Giornali, vecchi contenuti e pezzi d’archivio: qualche idea per fare engagement

I vecchi caporedattori per placare le manie di grandezza dei giovani collaboratori erano soliti ricordare che “anche il migliore dei vostri pezzi sarà stampato sulla carta di un giornale che il giorno dopo sarà buono al massimo per incartare pesce al mercato”. Il monito, anche se un po’ superato ai tempi dei bit, è ancora da tenere a mente nella sua essenza. Però sappiamo bene che negli archivi dei quotidiani (quelli dei grandi testate nazionali come quelli delle edizioni locali) si sono stratificati negli anni una quantità enorme di dati, documenti, immagini, notizie che possono raccontare una parte essenziale di una comunità.

Certo, la digitalizzazione di tutto quel materiale non è sempre semplicissima (e ha dei costi che in tempo di crisi non sempre è facile affrontare), l’impressione è però che questi materiali siano comunque decisamente sottoutilizzati. Se ne perdono così le grandi potenzialità, ad esempio in termini di community engagement e (perché no?) anche in termini di monetizzazione. Insomma i pezzi d’archivio, i vecchi contenuti possono essere utilizzati molto meglio di quanto fatto finora dai giornali.

Per capire cosa può “nascondere” la memoria documentale di una redazione di un giornale basta leggere questo articolo della Stampa dove Vittorio Sabadin racconta la quantità – e la straordinaria qualità – del materiale scoperto quasi per caso in vecchi faldoni durante il recente trasloco del quotidiano piemontese nella sua nuova sede: appunti, lettere, telegrammi, fotografie, copie dattilografate di articoli raccontano la storia del giornale e delle persone che ci hanno lavorato. La Stampa ha inoltre digitalizzato, primo fra tutti i grandi quotidiani nazionali, il suo archivio dal 1867 a oggi, mettendolo poi online a disposizione dei lettori.

Già ma come utilizzare al meglio questo tipo di materiale? Le idee possono essere molte, un po’ ne propongono due articoli, uno del Poynter, 5 ways journalists can use social media to resurface old content,  e l’altro How publishers are finding new ways to feature old content su Lean Back 2.0 (un blog del gruppo dell’Economist), entrambi incentrati su quanto i social media possano essere oggi, una risorsa per dare nuova vita ai contenuti archiviati. Molti dei consigli e delle buone pratiche segnalate nei due articoli, riguardano l’aggiornamento dei diversi profili social delle testate, dominati perlopiù dai contenuti più recenti e dalle breaking news.

Facebook e Twitter

Utilizzare vecchi contenuti (e il termine “vecchio” può intendere materiali di qualche settimana così come di molti decenni) può invece essere un’idea per animare in modo intelligente e diverso gli account ufficiali di Facebook o Twitter. Ad esempio riproponendo articoli di grandi autori: come curiosità storica, o meglio ancora, per la sua capacità anche a distanza di anni, di parlarci su un tema tornato di attualità.

Oppure un’altra soluzione può essere quella di utilizzare una timeline di Facebook per ricostruire tutto “lo storico” di una vicenda: ad esempio come ha fatto il Wall Street Journal per aggregare in un unico “luogo” tutti gli articoli che hanno seguito la quotazione in borsa della creatura di Mark Zuckerberg (in questo caso una sorta di mise en abyme della vicenda).

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Immagini ritrovate

Le immagini sono indubbiamente uno dei materiali con il maggior potenziale per l’engaging dei lettori attraverso i media sociali: gli archivi dei giornali ne possiedono una grande quantità, spesso dimenticate e poco utilizzate. In questo senso uno dei progetti più interessanti, a mio giudizio, tra quelli segnalati è il bellissimo The Lively Morgue un sito realizzato dal New York Times su piattaforma Tumbrl (particolarmente adatta all’utilizzo delle immagini, ma possono allo stesso fine essere utilizzate altre, Pinterest ad esempio). Il sito viene aggiornato regolarmente ogni settimana (due o tre volte) ridando così vita a quelle immagini storiche di straordinario interesse e fascino.

NYT-Lively-Morgue-Reverse1Una delle particolarità più interessanti del progetto è che non solo viene pubblicato online il fronte, la fotografia vera e propria, ma anche il retro con le didascalie, i timbri e le varie annotazioni originali poste dal fotografo e dagli archivisti che raccontano la storia di quella foto.

L’obitorio (così era chiamato l’archivio fotografico nel gergo della redazione del NYT perché frequentato, il più delle volte, solo quando era necessario trovare qualche immagine a corredo dei necrologi) è pressoché sterminato, per cui l’aggiornamento del sito è assicurato ancora per parecchi decenni: oltre due milioni di immagini tra stampe, provini e negativi. Molte delle fotografie sono poi reperibili anche nello “store”  del quotidiano americano, dal quale è possibile ordinare e acquistare copie di quasi tutto quel materiale.

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e-book tematici

Fare cura dei contenuti utilizzando e aggregando vari materiali provenienti dai propri archivi, integrandoli con articoli nuovi per realizzarne degli e-book tematici è la strada intrapresa da diverse testate. Ad esempio The Atlantic (rivista fondata nel 1857) che ha curato alcuni ebook, ad esempio questo (disponibile nei formati per Kindle, iPad e Nook) sulla Guerra civile americana aggregando immagini d’epoca, articoli storici (di Mark Twain, Howthorne, Henry James tra gli altri) e nuovi articoli che ne attualizzano i contenuti. Il New Yorker su questa strada ha fatto più o meno lo stesso per commemorare i dieci anni dal 11 settembre con pezzi d’epoca (a firma John Updike, Jonathan Franzen, Susan Sontag, Amitav Ghosh tra i molti) e nuovi contenuti realizzati appositamente.

