Octavia’s identity

La notizia, qualche giorno fa, del licenziamento in tronco della giornalista Octavia Nasr da parte della Cnn a seguito di un messaggio (un giudizio positivo sull’Ayatollah sciita Mohammed Hussein) che la [ex] senior editor del colosso americano aveva postato sul proprio profilo di Twitter ha giustamente fatto il giro del mondo. Molte le questioni che l’episodio, anche in Rete, ha sollevato: la trasparenza, l’obiettività e l’equidistanza del giornalismo, il diritto o meno dei professionisti dell’informazione di esprimere pareri personali e le conseguenze per la loro credibilità e autorevolezza su un determinato argomento… il tutto amplificato e forse, ulteriormente distorto, dal fatto che tutta la faccenda si è consumata all’interno di uno scenario così complesso e ‘sensibile’ come quello della cronaca politica mediorientale (di cui la Nasr è considerata una delle massime esperte) con tutto quello che ne comporta. A niente sono valse scuse, rettifiche e precisazioni fatte successivamente anche sul blog personale della Nasr: la ‘leggerezza’ di un attimo, consumata nello spazio delle 140 battute di un tweet resta, per i detrattori dell’opinionista, una traccia indelebile e inappellabile che macchia la sua credibilità.

Leggi l’articolo completo

Huffpost Badges: i commenti dei lettori diventano un social network

Circa un mese fa Mike Skapinker editor del Financial Times ha scritto un articolo che torna sul tema dei commenti anonimi e dell’uso dei nickname su Internet. L’articolo è stato pubblicato anche da noi in Italia dal Sole 24 Ore: nel suo editoriale Skapinker scrive:

I quotidiani autorevoli, ad esempio, hanno da sempre una forte reticenza a pubblicare lettere anonime nelle loro edizioni cartacee, e consentono ai mittenti di rimanere anonimi solo se l’anonimato è indispensabile per la loro protezione, e anche in questi casi solo dopo aver appurato che il mittente sia chi sostiene di essere. Ma sui siti dei giornali gli pseudonimi sono consentiti e largamente usati, e lo stesso vale per i siti dove si recensiscono libri, alberghi e molto altro ancora.

E sul proprio account Twitter il giornalista ribadisce il concetto “Free citizens don’t need anonymity on the web”. A distanza di qualche settimana torna nuovamente sull’argomento Steve Outing (uno degli osservatori più attenti ai temi dell’innovazione e della multimedialità nel giornalismo) con un post sul suo blog Reader comments: It’s time to make ‘em civil che ha generato una discussione continuata, poi, in altri post. Outing in particolare è rimasto colpito da quanto successo su un giornale online, il DailyCamera, che ha riportato un cruento fatto di cronaca locale, un duplice omicidio: molti dei commenti (scritti con nickname o con nomi fittizi) all’articolo inneggiavano il gesto del pluriomicida e con toni e linguaggio decisamente censurabili. Così anche Outing propone la fine dell’anonimato sui siti di informazione:

So the solution is quite simple for those news sites needing to improve their public online discourse. Just say no to anonymity, except in exceptional circumstances.

Leggendo i loro editoriali, le argomentazioni di Skapinker e quelle di Outing sono sicuramente sensate. Eppure ai due articoli sono state sollevate molte critiche. Qual è il problema? Tradire la natura del web, la sua libertà, uno dei principi fondanti di Internet fin dalla sua nascita, secondo molti. L’anonimato, i nickname non sono paraventi dietro i quali nascondersi ma semmai uno ‘spazio’ di libertà che altri luoghi oggi non concedono più, sostengono ad esempio, molti dei commenti in Rete all’articolo pubblicato sul Sole 24 Ore. E in effetti anche queste argomentazioni non mi sembrano del tutto fuori luogo. Leggi l’articolo completo

Pubblico pubblico e pubblico privato

Il popolo di Internet è particolarmente curioso e affamato di novità. Lo sappiamo. Quindi niente di strano se anche quella che poteva sembrare ‘solo’ una semplice nuova applicazione (almeno al sottoscritto, evidentemente peccando di sottovalutazione nonostante fosse annunciata come ‘rivoluzionaria’…), finisca per suscitare grande interesse e un proliferare di opionioni anche molto discordanti. Se poi la nuova opzione viene lanciata dalla superstar dei social network quale è Facebook la cosa dovrebbe sorprendere ancora meno. Sto parlando del bottone ‘Like’, ‘Mi Piace’ (con tanto di manina con pollice alzato) applicabile e condivisibile su qualsiasi tipo di contenuto su qualsiasi sito o blog.

