Quotidiani e senso di comunità

Quando un giornale racconta una comunità e in quel racconto la comunità si riconosce – si sente rappresentata – allora i lettori penseranno a quel giornale come “il nostro giornale”. Ma questo concetto, quest’idea con tutto il senso di appartenenza, partecipazione e perfino di affetto che può suggerire, che per molto tempo è stata l’asse portante di molte pubblicazioni locali, sembra ormai far parte del passato. Una reliquia. Qualcosa è andato perso, qualcosa si è rotto, e nell’analisi sulle ragioni di questa perdita è necessario andare molto indietro nel tempo, prima ancora – è bene sottolinearlo subito – della nascita e dello sviluppo di Internet e dei media digitali. Sono queste le considerazioni dalle quali parte una bellissima riflessione A death in the family: How “our newspaper” became “the newspaper” che il giornalista John Robinson ha pubblicato nel suo blog (che consiglio di seguire se già non lo fate).

Robinson ripercorre, velocemente ma con precisione, la lenta regressione subita dai quotidiani americani  (con tutti gli apetti peculiari di quella realtà, ma con molti altri in comune con ciò che è avvenuto anche da noi) dovuta alla perdita di gran parte della loro capacità nel costruire senso di comunità attraverso un rapporto forte e diretto con i propri lettori. Un percorso disseminato da tanti segnali, evidenti quanto poco capiti con l’efficacia necessaria per invertire quella tendenza.

La crisi che vivono oggi i quotidiani locali in America diventa, nel racconto di Robinson, l’immagine di un vuoto da colmare, di un ruolo che non si è più in grado di ricoprire. E come sempre succede, quello spazio lasciato libero viene occupato da altri, non sempre con risultati esaltanti… «Sarebbe facile dire che il senso di comunità di Facebook e Twitter ha rimpiazzato quello dei quotidiani, ma l’erosione è cominciata molto prima», precisa Robinson.
Molto prima, quando? Tra gli anni ’60 e ’70 con l’ascesa dei network Tv e i giornalisti televisivi sempre più amichevoli e carini come divi di Hollywood, (così simpatici e “reali” che sembrava che parlassero proprio con te, come potrebbe fare un tuo amico o un collega). L’erosione è poi continuata quando si sono adottate politiche economiche poco lungimiranti e arroganti (si è cominciato a chiedere soldi per pubblicare i necrologi – non è esattamente quello che fa un amico eh?-, e quando le revenue erano al massimo si è stati scostanti con chi cercava di allacciare rapporti commerciali con il quotidiano). E poi: analisi politiche e sociali fatte sempre più spesso su larga scale e guardando i centri di potere ma incapaci di cogliere i particolari, le sfumature delle comunità locali.
E ancora, e ancora… nel ripercorrere questi ultimi decenni, Robinson mette sul conto ancora diversi altri aspetti (e molti ne vengono suggeriti nei moltissimi commenti al post, tutti da leggere con attenzione).

Poi «Internet ha messo tutti d’accordo. Una maggiore scelta di informazioni, di possibilità di connessione e di fare comunità. è diventato “il nostro giornale”. I miei amici di Facebook, i miei follower di Twitter, sono comunità che sento forte tanto quanto quella fisica. Sono amici e sono divertenti e la loro relazione è sicura. Confrontate i commenti su Facebook e quelli di un giornale», scrive Robinson.

Dall’analisi/provocazione di Robinson ne è nato nelle settimane successive su blog e social network un interessante dibattito intorno al tema “our newspaper” vs. “the newspaper”, molto partecipato e di qualità (sono intervenuti tra gli altri giornalisti che ho citato spesso in questo blog Jay Rosen, Jack Lail, Steve Buttry, Dan Gillmor)

Personalmente però l’analisi di Robinson mi hanno fatto venire in mente quello che scriveva un paio di anni fa una delle grandi firme del giornalismo americano, Richard Rodriguez sul declino dei quotidiani locali negli Stati Uniti in un formidabile articolo Final Edition pubblicato su Harper’s:

Non credo che il declino dei giornali sia stato determinato esclusivamente della tecnologia informatica e da Internet. I fattori che limitano i giornali sono probabilmente tanto diversi quanto scontati come la Ford modello T e la pillola anticoncezionale. Ci piace dire che l’invenzione del motore a scoppio ci ha cambiati, ha cambiato il nostro modo di vivere. In verità, abbiamo costruito la Ford T perché eravamo già cambiati, abbiamo cercato di rifare il mondo per poter accoglierci la nostra inquietudine. Ed ecco che adesso possiamo dire: i quotidiani finiranno perché la tecnologia ci costringe ad acquisire informazioni in modo nuovo. E se è così, chi ci dirà che cosa significa vivere come cittadini di Seattle o di Denver o Ann Arbor? La verità è che non vogliamo più vivere a Seattle e Denver o Ann Arbor. La nostra inclinazione ci ha portato a inventarci un cosmopolitismo digitale che inizia e finisce con “Io”.