Open archives project

Non è tra i progetti segnalati dai due articoli ma personalmente non dimenticherei affatto un altro possibile (e auspicabile) utilizzo degli archivi dei giornali: quello realizzato in alcuni progetti di giornalismo “open”, in particolare i progetti di Newsroom Cafè, più in generale le redazioni “aperte” che diventano – nella più ortodossa strategia “digital first” – spazi da condividere con i propri lettori su varie iniziative di community engagement.

Quindi se la testata giornalistica vuol rappresentare davvero un valore per la propria comunità e creare nuove opportunità di dialogo, cosa di meglio di un archivio che raccoglie anni di storia di quella stessa comunità? Così hanno fatto alcuni giornali del gruppo editoriale americano Digital First Media (uno dei principali portabandiera dell’open journalism) in particolare The Register Citizen che ha, in un più ampio progetto di community engagement, aperto al pubblico il proprio archivio – 134 anni di onorata attività sul campo della cronaca locale. Un’area attrezzata a laboratorio comunitario che quotidianamente ospita blogger e citizen journalist locali, uno spazio di incontro della comunità, dove tutto il materiale è facilmente consultabile tramite un visualizzatore per microfilm, postazioni su computer e connessione wi-fi gratuita.

Fascino, bellezza e potere degli hashtag (appunti sparsi)

La bellezza di un hashtag è che nessuno lo può controllare, ha scritto Jeff Jarvis un po’ di tempo fa in un post che probabilmente ci regala la più bella definizione di questo strumento:

Un hashtag non è come un messaggio nel marketing, nei media, o nella politica, dove chi lo crea pensa anche di poterlo controllare. Non è come nei nomi nei domini, su Facebook o Google+, o come nei marchi di fabbrica, chiunque può usare un hashtag senza bisogno di un’autorizzazione o dover pagare. Non è come un dizionario con una sola definizione. Un hashtag è aperto e profondamente democratico. [...] La gente si raccoglie attorno a un hashtag. Lo saluta e lo diffonde, o l’ignora e lo lascia appassire. Gli infonde il proprio significato. Il suo creatore rapidamente e inevitabilmente ne perde il controllo.

L’hashtag, come molti sanno, nasce spontaneamente inventato dagli utenti di Twitter e non dai suoi sviluppatori, come modo per catalogare i tweet – il simbolo cancelletto (#) davanti a una frase-etichetta – così da poterli ritrovare, nel perpetuo flusso di informazioni che si stratificano sul proprio account, rendendoli in qualche modo rintracciabili e poter così, più semplicemente, ripescare il link o il pensiero scritto qualche tempo prima, o consultare tutti gli ultimi tweet legati a uno specifico argomento. Ma poi il suo utilizzo si è sempre più esteso: per sollecitare o seguire una discussione, per raccontare un evento, per promuovere un prodotto, per seguire un dibattito, un confronto elettorale, per lanciare una petizione e moltissimo altro ancora.

La definizione di Jarvis, a dire il vero, me l’ha fatta tornare in mente la lettura di un splendido elogio dell’hashtag #inpraiseofhashtag pubblicato sul New York Times e firmato da Julia Turner. Una bella lettura anche per un aspetto sicuramente sottovalutato sul quale l’articolo insiste: le potenzialità letterarie dell’hashtag, la sua capacità di orientare il senso di una frase e dei pensieri lanciati in rete. Gli esperti  ancora non hanno prestato molta attenzione alla linguistica degli hashtag, sottolinea la Turner, così tutti gli studi tendono a concentrarsi solo sulla teoria delle Reti, sulla diffusione delle informazioni e le conseguenti tendenze. Eppure è (anche) uno straordinario strumento di scrittura:

L’hashtag, per l’utente che ne destreggia l’uso è uno strumento versatile, che può implementare in una miriade di modi linguisticamente complessi. Oltre a servire come metadati (#dichecosaparlailtweet), l’hashtag dà a chi scrive la possibilità di commentare il suo stato emotivo, dando un taglio sarcastico al suo tweet, portandolo così verso un livello più alto di ironia, oppure regalare un lampo evocativo a un’immagine o può costruire metafore nell’impressionante economia dei tweet. È un dispositivo che permette ai migliori scrittori di operare in uno spazio compresso con più registri contemporaneamente. È il canto gutturale di Tuva di Internet.

Leggere l’elogio della Turner è salutare anche perché ci ricorda che, in un mondo (quello online certo, ma non solo) dove vige la tirannia dell’equazione: più cliccato, più condiviso = migliore e più interessante, vale sempre la pena di sperimentare e ancora sperimentare per cercare nuove forme di espressione, senza paura di fallire.

D’altronde bisogna ricordare che anche molti contenuti diffusi nei social networks tramite hashtag di successo, quelli ampiamente condivisi in rete, che diventano essi stessi simbolo di eventi (ad esempio #tahrir o #jan25), hanno una persistenza  relativa. Una ricerca dell’Università di Norfolk ci dice che circa il 30 per cento di quanto condividiamo nei media sociali è destinato ad andare perso. I ricercatori hanno analizzato diversi eventi di grande portata dal giugno 2009 e il marzo 2012. E il “corpo” più consistente della ricerca è stato quello dei tweet realizzati durante la primavera araba, (non a caso il report della ricerca si intitola Losing My Revolution), in particolare i contenuti  condivisi attraverso hashtag utilizzati in quelle occasione (su Twitter ma anche attraverso piattaforme di content curation come Storify). Risultato: l’11 per cento del contenuto dei social media era scomparso in un anno e il 27 per cento entro i 2 anni.

Ma a dispetto di questa deperibilità però si fa comunque sempre più aggressivo e insistente l’uso dell’hashtag con finalità commerciali e di propaganda, e per questo non è affatto banale chiedersi oggi quale sia il suo potere, la sua capacità di attirare contenuti che si fanno racconto.

