La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

 

Wikileaks chiede aiuto: le banche hanno il diritto di chiudere l’informazione scomoda?

Una delle motivazioni più ricorrenti tra quelle sostenute dai detrattori di Wikileaks di fronte alle rivelazioni dell’organizzazione è sempre stata “cose già sentite, già pubblicate solo con meno clamore, sapevamo già tutto”.  C’è allora da chiedersi perché alcuni dei maggiori gruppi bancari si siano coalizzati e abbiano bloccato di fatto ogni possibile finanziamento ad Assange e soci. Per paura di cose “già sentite e già pubblicate”? Dal 7 dicembre 2010 Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union hanno imposto un blocco bancario che ha ridotto all’osso i finanziamenti a Wikileaks (la riduzione, dicono dall’organizzazione, è pari al 95 per cento, ovvero circa 50 milioni di euro). Un atteggiamento che ha portato, dopo dieci mesi, Wikileaks a un passo dalla bancarotta e alla conseguente decisione di sospendere la pubblicazione dei cable e di concentrarsi solo sul reperimento dei fondi. Dal sito viene lanciato questo appello:

Siamo costretti a sospendere temporaneamente la pubblicazione, finché non avremmo maggiori sicurezze sulla nostra sopravvivenza economica. Per quasi un anno siamo stati in lotta contro un blocco finanziario illegale . Non possiamo permettere alle grandi compagnie finanziarie Usa di decidere cosa debba fare il mondo intero con i propri soldi. Le nostre battaglie sono costose. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per reagire.

Le ragioni sostenute dalle banche per giustificare l’azione contro Wikileaks sono sempre state, tutto sommato, generiche: Bank of America ad esempio ha motivato dicendo che l’organizzazionedi Assange avrebbe potuto compiere azioni  ”incompatibili con le nostre politiche interne per l’elaborazione dei pagamenti”. Ma Wikileaks non ha subito nessuna condanna da nessun tribunale in nessun luogo del Mondo eppure, come giustamente hanno ricordato in molti, la medesima decisione di bloccare le donazioni queste stesse banche non l’hanno presa, ad esempio, nei confronti una organizzazione come il Ku Klux Klan.  Inoltre ha valore ricordare che le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio  nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa con atteggiamenti rischiosi”.

Dieci mesi fa proprio a seguiro del blocco bancario nei confronti di Wikileaks un editoriale del New York Times poneva alcune questioni fondamentali sul rapporto tra banche e mondo del’informazione. Allora ne sottolineai alcuni aspetti in un articolo su questo blog, mi sembra ancora più necessario riproporle, alla luce di questi ultimi eventi, ancora oggi:

La capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.[...] Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Anche per questo, a mio giudizio, è importante oggi sostenere  Wikileaks:  è possibile farlo – nonostante il blocco bancario – in diverse modalità attraverso questo sito http://shop.wikileaks.org/donate.

In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

Sembra proprio che l’uso dello pseudonimo sia in declino. Una delle ragioni è che raccontare storie ed esprimere opinioni celandosi dietro un nome di fantasia – diverso cioè da quello che abbiamo registrato in un qualche ufficio anagrafe – viene sempre più percepito come un comportamento non corretto se non decisamente ipocrita. Non sempre è stato così. Ce lo ricorda Carmela Ciuraru giornalista freelance che sull’argomento ha scritto un libro “Nome de Plume:  A (secret) History of Pseudonyms”

Nella metà del 19esimo secolo, questo fenomeno di pseudonimia ha raggiunto il suo livello più alto, così come nella metà del 16esimo secolo, era consuetudine pubblicare in forma anonima un testo. È interessante che il declino del soprannome nel 20esimo secolo coincida con l’ascesa della televisione e della pellicola. La gente ha avuto accesso alla vita degli altri, è diventato più difficile preservare la vita privata – e forse nemmeno auspicabile. Nella cultura contemporanea, nessuna informazione da condividere e da mettere a disposizione risulta esere troppo personale.

Il saggio della Ciuraru, un excursus nella storia della letteratura, si è guadagnato una certa attenzione sulle pagine culturali di diverse testate (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal), probabilmente perché l’argomento, al di là del valore del libro e dell’ambito trattato, suscita sempre un fascino particolare.