Quale mondo stiamo costruendo oggi, anche attraverso i nuovi media, per accogliere la nostra “inquietudine” (restlessness è il termine usato da Rodriguez)? Essere cittadini di un mondo digitale, piattamente cosmopolita perché tutto ripiegato su sé stesso, ci fa perdere il senso della nostra comunità locale e il nostro senso di appartenenza si disperde. Aggiungiamo pure che nell’uso retorico di termini volutamente rassicuranti come “amici”, “mi piace” e via di seguito, usati a profusione anche dai social network c’è una banalità di fondo.Tutto vero, eppure questo credo, è solo un aspetto del problema. I media sociali sono anche molto altro.

Così se Internet non è stato la sola causa del declino dei giornali probabilmente, non può essere nemmeno di per sé l’unica soluzione. Serve un cambiamento culturale, nuovi paradignmi. E se la vera sfida per chi fa informazione è quella di ricostruire il rapporto con le proprie comunità di riferimento, diventa  fondamentale utilizzare tutti gli strumenti (digitali e non) per moltiplicare il confronto e l’interazione. Perché non basta semplicemente dichiarare di mettere le persone al centro, bisogna farlo davvero, coinvolgendo i lettori sempre più nel processo produttivo. «I quotidiani, gli organi di informazione oggi, possono fare molti passi in avanti per dare alle persone un senso di appartenenza e partecipazione nel loro giornalismo» dice Robinson in chiusura del suo articolo. In quel “molto” ci sono, probabilmente, gran parte delle sfide da mettere in campo per dare un futuro ai giornali (qualunque sia il supporto sul quale siano pubblicati).

Rushdie, Morozov e la nymwars: qualche considerazione sull’Internet dei cittadini e quella dei consumatori

Tempo fa ho parlato su questo blog della nymwars, il neologismo con il quale ci si riferisce alla battaglia di molti blogger per il diritto all’uso dello pseudonimo e contro la politica dei “nomi reali”  applicata da alcuni giganti del social networking, Facebook in testa. Torno adesso sull’argomento perchè da allora la discussione è continuata arricchendosi di riflessioni e approfondimenti. Merita quindi un aggiornamento. In particolare mi hanno colpito alcuni articoli che, prendendo spunto dallo  screzio tra lo scrittore Salman Rushdie e Facebook, hanno saputo andare oltre il singolo fatto di cronaca per fare riflessioni molto interessanti.
L’episodio – anche se ampiamente riportato dai mezzi di comunicazione – lo riassumo in breve: i responsabili sicurezza di faccialibro sospendono d’improvviso il profilo di Rushdie; Salman è solo il secondo nome dello scrittore, il primo è Ahmed (poco importa se mai utilizzato pubblicamente) e quindi quello, secondo loro, da utilizzare obbligatoriamente nell’account per rimanere dentro il paradiso del social networking. La politica dei “nomi reali” non conosce deroghe. O quasi. Perché, in effetti, con qualche scambio di battute dal tono decisamente risoluto che lo scrittore, tramite Twitter, ha indirizzato a Mark Zuckerberg e una cassa di risonanza non indifferente dovuta alla notorietà del protagonista, tutto alla fine si è risolto con l’immediata riammissione nel socialcoso più famoso al mondo: con il nome di Salaman Rushdie, ovviamente.
Il fatto, anche con quel po’ di elementi di colore grazie ai quali è rimbalzato tra agenzie informazione e testate online, finisce qui. E di per sé certo, non vale la pena di farci trascorrere notti insonni. Ma anche questo (tutto sommato poco rilevante) episodio può essere l’occasione per una serie di osservazioni più approfondite dalle quali ci rivela come tutta la diatriba innescata dalla guerra degli pseudonimi tocchi alcuni nervi scoperti della nostra vita online e possa farci riflettere su importanti nodi ancora tutti da sciogliere sul futuro di Internet. “Il dibattito sugli pseudonimi, conosciuto online come nymwars, va al cuore di come Internet possa essere organizzata in futuro”, ha scritto perentoria Somini Segupta sul New York Times in un articolo Rushdie Wins Facebook Fight Over Identity.  Sembra quindi abbastanza superficiale liquidare questa diatriba soltanto come una mera questione sollevata da geek ossessivamente attenti a qualsiasi cosa rappresenti una minaccia alla loro libertà di azione nella Rete. Riporto ancora un brano dell’articolo del NYTimes:

Come Internet è diventata il luogo per qualsiasi  tipo di transazione, dal comprare un paio di scarpe fino a cercare di rovesciare un despota, un dibattito sempre più vitale è emerso su come  le persone rappresentano e rivelano sé stesse nel Web. Una parte vuole un sistema nel quale per viaggiare su Internet debba essere utilizzato una sorta di passaporto digitale, con la nostra vera identità, rilasciato da società come Facebook. L’altra parte crede nel diritto di poter indossare vestiti e maschere diverse in modo da poter consumare ed esprimere ciò che si vuole, senza paura di alcun tipo di ripercussioni nella vita offline.

