I can use Visa and Mastercard to pay for porn and support anti-abortion fanatics, Prop 8 homophobic bigots, and the Ku Klux Klan. But I can’t use them or PayPal to support Wikileaks, transparency, the First Amendment, and true government reform.
Jeff Jarvis
Just Saying (BuzzMachine)
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Wikileaks, il nuovo racconto della guerra
La nuova azione di Wikileaks, che ha reso pubblici 400mila documenti sulla guerra in Iraq, ha generato un’enorme quantità di commenti e reazioni in tutto il Mondo, come era facile prevedere. Ancora più facile da prevedre le numerose dure reazioni anche da parte di molta stampa. Si accusa, si minimizza (cose sapute e risapute…). Ma anche tra chi non è tra annoverare tra i fan di Assange, come Steve Coll , ci si rende conto che queste rivelazioni cambiano completamente la prospettiva di una guerra il cui racconto è dovuto sistematicamente passare attraverso pesanti controlli (dei politici, dei militari), e al quale viene oggi restituito quello che gli è troppo spesso mancato: uno sguardo vicino ai drammi subiti dalla popolazione e di chi a vissuto davvero in prima linea. I documenti ci portano dove molti reporter erano riusciti ad arrivare solo molto raramente, per la prima volta riusciamo a percepire l”interno’ di quella guerra e non i suoi margini. Nel suo articolo sul NewYorker Coll trascrive quattro righe tratte da uno dei file rivelati da Wikileaks (una comunicazione tra ufficiali inviata per email), e giustamente ne sottolinea il tono di routine che, semmai ce ne fosse bisogno, ne aumenta a dismisura la drammaticità:
Prove evidenti di tortura sono state rilevate nella stazione di polizia irachena a Husaybah, iz. Grandi quantità di sangue sul pavimento della cella, un filo usato per shock elettrico e un tubo di gomma si trovavano nella cella di detenzione. Allegati.
Bastano queste poche anonime righe per riportarci dentro una guerra troppo spesso racontata a distanza di sicurezza, quanti articoli che abbiamo letto su questo conflitto ci hanno reso l’idea di quello che stava succedento in così poche parole? Ironia della sorte a riportarci ‘dentro’ questa guerra è chi in quei luoghi non c’è mai stato. Potere della rete, come giustamente fa notare il blogger Postoditacco:
Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una parte c’è un’associazione, i cui membri agiscono protetti dall’anonimato, che pubblica rapporti segreti crittografati e protetti da qualsiasi tipo di accesso esterno, mentre dall’altra ci sono soggetti governativi (non soltanto americani) che provano (finora inutilmente) a censurare (mettendo al bando la criptatura adottata da Wikileaks) e decrittografare questi documenti.
Si parla molto di etica e di trasparenza. È eticamente giusto fare rivelazioni di questo tipo in nome della trasparenza?
Una buona risposta, mi sembra, la dà Jeff Jarvis dal suo BuzzMachine che in queste settimane ha lanciato diversi post dedicati proprio al tema della trasparenza e della publicness.
L’unica soluzione per la fuga di notizie non è quindi una maggior segretezza ma una maggiore trasparenza. Se ci fidiamo del governo per decidere quello che è giusto coprire dal segreto – e una volta reso pubblico non emerge niente altro ciò che era necessario nascondere per non danneggiare il bene comune – allora le fughe di notizie posso esere considerate una chiara violazione delle nostre norme.
In un modo o un altro, siamo agli albori dell’età trasparente. Ma non sarà una transizione piacevole o semplice. I primi fatti portati alla luce del sole saranno quelli sgradevoli che qualcuno pensa sia necesario esporre. Solo quando il governo si renderà conto che la sua miglior difesa è l’apertura, vedremo la trasparenza come un bene in sé e non come un arma per esporre il male. Solo quando i governi realizzeranno che i propri cittadini adesso possono guardarli e osservarli, meglio di quanto loro stessi possono fare nei loro riguardi – potremo vedere il valore della trasparenza diventare un deterrente per i cattivi soggetti e le cattive azioni. Allora diventeremmo il grande fratello del grande fratello. O almeno possiamo sperarlo.
