Cura dei contenuti e giornalismo: etica, connessioni e valore

curation-001Quando si parla di nuove metodologie o di nuove pratiche per il giornalismo dell’era digitale succede che si debba sottolineare come, quelle stesse “nuove” pratiche, in realtà siano un modo per recuperare e valorizzare cose ben conosciute e attuate nel mondo dell’informazione da molto tempo. Vale ad esempio per la verifica delle notizie, il fact checking o per il dialogo con i lettori, e per molto altro: vecchie, buone regole e capacità di adattamento ai nuovi contesti. Per alcuni questa è la prova evidente che, alla fine, non c’è niente di nuovo sotto il sole – “è una cosa che si è sempre fatta” – e quindi tutto questo parlare di nuovo giornalismo è un mero esercizio un po’ fine a se stesso. Ma per altri si tratta invece di ripensare e recuperare buone pratiche che, per molte ragioni, si erano perse per strada e che oggi, con i nuovi strumenti – e magari un po’ di buon senso – possiamo rilanciare. Insomma guardare indietro ma con mente aperta verso il futuro…

Il discorso vale sicuramente anche per l’aggregazione e la cura dei contenuti (che non sono però la stessa cosa, ma ne parlo più avanti), pratiche consolidate sulle quali è necessario rilanciare nuove idee per aggiornare una professione che su molti aspetti ha ormai perso il proprio primato: “I giornalisti hanno fatto cura dei contenuti per anni. È sempre stata una parte integrante del modo nel quale selezionavamo le notizie. Forse non la chiamavamo curation, ma la stavamo facendo lo stesso. È nel nostro Dna” scrive David Brewer – giornalista con una vasta esperienza in grandi testate – sul suo blog  in un ottimo articolo da leggere per completezza sull’argomento.

Vero, ma cosa fa un curatore, in particolare un curatore nel campo del giornalismo? Deve raccogliere, sintetizzare, dare senso, aggiungere valore, attribuire, linkare, incuriosire, affascinare e intrigare: non c’è che dire, una bella lista di cose da fare, quella redatta da Steve Buttry, a inizio di un suo pezzo dove dà il benvenuto all’allora neoassunto team di news curator alla Digital First (uno dei punti di riferimento sulle nuove politiche digitali nell’informazione), l’editore nel quale Steve è responsabile del settore digitale (digital transformation editor per la precisione).

Da quando curation è diventata una “etichetta” di moda è utilizzata spesso anche a sproposito, tirata per la camicia in qualsiasi contesto, con conseguente rischio di far diventare il termine una parola-scatolone da poter riempire del significato che più aggrada chi la utilizza. Ma è vero anche che, sul tema delle possibili utilizzazione della curation nel campo del giornalismo (digitale e non), si stano sviluppando una quantità di riflessioni e spunti spesso davvero molto interessanti su metodologie, strumenti, “stili” e molto altro. Così, visto che in questo spazio vorrei cominciare a parlarne con più continuità di quanto fatto in passato, butto giù tre punti di riflessione, giusto per iniziare.

#1 La cura dei contenuti deve rispettare dei codici etici. Citare e attribuire correttamente la fonte, sono pratiche che nella professione giornalistica dovrebbero avere basi etiche solide e ben consolidate. Dovrebbero. Certo il raptus da copia-e-incolla ha fatto parecchie vittime, anche illustri. Quindi: attribuire, e nella giusta maniera riconoscendo sempre il lavoro fatto da altri, perché mettere un link da qualche parte non basta. Come ha giustamente ha fatto notare il curatore Rex Hammock senza tanti giri di parole:

Negli ultimi tre anni o giù di lì, il termine media curation è stato inteso sempre meno come una pratica di aiuto e di servizio e sempre più come un termine da utilizzare per imbellettare malamente un modello di business che si basa sostanzialmente su questo: “vai e ri-scrivi cose che trovi altrove su tutto ciò che è trend su Google e seppellisci poi un link da qualche parte verso la fine dell’articolo, in modo che non si possa affermare che quello è mero ri-scrivere una storia scritta da qualcun’altro”

curation codeIl problema esiste tanto che anche Maria Popova, che della content curation è autorevolissima esponente, ha promosso, nel marzo 2012, un codice etico della curation.  Che propone, tra l’altro, un formato standard per indicare le attribuzioni.

È molto utile, sul tema dell’attribuzione corretta, leggere ancora Steve Buttry, che nell’articolo già citato scrive alcuni principi etici “non-negoziabili”, tra i quali:

Attribuzione deve essere sempre completa, citando  il giornalista e la testata, se entrambi sono identificati nella fonte originale. Riferimenti vaghi come “notizie di stampa” o verbi passivi come “è stato segnalato” non sono sufficienti. Anche se la sorgente è un concorrente, attribuire completamente indicando il nome. Se si citano fonti non giornalistiche è necessario attribuire nel modo più competo citando la persona, l’organizzazione e/o il suo sito.