D’altronde che il tema non cessi mai di far discutere lo dimostra anche la nascita in rete, proprio in queste settimane, di un neologismo in inglese: nymwars (dalle parole pseudonym e wars) utilizzato inizialmente come hashtag su Twitter per legare i commenti (perlopiù drasticamente negativi) sull’applicazione della politica dei “nomi reali” che ostracizza l’uso degli pseudonimi sui social network. Una politica promossa da Facebook e sostenuta anche da Google sul suo più recente socialcoso. E proprio la decisione di applicarla con un certo zelo su Google Plus ha scatenato il putiferio. In effetti con la scesa in campo della Big G su questo fronte sono aumentati i timori che questa politica riesca a cambiare parecchie cose, anche là dove l’uso dello pseudonimo, dei nickname, ha potuto prosperare (più o meno) felicemente.

Una delle motivazioni più diffuse contro gli pseudonimi nei media sociali è: “se quello che esprimi in Rete è quello che pensi e lo dici nei modi e nei termini di una persona civile, che cosa hai da temere? È semplicemente una questione di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si sostiene”. Che di per sé non è certo una motivazione priva di senso. Quello però che molti si chiedendo è: siamo sicuri che le categorie meno protette non abbiano niente da temere nell’esprimere le loro idee soprattutto quando, come sul Web – queste idee – restano registrate per sempre e legate in modo permanente alla loro identità?

Una delle massime autorità in fatto di diritti in Rete, danah boyd, è intervenuta sull’argomento sostenendo con forza che:

Le persone che maggiormente fanno ricorso a pseudonimi in spazi online sono quelli i più emarginate dai sistemi di potere. [...] La posta in gioco è il diritto dei cittadini di proteggersi, il loro diritto di mantenere effettivamente una forma di controllo che gli dia sicurezza. Se le aziende come Facebook e Google sono effettivamente impegnate per la sicurezza dei loro utenti, devono prendere sul serio queste lamentele. Non per tutti dare il proprio nome significa essere più al sicuro. Al contrario, molte persone lo sono molto meno quando diventano identificabili. E coloro che sono meno sicuri sono spesso quelli che sono più vulnerabili.

Non è superfluo ricordare che  Google stessa nel suo Public Publicity Blog, in un post intitolato in modo significativo “The freedom to be who you want to be…” ancora oggi sostiene:

Utilizzare uno pseudonimo è stato uno dei grandi benefici di Internet, perché ha permesso di esprimersi liberamente, alle persone sotto minaccia fisica, in cerca di aiuto, o messe in condizione di non volere che la gente venga a conoscere la loro identità. Le persone in queste circostanze possono aver bisogno di un’identità coerente, ma che non sia legata a quella off-line.

Anche se poi la libertà di utilizzare questo “grande beneficio” sembra sia stata rivista e corretta in questi ultimi mesi: “Perché, quando sembra comprendere la necessità di consentire pseudonimia su molti servizi, Google istituisce la politica del ‘Nome reale’ per i profili di Google e per Google +?” chiede un lettore in uno dei tanti commenti di questo tono al post citato.

Recentemente anche chi, come Alexisi Madrigal senior editor della rivista Atlantic, aveva pensato alla questione dell’uso degli pseudonimi online come assolutamente marginale (roba da geek) si è ricreduto: “Ho cambiato idea. Il tipo di politica sui nomi che Facebook e Google Plus perseguono è in realtà un allontanamento radicale dal modo in cui l’identità e la parola interagiscono nel mondo reale. Queste politiche caricano di un’identità più forte ogni atto e ogni parola online rispetto alla maggior parte delle azioni equivalenti nel mondo reale”.

È interessante perchè Madrigal sostiene l’esatto contrario di un caposaldo della critica agli pseudonimi su Internet, la maggior adesione alla realtà, ovvero: “se dico qualcosa in un’assemblea o per strada la dico con la mia faccia, e così deve essere anche online”. Madrigal però fa notare un aspetto:

Immaginate di camminare per strada e di gridare, “Abbasso il governo!” Se non siete una superstar che tutti conoscono, la stragrande maggioranza delle persone che ha potuto udirvi non avrà idea di chi voi siate. Non avrà accesso al vostro curriculum professionale o alla vostra rete sociale o ad una qualsiasi altra cosa che una semplice ricerca su Google permetta di trovare. Le uniche informazioni che la gente saprà di voi si limiteranno alle vostre caratteristiche fisiche e agli abiti che avete addosso, che non sono dati del tutto trascurabili, ma che certo non pemettono nè in modo diretto nè in modo semplice di essere collegati alla vostra reale identità.

Per chi pensa che le principali motivazioni per l’utilizzo degli pseudonimi online derivino dal calcolo opportunistico o dalla mancanza di responsabilità, può leggersi questa interessante lista che Kirrily “Skud” Robert  ha fatto sulle diverse ragioni che possono spingere qualcuno a utilizzare uno un nome non reale . Ma forse una delle motivazioni più ricorrenti è che molte persone vogliono, semplicemente, che il giudizio degli altri sulle cose che esprimono non dipenda da alcuni elementi della propria identità (nazionalità, sesso, status sociale, professione…) ma si concentri solo sul valore di quello che esprimono.

