentrata sui nuovi modi per offrire idee vecchie, invece che sui nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno.

È una frase che sintetizza alla perfezione molto del dibattito che in questi ultimi anni si sta sviluppando intorno al futuro dell’informazione, la giornalista americana Melanie Sill – che della frase citata è l’autrice – l’ha messa un po’ di mesi fa in uno di una serie di interessantissimi articoli e interventi dedicati al giornalismo “aperto”: The case for open journalism now. Una considerazione sostenuta da molti che potrebbe apparire addirittura scontata nella sue evidenza. La pratica però ci dice quanto sia ancora disatteso il passaggio verso quei nuovi approcci che la Sill, e molti altri, si auspicano.

Uno come John Paton convinto assertore della digitalizzazione dei quotidiani e ceo di uno dei maggiori gruppi di giornali locali in America è stato ancora più esplicito: “Crappy newspaper executives are a bigger threat to journalism’s future than any changes wrought by the Internet”, più o meno: i pessimi dirigenti dei quotidiani sono una iattura ben maggiore per il futuro del giornalismo di qualsiasi cambiamento possa causare Internet…

Così l’open journalism sta diventando il simbolo di qualcosa di nuovo, di un giornalismo che ripensa sé stesso magari per recuperare vecchi valori persi per strada. Ma coniugato alle politiche editoriali che puntano tutto sul digitale è anche (soprattutto) una strategia dettata da scelte economiche. C’è una cultura che lo sostiene, una “religione” ha detto qualcuno, ma ci sono anche precise istanze economiche. Il Guardian, senza dubbio il più noto tra i portabandiera dell’open journalism, solo lo scorso anno ha perso circa 50 milioni di dollari sterline e il suo digital first è una scelta tanto coraggiosa quanto dettata da urgenze di bilancio e robusti tagli ai costi di gestione (e anche del personale).

Ma quali sono i fondamenti sui quali si deve realizzare il nuovo open journalism e come possiamo concretamente cominciare ad applicarli nel lavoro giornalistico? Collaborazione, trasparenza e partecipazione, certo, lo abbiamo capito sono principi base per ripensare un nuovo modo di fare informazione, ma cosa significa concretamente, con quali strumenti e quali strategie?

Sempre al Guardian nel marzo scorso hanno pubblicato le linee guida che la redazione si era data per realizzare con metodo il nuovo approccio di lavoro. Un decalogo su come applicare i nuovi paradigmi del giornalismo del futuro, sui quali, per il momento, non mi soffermo visto che in molti – giustamente – hanno già sottolineato e fatto riflessioni (alcune delle notazioni a mio giudizio più interessanti le trovate qui)

Ma al di là delle etichette, dell’enunciazione di singoli principi e dichiarazioni d’intenti, mi sembra interessante l’idea che comunque dietro a un nome vi sia una roadmap, un percorso a tappe che dai valori più profondi del giornalismo tradizionale (del buon giornalismo da sempre) si spinga ad esplorare nuove metodologie di approccio e di organizzazione del lavoro giornalistico, dove le pratiche di engaging hanno un ruolo fondamentale (soprattutto se pensate per coinvolgere veramente il lettore nel processo produttivo e per migliorare la qualità del proprio lavoro e non per ottenerne contenuti gratuitamente). Oltre alle esperienze del Guardian tra  le persone da seguire in rete personalmente suggerisco  Steve Buttry e i già citati Joe Paton, Melanie Sill. Tutti però convinti che nell’apertura alle nuove pratiche di interazione con i lettori e di ingaggio con le comunità  i giornalisti debbano ambire ad avere un ruolo primario, di leader e di guida. Un ruolo certo da conquistare sul campo e non calato dall’alto per divina volontà. Ma questo è un elemento da tenere comunque presente e che, mi sembra, caratterizza e differenzia  l’open journalism pensato dentro le redazioni rispetto a molto altro giornalismo partecipativo governato tutto dal basso.

Proprio la Sill che cito a inizio articolo ha prodotto una raccolta di materiali molto interessanti assieme a serie di articoli e interventi che mi sembra abbia valore rileggere. Per questo “rispolvero” da Delicious dove gli avevo salvati un po’ di tempo fa questi articoli per segnalarli.

In particolare trovo interessante tradurre e sintetizzare i 5 pilastri che secondo la giornalista americana sono il fondamento delle pratiche di open journalism da applicare nelle redazioni. Un ottima base per riflessioni future.

1.Trasparenza. è un valore che si collega profondamente alla tradizione del giornalismo, dice la Sill ma il concetto va rafforzato ed esteso. E in molte direzioni. A cominciare ad esempio esplicitando quali siano i finanziatori del giornale, la propria missione editoriale, cosa che raramente fanno le testate mainstream. Trasparenza su modalità di gestione delle correzioni, così come sui programmi, sui software e le risorse utilizzate ad esempio per raccogliere dati e organizzarli. Insomma “show your work”, mostra il tuo lavoro, spiega come è fatto e, meglio ancora: mostra del tuo lavoro anche il processo e gli strumenti che hai utilizzato per realizzarlo. Invita poi anche gli altri a utilizzarli e a condividerli in modo che usandoli possano tutti insieme migliorarli e ottimizzarli.

2. Interazione e coinvolgimento come parte centrale del proprio lavoro e non semplicemente come un di più. L’interazione, come parte fondamentale nella raccolta e selezione delle notizie e non solo e semplicemente un modo per promuoverle. Il che non vuol dire che una volta raccolte l’interazione non possa essere anche uno strumento utilissimo per farlo. L’engaging resta soprattutto però un processo per migliorare la raccolta delle notizie e la qualità e quantità delle fonti. Una strada che deve essere sempre percorsa  nei due sensi di marcia: dalla redazione al lettore e dalla lettore alla redazione, monitorando continuamente i propri canali di informazione.

3. Partecipazione: sostanziale, reciproca e gratificante. Il rapporto tra chi raccoglie e diffonde le notizie (le redazioni) e chi le fornisce e le condivide è un aspetto centrale dell’open journalism che alimenta più di un dibattito (ad esempio quello sul citizen journalism). Esistono esperimenti come quello dell’HuffingtonPost con OffTheBus sulla campagna presidenziale  (realizzato nel 2008 e replicato nel 2012). Altre esperienze si stanno facendo in questa direzione nei quali le redazioni cercano di interagire e valorizzare contributi e conoscenze da parte dei lettori, per un dialogo più attivo con la propria comunità di riferimento attraverso i social media e gli strumenti digitali.

4. Collaborazione. Può essere il più abusato dei termini, soprattutto se ci si limita alla semplice condivisione dei contenuti per aumentare la lista dei contatti con la sola finalità di auto-promuoversi. Eppure le idee alla base della cultura open-source hanno cominciato a influenzare qualche redazione. I programmatori e le tecnologie hanno prodotto benefici diretti verso alcuni nuovi generi di giornalismo. Oggi i giornalisti lavorano per analizzare dati, per mappare e visualizzare graficamente le loro indagini condividendo le loro conoscenze e il software utilizzato sia attraverso canali più indirizzati verso la comunità dei giornalisti, come ad esempio Investigative Reporters and Editors, sia verso quella come GitHub dedicato ai programmatori di software.

5. Presenza in rete. La condivisione delle informazioni online viene realizzata per mezzo di diversi network che si intersecano tra di loro: dalle comunità dei fan fino a quella dei media sociali, dai blog con le loro conoscenze altamente specializzate ai forum di discussione. Le testate online possono essere il il canale più abituale dove la maggior parte delle persone cercano informazione generalista, ma le altre reti danno la possibilità di accedere a una varietà di informazioni molto più vasta. Per capire questo contesto più ampio nel quale operare e  trovare il modo migliore per svolgere il proprio ruolo di servizio, le redazioni possono fare un importante salto di qualità in direzione nel selezionare e diffondere le notizie, attività che ha definito il giornalismo per così tanto tempo. Il prossimo salto in avanti deve essere in merito alla collaborazione con la comunità di riferimento riguardo alle finalità dell’informazione pensata come servizio.