#2 Cura dei contenuti e aggregazione non sono la stessa cosa (o se preferiamo diciamola così: la curation è qualcosa di più che  semplicemente, mettere insieme qualche buon contenuto). Cura e aggregazione vengono molto spesso utilizzati quasi come sinonimi. Sbagliato. Limitare il lavoro di curation a quello di mettere insieme, aggregare, dei contenuti è limitativo. Per questo in molti, ad esempio, mettono in evidenza la necessità di un “fattore umano” nel lavoro di cura dei contenuti e non solo di aggregazione realizzata grazie ad algoritmi più o meno funzionali.

L’esempio più utilizzato in questo caso per spiegarne la differenza tra cura e semplice aggregazione è quello di pensare al curatore di contenuti così come pensiamo al curatore di un museo, che allo stesso modo seleziona, aggrega, autentica, studia e analizza temi e argomenti, ma propone qualcosa di (molto) di più al visitatore che “semplicemente” qualche bel quadro. Le cose migliori, a mio parere, su questo particolare aspetto le ha scritte il giornalista Adam Schweigert in un bel post , ne ho tradotto qui un passo:

Come responsabile di un museo raccoglie e organizza gli oggetti in una galleria per migliorare la nostra comprensione e l’apprezzamento della loro storia e del contesto più ampio, così dovrebbero fare i curatori di notizie, organizzare raccolte di informazioni in modo di aumentare la nostra comprensione della storia che si trova all’interno. [...] Questa è la nuova definizione di “possedere una storia” – non necessariamente essere il primo a riferirla, ma piuttosto essere il curatore migliore, il più attento e capace di persistere nel tempo con informazioni che aiutino veramente le persone a capire.

#3 Cura dei contenuti vuol dire aggiungere valore a quei contenuti. Che poi è la diretta conseguenza del punto precedente: la curatela dei contenuti è un processo di selezione, aggregazione e verifica (eh sì anche verifica) al quale si deve aggiungere valore. “I curatori creano opere editoriali del tutto nuove, trovano, filtrano, e contestualizzano per trovare significato nella ‘nuvola’”, scrive in un bella riflessione – giustamente molto citata in questi giorni – Steven Rosembaum Ceo di Magnify.net, piattaforma di video curation  sul sito della Columbia Journalism Review, e aggiunge:

La curation, nella sua forma più pura, risolve un problema e soddisfa un bisogno crescente.

Il curatore dà delle risposte alle domande dei lettori, alla nostra voglia di comprendere meglio i fatti. Già perché i curatori, in una definizione di Maria Chiara Pievatolo che ho già usato in questo blog: non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste. Quindi disegnano contesti (e contestualizzare resta ancora una delle funzione principali del giornalismo, non è così?), tracciano percorsi nel senso che uniscono fatti, dati, idee e concetti per dare elementi utili al lettore per comprendere meglio la realtà, gli eventi che i media raccontano.

Che si tratti di far emergere, dal flusso continuo dei dati e delle notizie lanciate attraverso i media sociali, il racconto delle rivolte durante la primavera araba come Andy Carvin, o invece d’immergersi nei fondali di qualche archivio digitale per riportare alla luce (e all’attenzione del lettore) materiali dimenticati dalle prime pagine di qualsiasi ricerca su Google come Maria Popova, il fine del buon curatore potrebbe essere (con un po’ di azzardo) sintetizzato così: creare un contesto di riferimento, delineando con precisione un quadro chiaro per il lettore per guidarlo in un percorso di senso, attribuire i contenuti agli autori (e a chi glieli ha fatti conoscere), creare nuove connessioni, aggiungendo idee e analisi per dare strumenti capaci a far comprendere la realtà al lettore.

Mi sono dimenticato qualcosa?, sì ovvio, e parecchio credo. Per questo idee e suggerimenti sono bene accetti. Come sempre.

fonti e materiali:

Introducing The Curator’s Code: A Standard for Honoring Attribution of Discovery Across the Web (Brain Pickings)

Curation techniques, types and tips (Steve Buttry)

Rethinking the Curator’s Code: Hidden Dangers of Elevating Content Sharing (The Content Strategist)

Towards a Better Definition of Curation in Journalis (Adam Schweigert)

Stop knocking curation (CJR)

Le elezioni Usa, la rivincita del nerd e l’epistemologia del giornalismo

illustrazione di Jim Cooke per Gawker (via http://gaw.kr/S4viiP)

“Quando l’obiettività giornalistica si confronta con l’obiettività scientifica, i suoi circuiti sono fritti”. È una frase stupenda, l’ha scritta Mark Coddington – giornalista e contributor del Nieman Journalism Lab – che l’ha messa a conclusione di un articolo del suo blog dove, circa una settimana prima del voto delle elezioni Usa, ancora una volta prendeva le difese di Nate Silver.

Sì proprio lui l’analista e statistico criticato, se non addirittura deriso, da buona parte delle grandi firme del giornalismo politico americano e poi, a risultati acquisiti, celebrato come il grande trionfatore tra i commentatori della sfida elettorale negli Stati Uniti. L’uomo che ha azzeccato le previsioni delle elezioni elencandole stato per stato, centrandone 50 su 50 49 su 50 (ma con il risultato della Florida potrebbero essere 50 su 50), dimostrando che il precedente exploit del blogger nel 2008 (49 stati su 50) non era frutto di una delle più clamorose botte di fortuna della storia.

