Rushdie, Morozov e la nymwars: qualche considerazione sull’Internet dei cittadini e quella dei consumatori

Tempo fa ho parlato su questo blog della nymwars, il neologismo con il quale ci si riferisce alla battaglia di molti blogger per il diritto all’uso dello pseudonimo e contro la politica dei “nomi reali”  applicata da alcuni giganti del social networking, Facebook in testa. Torno adesso sull’argomento perchè da allora la discussione è continuata arricchendosi di riflessioni e approfondimenti. Merita quindi un aggiornamento. In particolare mi hanno colpito alcuni articoli che, prendendo spunto dallo  screzio tra lo scrittore Salman Rushdie e Facebook, hanno saputo andare oltre il singolo fatto di cronaca per fare riflessioni molto interessanti.
L’episodio – anche se ampiamente riportato dai mezzi di comunicazione – lo riassumo in breve: i responsabili sicurezza di faccialibro sospendono d’improvviso il profilo di Rushdie; Salman è solo il secondo nome dello scrittore, il primo è Ahmed (poco importa se mai utilizzato pubblicamente) e quindi quello, secondo loro, da utilizzare obbligatoriamente nell’account per rimanere dentro il paradiso del social networking. La politica dei “nomi reali” non conosce deroghe. O quasi. Perché, in effetti, con qualche scambio di battute dal tono decisamente risoluto che lo scrittore, tramite Twitter, ha indirizzato a Mark Zuckerberg e una cassa di risonanza non indifferente dovuta alla notorietà del protagonista, tutto alla fine si è risolto con l’immediata riammissione nel socialcoso più famoso al mondo: con il nome di Salaman Rushdie, ovviamente.
Il fatto, anche con quel po’ di elementi di colore grazie ai quali è rimbalzato tra agenzie informazione e testate online, finisce qui. E di per sé certo, non vale la pena di farci trascorrere notti insonni. Ma anche questo (tutto sommato poco rilevante) episodio può essere l’occasione per una serie di osservazioni più approfondite dalle quali ci rivela come tutta la diatriba innescata dalla guerra degli pseudonimi tocchi alcuni nervi scoperti della nostra vita online e possa farci riflettere su importanti nodi ancora tutti da sciogliere sul futuro di Internet. “Il dibattito sugli pseudonimi, conosciuto online come nymwars, va al cuore di come Internet possa essere organizzata in futuro”, ha scritto perentoria Somini Segupta sul New York Times in un articolo Rushdie Wins Facebook Fight Over Identity.  Sembra quindi abbastanza superficiale liquidare questa diatriba soltanto come una mera questione sollevata da geek ossessivamente attenti a qualsiasi cosa rappresenti una minaccia alla loro libertà di azione nella Rete. Riporto ancora un brano dell’articolo del NYTimes:

Come Internet è diventata il luogo per qualsiasi  tipo di transazione, dal comprare un paio di scarpe fino a cercare di rovesciare un despota, un dibattito sempre più vitale è emerso su come  le persone rappresentano e rivelano sé stesse nel Web. Una parte vuole un sistema nel quale per viaggiare su Internet debba essere utilizzato una sorta di passaporto digitale, con la nostra vera identità, rilasciato da società come Facebook. L’altra parte crede nel diritto di poter indossare vestiti e maschere diverse in modo da poter consumare ed esprimere ciò che si vuole, senza paura di alcun tipo di ripercussioni nella vita offline.

Su questa contrapposizione si spinge ancora oltre Evgeny Morozov  in un articolo su Slate assolutamente da leggere Occupy the Net! (che prende anche questo come spunto iniziale l’episodio di Rushdie).“Our Internet is a paradise for consumers but a hell for citizens” sostiene  Evgeny, mettendo così subito in evidenza come anche nella realtà online finisca per emergere una dicotomia tra la dimensione di cittadini e quella di consumatori.
Quindi, a
l di là di tutte le diverse considerazioni favorevoli o contrarie al diritto dello pseudonimo e delle identità alternative nella Rete, probabilmente la vera questione diventa: quale deve essere la dimensione principale delle nostre esperienze nella Rete?