Quotidiani e senso di comunità

Quando un giornale racconta una comunità e in quel racconto la comunità si riconosce – si sente rappresentata – allora i lettori penseranno a quel giornale come “il nostro giornale”. Ma questo concetto, quest’idea con tutto il senso di appartenenza, partecipazione e perfino di affetto che può suggerire, che per molto tempo è stata l’asse portante di molte pubblicazioni locali, sembra ormai far parte del passato. Una reliquia. Qualcosa è andato perso, qualcosa si è rotto, e nell’analisi sulle ragioni di questa perdita è necessario andare molto indietro nel tempo, prima ancora – è bene sottolinearlo subito – della nascita e dello sviluppo di Internet e dei media digitali. Sono queste le considerazioni dalle quali parte una bellissima riflessione A death in the family: How “our newspaper” became “the newspaper” che il giornalista John Robinson ha pubblicato nel suo blog (che consiglio di seguire se già non lo fate).

Robinson ripercorre, velocemente ma con precisione, la lenta regressione subita dai quotidiani americani  (con tutti gli apetti peculiari di quella realtà, ma con molti altri in comune con ciò che è avvenuto anche da noi) dovuta alla perdita di gran parte della loro capacità nel costruire senso di comunità attraverso un rapporto forte e diretto con i propri lettori. Un percorso disseminato da tanti segnali, evidenti quanto poco capiti con l’efficacia necessaria per invertire quella tendenza.

La crisi che vivono oggi i quotidiani locali in America diventa, nel racconto di Robinson, l’immagine di un vuoto da colmare, di un ruolo che non si è più in grado di ricoprire. E come sempre succede, quello spazio lasciato libero viene occupato da altri, non sempre con risultati esaltanti… «Sarebbe facile dire che il senso di comunità di Facebook e Twitter ha rimpiazzato quello dei quotidiani, ma l’erosione è cominciata molto prima», precisa Robinson.
Molto prima, quando? Tra gli anni ’60 e ’70 con l’ascesa dei network Tv e i giornalisti televisivi sempre più amichevoli e carini come divi di Hollywood, (così simpatici e “reali” che sembrava che parlassero proprio con te, come potrebbe fare un tuo amico o un collega). L’erosione è poi continuata quando si sono adottate politiche economiche poco lungimiranti e arroganti (si è cominciato a chiedere soldi per pubblicare i necrologi – non è esattamente quello che fa un amico eh?-, e quando le revenue erano al massimo si è stati scostanti con chi cercava di allacciare rapporti commerciali con il quotidiano). E poi: analisi politiche e sociali fatte sempre più spesso su larga scale e guardando i centri di potere ma incapaci di cogliere i particolari, le sfumature delle comunità locali.
E ancora, e ancora… nel ripercorrere questi ultimi decenni, Robinson mette sul conto ancora diversi altri aspetti (e molti ne vengono suggeriti nei moltissimi commenti al post, tutti da leggere con attenzione).

Poi «Internet ha messo tutti d’accordo. Una maggiore scelta di informazioni, di possibilità di connessione e di fare comunità. è diventato “il nostro giornale”. I miei amici di Facebook, i miei follower di Twitter, sono comunità che sento forte tanto quanto quella fisica. Sono amici e sono divertenti e la loro relazione è sicura. Confrontate i commenti su Facebook e quelli di un giornale», scrive Robinson.

Dall’analisi/provocazione di Robinson ne è nato nelle settimane successive su blog e social network un interessante dibattito intorno al tema “our newspaper” vs. “the newspaper”, molto partecipato e di qualità (sono intervenuti tra gli altri giornalisti che ho citato spesso in questo blog Jay Rosen, Jack Lail, Steve Buttry, Dan Gillmor)

Personalmente però l’analisi di Robinson mi hanno fatto venire in mente quello che scriveva un paio di anni fa una delle grandi firme del giornalismo americano, Richard Rodriguez sul declino dei quotidiani locali negli Stati Uniti in un formidabile articolo Final Edition pubblicato su Harper’s:

Non credo che il declino dei giornali sia stato determinato esclusivamente della tecnologia informatica e da Internet. I fattori che limitano i giornali sono probabilmente tanto diversi quanto scontati come la Ford modello T e la pillola anticoncezionale. Ci piace dire che l’invenzione del motore a scoppio ci ha cambiati, ha cambiato il nostro modo di vivere. In verità, abbiamo costruito la Ford T perché eravamo già cambiati, abbiamo cercato di rifare il mondo per poter accoglierci la nostra inquietudine. Ed ecco che adesso possiamo dire: i quotidiani finiranno perché la tecnologia ci costringe ad acquisire informazioni in modo nuovo. E se è così, chi ci dirà che cosa significa vivere come cittadini di Seattle o di Denver o Ann Arbor? La verità è che non vogliamo più vivere a Seattle e Denver o Ann Arbor. La nostra inclinazione ci ha portato a inventarci un cosmopolitismo digitale che inizia e finisce con “Io”.

Quale mondo stiamo costruendo oggi, anche attraverso i nuovi media, per accogliere la nostra “inquietudine” (restlessness è il termine usato da Rodriguez)? Essere cittadini di un mondo digitale, piattamente cosmopolita perché tutto ripiegato su sé stesso, ci fa perdere il senso della nostra comunità locale e il nostro senso di appartenenza si disperde. Aggiungiamo pure che nell’uso retorico di termini volutamente rassicuranti come “amici”, “mi piace” e via di seguito, usati a profusione anche dai social network c’è una banalità di fondo.Tutto vero, eppure questo credo, è solo un aspetto del problema. I media sociali sono anche molto altro.

Così se Internet non è stato la sola causa del declino dei giornali probabilmente, non può essere nemmeno di per sé l’unica soluzione. Serve un cambiamento culturale, nuovi paradignmi. E se la vera sfida per chi fa informazione è quella di ricostruire il rapporto con le proprie comunità di riferimento, diventa  fondamentale utilizzare tutti gli strumenti (digitali e non) per moltiplicare il confronto e l’interazione. Perché non basta semplicemente dichiarare di mettere le persone al centro, bisogna farlo davvero, coinvolgendo i lettori sempre più nel processo produttivo. «I quotidiani, gli organi di informazione oggi, possono fare molti passi in avanti per dare alle persone un senso di appartenenza e partecipazione nel loro giornalismo» dice Robinson in chiusura del suo articolo. In quel “molto” ci sono, probabilmente, gran parte delle sfide da mettere in campo per dare un futuro ai giornali (qualunque sia il supporto sul quale siano pubblicati).

Il giornalismo verso una cultura “open”: il Guardian e la strategia digital first

Se metti online, accessibili e visibili da chiunque, informazioni strategiche sul tuo lavoro di norma custodite gelosamente (e che addirittura molti dei tuoi rivali sarebbero disposti a pagare pur di venirne a conoscenza) può voler dire solo due cose: o sei un pazzo o hai una visione del futuro che si basa su paradigmi completamente diversi da tutti gli altri. Al Guardian, poco ma sicuro, pazzi non sono. La decisione di rendere pubblica la propria newslist – il piano di lavoro sulle quali sono annotate, giorno dopo giorno, le notize da seguire e i compiti asegnati ai vari membri della redazione –  per condividerla con i lettori e accogliere i loro suggerimenti su come costruire il giornale fa parte, ovviamente, di una precisa strategia. L’esperimento è stato fatto partire a inizio ottobre 2011, in fase sperimentale, ma difficilmente si tornerà indietro.

Seppur eclatante l’esperimento è solo il più recente passo in direzione di un’ampia condivisione di dati e informazioni con i propri lettori: “Let readers in and they will help make your work better” lasciate entrare i lettori e loro aiuteranno a rendere il vostro lavoro migliore, dice convinto Dan Roberts, l’editor responsabile del progetto, in una recente intervista. Così già a maggio 2010 dal quotidiano inglese era stata lanciata Open platform che permette, in molti casi gratuitamente, a sviluppatori esterni di condividere tramite API (Application programming interface) aperte molte risorse e contenuti del Guardian su altre piattaforme, anche se di altre aziende e con finalità commerciali.
Anche in questo caso nessuna pazzia, quella del Guardian è una visione sempre concreta e pragmatica: “non solo diciamo che è possibile mettere i nostri contenuti in una applicazione commerciale, ma anzi incoraggiamo a farlo perché vuol dire mettere il nostro contenuto in luoghi dove altrimenti non sarebbe stato mai pubblicato, e questo ci consente poi di costruire relazioni con potenziali partner”, ha detto Chris Thorpe uno dei responsabili del progetto a Mathew Ingram in un articolo per il superblog GigaOm. “Non pensarlo come un giornale. È una piattaforma dati” ha titolatolo stesso Ingram un suo articolo successivo dove si sottolinea che la strategia di Open Platform ha fatto, negli Stati Uniti, importanti proseliti come Usa Today e New York Times.