Leggi l’articolo completo

La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

clicca per ingrandire

Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)

Discorso diretto, conoscenza condivisa

“La vaghezza del linguaggio, lungi dall’essere un’imperfezione o un bug, è in realtà il tratto distintivo della lingua che usiamo a nostro vantaggio nelle relazioni sociali” sostiene Steven Pinker, cattedra di psicologia cognitiva ad Harvard e noto divulgatore scientifico con diversi bestseller al proprio attivo.  “The stuff of Thought” è il più recente presentato dall’autore in molti speech, quasi sempre folgoranti. In rete se ne trovano diversi, questo ad esempio è stato registrato al TED Global di qualche anno fa, il video che ho messo in questo post, opera di quei geniacci di Cognitive Media (che ho segnalato altre volte su questo blog), è la versione animata di un altro lungo intervento dello scienziato americano.

L’opacità come tratto distintivo del nostro linguaggio, dunque? Una strategia per comunicare agli interlocutori in maniera indiretta, tra le righe (e ipocritamente più sicura) quelle che sono le nostre reali intenzioni: “che bello il suo ristorante, sarebbe davvero un gran peccato se dovesse succedergli qualcosa di brutto” dice nei Soprano il boss del quartiere alla vittima dei suoi ricatti; “Vuoi salire da me per vedere la mia collezione di stampe?” è l’ormai consumato invito del corteggiatore dopo una cena galante. Il reale significato delle due frasi, nei due esempi fatti da Pinker, è ovvio a tutti.

Al di là del tono divertito di Pinker non siamo distanti da quello che scriveva nei suoi ultimi bellissimi articoli lo storico Tony Judt, “Parole confuse suggeriscono idee confuse nell’ipotesi migliore, o mistificatrici in quella peggiore”… la mistificazione appunto, il discorso indiretto mira a negoziare un determinato tipo di relazione, che il discorso diretto potrebbe minare, mettere in discussione.

Ma è il discorso diretto che crea una conoscenza condivisa, un sapere comune attraverso il quale è possibile costruire un nuovo ordine di relazioni. Individual knowledge vs. Mutual knowledge. Quando, nella celebre favola di Andersen, il bambino grida “il re è nudo!” non rivela assolutamente niente che tutti gli altri già non sappiano eppure, ci fa notare Pinker, “ha cambiato lo stato della loro conoscenza dando loro un potere collettivo capace di cambiare il dominio dell’imperatore”. Il concetto è quasi banale, ma è davvero interessante rifletterci sopra, perché è alla base di molte dinamiche sociali, anche di stretta attualità. Ad esempio, ci domanda Pinker, vi siete chiesti perché la maggior parte delle rivoluzioni politiche partono da una folla che si raduna in una pubblica piazza?

Steve Pinker sul New York Times

Camminare a Palermo


Il 5 gennaio del 1984 veniva assassinato dalla mafia Pippo Fava, il blog Nazione Indiana è stato uno dei pochi che, ieri, lo ha ricordato pubblicando un suo editoriale scritto nel 1983 per I Siciliani, il giornale che aveva fondato e diretto fino al giorno della sua morte. Il lungo articolo è di una bellezza sconvolgente per quello che racconta, per la lucidità delle analisi, per qualità straordinaria della scrittura. Ne consiglio ovviamente la  lettura completa.

Qui ne trascrivo solo uno dei primi capoversi…

Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l’odore della catacomba, il buio, la luce verde del biliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l’identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d’ombra all’altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d’argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo’ di saluto: “Ho fatto tardi!”. Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: “Debbo morire!”.

Pippo Fava
I cento padroni di Palermo

Approfondimenti

I Siciliani (selezione articoli-Fondazione Giuseppe Fava)

speciale  in memoria di Pippo Fava a cura di Giro di Vite

aggiornamento (19.01.11) ricordo di Riccardo Orioles (minima & moralia)

Wikileaks e libertà d’informazione: che succede se solo le Banche sono a decidere?

Una volta affievolito l’eco delle ultime rivelazioni generato dai cablogrammi Usa, Wikileaks fa ancora parlare di sé per le molte questioni lasciate aperte da qualcosa che -  minimizzino pure i detrattori dell’organizazione capeggiata da Assange (si sapeva già tutto, nessuna novità, solo gossip) – è piombato del tutto inaspettato nel microcosmo dell’informazione portando al limite i rapporti che lo sorreggevano. Forse questa è la parte più interessante: la riflessione sulle nuove dinamiche, sui nuovi scenari che l’entrata in campo di Wikileaks  impone a tutta la comunità mondiale su temi quali: trasparenza, publicness, uso etico delle nuove tecnologie.

