Cura dei contenuti: ridefinire il significato di “raro” nell’era dell’abbondanza

Nel mondo digitale la nozione di accessibilità viene continuamente riscritta e aggiornata. Grazie a Internet si sta facendo sempre più breve la distanza tra noi e una sempre maggiore quantità di contenuti e informazioni. Appena qualche click: un raro capolavoro del regista armeno Paradjanov così come le straordinarie foto che testimoniano una delle prime spedizioni in Antartide. Ma nell’era dell’abbondanza, se l’ostacolo dell’accessibilità si abbassa, un’altra barriera si innalza e rafforza – la barriera dell’attenzione.

Sono alcune idee che Maria Popova (la regina della content curation come giustamente l’ha definita Luisa Carrada) esprime da tempo, in particolare in un bellissimo articolo Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance pubblicato sul blog del mai troppo lodato Nieman journalism lab:

Il rapporto tra facilità di accesso e motivazione sembra essere inversamente proporzionale, così il solo fatto che un certo volume di informazioni sia facile da consultare e a nostra disposizione, ci paralizza sempre di più fino a farci accedere a tutto tranne a quello che realmente è più rilevante – rilevante per il modo in cui viene trattato dai media, rilevante per il modo in cui viene condiviso, rilevante per il modo nel quale risponde ai nostri concreti interessi.

È un po’ lo stesso principio per il quale – confesso – non visito da molto (troppo) tempo il museo della mia città. La sua pinacoteca possiede alcuni quadri meravigliosi (Vasari, Bronzino, e soprattuto uno splendido Pontormo) che non vedo da chissà quanto… Perché? Semplice, perché sono lì. Posso andarci (più o meno) quando voglio, semplicemente facendo una passeggiata di dieci minuti. Però, inevitabilmente, non ci andrò fino a quando qualcosa (o qualcuno) non darà un carattere di urgenza a questo mio desiderio: accompagnare degli amici che sono venuti a trovarmi, intervistare il direttore del museo, la lettura di un testo di storia dell’arte che fa scattare in me la necessità di vedere il particolare di un quadro che mai avevo notato.

Con le informazioni –  dice la Popova – succede la stessa cosa: navigando online inciampo in un archivio di testi di uno degli scrittori che amo di più, oppure in un video che tratta di un argomento che interessa la mia professione – li salvo in qualche sistema di bookmarking (Delicious, Instapaper o qualche altro) e li spingo in qualche remoto angolo cognitivo, non concludo la mia esperienza di esplorazione e di apprendimento, perchè parto dal presupposto che sono lì, disponibili e accessibili in qualsiasi momento.

In questo contesto si inserisce la curatela dei contenuti (content curation se si vuole usare il termine inglese). Sul web se ne parla da tempo, ma proprio in questi mesi, mi pare, è diventato un tema sempre più dibattuto e approfondito nei suoi diversi aspetti e campi di azione (informazione, comunicazione, arte, marketing). Cosa fanno i curatori di contenuti? Segnalano, orientano “non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste”, come suggerisce in una bella e suggestiva definizione Maria Chiara Pievatolo, anche lei curatrice.

L’obiettivo è quindi dare al lettore contenuti che siano davvero rilevanti per i suoi interessi, non farlo annegare nel mare magnum delle miriadi di “cose” che popolano Internet, per portarlo dritto verso quello che più lo interessa, gli è utile. Più o meno recentemente  sono nate proprio con questa finalità piattaforme come – cito le prime che mi vengono in mente - Paper.li, Scoop.it o Summify le quali come i motori di ricerca, Google per primo, utilizzano algoritmi che tengono conto di quanto un contenuto nella Rete sia stato condiviso dagli altri, il suo pagerank. La sfida  - ricorda però Maria Popova – è oggi semmai quella di rivendicare un “fattore umano” nel processo di scelta, selezione, valorizzazione dei contenuti, per non far prevalere la sola logica del più popolare, per non cadere sotto la tirannia assoluta dell’equazione, più cliccato uguale più rilevante. Dunque sembra che nell’epoca dell’accessibilità e dell’abbondanza sia necessario riscrivere anche la nozione di “raro”. Sì perché riuscire a far emergere anche quei contenuti meno scontati (ai margini della nostra esperienza seppur accessibili), può essere la strada per attivare uno dei più potenti antidoti alla mancanza di motivazione: la curiosità. Intendiamoci, la curiosità non può essere imposta, ma possono essere creati i presupposti e il contesto affinché questa si metta in connessione con gli interessi del lettore:

Quello che i grandi curatori sanno fare è scomporre questa dinamica, facendo il percorso inverso, ovvero: definire per prima i contorni e la rilevanza culturale e poi stimolare e amplificare la nostra motivazione. Se qualcuno condivide con noi il link verso un prezioso e bellissimo manoscritto del 13esimo secolo potrà attrarre la nostra attenzione ma probabilmente in modo effimero. Sì certo può darsi che per un attimo ci fermeremo ad ammirarlo, forse. Ma qualcuno che condivide quel manoscritto, facendoci capire quanto ancora oggi possa raccontarci, quello che ancora oggi testimonia, aiuterà a integrarare quel pezzo d’archivio con la nostra conoscenza e con i nostri interessi, creando così un ponte tra la nostra curiosità e le nostre motivazioni per un più profondo e concreto rapporto con quel contenuto.