UNA PIATTAFORMA APERTA e da condividere con i propri lettori. Sarà (anche) questo il giornale del futuro? Certo è che non è necessario essere dei convinti sostenitori della rivoluzione digitale per capire che molti dei parametri con i quali si è misurata l’informazione ( e la professione giornalistica) stanno per essere radicalmente cambiati. Nel modo di reperire le notizie e nel modo di distribuirle, nel modo di relazionarsi con i propri lettori.
La politica del “digital first” lanciata nel luglio 2011,  e della quale si è molto parlato in questi mesi, sta disegnando scenari nuovi, “Una linea è stata tracciata sulla sabbia” dice ancora Mathew Ingram che sulla vicenda sta scrivendo, a mio parere, tra le cose più interessanti.  Si stanno delineando sempre più nettamente due strategie opposte,  quella dei vari paywall, i “muri”  eretti da alcune testate online come il Times – e da tutti coloro che pensano di trasportare di peso un vecchio modello economico nella nuova dimensione digitale – e quella che mira invece a coinvolgere in modo concreto e fattivo i lettori nel processo produttivo e creativo del giornale.
Perché in fondo essere coerenti con la filosofia del “digital first” non significa solo eliminare gradualmente la carta per ridurre i costi di produzione e distribuzione. Vuol dire cambiare i paradigmi, essere interessati al lettore, non solo per i soldi che è disposto a darti per leggere i tuoi articoli ma anche per il suo bagaglio di conoscenze che può condividere con te, per la sua identità con la quale confrontarti, per la sua voglia di riconoscersi in una comunità, locale o globale che sia, che sente esistere anche nel racconto quotidiano che ne fa il giornale. Anche gli esperimenti sui nuovi giornalismi, come ad esempio quello sul giornalismo di precisione con il giustamente celebrato DataBlog, sono tutti pensati per rendere sempre più trasparente il processo di raccolta delle notizie in funzione di fare dei lettori una parte fondamentale di quello stesso  processo.

D’altronde non occorre essere dei fini analisti per capire che per gli editori sarà difficile realizzare un qualsivoglia modello economico vincente per i loro giornali (online e offline che siano) senza riacquistare quell’autorevolezza e credibilità agli occhi dei lettori. Una credibilità persa costantemente negli anni soprattutto per aver sempre più reso marginale il contributo dei lettori (magari a favore, come accade da noi, dell’establishment politico che ogni anno elargisce finanziamenti pubblici dai quali le testate sempre più dipendono economicamente).
Anche per questo chi ha intrapreso la strada del digital first sta attuando nelle sue redazioni decise politiche di community engaging ovvero di interazione, relazione e ascolto con la comunità dei propri lettori. E non è solo questione di srumenti digitali ma di ripensare completamente al modo di relazionarsi con i tuoi referenti. Non solo con l’uso delle nuove tecnologie ma anche, semplicemente, spalancando le porte della redazione ai propri lettori trasformandola così in uno spazio aperto di incontro e confronto, creando delle newsroom cafe come ha fatto John Paton ceo del Journal Register Company editore di una serie di quotidiani locali negli Stati Uniti, che pure sta puntando tutto sul “digital first”.

LE POLITICHE DI ENGAGING – anche guardano il solo dato economico – sembrano premiare anche quei media digitali che ne hanno fatto un uso strategico. Lo fa notare nel suo blog Alan Mutter, uno dei più autorevoli osservatori dei modelli di business per i contenuti in rete, in un suo articolo Engagement, the new digital metric. I grandi editori stanno applicando il modello di business della stampa ai media digitali – sostiene Mutter – da  due decenni spendono le loro energie nel cercare di  mettere insieme un pubblico più grande possibile nei loro siti e, più di recente, nelle lo pagine di Facebook e Twitter. Ma un’audience vasta e indifferenziata non ha una grande importanza nel mondo digitale quanto quelle audience omogenee, attive e facilmente “targettizzabili” dai propri inserzionisti.

E anche senza dimenticare l’approccio tutto concretezza di Mutter – certo, dietro le strategie di engaging c’è molto spesso anche la volontà di profilare le identità dei lettori a uso e consumo dei propri uffici marketng – è altrettanto evidente che dalla società vengono richieste sempre più decise di nuovi spazi di discussione, dove poter contare e non essere semplici spettatori. Richieste di partecipazione, di trasparenza, di una cultura “open” che investe sempre più ampi spazi della vita sociale, della politica. Oggi non esistono certezze che le strategie votate al “digital first” saranno quelle economicamente vincenti, è possibile pensare però che continuare a ignorare le istanze provenienti da larga parte della società significhi, per i media, mettersi fuori del cambiamento in atto, non essere in grado di raccontare la realtà nei suoi aspetti più importanti. E questa per chi fa informazione, anche dal punto di vista economico, non rappresenta da sempre la strategia peggiore da seguire?

una recente campagna pubblicitaria del Guardian

Fonti e approfondimenti

#opennews  l’hashtag per proporre storie o commentare la newslist con la redazione del Guardian

The Guardian draws a line in the sand: Digital comes first
(GigaOm)

It’s not just nice for media to be social — it’s imperative (GigaOm)

Guardian Says It Needs to Become an Open Platform (GigaOm)

I Rigori li Sbaglia Solo chi ha il Coraggio di Tirarli (Il Giornalaio)

Digital First, un modello di business per l’editoria locale (EJO)

Wikileaks chiede aiuto: le banche hanno il diritto di chiudere l’informazione scomoda?

Una delle motivazioni più ricorrenti tra quelle sostenute dai detrattori di Wikileaks di fronte alle rivelazioni dell’organizzazione è sempre stata “cose già sentite, già pubblicate solo con meno clamore, sapevamo già tutto”.  C’è allora da chiedersi perché alcuni dei maggiori gruppi bancari si siano coalizzati e abbiano bloccato di fatto ogni possibile finanziamento ad Assange e soci. Per paura di cose “già sentite e già pubblicate”? Dal 7 dicembre 2010 Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union hanno imposto un blocco bancario che ha ridotto all’osso i finanziamenti a Wikileaks (la riduzione, dicono dall’organizzazione, è pari al 95 per cento, ovvero circa 50 milioni di euro). Un atteggiamento che ha portato, dopo dieci mesi, Wikileaks a un passo dalla bancarotta e alla conseguente decisione di sospendere la pubblicazione dei cable e di concentrarsi solo sul reperimento dei fondi. Dal sito viene lanciato questo appello:

Siamo costretti a sospendere temporaneamente la pubblicazione, finché non avremmo maggiori sicurezze sulla nostra sopravvivenza economica. Per quasi un anno siamo stati in lotta contro un blocco finanziario illegale . Non possiamo permettere alle grandi compagnie finanziarie Usa di decidere cosa debba fare il mondo intero con i propri soldi. Le nostre battaglie sono costose. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per reagire.

Le ragioni sostenute dalle banche per giustificare l’azione contro Wikileaks sono sempre state, tutto sommato, generiche: Bank of America ad esempio ha motivato dicendo che l’organizzazionedi Assange avrebbe potuto compiere azioni  ”incompatibili con le nostre politiche interne per l’elaborazione dei pagamenti”. Ma Wikileaks non ha subito nessuna condanna da nessun tribunale in nessun luogo del Mondo eppure, come giustamente hanno ricordato in molti, la medesima decisione di bloccare le donazioni queste stesse banche non l’hanno presa, ad esempio, nei confronti una organizzazione come il Ku Klux Klan.  Inoltre ha valore ricordare che le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio  nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa con atteggiamenti rischiosi”.

Dieci mesi fa proprio a seguiro del blocco bancario nei confronti di Wikileaks un editoriale del New York Times poneva alcune questioni fondamentali sul rapporto tra banche e mondo del’informazione. Allora ne sottolineai alcuni aspetti in un articolo su questo blog, mi sembra ancora più necessario riproporle, alla luce di questi ultimi eventi, ancora oggi:

La capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.[...] Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Anche per questo, a mio giudizio, è importante oggi sostenere  Wikileaks:  è possibile farlo – nonostante il blocco bancario – in diverse modalità attraverso questo sito http://shop.wikileaks.org/donate.