Una questione molto importante la pone, in questi giorni, un editoriale pubblicato sul New York Times (non certo da annoverare tra i fan di Assange e soci) a proposito della scelta di molti gruppi bancari di non permettere finanziamenti a Wikileaks. L’organizzazione, ci ricorda il NYT, non è stata condannata, e nemmeno denunciata. Eppure il mondo finanziario sta tendando di farla chiudere.

Non può essere dimenticato il fatto che Assange ha annunciato che proprio il mondo della finanza sarà il prossimo obiettivo dei leaks. Così Visa, MasterCard e PayPal e più recentemente ancora Bank of America hanno negato qualsiasi transazione a loro favore. Le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio – si fa notare ancora nell’editoriale del NYT – nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa rischiosa”.

Ma la capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.

Quindi, al di là della pur importante questione Wikileaks, le domande che l’editoriale si pone sono:

Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Domande sulle quali è importante riflettere. Il fatto che oggi vengano poste da una testata così influente non mi sembra per niente scontato. Segno che le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in moto un processo profondo di ripensamento delle regole e una richiesta di maggior trasparenza che sarà difficile fermare. O almeno è quello che mi auguro.

Banks and Wikileaks (New York Times)

Grande Jeff!

I can use Visa and Mastercard to pay for porn and support anti-abortion fanatics, Prop 8 homophobic bigots, and the Ku Klux Klan. But I can’t use them or PayPal to support Wikileaks, transparency, the First Amendment, and true government reform.

Jeff Jarvis

Just Saying (BuzzMachine)

Wikileaks, il nuovo racconto della guerra

la prima pagina dell speciale online dedicato alle rivelazioni di Wikileaks dal Guardian

La nuova azione di Wikileaks, che ha reso pubblici 400mila documenti sulla guerra in Iraq, ha generato un’enorme quantità di commenti e reazioni in tutto il Mondo, come era facile prevedere. Ancora più facile da prevedre le numerose dure reazioni anche da parte di molta stampa. Si accusa, si minimizza (cose sapute e risapute…). Ma anche tra chi non è tra annoverare tra i fan di Assange, come Steve Coll , ci si rende conto che queste rivelazioni cambiano completamente la prospettiva di una guerra il cui racconto è dovuto sistematicamente passare attraverso pesanti controlli (dei politici, dei militari), e al quale viene oggi restituito quello che gli è troppo spesso mancato: uno sguardo vicino ai drammi subiti dalla popolazione e di chi a vissuto davvero in prima linea. I documenti ci portano dove molti reporter erano riusciti ad arrivare solo molto raramente, per la prima volta riusciamo a percepire l”interno’ di quella guerra e non i suoi margini. Nel suo articolo sul NewYorker Coll trascrive quattro righe tratte da uno dei file rivelati da Wikileaks (una comunicazione tra ufficiali inviata per email), e giustamente ne sottolinea il tono di routine che, semmai ce ne fosse bisogno, ne aumenta a dismisura la drammaticità:

Prove evidenti di tortura sono state rilevate nella stazione di polizia irachena a Husaybah, iz. Grandi quantità di sangue sul pavimento della cella, un filo usato per shock elettrico e un tubo di gomma si trovavano nella cella di detenzione. Allegati.

Bastano queste poche anonime righe per riportarci dentro una guerra troppo spesso racontata a distanza di sicurezza, quanti articoli che abbiamo letto su questo conflitto ci hanno reso l’idea di quello che stava succedento in così poche parole? Ironia della sorte a riportarci ‘dentro’ questa guerra è chi in quei luoghi non c’è mai stato. Potere della rete, come giustamente fa notare il blogger Postoditacco:

Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una parte c’è un’associazione, i cui membri agiscono protetti dall’anonimato, che pubblica rapporti segreti crittografati e protetti da qualsiasi tipo di accesso esterno, mentre dall’altra ci sono soggetti governativi (non soltanto americani) che provano (finora inutilmente) a censurare (mettendo al bando la criptatura adottata da Wikileaks) e decrittografare questi documenti.

Si parla molto di etica e di trasparenza. È eticamente giusto fare rivelazioni di questo tipo in nome della trasparenza?

Una buona risposta, mi sembra, la dà Jeff Jarvis dal suo BuzzMachine che in queste settimane ha lanciato diversi post dedicati proprio al tema della trasparenza e della publicness.