La storia di Nate Silver, e delle polemiche innescate delle sue analisi fatte su FiveThirtyEight il suo blog sul New York Times, l’ha ricostruita molto bene Il Post (vi rimando quindi a quell’articolo per farvi il quadro completo). Quello che trovo interessante notare è però la dicotomia tra due mondi, quello del gotha del giornalismo politico americano e quello del buon Nate Silver. Una dicotomia che Coddington ha colto molto bene e che ci dice alcune cose interessanti su una cultura che sta dietro a un certo giornalismo e che oggi viene messa pesantemente in discussione.

Procedo con ordine: tra le molte critiche piovute addosso al buon Silver c’era innanzitutto quella di partigianeria a favore di Obama, Silver dopo essersi studiato una enorme quantità di sondaggi e fatto analisi accurate aveva scritto che al 90,9 per cento avrebbe vinto Obama. Ohibò. Cosa vuole dire? Con queste affermazioni sta influenzando l’elettorato perché è di parte, tifa per Barak. In realtà Silver scriveva quello che per uno analista esperto in statistiche è assolutamente normale e limpido: ovvero che secondo lui dopo aver analizzato montagne di numeri – grazie all’algoritmo da lui perfezionato – le probabilità di vittoria di Obama erano più alte di Romney e – dovendo tradurre, da buon matematico, in numeri le sue affermazioni – le probabilità che ciò avvenisse erano 90,9 su cento contro le 9,1 del suo avversario. Punto.

D’altronde, come ha fatto notare anche Gregory Ferenstein su TechCrunch, una probabilità non è esattamente una previsione (o se preferite: fare una previsione esprimendola in termini di probabilità è cosa diversa che fare una previsione esprimendola in termini assoluti con la prosopopea di chi pensa di sapere tutto). Già ma come diavolo è possibile che si possa quantificare la possibilità di realizzarsi di un evento futuro?, e addirittura senza parlare con le fonti ufficiali ma attraverso sondaggi presi in Rete? È impossibile. È sbagliato, dicevano in molti.

A questo punto giustamente Coddington fa notare:

Quando si parla di epistemologia del giornalismo, tutto alla fine si lega all’obiettività. La norma giornalistica dell’obiettività è molto di più di un’attenzione all’essere neutrali o nel cercare di apparire imparziale. Per i giornalisti, sono le fondamenta sulle quali basare la loro autorità di poter raccontare la realtà per noi. E l’autorità dell’obiettività è radicata in un determinato processo.

Un processo, scrive Coddington, diametralmente opposto a quello scientifico di Silver. Ecco allora che la ragione per la quale l’establishment del giornalismo politico americano ha criticato aspramente Silver è semplice da comprendere: sono di due pianeti diversi, Silver per loro è un alieno. Da una parte le loro fonti accessibili solo per privilegio di professione, il loro processo di selezione, verifica dettati dal “senso della notizia”. Dall’altro c’è Silver, il metodo scientifico che ha come fonte i sondaggi che tutti, se lo vogliono, possono leggere e analizzare e un processo che può essere rintracciato per comprenderne le conclusioni alle quali giunge.

Insomma da una parte c’è un processo opaco, soggettivo, nebuloso un po’ autoritario (e sempre meno autorevole) che utilizza fonti esclusive, che tiene volutamente fuori il lettore dal processo stesso non rivelandone i meccanismi, dall’altra c’è un processo aperto, trasparente che utilizza fonti accessibili a tutti e che non pretende di essere verità assoluta ma che dichiara apertamente e chiaramente il proprio livello di affidabilità.

Tutti e due questi modi diversi di venire a conoscenza delle cose inevitabilmente producono tipi diversi di conclusioni, quelle di Silver sono allo stesso tempo molto più specifiche e meno certe rispetto a quelle degli esperti di politica.

Il processo di obiettività giornalistica non può produrre quel tipo di specificità, che è al di fuori delle sue capacità epistemologiche. Così alla fine scrive Coddington i giornalisti politici non hanno soltanto un problema sul come Silver conosce ciò che conosce ma anche su come lo espone e lo esprime. Fondamentalmente – dice Coddington – stanno confondendo la specificità con la certezza. Per loro, il modo con il quale si viene a conoscenza delle cose è inconciliabile con quel tipo di specificità. Per cui deve essere per forza un’esagerazione.

In realtà, la specificità di Silver non è arroganza è il prodotto naturale di un modo scientifico e statistico di produrre conoscenza. Le analisi statistiche producono numeri per loro stessa natura. Questo non vuol dire che sono certi: infatti, l’epistemologia delle scienze sociali è da tempo molto più incerta nel raggiungere le sue conclusioni che non l’epistemologia del giornalismo.