Soprattutto da quando non è più elemento esclusivo di una sola piattaforma, ma ha esteso il suo campo d’azione oltre Twitter, ad esempio Pinterest e in particolare Instagram (che giocherà probabilmente un ruolo sempre più importante per il potere sempre maggiore delle immagini in Rete e per un bacino utenti destinato ad ampliarsi sempre di più). In questo modo l’hashtag è diventato l’elemento che, molto più di altri, può aggregare elementi diversi di un racconto che si compone in rete – pezzo dopo pezzo – attorno a lui con immagini, video, brevi pensieri, informazioni, news.

Così indirizzare questo racconto verso il proprio punto di vista diventa fondamentale per presentare la propria verità. L’esempio eclatante e più recente è #PillarOfDefense l’hashtag lanciato sui media sociali dalle forze armate israeliane durante l’attacco militare a Gaza del 14 novembre scorso. Probabilmente il primo esempio di conflitto dove le forze armate hanno pianificato l’utilizzo dei social media per dare vita a una nuova forma pubblica della narrazione in tempo reale della guerra. Risulta chiaro che l’hashtag non si limita a comporre in modo neutro quella narrazione, ma a secondo di come viene “costruito” può orientarla e disporla in una direzione invece che in un’altra.

Poco dopo è stato lanciato l’hashtag #GazaUnderAttack (ed altri ancora non solo in lingua inglese come ad esempio #Gazzeateşaltında), che ha fornito il contro-racconto di quell’attacco. Tanto che qualcuno, come Jonathan Albrigt tra gli altri (in un ottimo pezzo che vi consiglio di leggere) ha parlato di “battaglia degli hashtag”:

Le “battaglie” degli hashtag sono una parte importante della disseminazione delle notizie, ma anche un’altrettanto importante parte della loro creazione e della loro manifestazione, che personifica la loro natura “digitale”, come il loro essere infinitamente replicabili, facilmente espandibili e – a differenza di un collegamento ipertestuale – capaci di sostenere siti semplicemente con l’aggiunta del carattere “#”.

Torno quindi all’inizio: quanto possiamo ancora oggi continuare a pensare che la bellezza di un hashtag sta nella sua impossibilità di essere controllato? Quanto ancora è possibile definirlo “profondamente democratico”?  E anche questi ultimi eventi ci dicono che davvero sembrerebbe totalmente svanita l’idea che “il suo creatore ne perde presto il controllo”.

A poco più di un anno da quando Jarvis lo ha scritto tutto sembra già essere cambiato. Ma forse non è così. La creatività, spesso sorprendente, che dalla Rete riesce  comunque ad emergere conquistandosi un proprio spazio per azioni alternative, sembra in parte dare ancora ragione a chi vede nell’hashtag uno strumento felicemente incontrollabile. E chissà, probabilmente la speranza che possa ancora essere un elemento libero e privo di controllo sta anche nell’invito che Julia Turner pone a conclusione del suo articolo:

Al pari degli hashtag più popolari che raggiungono decine di migliaia di tweet, ce ne sono molti ancora utilizzati da un solo tweet. Sono questi gli hashtag che dobbiamo celebrare. I poeti e i burloni di Twitter sono ancora là fuori. La forma d’arte persiste. Non dobbiamo altro che avventurarci e andarli a scoprire, sfruttandoli e perfezionandoli.

Fonti e approfondimenti:

#InPraiseOfTheHashtag (Julia Turner – New York Times)

How Many Resources Shared on Social Media Have Been Lost? arxiv.org/abs/1209.3026

Gli hashtag, come la poesia, sono di chi li usa. Note su #csxfactor (Augusto Valeriani sul suo blog FTM)

Slow communication: il tempo di Mercurio e quello di Vulcano

C’è poco da fare, è davvero difficile quando si vuole mettere giù qualche appunto o riflessione sul tema della velocità imposta dai nuovi media alla scrittura e alla comunicazione di oggi, resistere alla tentazione di andare a riaprire e rileggere il capitolo dedicato alla “Rapidità” delle Lezioni Americane di Calvino. Come da molti altri sottolineato le Lezioni sono un perfetto manuale di approccio alla scrittura ai tempi di Internet (che Cavino non ha fatto in tempo a conoscere) e personalmente, tra quelle “sei proposte per il nuovo millennio”, percepisco proprio quella sulla rapidità come la parte centrale, la qualità che connette e dà il giusto peso a tutte le altre.

Rischio quindi di sembrare poco originale, visto che anche su questo blog l‘ho fatto sistematicamente quando ho trattato di questi temi, ma tant’è. La voglia di tornare su questo argomento me la danno due iniziative che voglio segnalare: la prima è la nascita in Italia – già da qualche mese – di un movimento dedicato alla Slow Communication, l’altro è un incontro presentato dallo stesso movimento all’interno dell‘Internet Festival di Pisa (che di appuntamenti interessanti ne ha davvero molti), “Contro la dittatura del tempo reale. Percorsi per un uso consapevole del web” che sono molto curioso di seguire.

L’idea della slow communication si lega a quella dei movimenti che della lentezza fanno un simbolo e che valorizzano processi produttivi che sanno ancora legare il “prodotto” alle storie dei luoghi e delle persone che li hanno realizzati. Il fast, fine a se stesso, compulsivo non ha memoria. La malattia del “Brevismo”, come scriveva qualche giorno fa Stefano Bartezzaghi, ovvero dell’arrivare prima e subito senza minimamente curarsi del “come” e del “perché”, è devota unicamente al culto deleterio della performance. Quindi della quantità senza qualità, o meglio della quantità come unica metrica, che per questo diventa qualità a prescindere (con quello che ne consegue, tutto ciò che è di più diventa automaticamente il migliore: il più visto, il più cliccato, il più venduto, il più aggiornato… e potremmo continuare all’infinito). Il fatto che da noi nascano iniziative che hanno come obiettivo quello di allargare i valori della sostenibilità all’universo dei media è da salutare con soddisfazione. L’invito a rallentare che viene dalla cultura slow è più che necessario, ma non basta. Serve ovviamente saper riconoscere, una volta moderata la velocità, la qualità in quel “meno” che riusciamo a fare. E la semplice opposizione dello slow al fast  può avere dei limiti.