Siamo cittadini che abitano una comunità che, anche online, cresce grazie al desiderio di condividere con altri idee, storie ed esperienze. Per questo abbiamo bisogno di spazi dove sia garantita la libertà d’espressione e dove le idee che esprimiamo siano giudicate per quello che valgono e non in relazione a elementi legati alla nostra identità. In questa dimensione dobbiamo essere consapevoli di vivere in un sistema delicato e sensibile (c’è sempre chi può approfittarsene o “giocare sporco”) e quindi non perfetto, esposto a rischi, alla deteriorabilità.
Siamo anche – ricorda ancora il net-disilluso Morozov – utenti di un Internet dove ogni azione online è recepita e ottimizzata per il consumo, una dimensione che richiede per essere perfettamente funzionante, un ambiente completamente trasparente (tutte le nostre attività sono osservate, registrate e analizzate allo scopo di predire il nostro comportamento), ad alta efficienza (tutto è organizzato e conservato per noi, tutto è rintracciabile in pochi secondi), ed estremamente affidabile. Una dimensione dove ogni cosa deve essere gestita e sotto controllo (la similitudine di Morozov con 1984 è forse un po’ troppo d’effetto ma rende l’idea).
Domanda: è possibile – è ancora praticabile – una sintesi, oppure un compromesso accettabile tra le due dimensioni? Qualunque siano le nostre priorità, il prezzo che siamo disposti a pagare per i vantaggi dell’una o dell’altra, è auspicabile che queste scelte per l’internet del futuro vengano fatte a seguito di una riflessione più approfondita e consapevole, più responsabile e partecipata di quanto non stia nei fatti, avvenendo oggi. Ed è soprattutto auspicabile che non siano altri a prendere per noi queste decisioni. Ne è consapevole Morozov che nel suo articolo lancia un appello:
È tempo che i cittadini sappiano articolare una visione per un Internet civica che possa competere con la visione corporativista dominante. Vogliamo conservare l’anonimato per aiutare i dissidenti o vogliamo eliminarlo per permettere che le aziende non abbiano di che preoccuparsi da attacchi informatici? Vogliamo costruire ancora un’altra infrastruttura per la sorveglianza, nella speranza che possa portare ad una migliore esperienza di acquisto, della quale però potrebbero approfittare i cacciatori di dati e informazioni del governo? Vogliamo valorizzare il piacere della scoperta inattesa e felice, garantendo la libera circolazione di idee nuove e lo sviluppo della nostra capacità di pensare in modo critico su quello che vediamo e leggiamo in Rete, o vogliamo costruire computer che sappiano condurre autonomamente ricerche per nostro conto – per consigliarci gli acquisti più convenienti, indicarci i migliori ristoranti nelle vicinanze, e rispondere sempre con precisione e affidabilità?  - Vogliamo un Internet per poter ricordare tutto ciò che avviene online, o vogliamo introdurre un po’ di rumore e di deteriorabilità nei nostri archivi digitali quando loro- e noi – invecchiamo? Chi considera la Rete come una sorta di un gigantesco catalogo digitale della Sears vorrà certo fuggire da questo deterioramento, ma per tutti quelli di noi che vedono Internet come una parte del diario di una civiltà imperfetta sicuramente sarà il benvenuto.

Adrian Tomine - Facebook

Su questo argomento in Senzamegafono: In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

FontiRushdie Runs Afoul of Web’s Real-Name Police (New York Times) >>> Occupy the Net!  (Slate) >>> Identity and the internet: From pixels to persona (Financial Times)

In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

Sembra proprio che l’uso dello pseudonimo sia in declino. Una delle ragioni è che raccontare storie ed esprimere opinioni celandosi dietro un nome di fantasia – diverso cioè da quello che abbiamo registrato in un qualche ufficio anagrafe – viene sempre più percepito come un comportamento non corretto se non decisamente ipocrita. Non sempre è stato così. Ce lo ricorda Carmela Ciuraru giornalista freelance che sull’argomento ha scritto un libro “Nome de Plume:  A (secret) History of Pseudonyms”

Nella metà del 19esimo secolo, questo fenomeno di pseudonimia ha raggiunto il suo livello più alto, così come nella metà del 16esimo secolo, era consuetudine pubblicare in forma anonima un testo. È interessante che il declino del soprannome nel 20esimo secolo coincida con l’ascesa della televisione e della pellicola. La gente ha avuto accesso alla vita degli altri, è diventato più difficile preservare la vita privata – e forse nemmeno auspicabile. Nella cultura contemporanea, nessuna informazione da condividere e da mettere a disposizione risulta esere troppo personale.