L’alieno Silver insomma, o il signore dell’algoritmo, o il mago o il nerd o come lo vogliamo chiamare sta mettendo in discussione le certezze sulle quali si è basato un certo giornalismo politico, la sua autorevolezza e il modo con la quale è stata ottenuta. Ed è un segnale importante, da cogliere perché ci conferma ancora volta che fare informazione dovrà essere sempre più una pratica capace di ripensare il proprio processo di lavoro: il rapporto con le fonti, con i dati, con le risorse messe a disposizione dalla rete. Un processo che dovrà acquisire sempre nuove specificità, nuove conoscenze con le quali saper leggere la realtà per non andare in cortocircuito. E non ultimo dovrà essere sempre più capace di mettere  la propria autorevolezza al vaglio di processi aperti e trasparenti.

La battaglia dei fatti e il falso equilibrio. Il Fact checking cambierà la cronaca politica?

Mentre il fact checking in Italia finalmente sta muovendo i suoi primi, timidi, passi in America nei mesi scorsi, proprio mentre la corsa alle presidenziali si infiammava e i faccia a faccia Obama-Romney venivano analizzati parola per parola, alcuni giornalisti hanno sollevato qualche perplessità sul meccanismo che ha lo ha portato ad essere, negli Stati Uniti, un fenomeno giornalistico di grande successo molto seguito e richiesto dai lettori.

L’accurata verifica dei fatti – perché questo è il fact checking – in realtà dovrebbe essere una delle condizioni necessarie a definire “giornalismo” un articolo o un qualsiasi altro lavoro (perché se viene fatta è giornalismo, se no stiamo parlando di qualcos’altro…). Nonostante questo è indubbio che i siti dedicati al fact checking, come Politicfact e FactChecker.org o il lavoro del Washington Post siano entrati nel giornalismo americano – di solito molto (troppo) attento alla “misura” – come aria fresca portando qualcosa che prima non c’era (almeno nel format) e  rispondendo a una richiesta che era sempre più pressante da parte dei lettori.

La fortuna di questi lavori è dovuta anche al fatto che sono caratterizzati da una grafica che traduce in maniera diretta e molto efficace il livello di credibilità e onestà dei politici e delle loro dichiarazioni. Il rating (più o meno alto a secondo di quanto è grossa la menzogna) viene visualizzato in maniera evidente con pinocchi, manometri eccetera. Insomma non c’è da leggere tra le righe o ponderare tutte le sfumature arabescate di un editoriale che dice e non dice: le affermazioni del tale leader si beccano quattro pinocchi su cinque, il manometro prende fuoco e appare la scritta “pants on fire!”, bene vuol dire che ha mentito alla grande.

Ma come dicevo, qualcuno in questi mesi ha sollevato dei seri dubbi sul fatto che questa pratica giornalistica stia portando realmente un innalzamento qualitativo del dibattito. E se tra gli scettici ci sono anche firme autorevoli del giornalismo americano – e non solo zelanti spin doctor imbufaliti dalla bocciatura subita dal proprio datore di lavoro – ha sicuramente valore seguire la diatriba e il suo evolversi.

Una delle voci a essersi levate con più forza è quella di Clive Crook senior editor di Atlantic ed editorialista per Bloomberg, che in questi mesi ha scritto alcuni articoli molto piccati contro il fact checking, poi ha smorzando leggermente i toni, restando però fermo sulle proprie opinioni:

Focalizzarsi solo su slogan e la retorica delle dichiarazioni è una distrazione. Chi se ne frega se una dichiarazioni di Romney sul piano sanitario o la replica di Obama si beccano tre o quattro pinocchi? Quello che dovremmo fare è discutere su che cosa c’è di buono o di cattivo in quel piano sanitario, come migliorarlo ed eventualmente con cosa sostituirlo, e non ossessionarci sull’”onesta” della retorica di una o dell’altra parte. I politici mentono. E sai che sorpresa!

E ancora:

Questa moda per il fact checking è ben lontana dall’elevare il livello del dibattito in questo Paese, come presumibilmente era stata pensata, in realtà lo sta guidando verso una nuova forma di infantilismo. Come fanno i factchecker a ottenere le loro pageview? Etichettando come illegittime le affermazioni di una o dell’altra parte politica. Invece di affermare “si sta sbagliando, ed ecco il perché” alimentano un appetito delle persone che non hanno bisogno di essere arrabbiate e irrazionali. Adesso possono dire, come un bambino petulante “biugiardo, bugiardo, ti sta crescendo il naso!”.

Insomma – dice Crook – il fact checking, a dispetto delle buone intenzioni che lo hanno generato, sta diventando un giochino divertente e facile da “viralizzare” sui blog e i social network. I lettori si indignano, postano su Facebook o su Twitter il link a un articolo dove si dice che il livello di menzogna di un’affermazione di Romney è di 3,8 punti su 5, mentre quello di Obama è di 3,4. Ok, tutto bello, ma se tutto finisce lì chiediamoci: quanto realmente aiuta i cittadini a capire e approfondire, nella loro sostanza, i temi dibattuti negli scenari politici?