Per questo torno alle Lezioni Americane perché, tra le tante, una delle cose che più mi affascina delle analisi di Calvino è il non contrapporre una qualità al suo (presunto) opposto. L’elogio dell’una non significa affatto l’esecrazione dell’altra. Anzi. C’è sempre l’invito di scoprirne le complementarietà attraverso le loro connessioni, i loro punti di contatto e gli intrecci che possono generare. È uno degli innumerevoli pregi di quelle pagine, da tenere sempre a mente anche oggi, dopo anni e anni nei quali i media, soprattutto qui in Italia, ci hanno sempre più abituati a definire idee e concetti quasi esclusivamente per contrapposizioni (anche quando se ne potrebbe tranquillamente fare a meno).

Nel capitolo dedicato alla Rapidità, Calvino nelle pagine finali ci racconta di due miti apparentemente agli antipodi: quello di Mercurio “con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile e adattabile e disinvolto” e quello di Vulcano “chiuso nella sua fucina dove fabbrica instancabilmente oggetti rifiniti in ogni particolare” per poi darci questa definizione della buona scrittura:

Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera. […]

La concentrazione e la craftsmanship di vulcano sono le condizioni necessarie per scrivere le avventure e le metamorfosi di Mercurio. La mobilità e la sveltezza di Mercurio sono le condizioni necessarie perché le fatiche interminabili di Vulcano diventino portatrici di significato e dalla ganga minerale informe prendano forma gli attributi degli dei, cetre o tridenti, lance o diademi.

Ecco, esiste quindi una rapidità che (a differenza di quella ansiogena descritta perfettamente da Bartezzaghi) è il prodotto ultimo della lentezza. È quella che può essere realizzata anche al tempo dei mezzi velocissimi e del continuo, inarrestabile flusso di informazioni che ci sovrasta e annichilisce. Quella che non appiattisce la complessità del mondo, ma sa restituirla anche attraverso qualche tweet o un breve post. Che filtra i fatti che racconta attraverso i media sociali e li mette al vaglio della verifiche incrociate. Che cura i contenuti tra le migliaia depositati nella Rete (e non solo) cercandone connessioni e percorsi non banali per renderli interessanti, attuali e avvincenti a chi li legge (su un notebook, un tablet o uno smartphone o un qualsiasi altro aggeggio elettronico). Che è frutto del lavoro di chi non si improvvisa dall’oggi al domani esperto di un settore ma ne ha studiato prima dinamiche e scenari.

Ma anche la lentezza ha bisogno (spesso) di rapidità. Per comunicare efficacemente senza avvitarsi su se stessa, per togliersi di dosso il peso del superfluo, per trovare il dono della sintesi efficace e centrare l’attenzione del lettore. Per trovare leggerezza, coerenza con il ritmo dei nuovi mezzi, ed esserne alla fine ripagata dalla loro molteplicità e visibilità.

Link:
il sito del movimento Slow Communication

altri articoli sulla slow communication in senzamegafono

Quotidiani e senso di comunità

Quando un giornale racconta una comunità e in quel racconto la comunità si riconosce – si sente rappresentata – allora i lettori penseranno a quel giornale come “il nostro giornale”. Ma questo concetto, quest’idea con tutto il senso di appartenenza, partecipazione e perfino di affetto che può suggerire, che per molto tempo è stata l’asse portante di molte pubblicazioni locali, sembra ormai far parte del passato. Una reliquia. Qualcosa è andato perso, qualcosa si è rotto, e nell’analisi sulle ragioni di questa perdita è necessario andare molto indietro nel tempo, prima ancora – è bene sottolinearlo subito – della nascita e dello sviluppo di Internet e dei media digitali. Sono queste le considerazioni dalle quali parte una bellissima riflessione A death in the family: How “our newspaper” became “the newspaper” che il giornalista John Robinson ha pubblicato nel suo blog (che consiglio di seguire se già non lo fate).

Robinson ripercorre, velocemente ma con precisione, la lenta regressione subita dai quotidiani americani  (con tutti gli apetti peculiari di quella realtà, ma con molti altri in comune con ciò che è avvenuto anche da noi) dovuta alla perdita di gran parte della loro capacità nel costruire senso di comunità attraverso un rapporto forte e diretto con i propri lettori. Un percorso disseminato da tanti segnali, evidenti quanto poco capiti con l’efficacia necessaria per invertire quella tendenza.

La crisi che vivono oggi i quotidiani locali in America diventa, nel racconto di Robinson, l’immagine di un vuoto da colmare, di un ruolo che non si è più in grado di ricoprire. E come sempre succede, quello spazio lasciato libero viene occupato da altri, non sempre con risultati esaltanti… «Sarebbe facile dire che il senso di comunità di Facebook e Twitter ha rimpiazzato quello dei quotidiani, ma l’erosione è cominciata molto prima», precisa Robinson.
Molto prima, quando? Tra gli anni ’60 e ’70 con l’ascesa dei network Tv e i giornalisti televisivi sempre più amichevoli e carini come divi di Hollywood, (così simpatici e “reali” che sembrava che parlassero proprio con te, come potrebbe fare un tuo amico o un collega). L’erosione è poi continuata quando si sono adottate politiche economiche poco lungimiranti e arroganti (si è cominciato a chiedere soldi per pubblicare i necrologi – non è esattamente quello che fa un amico eh?-, e quando le revenue erano al massimo si è stati scostanti con chi cercava di allacciare rapporti commerciali con il quotidiano). E poi: analisi politiche e sociali fatte sempre più spesso su larga scale e guardando i centri di potere ma incapaci di cogliere i particolari, le sfumature delle comunità locali.
E ancora, e ancora… nel ripercorrere questi ultimi decenni, Robinson mette sul conto ancora diversi altri aspetti (e molti ne vengono suggeriti nei moltissimi commenti al post, tutti da leggere con attenzione).