Evoluzione (e declino) dei quotidiani negli Usa: una mappa interattiva

clicca sull'immagine per vedere la mappa interattiva

La crisi che in questi anni ha messo sotto stress i quotidiani americani tende forse a far dimenticare quanto questi fossero presenti sul territorio e importanti per la società, dice Geoff McGhee multimedia editor (ha lavorato al New York Times e a Le Monde) che ha realizzato questa interessante mappa interattiva sull’evoluzione dei quotidiani negli Stati Uniti dal 1690 al 2011.

Per realizzarla, Geoff e i suoi collaboratori, hanno utilizzato l’elenco dei quotidiani statunitensi presente nell’archivio della Biblioteca del Congresso (in particolare nel bel progetto Chronicling America), circa 140mila pubblicazioni in tutto. Poi le hanno collocate sia nel tempo che geograficamente. Il risultato è quello che potete vedere qui. La presenza delle pubblicazioni nelle diverse aree e città è individuato con punti luminosi di intensità direttamente proporzionale al loro numero (da 1 fino a più di 20). Un ottimo esempio di come realizzare una visualizzazione dei dati.

Della mappa è stata realizzata anche un’animazione:

Provate a mettere il cursore sul 1911 (che rappresenta uno degli anni di maggior diffusione della stampa) e fatelo scorrere rapidamente fino ad oggi. Cento anni esatti. Fa una certa impressione, le fonti luminose  si diradano notevolmente dando davvero l’impressione di qualcosa che stia lentamente spegnendosi…domanda: c’è qualcosa che ha sostituito realmente i quotidiani nel racconto delle comunità locali? In questo senso sarebbe interessante una mappa simile sull’evoluzione dei network televisivi locali. Come molto interessante sarebbe vedere replicata questa infografica per altre realtà come l’Europa e, ovviamente, l’Italia.

The Growth of Newspapers Across the U.S.: 1690-2011 (Rural West Initiative, Bill Lane Center for the American West, Stanford University)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

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Community engagement in redazione per un giornalismo migliore

Se dopo aver risposto alla classica domanda “a che cosa stai lavorando adesso?” la conversazione cade per qualche attimo nel silenzio e amici e parenti vi guardano con sguardo interrogativo aggrottando la fronte probabilmente state lavorando a qualcosa che ha a che fare con il web. Se siete giornalisti e lavorate nel web può esservi anche capitato di peggio: quando, una decina d’anni fa, cominciai a lavorare per un sito di informazione online alla fatidica domanda un amico mi rispose “ma quindi fai ancora il giornalista o no?…”

Oggi, anche dove l’uso sistematico degli strumenti digitali a servizio del giornalismo non è una novità assoluta, se il tuo nuovo incarico in una importante rete di quotidiani locali è quello di essere responsabile del community engagement & social media può succedere che in molti (parenti, amici ma anche molti colleghi) stentino a capire cosa realmente stai facendo. È così che Steve Buttry – qualche decennio passato nella carta stampata in giro per il mondo e oggi uno dei punti di riferimento per chi vule capire le potenzialità degli strumenti digitali nella professione giornalistica – ha cominciato da qualche anno a raccontare il senso del suo lavoro anche in un blog: The Buttry Diary ricchissimo di spunti, idee, provocazioni e suggerimenti. Tra i molti segnalo un bel post  What does ‘community engagement’ mean? dove Buttry, come è facile capire dal titolo, ha cercato di dare una definizione del suo lavoro di questi anni. Cosa significa fare community engagement per un giornalista, cosa comporta in concreto lavorare con gli strumenti digitali (ma attenzione, non solo con quelli) in una redazione avendo come finalità quella di coinvolgere e rendere attivi i propri lettori e le comunità che si racconta? Buttry, dopo qualche scambio di vedute, propone questa definizione, asciutta e sintetica come un tweet:

Community engagement = News orgs make top priority to listen, to join, lead & enable conversation to elevate journalism.

Che tento di tradurre così: Community engagement= organi d’informazione  che fanno dell’ascolto la priorità principale, per collaborare, guidare e favorire la conversazione al fine di realizzare un giornalismo migliore.

L’interazione con la “folla” è dunque pensata principalmente per migliorare il proprio lavoro, il livello qualitativo dell’informazione. La conquista di nuovi lettori ne è semmai la logica conseguenza, non l’ obiettivo aprioristico. D’altronde i vecchi caporedattore spesso ricordavano ai giovani praticanti che tra la le fonti di notizie non bisognava mai dimenticare la suola di scarpe da consumare andando in giro a parlare con le persone. I nuovi media, come di frequente accade, ci danno la possibilità di riappropriarci e aggiornare strategie antiche: riscattare il lettore dal ruolo di figura indistinta e sfocata al quale è stato relegato troppo spesso dalla stampa mainstream è indubbiamente una delle scommesse da vincere nel nuovo ecosistema dell’informazione. L’engagement non può che essere  reciproco. E proprio su questa linea, mi sembra, sono pensate  le keyword che che Steve propone per far emergere nelle redazioni la qualità e l’efficacia del lavoro di interazione con la comunità dei propri lettori. Ne propongo una traduzione perché mi sembrano una base molto utile per riflessioni future.

Priorità. Il Community engagement non può funzionare come ripiego. Coinvolgere è un lavoro serio, e se l’organizzazione non è realmente interessata è difficile avere il tempo e l’attenzione che servono. Una cosa importante: la comunità è intelligente e le persone si rendono subito conto quando l’impegno è solo a parole e non una reale priorità.

Ascoltare. L’interazione non è semplice promozione. Se il vostro engagement consiste nel raccontare cosa deve essere importante per la comunità o quello che state facendo, oppure siete interessati unicamente a raccogliere contenuti a basso costo, bene non coinvolgerete nessuno. Avete bisogno di ascoltare e dare risposte. E a volte avrete bisogno di cambiare strategia per valutare i feedback provenienti dalla comunità che state ascoltando.

Partecipare. Non potete pretendere di ospitare tutta la conversazione nel vostro sito web o nel vostro giornale. Le persone stanno discutendo sulle notizie e le questioni che riguardano la loro comunità in molti luoghi per loro importanti, sia fisici che digitali. Dovete partecipare a queste discussioni e rispettare il ruolo e la reputazione di chi le sta conducendo.

Guidare. Gli organi di informazione devono essere leader nella conversazione con la comunità (quelli che hanno radici nella stampa e una storia di leadership editoriale hanno già ricoperto questo ruolo). Dall’ascolto e dalla partecipazione delle altre conversazioni guadagnerete il rispetto necessario per poterle guidare.

Conversazione. Conferenze e informazione monodirezionale, a senso unico, possono avere il loro ruolo, ma l’interazione è una conversazione multi-direzionale, dove ascoltare le persone, far condividere con gli altri le loro conoscenze, porre domande ponderate e fornire risposte ponderate. La conversazione è umana e personale (a volte divertente, a volte triste, a volte arrabbiata, a volte gioiosa). La conversazione ha necessità una voce amichevole.

Giornalismo. L’interazione [engagement] è un approccio che può e deve servire a migliorare il nostro giornalismo. Può anche avere qualche beneficio di marketing, ma lo scopo è un giornalismo migliore.

nota: tradurre il termine engagement non è semplice (almeno non lo è per me) perchè convivono significati dalle sfumature molto diverse: condivisione, partecipazione, c’è quasi una promessa di un percorso comune (ring engagement è non a caso l’anello di fidanzamento) ma anche di ingaggio, con un senso forte di competizione (una lotta, una battaglia), per conquistare qualcosa…

fonti e approfondimenti

Nuovi mestieri nel giornalismo: animatori di comunità cercansi (Il Ducato)

Mappa delle Competenze del Community Manager (Il Giornalaio)

Crowdfunding e giornalismo: alcune cose da imparare dalle storie di successo


Visitando la pagina dei progetti “fully funded” di Emphasis.is  si nota con piacere che ben cinque proposte hanno già trovato il pieno sostegno da parte dei lettori per un finanziamento complessivo di quasi 70mila dollari realizzati grazie a oltre 700 donatori. Altri quattro progetti, invece, sono rimasti al palo. A poco più di due mesi dal suo lancio ufficiale la piattaforma di fotoreportage finanziato dal basso sembra aver comunque iniziato con il passo giusto.