L’unica soluzione per la fuga di notizie non è quindi una maggior segretezza ma una maggiore trasparenza. Se ci fidiamo del governo per decidere quello che è giusto coprire dal segreto – e una volta reso pubblico non emerge niente altro ciò che era necessario nascondere per non danneggiare il bene comune – allora le fughe di notizie posso esere considerate una chiara violazione delle nostre norme.

In un modo o un altro, siamo agli albori dell’età trasparente. Ma non sarà una transizione piacevole o semplice. I primi fatti portati alla luce del sole saranno quelli sgradevoli che qualcuno pensa sia necesario esporre. Solo quando il governo si renderà conto che la sua miglior difesa è l’apertura, vedremo la trasparenza come un bene in sé e non come un arma per esporre il male. Solo quando i governi realizzeranno che i propri cittadini adesso possono guardarli e osservarli, meglio di quanto loro stessi possono fare nei loro riguardi – potremo vedere il valore della trasparenza diventare un deterrente per i cattivi soggetti e le cattive azioni. Allora diventeremmo il grande fratello del grande fratello. O almeno possiamo sperarlo.

Una nota a margine: come molti sanno contemporaneamente al sito diretto da Julian Assange hanno deciso di pubblicare i documenti, il Guardian, Il New York Times, Der Spigel, Le Monde, (ma anche Al Jazira, la Bbc e altri canali televisivi) ma nessuna testata italiana. Diverse iniziative sono state realizzate in rete in questi giorni per approfondire e analizzare i documenti anche con l’aiuto di mappe interattive, grafici in continuo aggiornamento,  la rivista digitale Owni ha messo online una piattaforma crowdorcing per condividere e commentare i dati. Niente di simile è stato fatto da noi.

Anche questo è un elemento, non secondario,  su cui riflettere, soprattutto alla luce della classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans Frontiers recentemente pubblicata, che relega l’Italia al 49esimo posto. E bene ha fatto chi ha sottolineato il “silenzio assordante” nel quale è caduta la notizia qui da noi.  Nemmeno Regno Unito (19esimo posto), Stati Uniti (20esimo), Germania (17esimo) e men che mai Francia (44esimo) sono tra le primissime posizioni del Press freedom Index, ma questo non è certo un dato che ci possa rendere meno amara questa pessima figura. Anzi. Alla luce  dell’apertura e dell’attenzione  alle rivelazioni di Wikileaks comunque dimostrata in questi Paesi, abbiamo una ragione in più di preoccuparci per lo stato di salute della nostra informazione.

approfondimenti e segnalazioni:

Rassegna stampa su Wikileaks da Internazionale

Internet: dopo Wikileaks un campo di battaglia per il controllo dell’ informazione (Lsdi)

La comunicazione è nata contro la guerra

Questa è la grande idea che ci deriva dall’Illuminismo: lo scambio culturale come possibilità di unire un determinato territorio. Tutto è cominciato con l’idea di nazione [...] che rientra in tutti i discorsi sulla tecnologia e sulle tecno-utopie della comunicazione fin dall’inizio. È il concetto della grande famiglia umana, in sostanza un concetto teologico, persino evangelico, e costituisce il nucleo dell’idea di comunicazione, nel senso che la comunicazione deve “unire” le persone, ed è perciò segnata da un elemento essenziale, sul quale non si insiste mai abbastanza: l’ideologia della comunicazione è un’ideologia di pace, la comunicazione è nata contro la guerra, contro l’idea di guerra, e mira a unire i popoli laddove la guerra li separa. È per questo che la guerra, in fondo, è altrettanto importante. In quanto è un elemento di contrapposizione alla comunicazione intesa come creatrice di legami sociali. Si potrebbe dire che la comunicazione, nel senso in cui l’abbiamo definita, ossia di restauratrice dei legami sociali, rimandi in qualche modo alla vecchia idea di ricostituzione di una società pre-babelica, anteriore alla Torre di Babele. Questo elemento accompagna puntualmente tutte le mitologie della comunicazione dall’Illuminismo e dal Rinascimento in poi.