Poi «Internet ha messo tutti d’accordo. Una maggiore scelta di informazioni, di possibilità di connessione e di fare comunità. è diventato “il nostro giornale”. I miei amici di Facebook, i miei follower di Twitter, sono comunità che sento forte tanto quanto quella fisica. Sono amici e sono divertenti e la loro relazione è sicura. Confrontate i commenti su Facebook e quelli di un giornale», scrive Robinson.

Dall’analisi/provocazione di Robinson ne è nato nelle settimane successive su blog e social network un interessante dibattito intorno al tema “our newspaper” vs. “the newspaper”, molto partecipato e di qualità (sono intervenuti tra gli altri giornalisti che ho citato spesso in questo blog Jay Rosen, Jack Lail, Steve Buttry, Dan Gillmor)

Personalmente però l’analisi di Robinson mi hanno fatto venire in mente quello che scriveva un paio di anni fa una delle grandi firme del giornalismo americano, Richard Rodriguez sul declino dei quotidiani locali negli Stati Uniti in un formidabile articolo Final Edition pubblicato su Harper’s:

Non credo che il declino dei giornali sia stato determinato esclusivamente della tecnologia informatica e da Internet. I fattori che limitano i giornali sono probabilmente tanto diversi quanto scontati come la Ford modello T e la pillola anticoncezionale. Ci piace dire che l’invenzione del motore a scoppio ci ha cambiati, ha cambiato il nostro modo di vivere. In verità, abbiamo costruito la Ford T perché eravamo già cambiati, abbiamo cercato di rifare il mondo per poter accoglierci la nostra inquietudine. Ed ecco che adesso possiamo dire: i quotidiani finiranno perché la tecnologia ci costringe ad acquisire informazioni in modo nuovo. E se è così, chi ci dirà che cosa significa vivere come cittadini di Seattle o di Denver o Ann Arbor? La verità è che non vogliamo più vivere a Seattle e Denver o Ann Arbor. La nostra inclinazione ci ha portato a inventarci un cosmopolitismo digitale che inizia e finisce con “Io”.

Quale mondo stiamo costruendo oggi, anche attraverso i nuovi media, per accogliere la nostra “inquietudine” (restlessness è il termine usato da Rodriguez)? Essere cittadini di un mondo digitale, piattamente cosmopolita perché tutto ripiegato su sé stesso, ci fa perdere il senso della nostra comunità locale e il nostro senso di appartenenza si disperde. Aggiungiamo pure che nell’uso retorico di termini volutamente rassicuranti come “amici”, “mi piace” e via di seguito, usati a profusione anche dai social network c’è una banalità di fondo.Tutto vero, eppure questo credo, è solo un aspetto del problema. I media sociali sono anche molto altro.

Così se Internet non è stato la sola causa del declino dei giornali probabilmente, non può essere nemmeno di per sé l’unica soluzione. Serve un cambiamento culturale, nuovi paradigmi. E se la vera sfida per chi fa informazione è quella di ricostruire il rapporto con le proprie comunità di riferimento, diventa  fondamentale utilizzare tutti gli strumenti (digitali e non) per moltiplicare il confronto e l’interazione. Perché non basta semplicemente dichiarare di mettere le persone al centro, bisogna farlo davvero, coinvolgendo i lettori sempre più nel processo produttivo. «I quotidiani, gli organi di informazione oggi, possono fare molti passi in avanti per dare alle persone un senso di appartenenza e partecipazione nel loro giornalismo» dice Robinson in chiusura del suo articolo. In quel “molto” ci sono, probabilmente, gran parte delle sfide da mettere in campo per dare un futuro ai giornali (qualunque sia il supporto sul quale siano pubblicati).

Il giornalismo verso una cultura “open”: il Guardian e la strategia digital first

Se metti online, accessibili e visibili da chiunque, informazioni strategiche sul tuo lavoro di norma custodite gelosamente (e che addirittura molti dei tuoi rivali sarebbero disposti a pagare pur di venirne a conoscenza) può voler dire solo due cose: o sei un pazzo o hai una visione del futuro che si basa su paradigmi completamente diversi da tutti gli altri. Al Guardian, poco ma sicuro, pazzi non sono. La decisione di rendere pubblica la propria newslist – il piano di lavoro sulle quali sono annotate, giorno dopo giorno, le notize da seguire e i compiti asegnati ai vari membri della redazione –  per condividerla con i lettori e accogliere i loro suggerimenti su come costruire il giornale fa parte, ovviamente, di una precisa strategia. L’esperimento è stato fatto partire a inizio ottobre 2011, in fase sperimentale, ma difficilmente si tornerà indietro.