Fonti e approfondimenti:

Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance (Nieman Journalism Lab)

Brain Pickings (il blog di Maria Popova)

(a cura di) Luca de Biase

La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

clicca per ingrandire

Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)

Discorso diretto, conoscenza condivisa

“La vaghezza del linguaggio, lungi dall’essere un’imperfezione o un bug, è in realtà il tratto distintivo della lingua che usiamo a nostro vantaggio nelle relazioni sociali” sostiene Steven Pinker, cattedra di psicologia cognitiva ad Harvard e noto divulgatore scientifico con diversi bestseller al proprio attivo.  “The stuff of Thought” è il più recente presentato dall’autore in molti speech, quasi sempre folgoranti. In rete se ne trovano diversi, questo ad esempio è stato registrato al TED Global di qualche anno fa, il video che ho messo in questo post, opera di quei geniacci di Cognitive Media (che ho segnalato altre volte su questo blog), è la versione animata di un altro lungo intervento dello scienziato americano.

L’opacità come tratto distintivo del nostro linguaggio, dunque? Una strategia per comunicare agli interlocutori in maniera indiretta, tra le righe (e ipocritamente più sicura) quelle che sono le nostre reali intenzioni: “che bello il suo ristorante, sarebbe davvero un gran peccato se dovesse succedergli qualcosa di brutto” dice nei Soprano il boss del quartiere alla vittima dei suoi ricatti; “Vuoi salire da me per vedere la mia collezione di stampe?” è l’ormai consumato invito del corteggiatore dopo una cena galante. Il reale significato delle due frasi, nei due esempi fatti da Pinker, è ovvio a tutti.

Al di là del tono divertito di Pinker non siamo distanti da quello che scriveva nei suoi ultimi bellissimi articoli lo storico Tony Judt, “Parole confuse suggeriscono idee confuse nell’ipotesi migliore, o mistificatrici in quella peggiore”… la mistificazione appunto, il discorso indiretto mira a negoziare un determinato tipo di relazione, che il discorso diretto potrebbe minare, mettere in discussione.

Ma è il discorso diretto che crea una conoscenza condivisa, un sapere comune attraverso il quale è possibile costruire un nuovo ordine di relazioni. Individual knowledge vs. Mutual knowledge. Quando, nella celebre favola di Andersen, il bambino grida “il re è nudo!” non rivela assolutamente niente che tutti gli altri già non sappiano eppure, ci fa notare Pinker, “ha cambiato lo stato della loro conoscenza dando loro un potere collettivo capace di cambiare il dominio dell’imperatore”. Il concetto è quasi banale, ma è davvero interessante rifletterci sopra, perché è alla base di molte dinamiche sociali, anche di stretta attualità. Ad esempio, ci domanda Pinker, vi siete chiesti perché la maggior parte delle rivoluzioni politiche partono da una folla che si raduna in una pubblica piazza?

Steve Pinker sul New York Times

Very short story: centoquaranta possono bastare

Twitter ci sta abituando a comunicare idee, concetti, pensieri comprimendoli in un numero ristretto di battute. Uno spazio che, per alcuni, può ancora essere decisamente angusto facendo così diventare il social media, per loro, uno dei simboli di certa comunicazione veloce, isterica e compulsiva. Per carità, non è che manchino elementi a favore di questa tesi, ma in un Paese come il nostro, dove il dibattito sui contenuti nel web, alle volte, palesa da parte dei media tradizionali una banalità imbarazzante, ha forse valore ricordare che non sempre e necessariamente la velocità implicita dei nuovi mezzi di comunicazione vuol dire superficialità o piattezza.

“Un ragionamento veloce non è migliore di un ragionamento ponderato, tutt’altro, ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza”

dice Calvino nelle sue Lezioni Americane. Così, ad esempio, il bello di idee come Very Short Story, un progetto di raccolta – tramite Twitter – di storie minimali della lunghezza di 140 battute (o meno), sta proprio nel fascino della loro rapidità, nell’accettare la sfida della velocità e farla propria. Il ritratto del buon Edgar Allan Poe sull’account del progetto la dice lunga sul clima generale al quale si ispirano i racconti:

Non è certo la prima volta che Twitter viene utilizzato per progetti di narrativa crowdsourced. Qualche mese fa (novembre 2010) ad esempio il regista Tim Burton ha completato il suo bel  Cadavre Exquis: un racconto collettivo composto con una sequenza di frasi proposte in progressione dai lettori e scelte di volta in volta dallo stesso Burton. Un altro progetto interessante di scrittura in 140 caratteri  è Nanoism, ma girando in Rete di esempi se ne trovano diversi.

Qualcuno maliziosamente ha ricordato, a proposito di progetti simili, la “profezia” di Marshall McLuhan The future of book is the blurb, il futuro del libro è la fascetta promozionale:  certo, se la sintesi è solo per il gusto della brevità fine a sé stessa e, peggio ancora, del texting coatto non può certamente portarci molto lontano. Eppure progetti come quelli citati dimostrano che le piattaforme di micro-blogging possono davvero essere strumenti non banali di scrittura.

Anche perché la velocità dei nuovi media può contenere la lentezza e la pazienza di un lungo lavoro di preparazione e di continue smussature. Non è solo una questione di contrapporre il fast allo slow, ma semmai di cercarne i punti di contatto, le possibili convergenze. In questa direzione ci può (ancora una volta!) venire in aiuto Calvino che alla fine del capitolo delle Lezioni dedicato alla Rapidità scrive:

“Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”.


Fonti e approfondimenti:

Twitter as story: a work in progress (Nieman Storyboard)

US students hope to bring Twitterature to the masses e Classic works get Twitterature treatment in new book (guardian.co.uk a proposito del progetto Twitterature che non cito direttamente nell’articolo ma comunque interessante)

128Battute (concorso Feltrinelli per micro-racconti)

Using Social Media Tools To Tell Stories (SocialMediaTrader)

aggiornamento (17.01.2011) Twittérature: court et bone à la foisCe qu’internet a changé dans le travail (et la vie) des écrivains (Owni)

Le regole per una buona infografica. Spiegate graficamente


clicca per vedere l'originale

FFunction è un’agenzia di Montréal specializzata nella visualizzazione dati, alla domanda what is data visualization? hanno cercato di rispondere nel modo a loro più congeniale. Graficamente. Risultato davvero interessante per gli elementi che mette in gioco e un ottimo spunto per riflessioni future sull’argomento.