Armand Mattelart (intervista a MediaMente del 1999)

Album (Ritratti e Citazioni)

Parole confuse suggeriscono idee confuse…

Il senso di un luogo…

Elogio dell’empatia

Oltre il rumore del Mondo

 

Armand Mattelart

La promessa dei media sociali

Deanna Zandt, esperta di media e attivista sociale, sulla rivista progressista In These Time (sul quale Kurt Vonnegut ha pubblicato, dal 2003 al 2007, i suoi bellissimi ultimi editoriali), torna, con alcuni spunti interessanti, sull’argomento dell’utopia sociale della Rete in un articolo che è anche un’anticipazione del suo libro appena uscito negli Stati Uniti “Share This!” che porta significativamente il sottotitolo “How You Will Change the World with Social Networking” . Il web può davvero rappresentare uno strumento a servizio del cambiamento  oppure la Rete non fa altro che replicare, nella sostanza, le diseguaglianze delle strutture sociali tradizionali? Le donne, solo per fare un esempio – sottolinea la Zandt – pur essendo più della metà degli utenti attivi sui maggiori social media non sono rappresentate, nella stessa misura, nella cerchia degli esperti più influenti e accreditati del web,  nei media sociali o nei blog, e anche le minoranze etniche sembrano comunque essere messe ai margini delle opinioni che contano.

Insomma secondo la Zandt “La mancanza di una struttura istituzionale di Internet non deve essere confusa con l’uguaglianza”. Perché capita che: “quando rimuovi la struttura esplicita da un gruppo (i leader, le gerarchie, i processi) scopri che la struttura implicita è sostanzialmente basata su interessi personali, su pregiudizi e lobby di classe”.

Quindi prima Internet e poi il web e i social media rappresentano un’occasione persa per mettere in discussione vecchie gerarchie e costruire una società più giusta e libera? La loro promessa ‘ontologica’ di un web sociale e egualitario è tramontata? No, ci dice la Zandt, a patto di essere capaci quando interagiamo con gli altri di “tracciare una rotta” che sappia riconoscere i nostri pregiudizi accogliendo nella discussione anche le persone che non condividono i nostri punti stessi di vista. Sharing is daring, la condivisione è audace, scrive l’autrice con una frase che potrebbe essere la tagline del suo libro.

La tendenza ad aggregarsi intorno alle persone con idee affini alle nostre è comprensibile e umana, ma può rappresentare un pericolo quando si ha come obiettivo il cambiamento. Questo può significare non essere capaci di accogliere in ogni frangete tutte le diverse opinioni, anche quelle in opposizione alle nostre. Abbiamo bisogno invece di guardare con molta attenzione in direzione delle opinioni di chi è più coinvolto sulle questioni che stiamo discutendo e assicurarci che queste siano ascoltate. Coinvolgere ed ascoltare le persone che hanno background diversi dai nostri dà il via a un processo fondamentale per favorire il cambiamento, e ai social media dà la possibilità di mantenere molte delle loro promesse di rendere più diversi ed eterogenei i network dei quali facciamo parte.

Attenzione! Contenuti non verificati (etichette per giornalismo sciatto)

Il mondo dei media sembra molto attento a segnalare con “bollini” contenuti inappropriati su video, programmi televisivi, videogame (perché ritenuti violenti, scurrili, pornografici)… perché, allora, non pensarli anche per tutti quei contenuti “semplicemente” sciatti, approssimativi e non deontologicamente corretti presenti in molto giornalismo d’oggi (e, probabilmente, non meno dannosi dei precedenti)? “Attenzione! Questo articolo è fondamentalmente un comunicato stampa copiato e incollato” oppure “Attenzione! Per assicurarsi in futuro nuove interviste  con il soggetto in questione, importanti argomenti non sono stati affrontati”.

Bene, ci ha pensato Tom Scott giovane comico inglese (un geek comedian come lui stesso si definisce) che con molto sense of humor ne propone una galleria da applicare per segnalare lo “sloppy journalism” nei quotidiani britannici.

La provocazione ha già avuto parecchie citazioni online conquistando molti blogger. Inutile dire che ritengo molto utile anche una versione italiana delle “journalism warning label”…

Ultima notazione: Tom scherza, ma fa le cose molto ‘seriamente’: in calce al suo post potete trovare un documento (in formato pdf) già formattato da scaricare per poter stampare gli adesivi su fogli A4.

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Il blog di Tom Scott

(via SpotUs Italia Facebook page)

Octavia’s identity

La notizia, qualche giorno fa, del licenziamento in tronco della giornalista Octavia Nasr da parte della Cnn a seguito di un messaggio (un giudizio positivo sull’Ayatollah sciita Mohammed Hussein) che la [ex] senior editor del colosso americano aveva postato sul proprio profilo di Twitter ha giustamente fatto il giro del mondo. Molte le questioni che l’episodio, anche in Rete, ha sollevato: la trasparenza, l’obiettività e l’equidistanza del giornalismo, il diritto o meno dei professionisti dell’informazione di esprimere pareri personali e le conseguenze per la loro credibilità e autorevolezza su un determinato argomento… il tutto amplificato e forse, ulteriormente distorto, dal fatto che tutta la faccenda si è consumata all’interno di uno scenario così complesso e ‘sensibile’ come quello della cronaca politica mediorientale (di cui la Nasr è considerata una delle massime esperte) con tutto quello che ne comporta. A niente sono valse scuse, rettifiche e precisazioni fatte successivamente anche sul blog personale della Nasr: la ‘leggerezza’ di un attimo, consumata nello spazio delle 140 battute di un tweet resta, per i detrattori dell’opinionista, una traccia indelebile e inappellabile che macchia la sua credibilità.