Seppur eclatante l’esperimento è solo il più recente passo in direzione di un’ampia condivisione di dati e informazioni con i propri lettori: “Let readers in and they will help make your work better” lasciate entrare i lettori e loro aiuteranno a rendere il vostro lavoro migliore, dice convinto Dan Roberts, l’editor responsabile del progetto, in una recente intervista. Così già a maggio 2010 dal quotidiano inglese era stata lanciata Open platform che permette, in molti casi gratuitamente, a sviluppatori esterni di condividere tramite API (Application programming interface) aperte molte risorse e contenuti del Guardian su altre piattaforme, anche se di altre aziende e con finalità commerciali.
Anche in questo caso nessuna pazzia, quella del Guardian è una visione sempre concreta e pragmatica: “non solo diciamo che è possibile mettere i nostri contenuti in una applicazione commerciale, ma anzi incoraggiamo a farlo perché vuol dire mettere il nostro contenuto in luoghi dove altrimenti non sarebbe stato mai pubblicato, e questo ci consente poi di costruire relazioni con potenziali partner”, ha detto Chris Thorpe uno dei responsabili del progetto a Mathew Ingram in un articolo per il superblog GigaOm. “Non pensarlo come un giornale. È una piattaforma dati” ha titolatolo stesso Ingram un suo articolo successivo dove si sottolinea che la strategia di Open Platform ha fatto, negli Stati Uniti, importanti proseliti come Usa Today e New York Times.

UNA PIATTAFORMA APERTA e da condividere con i propri lettori. Sarà (anche) questo il giornale del futuro? Certo è che non è necessario essere dei convinti sostenitori della rivoluzione digitale per capire che molti dei parametri con i quali si è misurata l’informazione ( e la professione giornalistica) stanno per essere radicalmente cambiati. Nel modo di reperire le notizie e nel modo di distribuirle, nel modo di relazionarsi con i propri lettori.
La politica del “digital first” lanciata nel luglio 2011,  e della quale si è molto parlato in questi mesi, sta disegnando scenari nuovi, “Una linea è stata tracciata sulla sabbia” dice ancora Mathew Ingram che sulla vicenda sta scrivendo, a mio parere, tra le cose più interessanti.  Si stanno delineando sempre più nettamente due strategie opposte,  quella dei vari paywall, i “muri”  eretti da alcune testate online come il Times – e da tutti coloro che pensano di trasportare di peso un vecchio modello economico nella nuova dimensione digitale – e quella che mira invece a coinvolgere in modo concreto e fattivo i lettori nel processo produttivo e creativo del giornale.
Perché in fondo essere coerenti con la filosofia del “digital first” non significa solo eliminare gradualmente la carta per ridurre i costi di produzione e distribuzione. Vuol dire cambiare i paradigmi, essere interessati al lettore, non solo per i soldi che è disposto a darti per leggere i tuoi articoli ma anche per il suo bagaglio di conoscenze che può condividere con te, per la sua identità con la quale confrontarti, per la sua voglia di riconoscersi in una comunità, locale o globale che sia, che sente esistere anche nel racconto quotidiano che ne fa il giornale. Anche gli esperimenti sui nuovi giornalismi, come ad esempio quello sul giornalismo di precisione con il giustamente celebrato DataBlog, sono tutti pensati per rendere sempre più trasparente il processo di raccolta delle notizie in funzione di fare dei lettori una parte fondamentale di quello stesso  processo.

D’altronde non occorre essere dei fini analisti per capire che per gli editori sarà difficile realizzare un qualsivoglia modello economico vincente per i loro giornali (online e offline che siano) senza riacquistare quell’autorevolezza e credibilità agli occhi dei lettori. Una credibilità persa costantemente negli anni soprattutto per aver sempre più reso marginale il contributo dei lettori (magari a favore, come accade da noi, dell’establishment politico che ogni anno elargisce finanziamenti pubblici dai quali le testate sempre più dipendono economicamente).
Anche per questo chi ha intrapreso la strada del digital first sta attuando nelle sue redazioni decise politiche di community engaging ovvero di interazione, relazione e ascolto con la comunità dei propri lettori. E non è solo questione di strumenti digitali ma di ripensare completamente al modo di relazionarsi con i tuoi referenti. Non solo con l’uso delle nuove tecnologie ma anche, semplicemente, spalancando le porte della redazione ai propri lettori trasformandola così in uno spazio aperto di incontro e confronto, creando delle newsroom cafe come ha fatto John Paton ceo del Journal Register Company editore di una serie di quotidiani locali negli Stati Uniti, che pure sta puntando tutto sul “digital first”.

LE POLITICHE DI ENGAGING – anche guardano il solo dato economico – sembrano premiare anche quei media digitali che ne hanno fatto un uso strategico. Lo fa notare nel suo blog Alan Mutter, uno dei più autorevoli osservatori dei modelli di business per i contenuti in rete, in un suo articolo Engagement, the new digital metric. I grandi editori stanno applicando il modello di business della stampa ai media digitali – sostiene Mutter – da  due decenni spendono le loro energie nel cercare di  mettere insieme un pubblico più grande possibile nei loro siti e, più di recente, nelle lo pagine di Facebook e Twitter. Ma un’audience vasta e indifferenziata non ha una grande importanza nel mondo digitale quanto quelle audience omogenee, attive e facilmente “targettizzabili” dai propri inserzionisti.