La cartina di tornasole per le piattaforme di crowdfunding è, ovviamente, la capacità di portare i progetti presentatati al completamento del finanziamento richiesto nei tempi fissati (solitamente 45/60/90  giorni): pur tenendo presente che comunque non tutte le proposte possono fare centro, una buona parte deve essere capace di coinvolgere sostenitori e raggiungere gli obiettivi fissati. Già ma quanti progetti hanno realmente la possibilità di andare in porto? Se si guarda la ricerca condotta tra dicembre 2010 e febbraio 2011  da paidContent sui maggiori siti di crowdfunding “generalisti” (cioè non focalizzati su una particolare categoria), è interessante notare come anche esperienze di successo, come  Kickstarter  o IndieGoGo a fronte di rispettivamente 12mila e 15mila progetti presentati ne sono riuscite a finanziarne circa 5mila ciascuno. Ancora più di recente il blog di Kickstarter  ha pubblicato un interessante rendiconto dei primi due anni di attività che conferma la tendenza rilevata dalla precedente indagine. Siamo, in generale, nell’ordine di 40/45 percento di possibilità di successo, o se preferite, 60/65 percento di insuccesso. Teniamo inoltre conto che, al di là di tutto l’entusiasmo che possiamo nutrire per queste nuove forme di finanziamento, il giornalismo in questi siti ha attratto l’attenzione in modo tutto sommato marginale: su Kickstarter ad esempio il progetto di maggior successo rimane a tutt’oggi quello  del giornalista freelance Ted Rall che ha raccolto 26mila dollari grazie a 211 sostenitori, ormai più di un anno fa.

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La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

clicca per ingrandire

Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)

Crowdfunding in cerca di enfasi sociale

una foto di Aaron Huey tratta dal suo progetto in cerca di finanziamenti presentato su Emphas.is

Di Emphas.is, il progetto di crowdfunding applicato al fotogiornalismo, si parla da mesi. Più precisamente da settembre 2010 quando Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens hanno lanciato la loro idea attraverso un sito web dal quale ne spiegavano la filosofia e gli obiettivi. Già da allora però avevano annunciato l’esordio vero e proprio del progetto per l’inizio del 2011, prendendosi così diversi mesi nella promozione e nel perfezionamento della piattaforma. A inizio marzo (quindi da pochi giorni), e dopo qualche ulteriore rinvio, finalmente il debutto ufficiale con la presentazione dei primi progetti da finanziare.

Il meccanismo del progetto è quello classico del finanziamento dal basso già utilizzato da diverse altre piattaforme: attraverso un sito web vengono presentate le schede dei progetti e i lettori possono decidere se finanziarli con contributi che vanno dai 10 dollari in su. Però  intorno a Emphas.is c’è molta attenzione e curiosita per più di un motivo. Il primo è che Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens non sono esattamente due pivelli: Ben Khelifa in particoalere è un fotoreporterche che opera nella scena internazionale con un curriculum di tutto rispetto e reportage per testate del calibro del New York Times, Newsweek, Stern, Le Monde, (è stato sottolineato altre volte, ma lo ripeto anche qui: le nuove strade per raggiungere finanziamenti fuori dai circuiti classici non sono battute, come forse qualcuno può ancora pensare, esclusivamente da giovani freelance ma anche da affermati professionisti).

Altro motivo di interesse è poi il fatto che sì, esistono già piattaforme di crowdfunding utilizzate da fotografi e giornalisti, ma questa è la prima esclusivamente dedicata ai reportage fotografici che punta esclusivamente sull’alta qualità dei contenuti e il forte impegno verso tematiche “alte” e di ampio respiro (reportage di guerra, storie dimenticate e non seguite dai grandi media…). Non a caso un altro pezzo da novanta dei fotoreporter freelance come Tomas Van Houtryve è stato uno dei primi a promuovere Emphas.is e a presentare un proprio progetto all’interno della piattaforma.


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Wikileaks e libertà d’informazione: che succede se solo le Banche sono a decidere?

Una volta affievolito l’eco delle ultime rivelazioni generato dai cablogrammi Usa, Wikileaks fa ancora parlare di sé per le molte questioni lasciate aperte da qualcosa che -  minimizzino pure i detrattori dell’organizazione capeggiata da Assange (si sapeva già tutto, nessuna novità, solo gossip) – è piombato del tutto inaspettato nel microcosmo dell’informazione portando al limite i rapporti che lo sorreggevano. Forse questa è la parte più interessante: la riflessione sulle nuove dinamiche, sui nuovi scenari che l’entrata in campo di Wikileaks  impone a tutta la comunità mondiale su temi quali: trasparenza, publicness, uso etico delle nuove tecnologie.

Una questione molto importante la pone, in questi giorni, un editoriale pubblicato sul New York Times (non certo da annoverare tra i fan di Assange e soci) a proposito della scelta di molti gruppi bancari di non permettere finanziamenti a Wikileaks. L’organizzazione, ci ricorda il NYT, non è stata condannata, e nemmeno denunciata. Eppure il mondo finanziario sta tendando di farla chiudere.

Non può essere dimenticato il fatto che Assange ha annunciato che proprio il mondo della finanza sarà il prossimo obiettivo dei leaks. Così Visa, MasterCard e PayPal e più recentemente ancora Bank of America hanno negato qualsiasi transazione a loro favore. Le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio – si fa notare ancora nell’editoriale del NYT – nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa rischiosa”.

Ma la capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.

Quindi, al di là della pur importante questione Wikileaks, le domande che l’editoriale si pone sono:

Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Domande sulle quali è importante riflettere. Il fatto che oggi vengano poste da una testata così influente non mi sembra per niente scontato. Segno che le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in moto un processo profondo di ripensamento delle regole e una richiesta di maggior trasparenza che sarà difficile fermare. O almeno è quello che mi auguro.

Banks and Wikileaks (New York Times)

Un “file aperto” per cambiare volto al giornalismo iperlocale

L’informazione locale e iperlocale rappresenta, oggi, sempre più un “territorio” dove poter misurare la reale efficacia (anche in termini economici) dei processi innovativi che meglio definiscono il giornalismo ai tempi dei nuovi media.

In particolare quando la vicinanza ai propri lettori e l’utilizzo intelligente degli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie favoriscono l’adesione alla migliore fra le qualità del giornalismo partecipativo: l’effettiva, diretta e attiva partecipazione dei cittadini. Se a questo, poi, si coniuga anche una pratica giornalistica consapevole delle risorse dei nuovi media (e che di certo non li considera come una minaccia o strani ‘aggeggi’ che la impoveriscono) possono davvero nascere progetti interessanti e innovativi.

Un progetto da seguire con attenzione che si muove in questa direzione è OpenFile. Una startup con sede a Toronto avviata qualche mese fa (per la precisione l’11 maggio scorso) e alla guida della quale troviamo – come sempre più spesso capita di notare nei progetti editoriali online più innovativi – un giornalista di lunga esperienza: Wilf Dinnik, ex corrispondente dal Medio Oriente per la Cnn  (e dello staff fa parte anche Craig Silverman caporedattore di MediaShift).

OpenFile è stato progettato per consentire al pubblico di decidere quali notizie locali dovrebbero essere coperte. Voi suggerite, noi riportiamo. Voi commentate, noi rispondiamo. Voi create, noi pubblichiamo. Risultato finale: una conversazione vivace e continuamente in evoluzione tra chi le notizie le raccoglie, le legge, le scrive.

L’idea alla base di OpenFile è dunque molto semplice, quasi banale: mettere a disposizione dei lettori tramite il web un “file aperto”, appunto, dove segnalare e raccogliere storie, testimonianze, notizie con la possibilità di inserire immagini, video, note. Il tutto è poi vagliato da una redazione di giornalisti professionisti che verificano le notizie e cominciano ad approfondire gli argomenti. Una volta poi pubblicata sul sito la storia può essere ulterormente commentata e continuamente aggiornata, anche con file audio e video, dagli altri lettori.