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Valigia Blu: “Cari editori, cara Fnsi, stupiteci!”

In rete si sta sviluppando un bel dibattito in merito alla decisione della Fnsi di indire uno sciopero generale per il prossimo 9 luglio. Le ragioni dell’iniziativa del sindacato della stampa – dare un segnale forte da parte dei giornalisti contro la cosiddetta legge bavaglio -  sono totalmente condivisibili ovviamente. Le modalità, lo sciopero appunto con conseguente blackout dell’informazione, per molti un po’ meno.

Protestare contro una legge che minaccia in modo così palese la libertà di stampa e la qualità dell’informazione nel nostro Paese non facendo uscire i giornali e creando volontariamente un vuoto di notizie è in effetti un discreto controsenso.

Così dai blog sono partiti appelli e proposte alternative (se c’è ancora qualcuno che pensa che dalla blogsfera vengano emessi solo dei “no” riottosi e senza idee, prego si ricreda…), in molti chiedono che lo sciopero indetto dalla Fnsi si trasformi in un’azione diversa che produca ancora più informazione su quello che sta accadendo.

Questa legge rappresenta una minaccia al già fragile stato di salute del nostra informazione, e si viene a sommare a una profonda crisi dei vecchi modelli di giornalismo (crisi, certo non solo italiana) che ne mette in discussione ruolo sociale e valori etici. L’ultimo degli errori da commettere, allora, è quello di sottovalutare la spinta dal “basso” (uso questo termine anche se non lo amo troppo) la voglia dei lettori di esserci, di partecipare al dibattito su come rendere migliore l’ecosistema delle notizie. Proprio in un momento così difficile dai cittadini arriva, ancora più forte, una richiesta di profondo rinnovamento, lo sciopero senza volerlo rischia, in questo caso,  di essere una risposta ‘vecchia’ a domande nuove.

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Open mind

Che ruolo ha il lettore nel determinare la qualità e il futuro del giornalismo (e perché no, la qualità del suo futuro)? Si dibatte molto sui nuovi scenari dell’informazione e sulla crisi del giornalismo, ma quanto ‘potere’ pensiamo concretamente abbia il lettore (come persona e non semplicemente come utente/consumatore) nell’essere un soggetto attivo di questa discussione?

In molti stanno sottolineando la preoccupante frattura tra l’interesse del pubblico e il sistema delle notizie che viene proposto. È un problema centrale da molti punti vista lo si voglia guardare, di democrazia (liberare il lettore dal suo ruolo passivo), di marketing (dare risposte ai suoi reali interessi) …

Jack Fuller, non esattamente l’ultimo arrivato, giornalista di lungo corso, un premio Pulitzer in bacheca, ha pubblicato recentemente un libro che ha fatto discutere negli Usa: “What Is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism” che è stato anticipato in un articolo online all’interno di uno speciale “Brain Power” della Nieman Reports di Harvard (qui da noi ne hanno accennato Giuseppe Granieri sul suo BookCaffè, da sempre uno dei più attenti a cogliere le idee più stimolanti sulla Rete, e Fabio Chiusi che sul ilNichilista che ne fa un’ampia sintesi).

Cosa dice Fuller? Sostanzialmente che il mercato delle news sarà determinato dalla domanda del pubblico e che questo, se non preso in seria considerazione,  può essere un problema. “Here is the deepest and, to many serious journalists, most disturbing truth about the future of news: The audience will control it”.

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In the age of truthiness: autenticare l’inautentico

Truthiness è un neologismo coniato qualche anno fa (nel 2005 per la precisione) da Stephen Colbert anchorman, autore satirico e comico molto popolare in America che nel suo irriverente e seguitissimo Colbert Report prende in giro i vari tic e vezzi dei media statunitensi.

Truthiness: The quality of stating concepts one wishes or believes to be true, rather than the facts. (Urban Dictionary)

Colbert stesso ha spiegato che aveva intenzione di “utilizzare la parola come una critica al costante appello all’emozione utilizzato da molti politici americani. Una denuncia che vuole evidenziare che far semplicemente emergere i fatti sembra sempre meno negli Stati Uniti una questione di rilievo” .

