Un “file aperto” per cambiare volto al giornalismo iperlocale

L’informazione locale e iperlocale rappresenta, oggi, sempre più un “territorio” dove poter misurare la reale efficacia (anche in termini economici) dei processi innovativi che meglio definiscono il giornalismo ai tempi dei nuovi media.

In particolare quando la vicinanza ai propri lettori e l’utilizzo intelligente degli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie favoriscono l’adesione alla migliore fra le qualità del giornalismo partecipativo: l’effettiva, diretta e attiva partecipazione dei cittadini. Se a questo, poi, si coniuga anche una pratica giornalistica consapevole delle risorse dei nuovi media (e che di certo non li considera come una minaccia o strani ‘aggeggi’ che la impoveriscono) possono davvero nascere progetti interessanti e innovativi.

Un progetto da seguire con attenzione che si muove in questa direzione è OpenFile. Una startup con sede a Toronto avviata qualche mese fa (per la precisione l’11 maggio scorso) e alla guida della quale troviamo – come sempre più spesso capita di notare nei progetti editoriali online più innovativi – un giornalista di lunga esperienza: Wilf Dinnik, ex corrispondente dal Medio Oriente per la Cnn  (e dello staff fa parte anche Craig Silverman caporedattore di MediaShift).

OpenFile è stato progettato per consentire al pubblico di decidere quali notizie locali dovrebbero essere coperte. Voi suggerite, noi riportiamo. Voi commentate, noi rispondiamo. Voi create, noi pubblichiamo. Risultato finale: una conversazione vivace e continuamente in evoluzione tra chi le notizie le raccoglie, le legge, le scrive.

L’idea alla base di OpenFile è dunque molto semplice, quasi banale: mettere a disposizione dei lettori tramite il web un “file aperto”, appunto, dove segnalare e raccogliere storie, testimonianze, notizie con la possibilità di inserire immagini, video, note. Il tutto è poi vagliato da una redazione di giornalisti professionisti che verificano le notizie e cominciano ad approfondire gli argomenti. Una volta poi pubblicata sul sito la storia può essere ulterormente commentata e continuamente aggiornata, anche con file audio e video, dagli altri lettori.

Il credo di Dinnik è “La notizia non è il prodotto finale, ma piuttosto parte di un’interazione con la comunità, che può aggiungere e sviluppare la storia”. Una interazione, un rapporto fiduciario con i lettori – e con la comunità che viene raccontata – che i quotidiani un tempo avevano e che oggi hanno sempre più smarrito (insieme agli inserzionisti). Ecco, la cosa più interessante è probabilmente proprio questa. A differenza delle altre piattaforme di giornalismo partecipativo (tipo Spot.us per intenderci), la startup canadese non si prefigge di vendere a terzi i servizi e i reportage realizzati, o di chiedere microfinanziamenti ai lettori stessi, ma cerca un modello di business autonomo basato sull’idea che la notizia, il raconto delle storie locali, non siano il “fine” ma il “mezzo” per nuovi modelli di interazione, per creare e rinsaldare un rapporto forte e duraturo con la comunità che si racconta. Proprio quel rapporto diventa il valore aggiunto del progetto (anche per gli inserzionisti e i finanziatori, sperano ovviamente a OpenFile).

La startup – finanziata da un venture capital – ha già raccolto in questi mesi l’adesione di alcuni sponsor – “stiamo cominciando adesso a chiudere con inserzionisti che stanno cercando alternative ai grandi media e che vogliono accedere ad un quartiere specifico” ha dichiarato Dinnik all’HuffPost – ma la scommessa sembra ancora tutta da vincere. Per il momento inoltre il “raggio d’azione” si limita a Toronto (anche se il progetto sta per essere lanciato anche a Vancouver e Ottawa) , quindi su scala notevolmente inferiore a quella di grandi contenitori Hyperlocal come Patch.com (sul quale AOL ha investito recentemente 50milioni di dollari sembra con scarsi risultati), EveryBlock o Outside.in

Qualche perplessità sulla leggibilità delle storie nel loro complesso (per il momento OpenFile sembra più un contenitore poco gerarchizzato e dove, quindi, non è sempre facile orientarsi), anche se tutte le notizie sono geolocalizzate e corredate di mappe. Ma i responsabili del progetto tengono a precisare che siamo ancora nella fase sperimentale e che diverse funzioni saranno implementate e migliorate.