Su questa contrapposizione si spinge ancora oltre Evgeny Morozov  in un articolo su Slate assolutamente da leggere Occupy the Net! (che prende anche questo come spunto iniziale l’episodio di Rushdie).“Our Internet is a paradise for consumers but a hell for citizens” sostiene  Evgeny, mettendo così subito in evidenza come anche nella realtà online finisca per emergere una dicotomia tra la dimensione di cittadini e quella di consumatori.
Quindi, a
l di là di tutte le diverse considerazioni favorevoli o contrarie al diritto dello pseudonimo e delle identità alternative nella Rete, probabilmente la vera questione diventa: quale deve essere la dimensione principale delle nostre esperienze nella Rete?

Siamo cittadini che abitano una comunità che, anche online, cresce grazie al desiderio di condividere con altri idee, storie ed esperienze. Per questo abbiamo bisogno di spazi dove sia garantita la libertà d’espressione e dove le idee che esprimiamo siano giudicate per quello che valgono e non in relazione a elementi legati alla nostra identità. In questa dimensione dobbiamo essere consapevoli di vivere in un sistema delicato e sensibile (c’è sempre chi può approfittarsene o “giocare sporco”) e quindi non perfetto, esposto a rischi, alla deteriorabilità.
Siamo anche – ricorda ancora il net-disilluso Morozov – utenti di un Internet dove ogni azione online è recepita e ottimizzata per il consumo, una dimensione che richiede per essere perfettamente funzionante, un ambiente completamente trasparente (tutte le nostre attività sono osservate, registrate e analizzate allo scopo di predire il nostro comportamento), ad alta efficienza (tutto è organizzato e conservato per noi, tutto è rintracciabile in pochi secondi), ed estremamente affidabile. Una dimensione dove ogni cosa deve essere gestita e sotto controllo (la similitudine di Morozov con 1984 è forse un po’ troppo d’effetto ma rende l’idea).
Domanda: è possibile – è ancora praticabile – una sintesi, oppure un compromesso accettabile tra le due dimensioni? Qualunque siano le nostre priorità, il prezzo che siamo disposti a pagare per i vantaggi dell’una o dell’altra, è auspicabile che queste scelte per l’internet del futuro vengano fatte a seguito di una riflessione più approfondita e consapevole, più responsabile e partecipata di quanto non stia nei fatti, avvenendo oggi. Ed è soprattutto auspicabile che non siano altri a prendere per noi queste decisioni. Ne è consapevole Morozov che nel suo articolo lancia un appello:
È tempo che i cittadini sappiano articolare una visione per un Internet civica che possa competere con la visione corporativista dominante. Vogliamo conservare l’anonimato per aiutare i dissidenti o vogliamo eliminarlo per permettere che le aziende non abbiano di che preoccuparsi da attacchi informatici? Vogliamo costruire ancora un’altra infrastruttura per la sorveglianza, nella speranza che possa portare ad una migliore esperienza di acquisto, della quale però potrebbero approfittare i cacciatori di dati e informazioni del governo? Vogliamo valorizzare il piacere della scoperta inattesa e felice, garantendo la libera circolazione di idee nuove e lo sviluppo della nostra capacità di pensare in modo critico su quello che vediamo e leggiamo in Rete, o vogliamo costruire computer che sappiano condurre autonomamente ricerche per nostro conto – per consigliarci gli acquisti più convenienti, indicarci i migliori ristoranti nelle vicinanze, e rispondere sempre con precisione e affidabilità?  - Vogliamo un Internet per poter ricordare tutto ciò che avviene online, o vogliamo introdurre un po’ di rumore e di deteriorabilità nei nostri archivi digitali quando loro- e noi – invecchiamo? Chi considera la Rete come una sorta di un gigantesco catalogo digitale della Sears vorrà certo fuggire da questo deterioramento, ma per tutti quelli di noi che vedono Internet come una parte del diario di una civiltà imperfetta sicuramente sarà il benvenuto.