L’applicazione ha dato il via a una serie di riflessioni affatto banali sulla natura stessa del pubblicare sui nuovi media, sulla privacy e sul senso del condividere nel Web. Buon segno. Tra le tante vale davvero segnalare quella di Jeff Jarvis che in suo lungo post sul suo famosissimo blog BuzzMachine parte da un’analisi delle molte critiche fatte da numerosi blogger alla nuova applicazione di Mark Zuckerberg (e in parte assimilabili a quelle fatte a GoogleBuzz) per arrivare ad una lettura articolata e davvero interessante sui media sociali e il loro utilizzo. Il post si intitiola “Confusing *a* public with *the* public” e sicuramente, come molte altre cose scritte da Jarvis, susciterà numerose altre riflessioni e analisi (che sarà interessante seguire). Io ne propongo solo un breve passaggio tra i tanti che mi hanno colpito e che ho tradotto al volo (ma sicuramente ci sarà occasione per tornarci sopra)…

Facebook e Mark Zuckerberg sembrano dare per scontato che una volta che qualcosa è pubblico, è pubblico. Confondendo la condivisione (sharing) con la pubblicazione (publishing). Si assimila la sfera pubblica con il costruire un pubblico. Quello che faccio quando utilizzo il mio blog è pubblicare ovunque nel mondo per chiunque possa vedermi: l’assunto è the more is better. Ma quando posto qualcosa su Facebook la mia ipotesi è quella che stavo soltanto condividendo con il pubblico che ho creato e che lì controllo. Questo pubblico è privato. Qui sta l’errore e la confusione. Rendere pubblico che ho pubblicato è ciò che disturba la gente. Priva del loro senso di controllo di ciò che  loro vogliono condividere e con chi (e non è questione di quante preferenze possiamo impostare). E cosa più importante, raccogliendo le nostre azioni – i siti che visitiamo, i nostri ‘mi piace’ – fatte altrove nella Rete e rendendole fin troppo pubbliche, anche attraverso Facebook, disturbiamo la gente ancora di più.

Confusing *a* public with *the* public (BuzzMachine)

“He said/she said” journalism: l’equilibrio della falsa obiettività

Obiettività ed equidistanza dalle diverse opinioni contrapposte. Non sono forse due degli ingredienti del giornalismo che vogliamo? Forse. Pensiamoci meglio però, ne siamo proprio certi? Siamo sicuri, ad esempio, che dietro a queste doti giornalistiche non possa nascondersi un modo per appiattire la verità, per mettere a punto una formula stilistica che sì, ostenta una visione oggettiva ma che, invece, svilisce il dibattito asservendolo a un conformismo che avvicina pericolosamente l’essere obiettivi all’essere superficiali, la pratica dell’imparzialità a quella dell’ipocrisia?

da www.uruknet.de

 

L’occasione per tornare a riflettere su questi temi la offre Chris Hedges una delle grandi firme del giornalismo americano, permio Pulitzer nel 2002, (qui in Italia è noto soprattutto per due libri “Il Fascino Oscuro della Guerra” e “Fascisti Americani”) che recentemente nella sua rubrica settimanale su Truthdig ha pubblicato un articolo intitolato molto provocatoriamente “The Creed of Objectivity Killed the News”.

L’obiettività ha creato la formula del citare l’opinione degli esperti dell’enstablishment – tutti selezionati all’interno dei ristretti confini dell’elite di potere – che discutono della politica come teologi medievali. Finché un punto di vista è bilanciato da un altro, di solito niente più di quello che Sigmund Freud definiva “il narcisismo della piccole differenze”, il lavoro di un giornalista è considerato completo. Ma questo più di frequente è un modo per oscurare piuttosto che esporre la verità.

e ancora:

E il credo dell’oggettività diventa un veicolo comodo e vantaggioso per evitare di confrontarsi con le verità spiacevoli e irritanti, una struttura di potere dalla quale l’industria delle news dipende per l’accesso e i profitti. Questo credo trasforma i reporter in osservatori neutrali o semplici voyeur. Si bandisce l’empatia, la passione e la ricerca di giustizia. I giornalisti sono autorizzati a vedere ma non a sentire ne a parlare con la loro voce. Funzionano come dei “professionisti” che vedono se stessi come sociologi imparziali e disinteressati. Questa vantata mancanza di pregiudizi, attuata da gerarchie di burocrati esamini, è la malattia del giornalismo americano.