Fonti e approfondimenti:

Openfile pagina Facebook del progetto e quella su Twitter

“Always collaborate”: Say hello to OpenFile, the local news site putting those new media maxims to the test (Nieman Journalism Lab)

A New Kind of Super-Local Neighborhood News (HuffPost)

Canwest Buyers, OpenFile Bet on Value of Local News in Canada (MediaShift)

OpenFile Wants to Re-Invent Local Journalism (GigaOm)

Perchè il mondo ha bisogno di Wikileaks


A una decina di giorni dalla pubblicazione on line delle 92mila pagine riguardanti documenti riservati sull’intervento americano in Afghanistan, continuano a susseguirsi – come era facile prevedere – articoli, editoriali e servizi dei media di tutto il mondo sull’operazione messa a segno da Wikileaks. Non è certo la prima volta né che il portale faccia emergere importanti documenti segreti (cito i primi esempi che mi vengono in mente tra i tanti: quelli relativi alla gestione del campo di Guantanamo, o più recentemente quelli sull’uccisione di civili a Bagdad) né che dal Pentagono  ‘fuggano’ documenti riservati (in molti hanno ricordato lo scoop dei “Pentagon Papers” fatti trapelare da Daniel Ellsberg al New York Times nel 1971 durante la guerra del Vietnam), ma l’impatto che queste ultime rivelazioni hanno avuto sull’opinione pubblica, segna probabilmente un “prima” e un “dopo” e sotto molti aspetti: nei rapporti tra giornalisti e fonti, nella consapevolezza delle potenzialità delle nuove tecnologie nel nuovo ecosistema delle notizie e  più in generale sul rapporto tre potere e informazione.

Mi ero proposto di fare una sorta di rassegna stampa delle riflessioni che mi sembravano più interessanti, ma visto che il dibattito sulla pubblicazione dei “Afghan War Diary” è ancora tutto in divenire (anche oggi, ad esempio, è on line un interessante editoriale di Jonathan Zittrain) mi sembra più opportuno segnalare questo video registrato circa un mese fa (ad inizio di luglio) durante il TED che si è svolto in Inghilterra a Oxford, nel quale Chris Anderson  (il curatore di TED, non l’omonimo autore del famoso “The Long Tail” e direttore di Wired Usa…) intervista Julian Assange “mente” e portavoce di Wikileaks. L’intervista fatta un paio di settimane prima delle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan è molto interessante per farsi un’idea delle modalità di lavoro dell’organizzazione e le motivazioni personali di Julian Assange.


È possibile vedere il video sottotitolato in italiano anche cliccando qui (grazie a Federica Bonaldi e Franco Sacchi che fanno parte di un nutrito gruppo di volontari che sul sito di TED sta traducendo, anche nella nostra lingua, un bel po’ di materiale).

News on a map: Ushahidi e i nuovi “testimoni” del giornalismo digitale

Raccogliere e condividere notizie e informazioni, in modo collaborativo e partecipato, utilizzando software open source e i media sociali per coinvolgere i cittadini e dare voce alla “folla”. Aggregare poi i dati in cartografie digitali interattive caratterizzate da una grande leggibilità (anche per informazioni molto complesse) e semplicità d’uso per rendere accessibili a tutti informazioni di vitale importanza per la comunità. I progetti che utilizzano applicazioni mash-up per costruire mappe crowdsourced e visualizzazioni infografiche dei dati hanno sempre più peso nel giornalismo digitale. Alla Knight Foundation lo hanno capito da tempo visto che, lo scorso mese di giugno, al News Challenge 2010 – il fondo gestito dalla Fondazione per finanziare i migliori progetti per l’innovazione nel giornalismo – una sostanziosa fetta dei 2,7 milioni di dollari messi quest’anno a disposizione dei vincitori, sono stati destinati proprio a progetti come CityTracking (400mila dollari), GoMap Riga (250mila), TileMapping (75mila) che realizzano strumenti per la visualizzazione grafica dei dati, il mapping e la geolocalizzazione delle notizie.

Non è la prima volta però che la ricca Fondazione Knight finanzia progetti di questo tipo, anzi, proprio lo scorso anno è  stato premiato il più importante: Ushahidi, nato solo tre anni fa ma già molto famoso e applicato.

Ushahidi può essere utilizzato da tutti e si basa sul software FrontlineSMS, quando un’informazione viene inviata da un computer o da un cellulare alla piattaforma l’amministratore web del sito può decidere di inviare un messaggio di testo al mittente e di verificare le informazioni, oppure inviare degli alert a un certo numero di utenti, o ancora, può pubblicare le informazioni su una mappa interattiva (la tecnologia utilizzata e GoogleMap) con informazioni sulla localizzazione degli eventi segnalati.

Nato alla fine del 2007 per monitorare e testimoniare (il suo nome significa proprio “testimone” in lingua swaili) gli scontri avvenuti dopo le elezioni presidenziali in Kenya (riuscendo così ad aggirare la censura), il progetto è stato utilizzato in molti altri eventi per costruire le crisis-mapping: come già detto ad Haiti, ma anche in occasione del terremoto in Cile, durante le elezioni in Afghanistan, e più recentemente per il disastro ecologico a largo del Golfo del Messico. Leggi l’articolo completo