Il credo di Dinnik è “La notizia non è il prodotto finale, ma piuttosto parte di un’interazione con la comunità, che può aggiungere e sviluppare la storia”. Una interazione, un rapporto fiduciario con i lettori – e con la comunità che viene raccontata – che i quotidiani un tempo avevano e che oggi hanno sempre più smarrito (insieme agli inserzionisti). Ecco, la cosa più interessante è probabilmente proprio questa. A differenza delle altre piattaforme di giornalismo partecipativo (tipo Spot.us per intenderci), la startup canadese non si prefigge di vendere a terzi i servizi e i reportage realizzati, o di chiedere microfinanziamenti ai lettori stessi, ma cerca un modello di business autonomo basato sull’idea che la notizia, il raconto delle storie locali, non siano il “fine” ma il “mezzo” per nuovi modelli di interazione, per creare e rinsaldare un rapporto forte e duraturo con la comunità che si racconta. Proprio quel rapporto diventa il valore aggiunto del progetto (anche per gli inserzionisti e i finanziatori, sperano ovviamente a OpenFile).

La startup – finanziata da un venture capital – ha già raccolto in questi mesi l’adesione di alcuni sponsor – “stiamo cominciando adesso a chiudere con inserzionisti che stanno cercando alternative ai grandi media e che vogliono accedere ad un quartiere specifico” ha dichiarato Dinnik all’HuffPost – ma la scommessa sembra ancora tutta da vincere. Per il momento inoltre il “raggio d’azione” si limita a Toronto (anche se il progetto sta per essere lanciato anche a Vancouver e Ottawa) , quindi su scala notevolmente inferiore a quella di grandi contenitori Hyperlocal come Patch.com (sul quale AOL ha investito recentemente 50milioni di dollari sembra con scarsi risultati), EveryBlock o Outside.in

Qualche perplessità sulla leggibilità delle storie nel loro complesso (per il momento OpenFile sembra più un contenitore poco gerarchizzato e dove, quindi, non è sempre facile orientarsi), anche se tutte le notizie sono geolocalizzate e corredate di mappe. Ma i responsabili del progetto tengono a precisare che siamo ancora nella fase sperimentale e che diverse funzioni saranno implementate e migliorate.

Fonti e approfondimenti:

Openfile pagina Facebook del progetto e quella su Twitter

“Always collaborate”: Say hello to OpenFile, the local news site putting those new media maxims to the test (Nieman Journalism Lab)

A New Kind of Super-Local Neighborhood News (HuffPost)

Canwest Buyers, OpenFile Bet on Value of Local News in Canada (MediaShift)

OpenFile Wants to Re-Invent Local Journalism (GigaOm)

Wikileaks, il nuovo racconto della guerra

la prima pagina dell speciale online dedicato alle rivelazioni di Wikileaks dal Guardian

La nuova azione di Wikileaks, che ha reso pubblici 400mila documenti sulla guerra in Iraq, ha generato un’enorme quantità di commenti e reazioni in tutto il Mondo, come era facile prevedere. Ancora più facile da prevedre le numerose dure reazioni anche da parte di molta stampa. Si accusa, si minimizza (cose sapute e risapute…). Ma anche tra chi non è tra annoverare tra i fan di Assange, come Steve Coll , ci si rende conto che queste rivelazioni cambiano completamente la prospettiva di una guerra il cui racconto è dovuto sistematicamente passare attraverso pesanti controlli (dei politici, dei militari), e al quale viene oggi restituito quello che gli è troppo spesso mancato: uno sguardo vicino ai drammi subiti dalla popolazione e di chi a vissuto davvero in prima linea. I documenti ci portano dove molti reporter erano riusciti ad arrivare solo molto raramente, per la prima volta riusciamo a percepire l”interno’ di quella guerra e non i suoi margini. Nel suo articolo sul NewYorker Coll trascrive quattro righe tratte da uno dei file rivelati da Wikileaks (una comunicazione tra ufficiali inviata per email), e giustamente ne sottolinea il tono di routine che, semmai ce ne fosse bisogno, ne aumenta a dismisura la drammaticità:

Prove evidenti di tortura sono state rilevate nella stazione di polizia irachena a Husaybah, iz. Grandi quantità di sangue sul pavimento della cella, un filo usato per shock elettrico e un tubo di gomma si trovavano nella cella di detenzione. Allegati.

Bastano queste poche anonime righe per riportarci dentro una guerra troppo spesso racontata a distanza di sicurezza, quanti articoli che abbiamo letto su questo conflitto ci hanno reso l’idea di quello che stava succedento in così poche parole? Ironia della sorte a riportarci ‘dentro’ questa guerra è chi in quei luoghi non c’è mai stato. Potere della rete, come giustamente fa notare il blogger Postoditacco:

Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una parte c’è un’associazione, i cui membri agiscono protetti dall’anonimato, che pubblica rapporti segreti crittografati e protetti da qualsiasi tipo di accesso esterno, mentre dall’altra ci sono soggetti governativi (non soltanto americani) che provano (finora inutilmente) a censurare (mettendo al bando la criptatura adottata da Wikileaks) e decrittografare questi documenti.

Si parla molto di etica e di trasparenza. È eticamente giusto fare rivelazioni di questo tipo in nome della trasparenza?

Una buona risposta, mi sembra, la dà Jeff Jarvis dal suo BuzzMachine che in queste settimane ha lanciato diversi post dedicati proprio al tema della trasparenza e della publicness.

L’unica soluzione per la fuga di notizie non è quindi una maggior segretezza ma una maggiore trasparenza. Se ci fidiamo del governo per decidere quello che è giusto coprire dal segreto – e una volta reso pubblico non emerge niente altro ciò che era necessario nascondere per non danneggiare il bene comune – allora le fughe di notizie posso esere considerate una chiara violazione delle nostre norme.

In un modo o un altro, siamo agli albori dell’età trasparente. Ma non sarà una transizione piacevole o semplice. I primi fatti portati alla luce del sole saranno quelli sgradevoli che qualcuno pensa sia necesario esporre. Solo quando il governo si renderà conto che la sua miglior difesa è l’apertura, vedremo la trasparenza come un bene in sé e non come un arma per esporre il male. Solo quando i governi realizzeranno che i propri cittadini adesso possono guardarli e osservarli, meglio di quanto loro stessi possono fare nei loro riguardi – potremo vedere il valore della trasparenza diventare un deterrente per i cattivi soggetti e le cattive azioni. Allora diventeremmo il grande fratello del grande fratello. O almeno possiamo sperarlo.

Una nota a margine: come molti sanno contemporaneamente al sito diretto da Julian Assange hanno deciso di pubblicare i documenti, il Guardian, Il New York Times, Der Spigel, Le Monde, (ma anche Al Jazira, la Bbc e altri canali televisivi) ma nessuna testata italiana. Diverse iniziative sono state realizzate in rete in questi giorni per approfondire e analizzare i documenti anche con l’aiuto di mappe interattive, grafici in continuo aggiornamento,  la rivista digitale Owni ha messo online una piattaforma crowdorcing per condividere e commentare i dati. Niente di simile è stato fatto da noi.

Anche questo è un elemento, non secondario,  su cui riflettere, soprattutto alla luce della classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans Frontiers recentemente pubblicata, che relega l’Italia al 49esimo posto. E bene ha fatto chi ha sottolineato il “silenzio assordante” nel quale è caduta la notizia qui da noi.  Nemmeno Regno Unito (19esimo posto), Stati Uniti (20esimo), Germania (17esimo) e men che mai Francia (44esimo) sono tra le primissime posizioni del Press freedom Index, ma questo non è certo un dato che ci possa rendere meno amara questa pessima figura. Anzi. Alla luce  dell’apertura e dell’attenzione  alle rivelazioni di Wikileaks comunque dimostrata in questi Paesi, abbiamo una ragione in più di preoccuparci per lo stato di salute della nostra informazione.

approfondimenti e segnalazioni:

Rassegna stampa su Wikileaks da Internazionale

Internet: dopo Wikileaks un campo di battaglia per il controllo dell’ informazione (Lsdi)

Storify: Link economy alla ricerca di nuovi modelli di scrittura giornalistica

Aggregare, riannodare i fili di un “discorso” che nel mare magnum di tweet, post, articoli, immagini, video (e quant’altro possa essere condiviso sul web) sembra continuamente perdersi, annodarsi e scomparire dopo pochi attimi. È una delle “ossessioni” più frequenti che caratterizzano chi, a vario titolo, frequenta abitualmente il web: fermare e ordinare i diversi materiali, non solo nella forma di una libreria più o meno organizzata, ma anche in quella di un racconto “narrativamente” coerente e accurato.