 

Google Ngrams: noi siamo le parole che abbiamo usato

“Il genoma contiene informazioni ereditarie, passate di generazione in generazione. Le parole che usiamo nei libri che scriviamo, vengono passate allo stesso modo di generazione in generazione” dice Erez Lieberman Aiden ricercatore di Harvard convinto che i principi della genomica possano essere utilizzati anche nel campo della linguistica per capire come e quanto l’uso delle parole e la frequenza, nel fluire degli anni, di determinate frasi siano rivelatrici delle dinamiche evolutive della cultura umana nel corso dei secoli. E se di parole aveva bisogno per il suo studio, Liberman Aiden ne ha trovate ben 500 miliardi contenute in più di cinque milioni di libri patrimonio della sterminata biblioteca digitalizzata di Google Books (che in realtà ne ha scansionati molti di più, circa 12 milioni).

Informazioni prese e “impacchettate” in un unico tool ideato da lui e dal suo collega Jean Baptiste Michel e realizzato dagli ingegneri del più noto motore di ricerca. Il risultato è Google Ngrams, un database sterminato, uno strumento messo a disposizione (anche) di chi, in quel mare di parole, vuol trovare una rotta, un senso profondo, le risposte a molte domande.

Da un paio di giorni ne stanno parlando un po’ tutti: i grandi quotidiani dal Guardian al NYTimes, le riviste specializzate da Technology Review a Science, la bibbia della divulgazione scientifica che con la pubblicazione dei primi studi del progetto ne ha sancito l’autorevolezza. Anche perché a utilizzare questo strumento non saranno solo i responsabili “Culturomics” (cos’ infatti si chiama il progetto, fusione delle parole Cultural e Genomics) ma anche chi naviga su internet visto che Google Labs ha messo online una versione di Ngrams accessibile a tutti.

Come si usa il viewer di Ngrams? Semplice, basta mettere due o più parole (fino a 50) scegliere l’intervallo di tempo da analizzare (per adesso dal 1800 al 2000) e cliccare su “serch”. Ovviamente già in molti si sono sbizzarriti a mettere insieme, chi più seriamente chi per gioco, frasi e parole per vederne la frequenza di utlizzo nel tempo. Su Twitter con l’hashtag #ngrams è possibile seguirne le evoluzioni.

Eccone alcuni esempi:

 

Altri esempi di utilizzo di Google Ngram Viewer (via HuffPost),  Vampire vs. Zombie: Comparing Word Usage Through Time (via The Atlantic)

approfondimenti e fonti:

We are the words (Technology Review)

Google Opens Books to New Cultural Studies (Science, articolo consultabile dopo semplice registrazione gratuita)

Using Digitized Books as ‘Cultural Genome,’ Researchers Unveil Quantitative Approach to Humanities (Science daily)

Google studia l’evoluzione della lingua (Punto Informatico)

Culturomics la genomica applicata alla cultura (Galileo)

Le buone idee nascono così. Steven Johnson “illustrato” da Cognitive Media

Sono molto curioso di leggere “Where Good Ideas Come From – The Natural Story of Innovation” il nuovo libro (il quinto per la precisione) di Steven Johnson, perché il dibattito sulla capacità di creare ambienti (sociali, culturali, urbani) dove idee e creatività possano crescere liberamente, creare sviluppo e innovazione è sempre più centrale per il nostro futuro (penso, in questa direzione, ovviamente anche agli scritti di Richard Florida, o della ‘nostra’ Irene Tinagli).

In più Johnson riflette su come le nuove tecnologie e il web, e la loro capacità di moltiplicare le nostre ‘connessioni’ possano influire su questo processo. “An idea is a network” è un bel concetto e uno dei tanti spunti interessanti che Johnson ci lancia.

Il video del suo bell’intervento al TED è stato, giustamente, molto apprezzato e segnalato (ad esempio Luca De Biase lo fa qui).

Io invece suggerisco questo video che illustra (letteralmente) in sintesi il libro di Johnson. Questo mi dà anche l’occasione per dichiarare pubblicamente la mia ammirazione per Cognitive Media, lo studio inglese specializzato in visual communication, che lo ha realizzato. Se per caso ancora non conoscete il loro lavoro date subito un’occhiata (oltre che al loro sito) ai video di RSA Animate.

Segnalazioni e link [startup, social media e giornalismo]

Un modello “mobile” per i magazine

“The fact is that people are reading on their iPads, they’re reading a different way,” sulla base di questa convinzione Mark Edimston, che ha lavorato per molti anni a Newsweek, e un gruppo di giornalisti provenienti da diverse esperienze nei magazine e nel’editoria hanno progettato Nomad Edition un settimanale pensato espressamente per essere fruito solo su piattaforme mobile (smartphone, iPad, eReader). La  startup, che ha sede a New York, ha raccolto  600mila dollari e sta per lanciare una campagna abbonamenti (24 dollari per 52 settimane dopo un periodo di prova gratuita di 30 giorni). Il progetto partirà ad ottobre con gli aggiornamenti inviati agli abbonati, ogni edizione è pensata su uno ‘spazio’ di lettura di 20 o 30 minuti al massimo.