Adrian Tomine - Facebook

Su questo argomento in Senzamegafono: In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

FontiRushdie Runs Afoul of Web’s Real-Name Police (New York Times) >>> Occupy the Net!  (Slate) >>> Identity and the internet: From pixels to persona (Financial Times)

Cura dei contenuti: ridefinire il significato di “raro” nell’era dell’abbondanza

Nel mondo digitale la nozione di accessibilità viene continuamente riscritta e aggiornata. Grazie a Internet si sta facendo sempre più breve la distanza tra noi e una sempre maggiore quantità di contenuti e informazioni. Appena qualche click: un raro capolavoro del regista armeno Paradjanov così come le straordinarie foto che testimoniano una delle prime spedizioni in Antartide. Ma nell’era dell’abbondanza, se l’ostacolo dell’accessibilità si abbassa, un’altra barriera si innalza e rafforza – la barriera dell’attenzione.

Sono alcune idee che Maria Popova (la regina della content curation come giustamente l’ha definita Luisa Carrada) esprime da tempo, in particolare in un bellissimo articolo Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance pubblicato sul blog del mai troppo lodato Nieman journalism lab:

Il rapporto tra facilità di accesso e motivazione sembra essere inversamente proporzionale, così il solo fatto che un certo volume di informazioni sia facile da consultare e a nostra disposizione, ci paralizza sempre di più fino a farci accedere a tutto tranne a quello che realmente è più rilevante – rilevante per il modo in cui viene trattato dai media, rilevante per il modo in cui viene condiviso, rilevante per il modo nel quale risponde ai nostri concreti interessi.

È un po’ lo stesso principio per il quale – confesso – non visito da molto (troppo) tempo il museo della mia città. La sua pinacoteca possiede alcuni quadri meravigliosi (Vasari, Bronzino, e soprattuto uno splendido Pontormo) che non vedo da chissà quanto… Perché? Semplice, perché sono lì. Posso andarci (più o meno) quando voglio, semplicemente facendo una passeggiata di dieci minuti. Però, inevitabilmente, non ci andrò fino a quando qualcosa (o qualcuno) non darà un carattere di urgenza a questo mio desiderio: accompagnare degli amici che sono venuti a trovarmi, intervistare il direttore del museo, la lettura di un testo di storia dell’arte che fa scattare in me la necessità di vedere il particolare di un quadro che mai avevo notato.

Con le informazioni –  dice la Popova – succede la stessa cosa: navigando online inciampo in un archivio di testi di uno degli scrittori che amo di più, oppure in un video che tratta di un argomento che interessa la mia professione – li salvo in qualche sistema di bookmarking (Delicious, Instapaper o qualche altro) e li spingo in qualche remoto angolo cognitivo, non concludo la mia esperienza di esplorazione e di apprendimento, perchè parto dal presupposto che sono lì, disponibili e accessibili in qualsiasi momento.

In questo contesto si inserisce la curatela dei contenuti (content curation se si vuole usare il termine inglese). Sul web se ne parla da tempo, ma proprio in questi mesi, mi pare, è diventato un tema sempre più dibattuto e approfondito nei suoi diversi aspetti e campi di azione (informazione, comunicazione, arte, marketing). Cosa fanno i curatori di contenuti? Segnalano, orientano “non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste”, come suggerisce in una bella e suggestiva definizione Maria Chiara Pievatolo, anche lei curatrice.

L’obiettivo è quindi dare al lettore contenuti che siano davvero rilevanti per i suoi interessi, non farlo annegare nel mare magnum delle miriadi di “cose” che popolano Internet, per portarlo dritto verso quello che più lo interessa, gli è utile. Più o meno recentemente  sono nate proprio con questa finalità piattaforme come – cito le prime che mi vengono in mente - Paper.li, Scoop.it o Summify le quali come i motori di ricerca, Google per primo, utilizzano algoritmi che tengono conto di quanto un contenuto nella Rete sia stato condiviso dagli altri, il suo pagerank. La sfida  - ricorda però Maria Popova – è oggi semmai quella di rivendicare un “fattore umano” nel processo di scelta, selezione, valorizzazione dei contenuti, per non far prevalere la sola logica del più popolare, per non cadere sotto la tirannia assoluta dell’equazione, più cliccato uguale più rilevante. Dunque sembra che nell’epoca dell’accessibilità e dell’abbondanza sia necessario riscrivere anche la nozione di “raro”. Sì perché riuscire a far emergere anche quei contenuti meno scontati (ai margini della nostra esperienza seppur accessibili), può essere la strada per attivare uno dei più potenti antidoti alla mancanza di motivazione: la curiosità. Intendiamoci, la curiosità non può essere imposta, ma possono essere creati i presupposti e il contesto affinché questa si metta in connessione con gli interessi del lettore:

Quello che i grandi curatori sanno fare è scomporre questa dinamica, facendo il percorso inverso, ovvero: definire per prima i contorni e la rilevanza culturale e poi stimolare e amplificare la nostra motivazione. Se qualcuno condivide con noi il link verso un prezioso e bellissimo manoscritto del 13esimo secolo potrà attrarre la nostra attenzione ma probabilmente in modo effimero. Sì certo può darsi che per un attimo ci fermeremo ad ammirarlo, forse. Ma qualcuno che condivide quel manoscritto, facendoci capire quanto ancora oggi possa raccontarci, quello che ancora oggi testimonia, aiuterà a integrarare quel pezzo d’archivio con la nostra conoscenza e con i nostri interessi, creando così un ponte tra la nostra curiosità e le nostre motivazioni per un più profondo e concreto rapporto con quel contenuto.