E anche senza dimenticare l’approccio tutto concretezza di Mutter – certo, dietro le strategie di engaging c’è molto spesso anche la volontà di profilare le identità dei lettori a uso e consumo dei propri uffici marketng – è altrettanto evidente che dalla società vengono richieste sempre più decise di nuovi spazi di discussione, dove poter contare e non essere semplici spettatori. Richieste di partecipazione, di trasparenza, di una cultura “open” che investe sempre più ampi spazi della vita sociale, della politica. Oggi non esistono certezze che le strategie votate al “digital first” saranno quelle economicamente vincenti, è possibile pensare però che continuare a ignorare le istanze provenienti da larga parte della società significhi, per i media, mettersi fuori del cambiamento in atto, non essere in grado di raccontare la realtà nei suoi aspetti più importanti. E questa per chi fa informazione, anche dal punto di vista economico, non rappresenta da sempre la strategia peggiore da seguire?

una recente campagna pubblicitaria del Guardian

Fonti e approfondimenti

#opennews  l’hashtag per proporre storie o commentare la newslist con la redazione del Guardian

The Guardian draws a line in the sand: Digital comes first
(GigaOm)

It’s not just nice for media to be social — it’s imperative (GigaOm)

Guardian Says It Needs to Become an Open Platform (GigaOm)

I Rigori li Sbaglia Solo chi ha il Coraggio di Tirarli (Il Giornalaio)

Digital First, un modello di business per l’editoria locale (EJO)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

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Google Ngrams: noi siamo le parole che abbiamo usato

“Il genoma contiene informazioni ereditarie, passate di generazione in generazione. Le parole che usiamo nei libri che scriviamo, vengono passate allo stesso modo di generazione in generazione” dice Erez Lieberman Aiden ricercatore di Harvard convinto che i principi della genomica possano essere utilizzati anche nel campo della linguistica per capire come e quanto l’uso delle parole e la frequenza, nel fluire degli anni, di determinate frasi siano rivelatrici delle dinamiche evolutive della cultura umana nel corso dei secoli. E se di parole aveva bisogno per il suo studio, Liberman Aiden ne ha trovate ben 500 miliardi contenute in più di cinque milioni di libri patrimonio della sterminata biblioteca digitalizzata di Google Books (che in realtà ne ha scansionati molti di più, circa 12 milioni).

Informazioni prese e “impacchettate” in un unico tool ideato da lui e dal suo collega Jean Baptiste Michel e realizzato dagli ingegneri del più noto motore di ricerca. Il risultato è Google Ngrams, un database sterminato, uno strumento messo a disposizione (anche) di chi, in quel mare di parole, vuol trovare una rotta, un senso profondo, le risposte a molte domande.

Da un paio di giorni ne stanno parlando un po’ tutti: i grandi quotidiani dal Guardian al NYTimes, le riviste specializzate da Technology Review a Science, la bibbia della divulgazione scientifica che con la pubblicazione dei primi studi del progetto ne ha sancito l’autorevolezza. Anche perché a utilizzare questo strumento non saranno solo i responsabili “Culturomics” (cos’ infatti si chiama il progetto, fusione delle parole Cultural e Genomics) ma anche chi naviga su internet visto che Google Labs ha messo online una versione di Ngrams accessibile a tutti.

Come si usa il viewer di Ngrams? Semplice, basta mettere due o più parole (fino a 50) scegliere l’intervallo di tempo da analizzare (per adesso dal 1800 al 2000) e cliccare su “serch”. Ovviamente già in molti si sono sbizzarriti a mettere insieme, chi più seriamente chi per gioco, frasi e parole per vederne la frequenza di utlizzo nel tempo. Su Twitter con l’hashtag #ngrams è possibile seguirne le evoluzioni.

Eccone alcuni esempi:

 

Altri esempi di utilizzo di Google Ngram Viewer (via HuffPost),  Vampire vs. Zombie: Comparing Word Usage Through Time (via The Atlantic)

approfondimenti e fonti:

We are the words (Technology Review)

Google Opens Books to New Cultural Studies (Science, articolo consultabile dopo semplice registrazione gratuita)

Using Digitized Books as ‘Cultural Genome,’ Researchers Unveil Quantitative Approach to Humanities (Science daily)

Google studia l’evoluzione della lingua (Punto Informatico)

Culturomics la genomica applicata alla cultura (Galileo)

La storia delle cose (elettroniche)

Annie Leonard è una attivista sociale che da venti anni si occupa di far emergere le storture del sistema economico-produttivo delle grandi industrie a danno dell’ambiente, della nostra salute e dell’equità sociale. Lo racconta sul web, sul sito The Story of Stuff (molto conosciuto, tra i frequentatori della rete, anche qui da noi in Italia) divenuto presto una case history sulla capacità nel diffondere sul web idee e notizie facendo sana contro-informazione. A marzo di quest’anno il progetto è diventato anche un libro.

The Story of Electronics è la “puntata” più recente del progetto, pubblicata online qualche giorno fa, come al solito in collaborazione con il Free Range Studios per le parti animate  e di grafica visuale.  Il tema è quello dei rifiuti derivati dalla tecnologia e dai prodotti elettronici di largo consumo,  e soprattutto, dalla logica delle grandi industrie interessate unicamente a creare nuovi gadget – costruiti spesso con  materiali nocivi alla nostra salute – da consumare in fretta e altrettanto in fretta trasformare in pericolosa spazzatura elettronica.

Il lavoro ha le qualità del miglior giornalismo di divulgazione: accuratezza – la Leonard indaga da anni sul tema andando sul posto, ad esempio in Africa o in Asia nelle discariche dove gli e-waste tossici vengono maneggiati senza alcuna precauzione -, capacità di semplificare temi complessi e chiarezza nell’esporli senza però mai renderli banali o superficiali. Il coraggio che dimostra nel dire quello che le grandi industrie mai vorrebbero che si dicesse, ce la rende decisamente molto simpatica, il fatto che lo faccia senza sentire la necessità di ricorrere continuamente a slogan, ancora di più.

Segnalazioni e link [startup, social media e giornalismo]

Un modello “mobile” per i magazine

“The fact is that people are reading on their iPads, they’re reading a different way,” sulla base di questa convinzione Mark Edimston, che ha lavorato per molti anni a Newsweek, e un gruppo di giornalisti provenienti da diverse esperienze nei magazine e nel’editoria hanno progettato Nomad Edition un settimanale pensato espressamente per essere fruito solo su piattaforme mobile (smartphone, iPad, eReader). La  startup, che ha sede a New York, ha raccolto  600mila dollari e sta per lanciare una campagna abbonamenti (24 dollari per 52 settimane dopo un periodo di prova gratuita di 30 giorni). Il progetto partirà ad ottobre con gli aggiornamenti inviati agli abbonati, ogni edizione è pensata su uno ‘spazio’ di lettura di 20 o 30 minuti al massimo.

