Immaginiamoci questo: siamo a una festa tra amici che, come la maggior parte delle feste tra amici, si svolge in maniera abbastanza tranquilla, fino a quel momento. Le persone parlano, si scambiano opinioni, discutono, magari qualcuno si accalora a una particolare affermazione, ma siamo tra persone civili e sappiamo mantenere una discussione entro i limiti di chi, comunque, è sinceramente interessato all’opinione degli altri; ad un certo punto però entra un uomo con un megafono.
L’uomo comincia a dire la sua attraverso il megafono, ad esempio sulla qualità delle tartine o sulla scollatura di una signora. Pensate che a quel punto qualcuno riesca a continuare a dialogare con i suoi interlocutori o semplicemente farsi i fatti suoi? Beh no, tutti – ma proprio tutti – anche coloro che vorrebbero ignorarlo, non potranno fare a meno di starlo a sentire e prestare attenzione alle cose o persone prese di mira dall’Uomo con il Megafono.
L’Uomo con il Megafono detterà, inevitabilmente, i tempi e i modi della discussione. Alle tante discussioni dei diversi gruppetti di persone che si erano create durante la serata, si sostituirà un’unica discussione: essere o meno d’accordo con quello che afferma l’Uomo con il Megafono.
Ecco ho, più o meno letteralmente, citato l’introduzione del primo capitolo della bellissima e imprescindibile raccolta di saggi di George Saunders Il megafono spento.
L’Uomo con il megafono non dialoga, non può farlo, perché si è messo su un altro livello rispetto ai suoi interlocutori (che magari neanche vorrebbero essere suoi interlocutori) che non hanno (fisicamente) i suoi strumenti.
“La sua caratteristica è il predominio. L’Uomo col Megafono sovrasta tutte le altre voci, la sua retorica diventa la retorica di riferimento perché è inevitabile”
Ma, a pensarci, non può dialogare nemmeno con chi possedesse, al par suo, un altro megafono. Perché due – o peggio ancora!, tre, quattro, cento, mille… – Uomini con il Megafono non possono altro che sovrapporre indistintamente le loro voci e tendere al rumore bianco della propaganda, al corto ciucuito delle idee, portandoci alla morte cerebrale della comunicazione (come la chiama lo stesso Saunders, il titolo originale del libro infatti è “Braindead Megaphone”). Insomma un rumore che copre e uccide la cosa più prezione che l’informazione abbia (che noi abbiamo): la complessità del Mondo.
Al momento di mettere insieme il mio personale taccuino di appunti, riflessioni, citazioni, letture, sulla professione di giornalista in un periodo dove, web e social network, ci danno l’opportunità (l’illusione?) di una informazione che possa essere – almeno un poco – più democratica e paritaria e magari meno urlata (non urlare non vuol dire scadere nel perbenismo banale del tono ‘sottovoce’, comunque…) ecco dicevo, mi è venuto naturale chiamarlo senza megafono, in omaggio al buon vecchio Saunders.
E questa è la storia di come ho deciso il nome del mio blog. Sinceramente non so se vi interessava davvero. Però mi andava di dirvelo.

a me interessava. grazie!
grazie a te, benvenuta