Fonti e approfondimenti:

Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance (Nieman Journalism Lab)

Brain Pickings (il blog di Maria Popova)

(a cura di) Luca de Biase

In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

Sembra proprio che l’uso dello pseudonimo sia in declino. Una delle ragioni è che raccontare storie ed esprimere opinioni celandosi dietro un nome di fantasia – diverso cioè da quello che abbiamo registrato in un qualche ufficio anagrafe – viene sempre più percepito come un comportamento non corretto se non decisamente ipocrita. Non sempre è stato così. Ce lo ricorda Carmela Ciuraru giornalista freelance che sull’argomento ha scritto un libro “Nome de Plume:  A (secret) History of Pseudonyms”

Nella metà del 19esimo secolo, questo fenomeno di pseudonimia ha raggiunto il suo livello più alto, così come nella metà del 16esimo secolo, era consuetudine pubblicare in forma anonima un testo. È interessante che il declino del soprannome nel 20esimo secolo coincida con l’ascesa della televisione e della pellicola. La gente ha avuto accesso alla vita degli altri, è diventato più difficile preservare la vita privata – e forse nemmeno auspicabile. Nella cultura contemporanea, nessuna informazione da condividere e da mettere a disposizione risulta esere troppo personale.

Il saggio della Ciuraru, un excursus nella storia della letteratura, si è guadagnato una certa attenzione sulle pagine culturali di diverse testate (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal), probabilmente perché l’argomento, al di là del valore del libro e dell’ambito trattato, suscita sempre un fascino particolare.

D’altronde che il tema non cessi mai di far discutere lo dimostra anche la nascita in rete, proprio in queste settimane, di un neologismo in inglese: nymwars (dalle parole pseudonym e wars) utilizzato inizialmente come hashtag su Twitter per legare i commenti (perlopiù drasticamente negativi) sull’applicazione della politica dei “nomi reali” che ostracizza l’uso degli pseudonimi sui social network. Una politica promossa da Facebook e sostenuta anche da Google sul suo più recente socialcoso. E proprio la decisione di applicarla con un certo zelo su Google Plus ha scatenato il putiferio. In effetti con la scesa in campo della Big G su questo fronte sono aumentati i timori che questa politica riesca a cambiare parecchie cose, anche là dove l’uso dello pseudonimo, dei nickname, ha potuto prosperare (più o meno) felicemente.

Una delle motivazioni più diffuse contro gli pseudonimi nei media sociali è: “se quello che esprimi in Rete è quello che pensi e lo dici nei modi e nei termini di una persona civile, che cosa hai da temere? È semplicemente una questione di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si sostiene”. Che di per sé non è certo una motivazione priva di senso. Quello però che molti si chiedendo è: siamo sicuri che le categorie meno protette non abbiano niente da temere nell’esprimere le loro idee soprattutto quando, come sul Web – queste idee – restano registrate per sempre e legate in modo permanente alla loro identità?

Una delle massime autorità in fatto di diritti in Rete, danah boyd, è intervenuta sull’argomento sostenendo con forza che:

Le persone che maggiormente fanno ricorso a pseudonimi in spazi online sono quelli i più emarginate dai sistemi di potere. [...] La posta in gioco è il diritto dei cittadini di proteggersi, il loro diritto di mantenere effettivamente una forma di controllo che gli dia sicurezza. Se le aziende come Facebook e Google sono effettivamente impegnate per la sicurezza dei loro utenti, devono prendere sul serio queste lamentele. Non per tutti dare il proprio nome significa essere più al sicuro. Al contrario, molte persone lo sono molto meno quando diventano identificabili. E coloro che sono meno sicuri sono spesso quelli che sono più vulnerabili.

Non è superfluo ricordare che  Google stessa nel suo Public Publicity Blog, in un post intitolato in modo significativo “The freedom to be who you want to be…” ancora oggi sostiene:

Utilizzare uno pseudonimo è stato uno dei grandi benefici di Internet, perché ha permesso di esprimersi liberamente, alle persone sotto minaccia fisica, in cerca di aiuto, o messe in condizione di non volere che la gente venga a conoscere la loro identità. Le persone in queste circostanze possono aver bisogno di un’identità coerente, ma che non sia legata a quella off-line.