La parola ha avuto un successo mediatico davvero notevole: una pagina su Wikipedia ne spiega significato e impatto sui media, il New York Time l’ha definita, nel 2005, parola dell’anno e l’Huffington Post l’ha invece inserita tre le 25 parole più popolari del decennio 2000-2009 (…tanto per dare un’idea, ma l’elenco dei ‘riconoscimenti’ potrebbe continuare). Sul significato della parola, per chi avesse ancora dubbi, può cliccare qui.

Ho cominciato questo post parlando di truthiness perché in realtà voglio segnalare un articolo Authenticating the Inauthentic pubblicato questa settimana su Truthout (rivista online di dichiarata fede progressive che può vantare tra i propri collaboratori gente come Noam Chomsky, Dahr Jamail, Henry A. Giroux e molti altri). Il pezzo, firmato da Elizabeth Anne Moore, è una lunga e articolata riflessione con molti spunti interessanti sulla progressiva perdita del senso dell’autenticità (indotta secondo l’autrice da interessi economici) da parte della nostra società a favore di una percezione sempre più distorta della realtà dominata, appunto, dalla truthiness.

Ovvero dalla quasi-verità che è solo “una ricostruzione, un falso abbastanza buono, una produzione che, per il solo fatto che il suo scopo è quello di replicare un originale, merita comunque di essere accettata e creduta”. È il trionfo della “nuova autenticità” dominata dalla “versione più popolare” e non dalla verità ottenuta dalla verifica di fonti credibili e disinteressate.

Ovviamente rimando alla lettura completa dell’articolo che che fa un bel po’ di considerazioni sulle strategie di marketing, il giornalismo, la poitica e i nuovi media. Qui sottolineo solo quelle relative ai media sociali, per niente immuni secondo Trouthout,  lo avrete capito, dal rischio mistificatorio della truthiness. Ad esempio, dice la Moore, il fatto che noi possiamo parlare direttamente con qualche star della tv, un opinion maker, un anchorman o un personaggio famoso – commentando il suo blog o il suo account di twitter – ci dà l’idea di un contatto diretto e paritario che è spesso illusorio e distorto.

Anche per questo i social network rischiano di diventare uno strumento privilegiato per le nuove strategie di comunicazione e di marketing truthiness oriented. È il caso ad esempio di Lovermarks (un case study molto famoso per il suo nuovo approccio comunicativo dei brand e che la Moore critica aspramente) che “afferma di essere un’irresistibile combinazione di mistero, sensualità e intimità, ma fondamentalmente si affida alla percezione di affidabilità e di relazione emotiva dei clienti a un determinato bene o servizio”.


Posiamo anche essere tutti consapevoli di essere di fronte ad un calo di credibilità dei pubblicitari o dei politici  – ci avverte la Moore – ma invece di cambiare rotta e ristabilire un rapporto di fiducia producendo nuovi modi di comunicare o nuove politiche governative basate sull’autenticità e sull’onestà, si pianificano nuove strategie di comunicazione che sostituiscono l’autenticità con un sentimento (l’amore?) che lega il cliente (il lettore, il cittadino…) ad una “fedeltà oltre la ragione” (che infatti è la tagline di Lovemarks) acritica e non necessariamente legata alle reali qualità del prodotto (o del progetto editoriale, o del programma politico…).

Così, Lovemarks crea un senso di autenticità solo all’interno del campo prestabilito del consumismo. Le oscillazioni di significato all’interno del termine di autenticità – da “vero” a “apparentemente vero” – permettono che questa mistificazione rimanga in piedi, indisturbata. [...] La nuova autenticità, quindi, è una struttura completamente stabile, almeno finché non indaghiamo su quali fondamenta si basa.

[...] Eppure, tuttavia ci sentiamo gratificati, dalla garanzia che l’esecutivo corrotto di Enron si sente male o perché ci dicono che la Chrysler Corporation comprende il nostro dolore durante questa crisi economica e per questo sta abbassando i prezzi delle auto, o ancora, che Obama fa proprie le nostre preoccupazioni per la guerra in Afghanistan perché ha postato qualcosa sulla pagina Facebook della Casa Bianca. Il fatto è che nessun ulteriore dato o notizia proveniente da fonti terze è oggi disponibile al grande pubblico più di quanto non fosse soli pochi anni fa. Anzi, in realtà, ce ne sono molti meno. Non siamo, infatti, in possesso di maggiori informazioni con cui misurare l’autenticità, tranne il fatto che queste sono emanate proprio da quelle fonti che si sforzano di essere percepite come autentiche.