Il New York Times nelle pagine deidicate ai media ne parla qui mentre il Los Angeles Times nel suo blog Jacket Copy ne parla qui

Una piattaforma sociale e interattiva per far incontrare giornalisti, PR e imprese

Il rapporto tra giornalisti, addetti stampa e società di PR è sempre abbastanza complicato, presenta numerosi nodi ancora da sciogliere di natura etica e deontologica e, nonostante la decisa crescita dei social media nell’ ecosistema delle news, ancora molto legato a dinamiche tradizionali (in America e, ancora di più ovviamente, in Europa e in Italia) che da tempo stanno evidenziando molti limiti (conferenze stampa autocelebrative, stillicidio di email e comunicati stampa, da una parte; difficoltà ad approfondire concretamente tematiche tramite accesso a dati e informazioni, dall’altra).
NewsBasis è una startup newyorchese che ambiziosamente cerca di ridefinire la comunicazione tra giornalisti, società di PR e imprese in modalità molto più social e interattiva di quanto mai fatto fino ad oggi. La piattaforma punta molto sul design e la tecnologia per rendere più efficiente e intuitiva la ricerca dei flussi di notizie e mette a disposizione una serie di strumenti con i quali i giornalisti (anche in forma anonima) possono commentare le fonti, segnalare punti di vista diversi, chiedere ulteriori approfondimenti. Per accedere ai contenuti (o metterne di propri) basta registrasi sul sito newsbasis.com.
La startup ha finora raccolto 545mila dollari.

Il New York Times ne parla qui mentre il blog ReadWriteWeb se ne occupa qui

A ogni parola il proprio link multimediale

Apture è una startup con sede a San Francisco che si occupa di strumenti dedicati a editori e blogger per arricchire di contenuti multimediali la navigazione dei loro siti. L’azienda ha appena lanciato un’interessante applicazione, Apture highlights, che dà la possibilità (ovviamente una volta installata l’estensione nel browser) di creare link multimediali su qualsiasi pagina web solamente scorrendo il puntatore del mouse sulle parole di un testo. Il tutto senza abbandonare la pagina visto che la navigazione avviene con finestre pop-up (decisamente poco invasive). Praticamente per qualsiasi parola, anche se non linkata in origine dall’autore, è possibile dopo averla evidenziarla far apparire una finestra dove saranno presenti ricerche su Google o Wikipedia, video di YouTube o profili Twitter inerenti quella parola chiave. La startup è finanziata da un sostanzioso fondo di 4.6 milioni di dollari il cui maggior investitore è Clearstone Venture Partner.

Ne parlano entusiasti diversi blog ad esempio VentureBeat qui o TechCrunch qui

La comunicazione è nata contro la guerra

Questa è la grande idea che ci deriva dall’Illuminismo: lo scambio culturale come possibilità di unire un determinato territorio. Tutto è cominciato con l’idea di nazione [...] che rientra in tutti i discorsi sulla tecnologia e sulle tecno-utopie della comunicazione fin dall’inizio. È il concetto della grande famiglia umana, in sostanza un concetto teologico, persino evangelico, e costituisce il nucleo dell’idea di comunicazione, nel senso che la comunicazione deve “unire” le persone, ed è perciò segnata da un elemento essenziale, sul quale non si insiste mai abbastanza: l’ideologia della comunicazione è un’ideologia di pace, la comunicazione è nata contro la guerra, contro l’idea di guerra, e mira a unire i popoli laddove la guerra li separa. È per questo che la guerra, in fondo, è altrettanto importante. In quanto è un elemento di contrapposizione alla comunicazione intesa come creatrice di legami sociali. Si potrebbe dire che la comunicazione, nel senso in cui l’abbiamo definita, ossia di restauratrice dei legami sociali, rimandi in qualche modo alla vecchia idea di ricostituzione di una società pre-babelica, anteriore alla Torre di Babele. Questo elemento accompagna puntualmente tutte le mitologie della comunicazione dall’Illuminismo e dal Rinascimento in poi.

Armand Mattelart (intervista a MediaMente del 1999)

Album (Ritratti e Citazioni)

Parole confuse suggeriscono idee confuse…

Il senso di un luogo…

Elogio dell’empatia

Oltre il rumore del Mondo

 

Armand Mattelart

La promessa dei media sociali

Deanna Zandt, esperta di media e attivista sociale, sulla rivista progressista In These Time (sul quale Kurt Vonnegut ha pubblicato, dal 2003 al 2007, i suoi bellissimi ultimi editoriali), torna, con alcuni spunti interessanti, sull’argomento dell’utopia sociale della Rete in un articolo che è anche un’anticipazione del suo libro appena uscito negli Stati Uniti “Share This!” che porta significativamente il sottotitolo “How You Will Change the World with Social Networking” . Il web può davvero rappresentare uno strumento a servizio del cambiamento  oppure la Rete non fa altro che replicare, nella sostanza, le diseguaglianze delle strutture sociali tradizionali? Le donne, solo per fare un esempio – sottolinea la Zandt – pur essendo più della metà degli utenti attivi sui maggiori social media non sono rappresentate, nella stessa misura, nella cerchia degli esperti più influenti e accreditati del web,  nei media sociali o nei blog, e anche le minoranze etniche sembrano comunque essere messe ai margini delle opinioni che contano.

Insomma secondo la Zandt “La mancanza di una struttura istituzionale di Internet non deve essere confusa con l’uguaglianza”. Perché capita che: “quando rimuovi la struttura esplicita da un gruppo (i leader, le gerarchie, i processi) scopri che la struttura implicita è sostanzialmente basata su interessi personali, su pregiudizi e lobby di classe”.