In questo contesto si muovono da tempo molte piattaforme di social bookmarking e di content curation tra le quali alcune davvero molto conosciute e utilizzate, qui però  segnalo una startup, Storify, salita alla ribalta grazie anche a Michael Arrington che l’ha voluta tra le finaliste del TechCrunch Desrupt lo scorso settembre, e della quale si sta parlando molto in relazione alle sue applicazioni sul giornalismo (ed è ovviamente la ragione principale per cui ne parlo in questo blog). La piattaforma infatti, pur muovendosi nell’ambito della cura, raccolta e organizzazione dei contenuti dimostra ambizioni e capacità “narrative” decisamente più ampie e spinte rispetto a startup simili come Curate.by o Keepstream che si limitano ad aggregare contenuti su un argomento specifico.

Dietro a Storify c’è Burt Herman giornalista-imprenditore (termine professionale su cui molto si discute di questi tempi negli Usa) che ha passato gli ultimi dodici anni in Asia e in Est Europa come inviato dell’Associated Press.

L’idea nasce da una riflessione sul futuro del giornalismo e del fatto che tutti ormai stiamo continuamente creando contenuti. Siamo inondati di Tweet,di video di YouTube , le foto di Flickr e tutto il resto. Chiunque può essere un “reporter”, quando si verifica un evento. Ma non tutti sono un “giornalista”, capace di dare un senso a un fatto collocandolo in un contesto. Così abbiamo costruito un sistema per aiutare le persone a fare questo, prendere il meglio dei mezzi di comunicazione sociale e restituirli in una storia. To “storify”it.

(Burt Herman intervistato da Robert Hernandez per Online Journalism Review)

Ecco dunque, per capire come funziona, una presentazione del progetto

La versione attuale di Storify è dichiaratamente beta e in fase di sviluppo in attesa dei feedback degli utenti (e diciamolo chiaramente, sotto molti aspetti ce ne sarà bisogno…), ma il suo funzionamento è molto semplice e intuitivo. Una volta attivato il proprio account (occorre per adesso un invito, comunque molto semplice da ottenere) si possono cercare argomenti con parole chiave sui social media più diffusi (anche se ne mancano alcuni, ad esempio Vimeo). Su una colonna a destra del nostro profilo, si possono poi montare i vari materiali raccolti e anche aggiungere direttamente parti di testo originali (quindi non semplicemente un collage di link e Tweet).

Insomma uno strumento che sembra essere, più di molti altri, la realizzazione pratica di quel “Cover what you do best. Link to the rest coniato da Jeff Jarvis come emblema del web journalism. L’economia della condivisione e del collegamento tra testi e contenuti, come uno dei paradigmi per un nuovo modo di fare informazione.

La startup è stata messa alla prova “sul campo” lo scorso 15 ottobre quando Mandy Jackson editor di TBD (una testata on line di cronaca locale molto social media oriented) ha deciso di utilizzare proprio Storify per raccontare in tempo reale un fatto cruento di cronaca accaduto in quel giorno – un omicidio a seguito di una rissa davanti a un locale cittadino – , integrando il lavoro di redazione a quello dei continui aggiornamenti provenienti dalla Rete. Ecco  qui il risultato del lavoro.

L’utilizzo della piattaforma per raccontare quel fatto di cronaca non è passato inosservato. Tra i primi ad accorgersene Jay Rosen (uno dei più attenti osservatori della Rete) lo ha subito segnalato:

poi alla Nieman Storyboard di Harvard si sono subito chiesti “Can social media serve as source material for compelling news narratives?”. La risposta visti i risultati ottenuti da TDB.com è stato un “sì” convito.

Tra i vari esempi di applicazione concreta di Storify una delle più convincenti mi è sembrata questa “Writing a story using Storify” che racconta appunto la storia della nostra, eccola qui (come si può vedere le storie possono essere, una volta realizzate, condivise sui vari media sociali e caricate su varie piattaforme di blogging, non su WordPress.com però). Un altro esempio invece che rende bene l’idea di una storia raccontata in diretta uilizzando i continui aggiornamenti provenienti dai cittadini è quella realizzata dalla redazione di Owni sulla manifestazione di mobilitazione generale che si è svolta a Parigi il 19 ottobre scorso, la potete leggere qui.

approfondimenti e fonti:
Storify’s Burt Herman on the evolution from reporter to entrepreneur (Online Journalism Review)

Storify Wants to Pull Stories From the Stream (GigaOm)

Telling a Gov 2.0 Story with Storify, a Social Curation Tool (un altro interessante esempio di utilizzo di Storify via Huffington Post)

Storify’s Burt Herman on the evolution from reporter to entrepreneur

Segnalazioni e link [startup, social media e giornalismo]

Un modello “mobile” per i magazine

“The fact is that people are reading on their iPads, they’re reading a different way,” sulla base di questa convinzione Mark Edimston, che ha lavorato per molti anni a Newsweek, e un gruppo di giornalisti provenienti da diverse esperienze nei magazine e nel’editoria hanno progettato Nomad Edition un settimanale pensato espressamente per essere fruito solo su piattaforme mobile (smartphone, iPad, eReader). La  startup, che ha sede a New York, ha raccolto  600mila dollari e sta per lanciare una campagna abbonamenti (24 dollari per 52 settimane dopo un periodo di prova gratuita di 30 giorni). Il progetto partirà ad ottobre con gli aggiornamenti inviati agli abbonati, ogni edizione è pensata su uno ‘spazio’ di lettura di 20 o 30 minuti al massimo.

Il New York Times nelle pagine deidicate ai media ne parla qui mentre il Los Angeles Times nel suo blog Jacket Copy ne parla qui

Una piattaforma sociale e interattiva per far incontrare giornalisti, PR e imprese

Il rapporto tra giornalisti, addetti stampa e società di PR è sempre abbastanza complicato, presenta numerosi nodi ancora da sciogliere di natura etica e deontologica e, nonostante la decisa crescita dei social media nell’ ecosistema delle news, ancora molto legato a dinamiche tradizionali (in America e, ancora di più ovviamente, in Europa e in Italia) che da tempo stanno evidenziando molti limiti (conferenze stampa autocelebrative, stillicidio di email e comunicati stampa, da una parte; difficoltà ad approfondire concretamente tematiche tramite accesso a dati e informazioni, dall’altra).
NewsBasis è una startup newyorchese che ambiziosamente cerca di ridefinire la comunicazione tra giornalisti, società di PR e imprese in modalità molto più social e interattiva di quanto mai fatto fino ad oggi. La piattaforma punta molto sul design e la tecnologia per rendere più efficiente e intuitiva la ricerca dei flussi di notizie e mette a disposizione una serie di strumenti con i quali i giornalisti (anche in forma anonima) possono commentare le fonti, segnalare punti di vista diversi, chiedere ulteriori approfondimenti. Per accedere ai contenuti (o metterne di propri) basta registrasi sul sito newsbasis.com.
La startup ha finora raccolto 545mila dollari.

Il New York Times ne parla qui mentre il blog ReadWriteWeb se ne occupa qui

A ogni parola il proprio link multimediale

Apture è una startup con sede a San Francisco che si occupa di strumenti dedicati a editori e blogger per arricchire di contenuti multimediali la navigazione dei loro siti. L’azienda ha appena lanciato un’interessante applicazione, Apture highlights, che dà la possibilità (ovviamente una volta installata l’estensione nel browser) di creare link multimediali su qualsiasi pagina web solamente scorrendo il puntatore del mouse sulle parole di un testo. Il tutto senza abbandonare la pagina visto che la navigazione avviene con finestre pop-up (decisamente poco invasive). Praticamente per qualsiasi parola, anche se non linkata in origine dall’autore, è possibile dopo averla evidenziarla far apparire una finestra dove saranno presenti ricerche su Google o Wikipedia, video di YouTube o profili Twitter inerenti quella parola chiave. La startup è finanziata da un sostanzioso fondo di 4.6 milioni di dollari il cui maggior investitore è Clearstone Venture Partner.