Un giudizio netto quello di Hedges, che d’altronde non ha mai nascosto le proprie idee, e il suo giornalismo per certi versi ‘militante’ non gli ha impedito di essere considerato uno dei migliori inviati di guerra. In realtà la questione non è certo dibattuta da oggi, Jay Rosen, che insegna giornalismo alla New York University, ha spesso  messo in guardia proprio su quel modo di costruire le notizie che si preoccupa soltanto di confezionare un equilibrio artificioso. Quello per intenderci che si limita a riportare, su un determinato fatto, le posizioni di una parte e poi di quelle della parte opposta, senza però tentare né di spiegare correttamente nè di approfondire veramente le storie raccontate. Viene definito ironicamente il “He said/She said” journalism, consiglio vivamente in particolare la lettura di un post del suo blog PressThink non recentissimo (aprile 2009) ma fondamentale per i numerosi spunti e la profondità di analisi su questo tema. Qui mi limito a citarne solo tre brevi passi:

Definizione rapida di cosa significa “he said, she said” journalism…

  • C’è una disputa pubblica.
  • La disputa fa notizia.
  • Nessun reale tentativo di valutare le pretese di verità che si contrappongono nella storia, anche se sono in un certo senso la ragione per la quale viene raccontata quella storia. (sottostiamo alla regola del “il conflitto fa la notizia”).
  • I mezzi per fare una valutazione ci sono, quindi è possibile esercitare un controllo di fatto su alcune delle questioni sollevate, ma per qualche ragione nell’articolo non se ne trova traccia.
  • La simmetria prodotta dalle due parti che fanno dichiarazioni contrarie mette il reporter nel mezzo tra due poli opposti.

A questo punto Rosen ci ricorda che:

Scrivere le notizie in modo da finire nei pressi del “punto intermedio tra il meglio e il peggio che può essere detto da qualcuno” non corrisponde affatto all’impulso di raccontare la verità, ma a quello di cercare un riparo, ed è possibile che questo rituale finisca per distorcere la verità.

Leggi l’articolo completo

Giornalismo investigativo, la qualità paga?


What’s the value of journalism? What’s the value in being a journalist when everyone is doing journalism?” Belle domande. A porsele è Robert Niles una delle firme abituali dell’Online Journalism Review uno dei blog del prestigioso Knight Digital Media Center.

Nel post pubblicato qualche giorno fa (5 febbraio) Robert sottolinea come in una società dove l’uso della tecnologia è sempre più diffuso, dove le nuove generazioni sono sempre più abituate a utilizzare strumenti hi-tech, la pratica giornalistica è ormai diventata alla portata di tutti (e la cosa è decisamente positiva). A questo punto però qual è il valore di essere giornalista se tutti fanno giornalismo? Saper scrivere molto bene? Be’ decisamente no, risposta sbagliata. Giustamente Niles fa notare che le qualità di scrittura non sono più sufficienti a sostenere i giornalisti e quanto questa idea abbia portato in molti fuori strada.

Mentre milioni di persone possono scrivere e girare video abbastanza bene per comunicare con un vasto pubblico, un numero significativamente minore ha la capacità di scoprire e analizzare le informazioni di interesse pubblico. Molte persone saranno in grado di riferire la notizia quando succede di fronte a loro, ma resta il grande valore di mercato nel saper approfondire le notizie quando queste non sono alla luce del sole.

Un grande valore di mercato che però, a dire il vero, sembra ancora brancolare nel buio alla ricerca formule convincenti per collocarsi sul mercato. Investigative reporting = premium paid content? È infatti, la domanda che pone in questi giorni Steve Outing, una delle voci più autorevoli sull’innovazione nel giornalismo. In un post messo on line il 6 febbraio nel suo blog interviene sulla dibattuttissima questione della opportunità di adottare paywall – abbonamenti a pagamento su determinati contenuti – sui siti dei giornali online come strategia per generare profitto dalle news (l’articolo parte dalla notizia che anche il grande gruppo MediaNews  ha annunciato questa politica editoriale). Leggi l’articolo completo