Il New York Times nelle pagine deidicate ai media ne parla qui mentre il Los Angeles Times nel suo blog Jacket Copy ne parla qui

Una piattaforma sociale e interattiva per far incontrare giornalisti, PR e imprese

Il rapporto tra giornalisti, addetti stampa e società di PR è sempre abbastanza complicato, presenta numerosi nodi ancora da sciogliere di natura etica e deontologica e, nonostante la decisa crescita dei social media nell’ ecosistema delle news, ancora molto legato a dinamiche tradizionali (in America e, ancora di più ovviamente, in Europa e in Italia) che da tempo stanno evidenziando molti limiti (conferenze stampa autocelebrative, stillicidio di email e comunicati stampa, da una parte; difficoltà ad approfondire concretamente tematiche tramite accesso a dati e informazioni, dall’altra).
NewsBasis è una startup newyorchese che ambiziosamente cerca di ridefinire la comunicazione tra giornalisti, società di PR e imprese in modalità molto più social e interattiva di quanto mai fatto fino ad oggi. La piattaforma punta molto sul design e la tecnologia per rendere più efficiente e intuitiva la ricerca dei flussi di notizie e mette a disposizione una serie di strumenti con i quali i giornalisti (anche in forma anonima) possono commentare le fonti, segnalare punti di vista diversi, chiedere ulteriori approfondimenti. Per accedere ai contenuti (o metterne di propri) basta registrasi sul sito newsbasis.com.
La startup ha finora raccolto 545mila dollari.

Il New York Times ne parla qui mentre il blog ReadWriteWeb se ne occupa qui

A ogni parola il proprio link multimediale

Apture è una startup con sede a San Francisco che si occupa di strumenti dedicati a editori e blogger per arricchire di contenuti multimediali la navigazione dei loro siti. L’azienda ha appena lanciato un’interessante applicazione, Apture highlights, che dà la possibilità (ovviamente una volta installata l’estensione nel browser) di creare link multimediali su qualsiasi pagina web solamente scorrendo il puntatore del mouse sulle parole di un testo. Il tutto senza abbandonare la pagina visto che la navigazione avviene con finestre pop-up (decisamente poco invasive). Praticamente per qualsiasi parola, anche se non linkata in origine dall’autore, è possibile dopo averla evidenziarla far apparire una finestra dove saranno presenti ricerche su Google o Wikipedia, video di YouTube o profili Twitter inerenti quella parola chiave. La startup è finanziata da un sostanzioso fondo di 4.6 milioni di dollari il cui maggior investitore è Clearstone Venture Partner.

Ne parlano entusiasti diversi blog ad esempio VentureBeat qui o TechCrunch qui

La promessa dei media sociali

Deanna Zandt, esperta di media e attivista sociale, sulla rivista progressista In These Time (sul quale Kurt Vonnegut ha pubblicato, dal 2003 al 2007, i suoi bellissimi ultimi editoriali), torna, con alcuni spunti interessanti, sull’argomento dell’utopia sociale della Rete in un articolo che è anche un’anticipazione del suo libro appena uscito negli Stati Uniti “Share This!” che porta significativamente il sottotitolo “How You Will Change the World with Social Networking” . Il web può davvero rappresentare uno strumento a servizio del cambiamento  oppure la Rete non fa altro che replicare, nella sostanza, le diseguaglianze delle strutture sociali tradizionali? Le donne, solo per fare un esempio – sottolinea la Zandt – pur essendo più della metà degli utenti attivi sui maggiori social media non sono rappresentate, nella stessa misura, nella cerchia degli esperti più influenti e accreditati del web,  nei media sociali o nei blog, e anche le minoranze etniche sembrano comunque essere messe ai margini delle opinioni che contano.

Insomma secondo la Zandt “La mancanza di una struttura istituzionale di Internet non deve essere confusa con l’uguaglianza”. Perché capita che: “quando rimuovi la struttura esplicita da un gruppo (i leader, le gerarchie, i processi) scopri che la struttura implicita è sostanzialmente basata su interessi personali, su pregiudizi e lobby di classe”.

Quindi prima Internet e poi il web e i social media rappresentano un’occasione persa per mettere in discussione vecchie gerarchie e costruire una società più giusta e libera? La loro promessa ‘ontologica’ di un web sociale e egualitario è tramontata? No, ci dice la Zandt, a patto di essere capaci quando interagiamo con gli altri di “tracciare una rotta” che sappia riconoscere i nostri pregiudizi accogliendo nella discussione anche le persone che non condividono i nostri punti stessi di vista. Sharing is daring, la condivisione è audace, scrive l’autrice con una frase che potrebbe essere la tagline del suo libro.

La tendenza ad aggregarsi intorno alle persone con idee affini alle nostre è comprensibile e umana, ma può rappresentare un pericolo quando si ha come obiettivo il cambiamento. Questo può significare non essere capaci di accogliere in ogni frangete tutte le diverse opinioni, anche quelle in opposizione alle nostre. Abbiamo bisogno invece di guardare con molta attenzione in direzione delle opinioni di chi è più coinvolto sulle questioni che stiamo discutendo e assicurarci che queste siano ascoltate. Coinvolgere ed ascoltare le persone che hanno background diversi dai nostri dà il via a un processo fondamentale per favorire il cambiamento, e ai social media dà la possibilità di mantenere molte delle loro promesse di rendere più diversi ed eterogenei i network dei quali facciamo parte.