Ne parlano entusiasti diversi blog ad esempio VentureBeat qui o TechCrunch qui

Perchè il mondo ha bisogno di Wikileaks


A una decina di giorni dalla pubblicazione on line delle 92mila pagine riguardanti documenti riservati sull’intervento americano in Afghanistan, continuano a susseguirsi – come era facile prevedere – articoli, editoriali e servizi dei media di tutto il mondo sull’operazione messa a segno da Wikileaks. Non è certo la prima volta né che il portale faccia emergere importanti documenti segreti (cito i primi esempi che mi vengono in mente tra i tanti: quelli relativi alla gestione del campo di Guantanamo, o più recentemente quelli sull’uccisione di civili a Bagdad) né che dal Pentagono  ‘fuggano’ documenti riservati (in molti hanno ricordato lo scoop dei “Pentagon Papers” fatti trapelare da Daniel Ellsberg al New York Times nel 1971 durante la guerra del Vietnam), ma l’impatto che queste ultime rivelazioni hanno avuto sull’opinione pubblica, segna probabilmente un “prima” e un “dopo” e sotto molti aspetti: nei rapporti tra giornalisti e fonti, nella consapevolezza delle potenzialità delle nuove tecnologie nel nuovo ecosistema delle notizie e  più in generale sul rapporto tre potere e informazione.

Mi ero proposto di fare una sorta di rassegna stampa delle riflessioni che mi sembravano più interessanti, ma visto che il dibattito sulla pubblicazione dei “Afghan War Diary” è ancora tutto in divenire (anche oggi, ad esempio, è on line un interessante editoriale di Jonathan Zittrain) mi sembra più opportuno segnalare questo video registrato circa un mese fa (ad inizio di luglio) durante il TED che si è svolto in Inghilterra a Oxford, nel quale Chris Anderson  (il curatore di TED, non l’omonimo autore del famoso “The Long Tail” e direttore di Wired Usa…) intervista Julian Assange “mente” e portavoce di Wikileaks. L’intervista fatta un paio di settimane prima delle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan è molto interessante per farsi un’idea delle modalità di lavoro dell’organizzazione e le motivazioni personali di Julian Assange.


È possibile vedere il video sottotitolato in italiano anche cliccando qui (grazie a Federica Bonaldi e Franco Sacchi che fanno parte di un nutrito gruppo di volontari che sul sito di TED sta traducendo, anche nella nostra lingua, un bel po’ di materiale).

Open mind

Che ruolo ha il lettore nel determinare la qualità e il futuro del giornalismo (e perché no, la qualità del suo futuro)? Si dibatte molto sui nuovi scenari dell’informazione e sulla crisi del giornalismo, ma quanto ‘potere’ pensiamo concretamente abbia il lettore (come persona e non semplicemente come utente/consumatore) nell’essere un soggetto attivo di questa discussione?

In molti stanno sottolineando la preoccupante frattura tra l’interesse del pubblico e il sistema delle notizie che viene proposto. È un problema centrale da molti punti vista lo si voglia guardare, di democrazia (liberare il lettore dal suo ruolo passivo), di marketing (dare risposte ai suoi reali interessi) …

Jack Fuller, non esattamente l’ultimo arrivato, giornalista di lungo corso, un premio Pulitzer in bacheca, ha pubblicato recentemente un libro che ha fatto discutere negli Usa: “What Is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism” che è stato anticipato in un articolo online all’interno di uno speciale “Brain Power” della Nieman Reports di Harvard (qui da noi ne hanno accennato Giuseppe Granieri sul suo BookCaffè, da sempre uno dei più attenti a cogliere le idee più stimolanti sulla Rete, e Fabio Chiusi che sul ilNichilista che ne fa un’ampia sintesi).

Cosa dice Fuller? Sostanzialmente che il mercato delle news sarà determinato dalla domanda del pubblico e che questo, se non preso in seria considerazione,  può essere un problema. “Here is the deepest and, to many serious journalists, most disturbing truth about the future of news: The audience will control it”.

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The paywall experiment

Ci siamo. Con un cambio di grafica che ridisegna il layout della versione online il Times e il Sunday Times hanno fatto gli ultimi ritocchi (per adattarsi meglio alla lettura su tablet e mobile) e si apprestano a passare alla versione a pagamento con l’adozione di un paywall, diciamo così, ‘totale’. Un passaggio ampiamente annunciato dalla News International di Rupert Murdoch. Per adesso è possibile registrasi e accedere a tutti contenuti (senza registrazione non si va oltre la homepage), ma la free entrance durerà circa quattro settimane. Poi il paywall ‘all or nothing’, cioè nessun contenuto sarà accessibile senza prima aver pagato ‘pedaggio’ all’ingresso (nessun modello ibrido quindi). Una delle conseguenze sarà quella di sparire completamente dai motori di ricerca online e da Google news et similia. Una liberazione dai “vampiri” e i “ladri” di news secondo Mr. Murdoch. Un suicidio (o quasi) secondo i molti scettici dei ‘muri’.

Sarà sicuramente interessante seguire gli sviluppi e l’impatto sul mercato di questa scelta. Tra i tanti articoli sull’argomento ne segnalo uno: Murdoch has to become an elitist che John Gapper caporedattore del Financial Times (che a sua volta applica un paywall parziale) ha pubblicato un paio di giorni fa. La nota di Gapper è interessante perché, tra l’altro, mette l’accento su un aspetto: la nuova strategia di marketing imporrà un cambio di stile e di linea editoriale che obbliga le due testate ad andare verso quel tipo di giornalismo che Murdoch ha sempre detestato.

Questo è il barone dei media che abbiamo conosciuto fin da quando, nel 1981, ha preso il controllo del Times e del Sunday Times, portando le due testate verso la fascia di pubblico più popolare e iniziando una guerra dei prezzi con il Daily Telegraph. Titoli sempre più grandi, articoli sempre più brevi, molte più notizie generali, meno informazione specializzata. È sempre stata questa la formula di Murdoch.
Ridurre radicalmente il numero dei lettori, diventare più specializzati e far pagare le notizie più dei suoi rivali non è decisamente nel suo stile. Ma questa è la logica della tariffazione per l’accesso online per il Times e il Sunday Times. Dopo averli condotti verso il downmarket, dovrà adesso riportarli di nuovo verso fasce di mercato più alte.
Questo è ciò che il buon senso dovrebbe suggerirgli di fare. I giornali hanno scoperto che inseguire le page view confidando che la pubblicità li salvi è semplicemente impossibile. Contenuti premium e information provider devono avere, oltre che altre fonti di profitto – come Bbc, Bloomberg, e Reuters – anche una solida base di abbonati.
Il futuro delle notizie online è incerto. Ma se vuole sopravvivere, dovrà fare un giornale molto più simile a quel Times che Mr. Murdoch comprò nel 1981 che non alla testata che pubblica oggi. Un quotidiano molto più concentrato sull’approfondimento, con dati e informazioni sempre più originali.

Insomma la scelta del paywall ‘totale’ imporrà a Murdoch di rinnegare se stesso? Certo che è difficile immaginare l’editore di Fox News e del Sun come nuovo paladino del giornalismo di qualità. Gapper con un po’ di malizia però mette il dito nella piaga, il problema che solleva è interessante. Non solo per l’impero di Murdoch ma per tutto il giornalismo online (e non).

Leviatani mediatici costruiti a forza di fast news, notizie che parlano sempre più allo stomaco del lettore e non al suo cervello, politiche redazionali pronte a sacrificare reportage originali a favore di notizie e commenti sui fatti che tutti gli altri trattano… Viene da chiedersi quanto il lettore, la sua capacità di ragionare criticamente, di avere diritto a formarsi opinioni proprie, sia stato davvero tenuto in considerazione in questi anni. Verrebbe anche da chiedersi quanto la stampa tradizionale, gli uomini che ne decidono le strategie di marketing e quelle editoriali,  pensino davvero al lettore – nell’era dell’interattività – come a una persona, capace di esprimere bisogni e dare loro idee e stimoli per migliorarsi. Ecco, dopo che il lettore per anni è sempre stato visto, per lo più, come una figura indistinta ai margini di uno scenario dominato dalle esigenze dei potenti di turno, l’unico problema che oggi i grandi editori riescono a prendere davvero in considerazione è come riuscire a farsi pagare le notizie, insomma che cosa il lettore deve fare per loro. Qualcuno, per favore, dica loro che è  giunto il momento di porsi anche altri tipi di domande.