Siamo nel Febbraio 2000, la rivista Rolling Stone affida a David Foster Wallace un reportage. Il tema è: seguire il viaggio che – nella più classica delle strategie comunicative elettorali – il candidato alle primarie repubblicane John McCain sta facendo a bordo del proprio bus, lo Straight Talk Express. La linea editoriale della rivista, come noto, non ha certo nella politica il proprio asse portante, e d’altronde quello del cronista politico non era sicuramente un ‘vestito’ nel quale Wallace poteva sentirsi totalmente a proprio agio. Quello però che ne venne fuori è un lungo reportage, assolutamente fuori del comune, “The Weasel, Twelve Monkeys and the Shrub: Seven Days in the Life of the Late, Great John McCain”, poi noto come Up, Simba! (in una versione rivista dall’autore che non fu mai del tutto soddisfatto dell’editing fatto da Rolling Stone), che oggi possiamo leggere in Considera l’aragosta.

A rileggerlo oggi – oltre al piacere di perdersi nei mille rivoli delle continue digressioni presenti nella scrittura di DFW – quel pezzo rappresenta anche un’anticipazione di quello che sarebbe diventato di lì a dieci anni, il modo di raccontare la politica da parte di molti giornalisti.
È quello che sostiene John R. Bohrer che firma un bell’articolo apparso su Salon qualche settimana fa , 10 years later, David Foster Wallace is a journalism pioneer che segnalo perché propone una serie di riflessioni interessanti su quello storico reportage e sull’attuale modo di scrivere di politica, anche da parte di molte grandi firme del giornalismo americano (ma non solo).
Ripensandoci oggi, sembra che Wallace abbia come predetto una tendenza della cronaca politica. Il suo pezzo si legge con la voce ormai familiare dei reporter-oversharer (pensiamo alla quantità di dispacci on the road che qualsiasi giornalista può realizzare con un iPhone e un account Twitter). Ogni buca e ogni sosta ai box sono materiali per qualche commento malizioso da inviare al mondo intero in un istante attraverso i network online.
Un atteggiamento che ritroviamo non solo negli outsider del big journalism, come allora sentiva di essere Wallace, ma anche nella ‘casta’ dei grandi commentatori politici in doppiopetto che all’epoca non nascosero, invece, un certo biasimo verso il lavoro dello scrittore americano (e che sicuramente mal digerirono le caricature delle “Twelve Monkeys” - le superstar delle grandi testate giornalistiche accreditate – che Wallace tratteggiò in quella occasione).
La cosa interessante è che, secondo Bohrer, i tratti caratteristici del reportage che fanno oggi di Wallace un precursore, sono proprio quelli che allora molti dei suoi colleghi gli rimproveravano. Un gusto per i dettagli, anche se apparentemente di scarsissima rilevanza (ad esempio una sosta imprevista), l’attenzione verso la banalità della vita quotidiana, il fluire dei pensieri personali che spezza e devia la narrazione degli eventi. Leggi l’articolo completo →
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