Il rischio insomma è quello di non approfondire davvero le questioni importanti, ma di rimanere alla fine  imprigionati nella ragnatela delle infinite dichiarazioni, repliche e controrepliche di una classe politica comunque autoreferenziale. E Peter Hart, direttore del Fair (Fairness e accuracy in media), esprime ulteriori perplessità, ad esempio in questo articolo:

Uno dei più comuni problemi con il media fact checking è la necessità di essere sempre e comunque bilanciati, senza porsi il problema di dove stia davvero la verità.

Addirittura secondo Hart il fact checking rappresenta niente altro che una nuova forma di quel “falso equilibrio” che spesso ha ingessato il giornalismo in America (e non solo laggiù, ovviamente) in un’ostentazione di obiettività dal vago sapore ipocrita. Hart se la prende in particolare con un articolo del Time dove in sostanza le affermazioni di Romney e Obama vengono prese con lo stesso criterio: le menzogne del primo sono sfacciatamente grossolane – scrivono al Time – ma quelle del secondo, così estremamente raffinate, sanno avvicinarsi più alla realtà e per questo risultano più efficaci.”Capito?” dice Hart “Obama mente perché le sue bugie sono più accurate!”. Ecco un altro equilibrismo dialettico per non esporsi e prendersi la responsabilità di chiamare le cose con il loro nome e dire chi mente di più, per non fare reali distinzioni tra categorie diverse, scrive in sostanza Hart.

Michael Scherer editor al Times e factchecker convinto della bontà dell’impostazione del suo lavoro, chiamato direttamente in causa ha risposto però a Peter Hart  in un lungo e articolato pezzo Fact Checking And the False Equivalence Dilemma  dicendo in sostanza che: mi piacerebbe poter avere un metodo scientifico per dire che Romney mente di più di Obama, o viceversa, ma questo sistema non esiste. Da giornalista però posso rilevare il grado di affidabilità delle loro affermazioni e mettere in evidenza le loro menzogne:

In questo modo i cittadini che voteranno saranno più informati su quello che attualmente accade, il ché contribuisce a rendere più efficiente una democrazia. Potrà inoltre essere aumentato quello che gli analisti politici chiamano ‘costo della reputazione’ per i politici che mentono. In un mondo perfetto il costo dovrebbe essere più alto per la parte che mente di più. Ne consegue che la stampa così dovrebbe mettere in evidenza chi  peggio.

A questo punto è lecito chiedersi: grazie al fact checking il giornalismo politico è cambiato? Che poi è la domanda che poneva qualche tempo fa Mathew Ingram su GigaOm, nel suo pezzo. Consiglio vivamente di leggere l’articolo di Ingram ma la sua conclusione è davvero molto efficace:

Abbiamo bisogno di più fonti che siano capaci di chiamare bugia una bugia – come blog e fonti alternative come Reddit si sono dimostrati bravi a fare – e media più tradizionali che siano capaci di mettere la testa fuori dalla propria redazione.

Ecco, alla fine il giornalismo politico non potrà essere davvero diverso e rispondere alle nuove esigenze di cittadini e lettori se non saprà guardare fuori di se stesso e  mutare molti dei suoi paradigmi. Così probabilmente le analisi più interessanti sull’argomento  le ha scritte Dan Conover, giornalista e blogger fuori dagli schemi. Conover invita i fact checker a concentrarsi sui programmi, sulla loro coerenza e la loro consistenza e non sulle singole affermazioni, perché così si perde inevitabilmente il quadro di insieme. Ma è difficile estrapolare e scegliere una sola frase perché di analisi e riflessioni significative Conover ne ha scritte parecchie (leggetevi Our fact-checking dilemma: What could journalists do right now? o Why Fact Checkers fail), certo che questo passaggio è perfetto per chiudere (per adesso) il quadro:

Ciò che noi chiamiamo “fact checking” è semplicemente il giornalismo tradizionale vestito con una trovata moderna. PoliFact e Glenn Kessler sul Washington Post non stanno facendo niente che non poteva essere fatto in un normale reportage. Che adesso noi si collochi “fact” in una categoria separata dallo standard di riferimento della cronaca politica è la testimonianza che un sistema sì è guastato, e che questo non lo sta cambiando. Oggi i fact checker devono operare all’interno degli stessi limiti che mi tormentavano negli anni ’90 e 2000, e nessun aggiustamento di rotta potrà salvarli.

Troppo pessimista?, e in Italia quale potrebbe essere lo scenario per la cronaca politica una volta che il fact check prenderà campo?

Fonti, approfondimenti e materiali: Fact-Checking: A Clarification (Clive Crook – The Atlantic)

Time: Obama’s Lies Are Worse Because They’re More Accurate (Fair blog)

Fact-checking politics: Why we need “open journalism” more than ever (GigaOm)

gli articoli con tag Fact Checking della rivista Atlantic e quelli del Time

il falso equilibrio nel giornalismo e la linea editoriale (bella analisi di Luca Alagna nel suo blog Stilografico)

Fact checking e elezioni USA: chi è il bugiardo? (Unimondo)

La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

Wikileaks chiede aiuto: le banche hanno il diritto di chiudere l’informazione scomoda?