Quindi prima Internet e poi il web e i social media rappresentano un’occasione persa per mettere in discussione vecchie gerarchie e costruire una società più giusta e libera? La loro promessa ‘ontologica’ di un web sociale e egualitario è tramontata? No, ci dice la Zandt, a patto di essere capaci quando interagiamo con gli altri di “tracciare una rotta” che sappia riconoscere i nostri pregiudizi accogliendo nella discussione anche le persone che non condividono i nostri punti stessi di vista. Sharing is daring, la condivisione è audace, scrive l’autrice con una frase che potrebbe essere la tagline del suo libro.

La tendenza ad aggregarsi intorno alle persone con idee affini alle nostre è comprensibile e umana, ma può rappresentare un pericolo quando si ha come obiettivo il cambiamento. Questo può significare non essere capaci di accogliere in ogni frangete tutte le diverse opinioni, anche quelle in opposizione alle nostre. Abbiamo bisogno invece di guardare con molta attenzione in direzione delle opinioni di chi è più coinvolto sulle questioni che stiamo discutendo e assicurarci che queste siano ascoltate. Coinvolgere ed ascoltare le persone che hanno background diversi dai nostri dà il via a un processo fondamentale per favorire il cambiamento, e ai social media dà la possibilità di mantenere molte delle loro promesse di rendere più diversi ed eterogenei i network dei quali facciamo parte.

Open mind

Che ruolo ha il lettore nel determinare la qualità e il futuro del giornalismo (e perché no, la qualità del suo futuro)? Si dibatte molto sui nuovi scenari dell’informazione e sulla crisi del giornalismo, ma quanto ‘potere’ pensiamo concretamente abbia il lettore (come persona e non semplicemente come utente/consumatore) nell’essere un soggetto attivo di questa discussione?

In molti stanno sottolineando la preoccupante frattura tra l’interesse del pubblico e il sistema delle notizie che viene proposto. È un problema centrale da molti punti vista lo si voglia guardare, di democrazia (liberare il lettore dal suo ruolo passivo), di marketing (dare risposte ai suoi reali interessi) …

Jack Fuller, non esattamente l’ultimo arrivato, giornalista di lungo corso, un premio Pulitzer in bacheca, ha pubblicato recentemente un libro che ha fatto discutere negli Usa: “What Is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism” che è stato anticipato in un articolo online all’interno di uno speciale “Brain Power” della Nieman Reports di Harvard (qui da noi ne hanno accennato Giuseppe Granieri sul suo BookCaffè, da sempre uno dei più attenti a cogliere le idee più stimolanti sulla Rete, e Fabio Chiusi che sul ilNichilista che ne fa un’ampia sintesi).

Cosa dice Fuller? Sostanzialmente che il mercato delle news sarà determinato dalla domanda del pubblico e che questo, se non preso in seria considerazione,  può essere un problema. “Here is the deepest and, to many serious journalists, most disturbing truth about the future of news: The audience will control it”.

Leggi l’articolo completo

Parole e simulacri

Tony Judt è uno di quegli scrittori che difficilmente ti lasciano indifferente. Storico inglese trasferito negli Stati Uniti, insegna alla New York University. Libri, saggi, conferenze, da anni le sue riflessioni sul rapporto tra  società, linguaggio, potere e intellettuali sono considerate da molti tra le più originali e controcorrente.

Un anno e mezzo fa gli è stata diagnosticata quella terribile malattia che conosciamo con il nome di SLA (sclerosi laterale amiotrofica). Sul New York Review of Book (rivista con la quale collabora da anni) stanno uscendo, da inizio anno, una serie di articoli a firma dello storico anglo-americano, una serie di riflessioni sulla società e sull’esperienza della propria malattia. Una sorta di diario/testamento.  “Nigth” (tradotto in italiano a febbraio su Internazionale), “Food” e quello più recente “Words” online da un paio di giorni.

Qualche tempo fa (luglio 2009)  lo storico Sergio Luzzato, in un bell’articolo nel quale recensiva un apprezzato libro di Judt, faceva notare come in un’epoca nella quale  i linguaggi dominanti sono il politichese e, ancora più, l’economichese, – una sorta di esperanto, dice Luzzato, un gergo planetario, una lingua di culto “il culto contemporaneo del mercato e delle presunte sue leggi di bronzo” – si fa sempre più strada un altro linguaggio, conseguente e complementare a questi due. Un linguaggio dominato dalla paura, dall’incertezza, dalla diffidenza dell’altro. Una lingua sempre più rarefatta, reiterata, composta da termini vaghi e volutamente opachi.
Judt ci mette in guardia anche oggi. Le parole, la loro ricchezza, sono uno “spazio pubblico” nel quale esercitare i propri diritti, e dove affermare il significato di vivere insieme, persona tra le persone: “If words fall into disrepair, what will substitute? They are all we have”.

Ma quello che fa lo storico inglese non è solo un atto di accusa, la denuncia di un declino di una società che sta perdendo alcuni dei propri valori più importanti. Il paradosso che apprendiamo dagli scritti di Judt è che il senso di perdita può essere anche l’opportunità di una nuova scoperta. L’occasione, forse, per mettere a fuoco e ritrovare il senso di cose che – ci piaccia o no – stanno per mutare definitivamente. Un’esperienza drammaticamente personale, nel caso di Judt, ma anche, in un significato più ampio, la possibilità di un’azione collettiva di riappropriazione di valori più profondi. Mi sembra che l’insegnamento di questi articoli sia anche questo.

Ovviamente ne consiglio la lettura, in particolare di Words, dal quale ne riporto, tradotto da me, un brano tra i tanti, che mi ha particolarmente colpito.