Una nota a margine: come molti sanno contemporaneamente al sito diretto da Julian Assange hanno deciso di pubblicare i documenti, il Guardian, Il New York Times, Der Spigel, Le Monde, (ma anche Al Jazira, la Bbc e altri canali televisivi) ma nessuna testata italiana. Diverse iniziative sono state realizzate in rete in questi giorni per approfondire e analizzare i documenti anche con l’aiuto di mappe interattive, grafici in continuo aggiornamento, la rivista digitale Owni ha messo online una piattaforma crowdorcing per condividere e commentare i dati. Niente di simile è stato fatto da noi.
Anche questo è un elemento, non secondario, su cui riflettere, soprattutto alla luce della classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans Frontiers recentemente pubblicata, che relega l’Italia al 49esimo posto. E bene ha fatto chi ha sottolineato il “silenzio assordante” nel quale è caduta la notizia qui da noi. Nemmeno Regno Unito (19esimo posto), Stati Uniti (20esimo), Germania (17esimo) e men che mai Francia (44esimo) sono tra le primissime posizioni del Press freedom Index, ma questo non è certo un dato che ci possa rendere meno amara questa pessima figura. Anzi. Alla luce dell’apertura e dell’attenzione alle rivelazioni di Wikileaks comunque dimostrata in questi Paesi, abbiamo una ragione in più di preoccuparci per lo stato di salute della nostra informazione.
approfondimenti e segnalazioni:
Rassegna stampa su Wikileaks da Internazionale
Internet: dopo Wikileaks un campo di battaglia per il controllo dell’ informazione (Lsdi)
Pubblico pubblico e pubblico privato
Il popolo di Internet è particolarmente curioso e affamato di novità. Lo sappiamo. Quindi niente di strano se anche quella che poteva sembrare ‘solo’ una semplice nuova applicazione (almeno al sottoscritto, evidentemente peccando di sottovalutazione nonostante fosse annunciata come ‘rivoluzionaria’…), finisca per suscitare grande interesse e un proliferare di opionioni anche molto discordanti. Se poi la nuova opzione viene lanciata dalla superstar dei social network quale è Facebook la cosa dovrebbe sorprendere ancora meno. Sto parlando del bottone ‘Like’, ‘Mi Piace’ (con tanto di manina con pollice alzato) applicabile e condivisibile su qualsiasi tipo di contenuto su qualsiasi sito o blog.
L’applicazione ha dato il via a una serie di riflessioni affatto banali sulla natura stessa del pubblicare sui nuovi media, sulla privacy e sul senso del condividere nel Web. Buon segno. Tra le tante vale davvero segnalare quella di Jeff Jarvis che in suo lungo post sul suo famosissimo blog BuzzMachine parte da un’analisi delle molte critiche fatte da numerosi blogger alla nuova applicazione di Mark Zuckerberg (e in parte assimilabili a quelle fatte a GoogleBuzz) per arrivare ad una lettura articolata e davvero interessante sui media sociali e il loro utilizzo. Il post si intitiola “Confusing *a* public with *the* public” e sicuramente, come molte altre cose scritte da Jarvis, susciterà numerose altre riflessioni e analisi (che sarà interessante seguire). Io ne propongo solo un breve passaggio tra i tanti che mi hanno colpito e che ho tradotto al volo (ma sicuramente ci sarà occasione per tornarci sopra)…
Facebook e Mark Zuckerberg sembrano dare per scontato che una volta che qualcosa è pubblico, è pubblico. Confondendo la condivisione (sharing) con la pubblicazione (publishing). Si assimila la sfera pubblica con il costruire un pubblico. Quello che faccio quando utilizzo il mio blog è pubblicare ovunque nel mondo per chiunque possa vedermi: l’assunto è the more is better. Ma quando posto qualcosa su Facebook la mia ipotesi è quella che stavo soltanto condividendo con il pubblico che ho creato e che lì controllo. Questo pubblico è privato. Qui sta l’errore e la confusione. Rendere pubblico che ho pubblicato è ciò che disturba la gente. Priva del loro senso di controllo di ciò che loro vogliono condividere e con chi (e non è questione di quante preferenze possiamo impostare). E cosa più importante, raccogliendo le nostre azioni – i siti che visitiamo, i nostri ‘mi piace’ – fatte altrove nella Rete e rendendole fin troppo pubbliche, anche attraverso Facebook, disturbiamo la gente ancora di più.
Confusing *a* public with *the* public (BuzzMachine)