Una delle motivazioni più ricorrenti tra quelle sostenute dai detrattori di Wikileaks di fronte alle rivelazioni dell’organizzazione è sempre stata “cose già sentite, già pubblicate solo con meno clamore, sapevamo già tutto”.  C’è allora da chiedersi perché alcuni dei maggiori gruppi bancari si siano coalizzati e abbiano bloccato di fatto ogni possibile finanziamento ad Assange e soci. Per paura di cose “già sentite e già pubblicate”? Dal 7 dicembre 2010 Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union hanno imposto un blocco bancario che ha ridotto all’osso i finanziamenti a Wikileaks (la riduzione, dicono dall’organizzazione, è pari al 95 per cento, ovvero circa 50 milioni di euro). Un atteggiamento che ha portato, dopo dieci mesi, Wikileaks a un passo dalla bancarotta e alla conseguente decisione di sospendere la pubblicazione dei cable e di concentrarsi solo sul reperimento dei fondi. Dal sito viene lanciato questo appello:

Siamo costretti a sospendere temporaneamente la pubblicazione, finché non avremmo maggiori sicurezze sulla nostra sopravvivenza economica. Per quasi un anno siamo stati in lotta contro un blocco finanziario illegale . Non possiamo permettere alle grandi compagnie finanziarie Usa di decidere cosa debba fare il mondo intero con i propri soldi. Le nostre battaglie sono costose. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per reagire.

Le ragioni sostenute dalle banche per giustificare l’azione contro Wikileaks sono sempre state, tutto sommato, generiche: Bank of America ad esempio ha motivato dicendo che l’organizzazionedi Assange avrebbe potuto compiere azioni  ”incompatibili con le nostre politiche interne per l’elaborazione dei pagamenti”. Ma Wikileaks non ha subito nessuna condanna da nessun tribunale in nessun luogo del Mondo eppure, come giustamente hanno ricordato in molti, la medesima decisione di bloccare le donazioni queste stesse banche non l’hanno presa, ad esempio, nei confronti una organizzazione come il Ku Klux Klan.  Inoltre ha valore ricordare che le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio  nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa con atteggiamenti rischiosi”.

Dieci mesi fa proprio a seguiro del blocco bancario nei confronti di Wikileaks un editoriale del New York Times poneva alcune questioni fondamentali sul rapporto tra banche e mondo del’informazione. Allora ne sottolineai alcuni aspetti in un articolo su questo blog, mi sembra ancora più necessario riproporle, alla luce di questi ultimi eventi, ancora oggi:

La capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.[...] Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Anche per questo, a mio giudizio, è importante oggi sostenere  Wikileaks:  è possibile farlo – nonostante il blocco bancario – in diverse modalità attraverso questo sito http://shop.wikileaks.org/donate.

In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

Sembra proprio che l’uso dello pseudonimo sia in declino. Una delle ragioni è che raccontare storie ed esprimere opinioni celandosi dietro un nome di fantasia – diverso cioè da quello che abbiamo registrato in un qualche ufficio anagrafe – viene sempre più percepito come un comportamento non corretto se non decisamente ipocrita. Non sempre è stato così. Ce lo ricorda Carmela Ciuraru giornalista freelance che sull’argomento ha scritto un libro “Nome de Plume:  A (secret) History of Pseudonyms”

Nella metà del 19esimo secolo, questo fenomeno di pseudonimia ha raggiunto il suo livello più alto, così come nella metà del 16esimo secolo, era consuetudine pubblicare in forma anonima un testo. È interessante che il declino del soprannome nel 20esimo secolo coincida con l’ascesa della televisione e della pellicola. La gente ha avuto accesso alla vita degli altri, è diventato più difficile preservare la vita privata – e forse nemmeno auspicabile. Nella cultura contemporanea, nessuna informazione da condividere e da mettere a disposizione risulta esere troppo personale.

Il saggio della Ciuraru, un excursus nella storia della letteratura, si è guadagnato una certa attenzione sulle pagine culturali di diverse testate (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal), probabilmente perché l’argomento, al di là del valore del libro e dell’ambito trattato, suscita sempre un fascino particolare.

D’altronde che il tema non cessi mai di far discutere lo dimostra anche la nascita in rete, proprio in queste settimane, di un neologismo in inglese: nymwars (dalle parole pseudonym e wars) utilizzato inizialmente come hashtag su Twitter per legare i commenti (perlopiù drasticamente negativi) sull’applicazione della politica dei “nomi reali” che ostracizza l’uso degli pseudonimi sui social network. Una politica promossa da Facebook e sostenuta anche da Google sul suo più recente socialcoso. E proprio la decisione di applicarla con un certo zelo su Google Plus ha scatenato il putiferio. In effetti con la scesa in campo della Big G su questo fronte sono aumentati i timori che questa politica riesca a cambiare parecchie cose, anche là dove l’uso dello pseudonimo, dei nickname, ha potuto prosperare (più o meno) felicemente.