L’insicurezza culturale genera il suo doppelgänger linguistico. Lo stesso vale per il progresso tecnico. Nel mondo di Facebook, MySpace, e Twitter (per non parlare degli sms), le allusioni concise sostituiscono l’esposizione articolata. Dove una volta Internet sembrava un’opportunità per la comunicazione senza restrizioni, la crescente tendenza commerciale di questo media, – “I am what I buy”- lo ha invece impoverito. I miei figli osservano che nella loro generazione, le sintesi linguistiche dei loro hardware hanno cominciato a influenzare la loro stessa comunicazione: “la gente parla come sms”.

Questo dovrebbe preoccuparci. Quando le parole perdono la loro integrità così fanno anche le idee che esse esprimono. Se privilegiamo l’espressione personale rispetto alla forma convenzionale, allora stiamo privatizzando anche il linguaggio così come abbiamo privatizzato molto altro. «Quando uso una parola», Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, «essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno». «La questione è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi». Alice aveva ragione: il risultato è l’anarchia.

In “La politica e il linguaggio inglese” Orwell castigava i suoi contemporanei per l’uso di un linguaggio che tende a mistificare, piuttosto che a informare. La sua critica era diretta alla malafede: la gente scrive poveramente perché cerca di dire qualcosa di non chiaro, o deliberatamente prevaricante. Il nostro problema, mi sembra, è diverso. Una prosa scadente oggi rivela insicurezza intellettuale: noi parliamo e scriviamo male perché non ci sentiamo sicuri di quello che pensiamo e siamo riluttanti ad asserirlo inequivocabilmente (“È solo la mia opinione…”). Piuttosto che soffrire l’inizio di una “nuova lingua”, rischiamo l’ascesa di una “non-lingua”.

da Words (New York Review of Book)

Approfondimenti:

The Way Things Are and How They Might Be (intervista di Kristina Božič a Tony Judt /London Review of Book)

Il testamento di Tony Judt: “Sinistra, ritrova l’orgoglio” (Alessio Altichieri sul suo blog Chelsea mia / Repubblica)

The Trials of Tony Judt (Evan R. Goldstein / Chronicle Review)

Sull’ultimo libro di Tony Judt (Mario Ricciardi / Brideshead )

Toni (NYR Blog)

#Tony Judt

La Tirannia dell’Email

Ne avevo dato notizia un po’ di tempo fa, l’uscita dell’edizione italiana di “Tyranny of Email” di John Freeman, di cui ho parlato spesso per il suo manifesto sulla ‘slow communication’ (che ne rappresenta un capitolo). Adesso il libro è uscito, per Codice Edizioni tradotto da Giuliana Olivero, ed è stato presentato al Salone del Libro di Torino.

Controllate la mail mentre fate colazione? O sul BlackBerry, nel bel mezzo di una riunione, armeggiando pateticamente sotto il tavolo? Avete inoltrato una mail a trenta persone senza controllare cosa ci fosse scritto in coda? Usate la posta elettronica per comunicare qualsiasi cosa vi passi per la testa? Vi siete iscritti a troppe mailing list? Premete ogni due minuti “Ricevi”, nella perversa speranza che sia arrivato l’ennesimo messaggio? Se vi riconoscete in almeno uno di questi comportamenti compulsivi, avete tra le mani il libro giusto. John Freeman non è un eremita nemico della tecnologia, ma una persona perfettamente calata nel suo tempo che semplicemente suggerisce di fermarsi e guardare cosa abbiamo davanti: un computer connesso a Internet, ovvero uno strumento utile e meraviglioso, non le chiavi di una prigione in cui a quanto pare ci siamo rinchiusi da soli. È tempo di recuperare un modello di comunicazione più umano, ragionato e gratificante: una Slow Communication, il cui manifesto riafferma la superiorità dell’uomo sulla tirannia della tecnologia digitale.

dalla presentazione dell’editore

In the age of truthiness: autenticare l’inautentico

Truthiness è un neologismo coniato qualche anno fa (nel 2005 per la precisione) da Stephen Colbert anchorman, autore satirico e comico molto popolare in America che nel suo irriverente e seguitissimo Colbert Report prende in giro i vari tic e vezzi dei media statunitensi.

Truthiness: The quality of stating concepts one wishes or believes to be true, rather than the facts. (Urban Dictionary)

Colbert stesso ha spiegato che aveva intenzione di “utilizzare la parola come una critica al costante appello all’emozione utilizzato da molti politici americani. Una denuncia che vuole evidenziare che far semplicemente emergere i fatti sembra sempre meno negli Stati Uniti una questione di rilievo” .

La parola ha avuto un successo mediatico davvero notevole: una pagina su Wikipedia ne spiega significato e impatto sui media, il New York Time l’ha definita, nel 2005, parola dell’anno e l’Huffington Post l’ha invece inserita tre le 25 parole più popolari del decennio 2000-2009 (…tanto per dare un’idea, ma l’elenco dei ‘riconoscimenti’ potrebbe continuare). Sul significato della parola, per chi avesse ancora dubbi, può cliccare qui.

Ho cominciato questo post parlando di truthiness perché in realtà voglio segnalare un articolo Authenticating the Inauthentic pubblicato questa settimana su Truthout (rivista online di dichiarata fede progressive che può vantare tra i propri collaboratori gente come Noam Chomsky, Dahr Jamail, Henry A. Giroux e molti altri). Il pezzo, firmato da Elizabeth Anne Moore, è una lunga e articolata riflessione con molti spunti interessanti sulla progressiva perdita del senso dell’autenticità (indotta secondo l’autrice da interessi economici) da parte della nostra società a favore di una percezione sempre più distorta della realtà dominata, appunto, dalla truthiness.