Anche se poi la libertà di utilizzare questo “grande beneficio” sembra sia stata rivista e corretta in questi ultimi mesi: “Perché, quando sembra comprendere la necessità di consentire pseudonimia su molti servizi, Google istituisce la politica del ‘Nome reale’ per i profili di Google e per Google +?” chiede un lettore in uno dei tanti commenti di questo tono al post citato.

Recentemente anche chi, come Alexisi Madrigal senior editor della rivista Atlantic, aveva pensato alla questione dell’uso degli pseudonimi online come assolutamente marginale (roba da geek) si è ricreduto: “Ho cambiato idea. Il tipo di politica sui nomi che Facebook e Google Plus perseguono è in realtà un allontanamento radicale dal modo in cui l’identità e la parola interagiscono nel mondo reale. Queste politiche caricano di un’identità più forte ogni atto e ogni parola online rispetto alla maggior parte delle azioni equivalenti nel mondo reale”.

È interessante perchè Madrigal sostiene l’esatto contrario di un caposaldo della critica agli pseudonimi su Internet, la maggior adesione alla realtà, ovvero: “se dico qualcosa in un’assemblea o per strada la dico con la mia faccia, e così deve essere anche online”. Madrigal però fa notare un aspetto:

Immaginate di camminare per strada e di gridare, “Abbasso il governo!” Se non siete una superstar che tutti conoscono, la stragrande maggioranza delle persone che ha potuto udirvi non avrà idea di chi voi siate. Non avrà accesso al vostro curriculum professionale o alla vostra rete sociale o ad una qualsiasi altra cosa che una semplice ricerca su Google permetta di trovare. Le uniche informazioni che la gente saprà di voi si limiteranno alle vostre caratteristiche fisiche e agli abiti che avete addosso, che non sono dati del tutto trascurabili, ma che certo non pemettono nè in modo diretto nè in modo semplice di essere collegati alla vostra reale identità.

Per chi pensa che le principali motivazioni per l’utilizzo degli pseudonimi online derivino dal calcolo opportunistico o dalla mancanza di responsabilità, può leggersi questa interessante lista che Kirrily “Skud” Robert  ha fatto sulle diverse ragioni che possono spingere qualcuno a utilizzare uno un nome non reale . Ma forse una delle motivazioni più ricorrenti è che molte persone vogliono, semplicemente, che il giudizio degli altri sulle cose che esprimono non dipenda da alcuni elementi della propria identità (nazionalità, sesso, status sociale, professione…) ma si concentri solo sul valore di quello che esprimono.

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Crowdfunding in cerca di enfasi sociale

una foto di Aaron Huey tratta dal suo progetto in cerca di finanziamenti presentato su Emphas.is

Di Emphas.is, il progetto di crowdfunding applicato al fotogiornalismo, si parla da mesi. Più precisamente da settembre 2010 quando Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens hanno lanciato la loro idea attraverso un sito web dal quale ne spiegavano la filosofia e gli obiettivi. Già da allora però avevano annunciato l’esordio vero e proprio del progetto per l’inizio del 2011, prendendosi così diversi mesi nella promozione e nel perfezionamento della piattaforma. A inizio marzo (quindi da pochi giorni), e dopo qualche ulteriore rinvio, finalmente il debutto ufficiale con la presentazione dei primi progetti da finanziare.

Il meccanismo del progetto è quello classico del finanziamento dal basso già utilizzato da diverse altre piattaforme: attraverso un sito web vengono presentate le schede dei progetti e i lettori possono decidere se finanziarli con contributi che vanno dai 10 dollari in su. Però  intorno a Emphas.is c’è molta attenzione e curiosita per più di un motivo. Il primo è che Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens non sono esattamente due pivelli: Ben Khelifa in particoalere è un fotoreporterche che opera nella scena internazionale con un curriculum di tutto rispetto e reportage per testate del calibro del New York Times, Newsweek, Stern, Le Monde, (è stato sottolineato altre volte, ma lo ripeto anche qui: le nuove strade per raggiungere finanziamenti fuori dai circuiti classici non sono battute, come forse qualcuno può ancora pensare, esclusivamente da giovani freelance ma anche da affermati professionisti).

Altro motivo di interesse è poi il fatto che sì, esistono già piattaforme di crowdfunding utilizzate da fotografi e giornalisti, ma questa è la prima esclusivamente dedicata ai reportage fotografici che punta esclusivamente sull’alta qualità dei contenuti e il forte impegno verso tematiche “alte” e di ampio respiro (reportage di guerra, storie dimenticate e non seguite dai grandi media…). Non a caso un altro pezzo da novanta dei fotoreporter freelance come Tomas Van Houtryve è stato uno dei primi a promuovere Emphas.is e a presentare un proprio progetto all’interno della piattaforma.