Il saggio della Ciuraru, un excursus nella storia della letteratura, si è guadagnato una certa attenzione sulle pagine culturali di diverse testate (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal), probabilmente perché l’argomento, al di là del valore del libro e dell’ambito trattato, suscita sempre un fascino particolare.

D’altronde che il tema non cessi mai di far discutere lo dimostra anche la nascita in rete, proprio in queste settimane, di un neologismo in inglese: nymwars (dalle parole pseudonym e wars) utilizzato inizialmente come hashtag su Twitter per legare i commenti (perlopiù drasticamente negativi) sull’applicazione della politica dei “nomi reali” che ostracizza l’uso degli pseudonimi sui social network. Una politica promossa da Facebook e sostenuta anche da Google sul suo più recente socialcoso. E proprio la decisione di applicarla con un certo zelo su Google Plus ha scatenato il putiferio. In effetti con la scesa in campo della Big G su questo fronte sono aumentati i timori che questa politica riesca a cambiare parecchie cose, anche là dove l’uso dello pseudonimo, dei nickname, ha potuto prosperare (più o meno) felicemente.

Una delle motivazioni più diffuse contro gli pseudonimi nei media sociali è: “se quello che esprimi in Rete è quello che pensi e lo dici nei modi e nei termini di una persona civile, che cosa hai da temere? È semplicemente una questione di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si sostiene”. Che di per sé non è certo una motivazione priva di senso. Quello però che molti si chiedendo è: siamo sicuri che le categorie meno protette non abbiano niente da temere nell’esprimere le loro idee soprattutto quando, come sul Web – queste idee – restano registrate per sempre e legate in modo permanente alla loro identità?

Una delle massime autorità in fatto di diritti in Rete, danah boyd, è intervenuta sull’argomento sostenendo con forza che:

Le persone che maggiormente fanno ricorso a pseudonimi in spazi online sono quelli i più emarginate dai sistemi di potere. [...] La posta in gioco è il diritto dei cittadini di proteggersi, il loro diritto di mantenere effettivamente una forma di controllo che gli dia sicurezza. Se le aziende come Facebook e Google sono effettivamente impegnate per la sicurezza dei loro utenti, devono prendere sul serio queste lamentele. Non per tutti dare il proprio nome significa essere più al sicuro. Al contrario, molte persone lo sono molto meno quando diventano identificabili. E coloro che sono meno sicuri sono spesso quelli che sono più vulnerabili.

Non è superfluo ricordare che  Google stessa nel suo Public Publicity Blog, in un post intitolato in modo significativo “The freedom to be who you want to be…” ancora oggi sostiene:

Utilizzare uno pseudonimo è stato uno dei grandi benefici di Internet, perché ha permesso di esprimersi liberamente, alle persone sotto minaccia fisica, in cerca di aiuto, o messe in condizione di non volere che la gente venga a conoscere la loro identità. Le persone in queste circostanze possono aver bisogno di un’identità coerente, ma che non sia legata a quella off-line.

Anche se poi la libertà di utilizzare questo “grande beneficio” sembra sia stata rivista e corretta in questi ultimi mesi: “Perché, quando sembra comprendere la necessità di consentire pseudonimia su molti servizi, Google istituisce la politica del ‘Nome reale’ per i profili di Google e per Google +?” chiede un lettore in uno dei tanti commenti di questo tono al post citato.

Recentemente anche chi, come Alexisi Madrigal senior editor della rivista Atlantic, aveva pensato alla questione dell’uso degli pseudonimi online come assolutamente marginale (roba da geek) si è ricreduto: “Ho cambiato idea. Il tipo di politica sui nomi che Facebook e Google Plus perseguono è in realtà un allontanamento radicale dal modo in cui l’identità e la parola interagiscono nel mondo reale. Queste politiche caricano di un’identità più forte ogni atto e ogni parola online rispetto alla maggior parte delle azioni equivalenti nel mondo reale”.