Ovvero dalla quasi-verità che è solo “una ricostruzione, un falso abbastanza buono, una produzione che, per il solo fatto che il suo scopo è quello di replicare un originale, merita comunque di essere accettata e creduta”. È il trionfo della “nuova autenticità” dominata dalla “versione più popolare” e non dalla verità ottenuta dalla verifica di fonti credibili e disinteressate.

Ovviamente rimando alla lettura completa dell’articolo che che fa un bel po’ di considerazioni sulle strategie di marketing, il giornalismo, la poitica e i nuovi media. Qui sottolineo solo quelle relative ai media sociali, per niente immuni secondo Trouthout,  lo avrete capito, dal rischio mistificatorio della truthiness. Ad esempio, dice la Moore, il fatto che noi possiamo parlare direttamente con qualche star della tv, un opinion maker, un anchorman o un personaggio famoso – commentando il suo blog o il suo account di twitter – ci dà l’idea di un contatto diretto e paritario che è spesso illusorio e distorto.

Anche per questo i social network rischiano di diventare uno strumento privilegiato per le nuove strategie di comunicazione e di marketing truthiness oriented. È il caso ad esempio di Lovermarks (un case study molto famoso per il suo nuovo approccio comunicativo dei brand e che la Moore critica aspramente) che “afferma di essere un’irresistibile combinazione di mistero, sensualità e intimità, ma fondamentalmente si affida alla percezione di affidabilità e di relazione emotiva dei clienti a un determinato bene o servizio”.


Posiamo anche essere tutti consapevoli di essere di fronte ad un calo di credibilità dei pubblicitari o dei politici  – ci avverte la Moore – ma invece di cambiare rotta e ristabilire un rapporto di fiducia producendo nuovi modi di comunicare o nuove politiche governative basate sull’autenticità e sull’onestà, si pianificano nuove strategie di comunicazione che sostituiscono l’autenticità con un sentimento (l’amore?) che lega il cliente (il lettore, il cittadino…) ad una “fedeltà oltre la ragione” (che infatti è la tagline di Lovemarks) acritica e non necessariamente legata alle reali qualità del prodotto (o del progetto editoriale, o del programma politico…).

Così, Lovemarks crea un senso di autenticità solo all’interno del campo prestabilito del consumismo. Le oscillazioni di significato all’interno del termine di autenticità – da “vero” a “apparentemente vero” – permettono che questa mistificazione rimanga in piedi, indisturbata. [...] La nuova autenticità, quindi, è una struttura completamente stabile, almeno finché non indaghiamo su quali fondamenta si basa.

[...] Eppure, tuttavia ci sentiamo gratificati, dalla garanzia che l’esecutivo corrotto di Enron si sente male o perché ci dicono che la Chrysler Corporation comprende il nostro dolore durante questa crisi economica e per questo sta abbassando i prezzi delle auto, o ancora, che Obama fa proprie le nostre preoccupazioni per la guerra in Afghanistan perché ha postato qualcosa sulla pagina Facebook della Casa Bianca. Il fatto è che nessun ulteriore dato o notizia proveniente da fonti terze è oggi disponibile al grande pubblico più di quanto non fosse soli pochi anni fa. Anzi, in realtà, ce ne sono molti meno. Non siamo, infatti, in possesso di maggiori informazioni con cui misurare l’autenticità, tranne il fatto che queste sono emanate proprio da quelle fonti che si sforzano di essere percepite come autentiche.

Pubblico pubblico e pubblico privato

Il popolo di Internet è particolarmente curioso e affamato di novità. Lo sappiamo. Quindi niente di strano se anche quella che poteva sembrare ‘solo’ una semplice nuova applicazione (almeno al sottoscritto, evidentemente peccando di sottovalutazione nonostante fosse annunciata come ‘rivoluzionaria’…), finisca per suscitare grande interesse e un proliferare di opionioni anche molto discordanti. Se poi la nuova opzione viene lanciata dalla superstar dei social network quale è Facebook la cosa dovrebbe sorprendere ancora meno. Sto parlando del bottone ‘Like’, ‘Mi Piace’ (con tanto di manina con pollice alzato) applicabile e condivisibile su qualsiasi tipo di contenuto su qualsiasi sito o blog.

L’applicazione ha dato il via a una serie di riflessioni affatto banali sulla natura stessa del pubblicare sui nuovi media, sulla privacy e sul senso del condividere nel Web. Buon segno. Tra le tante vale davvero segnalare quella di Jeff Jarvis che in suo lungo post sul suo famosissimo blog BuzzMachine parte da un’analisi delle molte critiche fatte da numerosi blogger alla nuova applicazione di Mark Zuckerberg (e in parte assimilabili a quelle fatte a GoogleBuzz) per arrivare ad una lettura articolata e davvero interessante sui media sociali e il loro utilizzo. Il post si intitiola “Confusing *a* public with *the* public” e sicuramente, come molte altre cose scritte da Jarvis, susciterà numerose altre riflessioni e analisi (che sarà interessante seguire). Io ne propongo solo un breve passaggio tra i tanti che mi hanno colpito e che ho tradotto al volo (ma sicuramente ci sarà occasione per tornarci sopra)…

Facebook e Mark Zuckerberg sembrano dare per scontato che una volta che qualcosa è pubblico, è pubblico. Confondendo la condivisione (sharing) con la pubblicazione (publishing). Si assimila la sfera pubblica con il costruire un pubblico. Quello che faccio quando utilizzo il mio blog è pubblicare ovunque nel mondo per chiunque possa vedermi: l’assunto è the more is better. Ma quando posto qualcosa su Facebook la mia ipotesi è quella che stavo soltanto condividendo con il pubblico che ho creato e che lì controllo. Questo pubblico è privato. Qui sta l’errore e la confusione. Rendere pubblico che ho pubblicato è ciò che disturba la gente. Priva del loro senso di controllo di ciò che  loro vogliono condividere e con chi (e non è questione di quante preferenze possiamo impostare). E cosa più importante, raccogliendo le nostre azioni – i siti che visitiamo, i nostri ‘mi piace’ – fatte altrove nella Rete e rendendole fin troppo pubbliche, anche attraverso Facebook, disturbiamo la gente ancora di più.