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Very short story: centoquaranta possono bastare

Twitter ci sta abituando a comunicare idee, concetti, pensieri comprimendoli in un numero ristretto di battute. Uno spazio che, per alcuni, può ancora essere decisamente angusto facendo così diventare il social media, per loro, uno dei simboli di certa comunicazione veloce, isterica e compulsiva. Per carità, non è che manchino elementi a favore di questa tesi, ma in un Paese come il nostro, dove il dibattito sui contenuti nel web, alle volte, palesa da parte dei media tradizionali una banalità imbarazzante, ha forse valore ricordare che non sempre e necessariamente la velocità implicita dei nuovi mezzi di comunicazione vuol dire superficialità o piattezza.

“Un ragionamento veloce non è migliore di un ragionamento ponderato, tutt’altro, ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza”

dice Calvino nelle sue Lezioni Americane. Così, ad esempio, il bello di idee come Very Short Story, un progetto di raccolta – tramite Twitter – di storie minimali della lunghezza di 140 battute (o meno), sta proprio nel fascino della loro rapidità, nell’accettare la sfida della velocità e farla propria. Il ritratto del buon Edgar Allan Poe sull’account del progetto la dice lunga sul clima generale al quale si ispirano i racconti:

Non è certo la prima volta che Twitter viene utilizzato per progetti di narrativa crowdsourced. Qualche mese fa (novembre 2010) ad esempio il regista Tim Burton ha completato il suo bel  Cadavre Exquis: un racconto collettivo composto con una sequenza di frasi proposte in progressione dai lettori e scelte di volta in volta dallo stesso Burton. Un altro progetto interessante di scrittura in 140 caratteri  è Nanoism, ma girando in Rete di esempi se ne trovano diversi.

Qualcuno maliziosamente ha ricordato, a proposito di progetti simili, la “profezia” di Marshall McLuhan The future of book is the blurb, il futuro del libro è la fascetta promozionale:  certo, se la sintesi è solo per il gusto della brevità fine a sé stessa e, peggio ancora, del texting coatto non può certamente portarci molto lontano. Eppure progetti come quelli citati dimostrano che le piattaforme di micro-blogging possono davvero essere strumenti non banali di scrittura.

Anche perché la velocità dei nuovi media può contenere la lentezza e la pazienza di un lungo lavoro di preparazione e di continue smussature. Non è solo una questione di contrapporre il fast allo slow, ma semmai di cercarne i punti di contatto, le possibili convergenze. In questa direzione ci può (ancora una volta!) venire in aiuto Calvino che alla fine del capitolo delle Lezioni dedicato alla Rapidità scrive:

“Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”.


Fonti e approfondimenti:

Twitter as story: a work in progress (Nieman Storyboard)

US students hope to bring Twitterature to the masses e Classic works get Twitterature treatment in new book (guardian.co.uk a proposito del progetto Twitterature che non cito direttamente nell’articolo ma comunque interessante)

128Battute (concorso Feltrinelli per micro-racconti)

Using Social Media Tools To Tell Stories (SocialMediaTrader)

aggiornamento (17.01.2011) Twittérature: court et bone à la foisCe qu’internet a changé dans le travail (et la vie) des écrivains (Owni)

Wikileaks e libertà d’informazione: che succede se solo le Banche sono a decidere?

Una volta affievolito l’eco delle ultime rivelazioni generato dai cablogrammi Usa, Wikileaks fa ancora parlare di sé per le molte questioni lasciate aperte da qualcosa che -  minimizzino pure i detrattori dell’organizazione capeggiata da Assange (si sapeva già tutto, nessuna novità, solo gossip) – è piombato del tutto inaspettato nel microcosmo dell’informazione portando al limite i rapporti che lo sorreggevano. Forse questa è la parte più interessante: la riflessione sulle nuove dinamiche, sui nuovi scenari che l’entrata in campo di Wikileaks  impone a tutta la comunità mondiale su temi quali: trasparenza, publicness, uso etico delle nuove tecnologie.

Una questione molto importante la pone, in questi giorni, un editoriale pubblicato sul New York Times (non certo da annoverare tra i fan di Assange e soci) a proposito della scelta di molti gruppi bancari di non permettere finanziamenti a Wikileaks. L’organizzazione, ci ricorda il NYT, non è stata condannata, e nemmeno denunciata. Eppure il mondo finanziario sta tendando di farla chiudere.

Non può essere dimenticato il fatto che Assange ha annunciato che proprio il mondo della finanza sarà il prossimo obiettivo dei leaks. Così Visa, MasterCard e PayPal e più recentemente ancora Bank of America hanno negato qualsiasi transazione a loro favore. Le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio – si fa notare ancora nell’editoriale del NYT – nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa rischiosa”.

Ma la capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.