È interessante perchè Madrigal sostiene l’esatto contrario di un caposaldo della critica agli pseudonimi su Internet, la maggior adesione alla realtà, ovvero: “se dico qualcosa in un’assemblea o per strada la dico con la mia faccia, e così deve essere anche online”. Madrigal però fa notare un aspetto:

Immaginate di camminare per strada e di gridare, “Abbasso il governo!” Se non siete una superstar che tutti conoscono, la stragrande maggioranza delle persone che ha potuto udirvi non avrà idea di chi voi siate. Non avrà accesso al vostro curriculum professionale o alla vostra rete sociale o ad una qualsiasi altra cosa che una semplice ricerca su Google permetta di trovare. Le uniche informazioni che la gente saprà di voi si limiteranno alle vostre caratteristiche fisiche e agli abiti che avete addosso, che non sono dati del tutto trascurabili, ma che certo non pemettono nè in modo diretto nè in modo semplice di essere collegati alla vostra reale identità.

Per chi pensa che le principali motivazioni per l’utilizzo degli pseudonimi online derivino dal calcolo opportunistico o dalla mancanza di responsabilità, può leggersi questa interessante lista che Kirrily “Skud” Robert  ha fatto sulle diverse ragioni che possono spingere qualcuno a utilizzare uno un nome non reale . Ma forse una delle motivazioni più ricorrenti è che molte persone vogliono, semplicemente, che il giudizio degli altri sulle cose che esprimono non dipenda da alcuni elementi della propria identità (nazionalità, sesso, status sociale, professione…) ma si concentri solo sul valore di quello che esprimono.

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Pubblico pubblico e pubblico privato

Il popolo di Internet è particolarmente curioso e affamato di novità. Lo sappiamo. Quindi niente di strano se anche quella che poteva sembrare ‘solo’ una semplice nuova applicazione (almeno al sottoscritto, evidentemente peccando di sottovalutazione nonostante fosse annunciata come ‘rivoluzionaria’…), finisca per suscitare grande interesse e un proliferare di opionioni anche molto discordanti. Se poi la nuova opzione viene lanciata dalla superstar dei social network quale è Facebook la cosa dovrebbe sorprendere ancora meno. Sto parlando del bottone ‘Like’, ‘Mi Piace’ (con tanto di manina con pollice alzato) applicabile e condivisibile su qualsiasi tipo di contenuto su qualsiasi sito o blog.

L’applicazione ha dato il via a una serie di riflessioni affatto banali sulla natura stessa del pubblicare sui nuovi media, sulla privacy e sul senso del condividere nel Web. Buon segno. Tra le tante vale davvero segnalare quella di Jeff Jarvis che in suo lungo post sul suo famosissimo blog BuzzMachine parte da un’analisi delle molte critiche fatte da numerosi blogger alla nuova applicazione di Mark Zuckerberg (e in parte assimilabili a quelle fatte a GoogleBuzz) per arrivare ad una lettura articolata e davvero interessante sui media sociali e il loro utilizzo. Il post si intitiola “Confusing *a* public with *the* public” e sicuramente, come molte altre cose scritte da Jarvis, susciterà numerose altre riflessioni e analisi (che sarà interessante seguire). Io ne propongo solo un breve passaggio tra i tanti che mi hanno colpito e che ho tradotto al volo (ma sicuramente ci sarà occasione per tornarci sopra)…

Facebook e Mark Zuckerberg sembrano dare per scontato che una volta che qualcosa è pubblico, è pubblico. Confondendo la condivisione (sharing) con la pubblicazione (publishing). Si assimila la sfera pubblica con il costruire un pubblico. Quello che faccio quando utilizzo il mio blog è pubblicare ovunque nel mondo per chiunque possa vedermi: l’assunto è the more is better. Ma quando posto qualcosa su Facebook la mia ipotesi è quella che stavo soltanto condividendo con il pubblico che ho creato e che lì controllo. Questo pubblico è privato. Qui sta l’errore e la confusione. Rendere pubblico che ho pubblicato è ciò che disturba la gente. Priva del loro senso di controllo di ciò che  loro vogliono condividere e con chi (e non è questione di quante preferenze possiamo impostare). E cosa più importante, raccogliendo le nostre azioni – i siti che visitiamo, i nostri ‘mi piace’ – fatte altrove nella Rete e rendendole fin troppo pubbliche, anche attraverso Facebook, disturbiamo la gente ancora di più.

Confusing *a* public with *the* public (BuzzMachine)