Confusing *a* public with *the* public (BuzzMachine)

Crowdfunding journalism: due progetti per un giornalismo ‘lento’ e partecipato

Di giornalismo finanziato tramite crowdfunding si è cominciato a parlare solo nei mesi scorsi grazie a Spot.us , una start-up ideata dal 26enne David Cohn e finanziata dal Center for Media Change (340mila dollari) e sostenuta dalla Knight Foundation. L’idea di David è questa: utilizzare i social media come luogo di incontro tra giornalisti freelance e lettori, prima vengono segnalati dei temi da approfondire, poi i giornalisti propongono un progetto per un reportage  (e relativo budget necessario per realizzarlo). I lettori se ne apprezzano le finalità, possono decidere di  sostenerlo con micro-finanziamenti (mediamente 20 dollari nel caso di Spot.Us). Poi, sempre attraverso il Web, i freelance aggiornano sullo stato di avanzamento del loro lavoro.

Il sistema di raccolta fondi tramite crowdfunding è diventato famoso con la campagna elettorale di Barak Obama che ne ha fatto un uso sistematico, intelligente e, soprattutto, vincente. Poi, grazie a Cohn, l’idea è stata declinata anche sul giornalismo: 40mila dollari raccolti nei primi sei mesi. Forse non una cifra da capogiro ma abbastanza perché qualcuno – Tanja Aitamurto sull’Huffpost – parli già di effetto Obama sul giornalismo e di editoria decentralizzata.

Per molti, comunque, una boccata di ossigeno per quel giornalismo investigativo e d’inchiesta che per sopravvivere ha bisogno di indagini sul posto, ricerche d’archivio e, soprattutto, di molto tempo per farle come dio comanda. Tutta merce rara di questi tempi dove imperano le fast news e gli editori e i caporedattori chiedono ai giornalisti una produttività quotidiana legata molto più alla quantità che non alla qualità.

E in Italia? Dal 2005 esiste Produzioni dal Basso, una piattaforma no-profit e indipendente.  Qualche mese fa (novembre 2009) è stata presentata a Napoli un’altra piattaforma, in via di sviluppo, “Pulitzer” per il community funded reporting che però a differenza dell’altro progetto italiano e di quello americano, “non vuole essere un’associazione no-profit, il modello di business si basa sull’acquisizione del 10% dei ricavi finali di ciascun progetto” come tiene a precisare il suo ideatore Antonio Rossano in un video-presentazione che potete vedere qui

Tra tanti entusiasmi il crowdfunding journalism ha sollevato anche qualche dubbio. Chi storce la bocca lo fa perché perplesso sull’opportunità di far finanziare ai lettori (o alle Fondazioni, come ne caso di Spot.Us) servizi che poi finiranno comunque sui grandi quotidiani. Gli editori, così facendo, vengono sollevati dal dover rischiare soldi di tasca loro, una volta poi realizzato il reportage, se piace, potranno sempre comprarlo e pubblicarlo. Troppo comodo, sostengono gli scettici.

Lo 'stato di avanzamento' del progetto Sochi

Il tema merita una riflessione, per adesso però segnalo due progetti interessanti che si possono trovare (ed eventualmente finanziare) in rete. Leggi l’articolo completo

Oltre il rumore del Mondo

…le rappresentazioni del mondo non sono mai il mondo vero e proprio. Abbassiamo il volume del Megafono, e insistiamo affinché diffonda messaggi quanto più possibili precisi, intelligenti, umani.

George Saunders
Il Megafono Spento (Cronache da un mondo troppo rumoroso)

L’uomo con il megafono

Immaginiamoci questo: siamo a una festa tra amici che, come la maggior parte delle feste tra amici, si svolge in maniera abbastanza tranquilla, fino a quel momento: le persone parlano, si scambiano opinioni, discutono, magari qualcuno si accalora a una particolare affermazione, ma siamo tra persone civili e sappiamo mantenere una discussione entro i limiti di chi, comunque, è sinceramente interessato all’opinione degli altri; a un certo punto però entra un uomo con un megafono.

L’uomo comincia a dire la sua attraverso il megafono, ad esempio sulla qualità delle tartine o sulla scollatura di una signora. Pensate che a quel punto qualcuno riesca a continuare a dialogare con i suoi interlocutori o semplicemente farsi i fatti suoi? Beh no, tutti – ma proprio tutti – anche coloro che vorrebbero ignorarlo, non potranno fare a meno di starlo a sentire e prestare attenzione alle cose o persone prese di mira dall’Uomo con il Megafono.


L’Uomo con il Megafono detterà, inevitabilmente, i tempi e i modi della discussione. Alle tante discussioni dei diversi gruppetti di persone che si erano create durante la serata, si sostituirà un’unica discussione: essere o meno d’accordo con quello che afferma l’Uomo con il Megafono.

Ecco ho, più o meno letteralmente, citato l’introduzione del primo capitolo della bellissima e imprescindibile raccolta di saggi di George Saunders “Il megafono spento”.

L’Uomo con il megafono non dialoga, non può farlo, perché si è messo su un altro livello rispetto ai suoi interlocutori (che magari neanche vorrebbero essere suoi interlocutori) che non hanno (fisicamente) i suoi strumenti. Leggi l’articolo completo