Una delle motivazioni più diffuse contro gli pseudonimi nei media sociali è: “se quello che esprimi in Rete è quello che pensi e lo dici nei modi e nei termini di una persona civile, che cosa hai da temere? È semplicemente una questione di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si sostiene”. Che di per sé non è certo una motivazione priva di senso. Quello però che molti si chiedendo è: siamo sicuri che le categorie meno protette non abbiano niente da temere nell’esprimere le loro idee soprattutto quando, come sul Web – queste idee – restano registrate per sempre e legate in modo permanente alla loro identità?

Una delle massime autorità in fatto di diritti in Rete, danah boyd, è intervenuta sull’argomento sostenendo con forza che:

Le persone che maggiormente fanno ricorso a pseudonimi in spazi online sono quelli i più emarginate dai sistemi di potere. [...] La posta in gioco è il diritto dei cittadini di proteggersi, il loro diritto di mantenere effettivamente una forma di controllo che gli dia sicurezza. Se le aziende come Facebook e Google sono effettivamente impegnate per la sicurezza dei loro utenti, devono prendere sul serio queste lamentele. Non per tutti dare il proprio nome significa essere più al sicuro. Al contrario, molte persone lo sono molto meno quando diventano identificabili. E coloro che sono meno sicuri sono spesso quelli che sono più vulnerabili.

Non è superfluo ricordare che  Google stessa nel suo Public Publicity Blog, in un post intitolato in modo significativo “The freedom to be who you want to be…” ancora oggi sostiene:

Utilizzare uno pseudonimo è stato uno dei grandi benefici di Internet, perché ha permesso di esprimersi liberamente, alle persone sotto minaccia fisica, in cerca di aiuto, o messe in condizione di non volere che la gente venga a conoscere la loro identità. Le persone in queste circostanze possono aver bisogno di un’identità coerente, ma che non sia legata a quella off-line.

Anche se poi la libertà di utilizzare questo “grande beneficio” sembra sia stata rivista e corretta in questi ultimi mesi: “Perché, quando sembra comprendere la necessità di consentire pseudonimia su molti servizi, Google istituisce la politica del ‘Nome reale’ per i profili di Google e per Google +?” chiede un lettore in uno dei tanti commenti di questo tono al post citato.

Recentemente anche chi, come Alexisi Madrigal senior editor della rivista Atlantic, aveva pensato alla questione dell’uso degli pseudonimi online come assolutamente marginale (roba da geek) si è ricreduto: “Ho cambiato idea. Il tipo di politica sui nomi che Facebook e Google Plus perseguono è in realtà un allontanamento radicale dal modo in cui l’identità e la parola interagiscono nel mondo reale. Queste politiche caricano di un’identità più forte ogni atto e ogni parola online rispetto alla maggior parte delle azioni equivalenti nel mondo reale”.

È interessante perchè Madrigal sostiene l’esatto contrario di un caposaldo della critica agli pseudonimi su Internet, la maggior adesione alla realtà, ovvero: “se dico qualcosa in un’assemblea o per strada la dico con la mia faccia, e così deve essere anche online”. Madrigal però fa notare un aspetto:

Immaginate di camminare per strada e di gridare, “Abbasso il governo!” Se non siete una superstar che tutti conoscono, la stragrande maggioranza delle persone che ha potuto udirvi non avrà idea di chi voi siate. Non avrà accesso al vostro curriculum professionale o alla vostra rete sociale o ad una qualsiasi altra cosa che una semplice ricerca su Google permetta di trovare. Le uniche informazioni che la gente saprà di voi si limiteranno alle vostre caratteristiche fisiche e agli abiti che avete addosso, che non sono dati del tutto trascurabili, ma che certo non pemettono nè in modo diretto nè in modo semplice di essere collegati alla vostra reale identità.

Per chi pensa che le principali motivazioni per l’utilizzo degli pseudonimi online derivino dal calcolo opportunistico o dalla mancanza di responsabilità, può leggersi questa interessante lista che Kirrily “Skud” Robert  ha fatto sulle diverse ragioni che possono spingere qualcuno a utilizzare uno un nome non reale . Ma forse una delle motivazioni più ricorrenti è che molte persone vogliono, semplicemente, che il giudizio degli altri sulle cose che esprimono non dipenda da alcuni elementi della propria identità (nazionalità, sesso, status sociale, professione…) ma si concentri solo sul valore di quello che esprimono.

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La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

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Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)

Discorso diretto, conoscenza condivisa

“La vaghezza del linguaggio, lungi dall’essere un’imperfezione o un bug, è in realtà il tratto distintivo della lingua che usiamo a nostro vantaggio nelle relazioni sociali” sostiene Steven Pinker, cattedra di psicologia cognitiva ad Harvard e noto divulgatore scientifico con diversi bestseller al proprio attivo.  “The stuff of Thought” è il più recente presentato dall’autore in molti speech, quasi sempre folgoranti. In rete se ne trovano diversi, questo ad esempio è stato registrato al TED Global di qualche anno fa, il video che ho messo in questo post, opera di quei geniacci di Cognitive Media (che ho segnalato altre volte su questo blog), è la versione animata di un altro lungo intervento dello scienziato americano.

L’opacità come tratto distintivo del nostro linguaggio, dunque? Una strategia per comunicare agli interlocutori in maniera indiretta, tra le righe (e ipocritamente più sicura) quelle che sono le nostre reali intenzioni: “che bello il suo ristorante, sarebbe davvero un gran peccato se dovesse succedergli qualcosa di brutto” dice nei Soprano il boss del quartiere alla vittima dei suoi ricatti; “Vuoi salire da me per vedere la mia collezione di stampe?” è l’ormai consumato invito del corteggiatore dopo una cena galante. Il reale significato delle due frasi, nei due esempi fatti da Pinker, è ovvio a tutti.

Al di là del tono divertito di Pinker non siamo distanti da quello che scriveva nei suoi ultimi bellissimi articoli lo storico Tony Judt, “Parole confuse suggeriscono idee confuse nell’ipotesi migliore, o mistificatrici in quella peggiore”… la mistificazione appunto, il discorso indiretto mira a negoziare un determinato tipo di relazione, che il discorso diretto potrebbe minare, mettere in discussione.

Ma è il discorso diretto che crea una conoscenza condivisa, un sapere comune attraverso il quale è possibile costruire un nuovo ordine di relazioni. Individual knowledge vs. Mutual knowledge. Quando, nella celebre favola di Andersen, il bambino grida “il re è nudo!” non rivela assolutamente niente che tutti gli altri già non sappiano eppure, ci fa notare Pinker, “ha cambiato lo stato della loro conoscenza dando loro un potere collettivo capace di cambiare il dominio dell’imperatore”. Il concetto è quasi banale, ma è davvero interessante rifletterci sopra, perché è alla base di molte dinamiche sociali, anche di stretta attualità. Ad esempio, ci domanda Pinker, vi siete chiesti perché la maggior parte delle rivoluzioni politiche partono da una folla che si raduna in una pubblica piazza?

Steve Pinker sul New York Times

Camminare a Palermo


Il 5 gennaio del 1984 veniva assassinato dalla mafia Pippo Fava, il blog Nazione Indiana è stato uno dei pochi che, ieri, lo ha ricordato pubblicando un suo editoriale scritto nel 1983 per I Siciliani, il giornale che aveva fondato e diretto fino al giorno della sua morte. Il lungo articolo è di una bellezza sconvolgente per quello che racconta, per la lucidità delle analisi, per qualità straordinaria della scrittura. Ne consiglio ovviamente la  lettura completa.

Qui ne trascrivo solo uno dei primi capoversi…

Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l’odore della catacomba, il buio, la luce verde del biliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l’identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d’ombra all’altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d’argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo’ di saluto: “Ho fatto tardi!”. Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: “Debbo morire!”.

Pippo Fava
I cento padroni di Palermo

Approfondimenti

I Siciliani (selezione articoli-Fondazione Giuseppe Fava)

speciale  in memoria di Pippo Fava a cura di Giro di Vite

aggiornamento (19.01.11) ricordo di Riccardo Orioles (minima & moralia)

Wikileaks e libertà d’informazione: che succede se solo le Banche sono a decidere?

Una volta affievolito l’eco delle ultime rivelazioni generato dai cablogrammi Usa, Wikileaks fa ancora parlare di sé per le molte questioni lasciate aperte da qualcosa che -  minimizzino pure i detrattori dell’organizazione capeggiata da Assange (si sapeva già tutto, nessuna novità, solo gossip) – è piombato del tutto inaspettato nel microcosmo dell’informazione portando al limite i rapporti che lo sorreggevano. Forse questa è la parte più interessante: la riflessione sulle nuove dinamiche, sui nuovi scenari che l’entrata in campo di Wikileaks  impone a tutta la comunità mondiale su temi quali: trasparenza, publicness, uso etico delle nuove tecnologie.

Una questione molto importante la pone, in questi giorni, un editoriale pubblicato sul New York Times (non certo da annoverare tra i fan di Assange e soci) a proposito della scelta di molti gruppi bancari di non permettere finanziamenti a Wikileaks. L’organizzazione, ci ricorda il NYT, non è stata condannata, e nemmeno denunciata. Eppure il mondo finanziario sta tendando di farla chiudere.

Non può essere dimenticato il fatto che Assange ha annunciato che proprio il mondo della finanza sarà il prossimo obiettivo dei leaks. Così Visa, MasterCard e PayPal e più recentemente ancora Bank of America hanno negato qualsiasi transazione a loro favore. Le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio – si fa notare ancora nell’editoriale del NYT – nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa rischiosa”.

Ma la capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.

Quindi, al di là della pur importante questione Wikileaks, le domande che l’editoriale si pone sono:

Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Domande sulle quali è importante riflettere. Il fatto che oggi vengano poste da una testata così influente non mi sembra per niente scontato. Segno che le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in moto un processo profondo di ripensamento delle regole e una richiesta di maggior trasparenza che sarà difficile fermare. O almeno è quello che mi auguro.

Banks and Wikileaks (New York Times)