Quindi, al di là della pur importante questione Wikileaks, le domande che l’editoriale si pone sono:

Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Domande sulle quali è importante riflettere. Il fatto che oggi vengano poste da una testata così influente non mi sembra per niente scontato. Segno che le rivelazioni di Wikileaks hanno messo in moto un processo profondo di ripensamento delle regole e una richiesta di maggior trasparenza che sarà difficile fermare. O almeno è quello che mi auguro.

Banks and Wikileaks (New York Times)

La storia delle cose (elettroniche)

Annie Leonard è una attivista sociale che da venti anni si occupa di far emergere le storture del sistema economico-produttivo delle grandi industrie a danno dell’ambiente, della nostra salute e dell’equità sociale. Lo racconta sul web, sul sito The Story of Stuff (molto conosciuto, tra i frequentatori della rete, anche qui da noi in Italia) divenuto presto una case history sulla capacità nel diffondere sul web idee e notizie facendo sana contro-informazione. A marzo di quest’anno il progetto è diventato anche un libro.

The Story of Electronics è la “puntata” più recente del progetto, pubblicata online qualche giorno fa, come al solito in collaborazione con il Free Range Studios per le parti animate  e di grafica visuale.  Il tema è quello dei rifiuti derivati dalla tecnologia e dai prodotti elettronici di largo consumo,  e soprattutto, dalla logica delle grandi industrie interessate unicamente a creare nuovi gadget – costruiti spesso con  materiali nocivi alla nostra salute – da consumare in fretta e altrettanto in fretta trasformare in pericolosa spazzatura elettronica.

Il lavoro ha le qualità del miglior giornalismo di divulgazione: accuratezza – la Leonard indaga da anni sul tema andando sul posto, ad esempio in Africa o in Asia nelle discariche dove gli e-waste tossici vengono maneggiati senza alcuna precauzione -, capacità di semplificare temi complessi e chiarezza nell’esporli senza però mai renderli banali o superficiali. Il coraggio che dimostra nel dire quello che le grandi industrie mai vorrebbero che si dicesse, ce la rende decisamente molto simpatica, il fatto che lo faccia senza sentire la necessità di ricorrere continuamente a slogan, ancora di più.

Un “file aperto” per cambiare volto al giornalismo iperlocale

L’informazione locale e iperlocale rappresenta, oggi, sempre più un “territorio” dove poter misurare la reale efficacia (anche in termini economici) dei processi innovativi che meglio definiscono il giornalismo ai tempi dei nuovi media.

In particolare quando la vicinanza ai propri lettori e l’utilizzo intelligente degli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie favoriscono l’adesione alla migliore fra le qualità del giornalismo partecipativo: l’effettiva, diretta e attiva partecipazione dei cittadini. Se a questo, poi, si coniuga anche una pratica giornalistica consapevole delle risorse dei nuovi media (e che di certo non li considera come una minaccia o strani ‘aggeggi’ che la impoveriscono) possono davvero nascere progetti interessanti e innovativi.

Un progetto da seguire con attenzione che si muove in questa direzione è OpenFile. Una startup con sede a Toronto avviata qualche mese fa (per la precisione l’11 maggio scorso) e alla guida della quale troviamo – come sempre più spesso capita di notare nei progetti editoriali online più innovativi – un giornalista di lunga esperienza: Wilf Dinnik, ex corrispondente dal Medio Oriente per la Cnn  (e dello staff fa parte anche Craig Silverman caporedattore di MediaShift).

OpenFile è stato progettato per consentire al pubblico di decidere quali notizie locali dovrebbero essere coperte. Voi suggerite, noi riportiamo. Voi commentate, noi rispondiamo. Voi create, noi pubblichiamo. Risultato finale: una conversazione vivace e continuamente in evoluzione tra chi le notizie le raccoglie, le legge, le scrive.

L’idea alla base di OpenFile è dunque molto semplice, quasi banale: mettere a disposizione dei lettori tramite il web un “file aperto”, appunto, dove segnalare e raccogliere storie, testimonianze, notizie con la possibilità di inserire immagini, video, note. Il tutto è poi vagliato da una redazione di giornalisti professionisti che verificano le notizie e cominciano ad approfondire gli argomenti. Una volta poi pubblicata sul sito la storia può essere ulterormente commentata e continuamente aggiornata, anche con file audio e video, dagli altri lettori.

Il credo di Dinnik è “La notizia non è il prodotto finale, ma piuttosto parte di un’interazione con la comunità, che può aggiungere e sviluppare la storia”. Una interazione, un rapporto fiduciario con i lettori – e con la comunità che viene raccontata – che i quotidiani un tempo avevano e che oggi hanno sempre più smarrito (insieme agli inserzionisti). Ecco, la cosa più interessante è probabilmente proprio questa. A differenza delle altre piattaforme di giornalismo partecipativo (tipo Spot.us per intenderci), la startup canadese non si prefigge di vendere a terzi i servizi e i reportage realizzati, o di chiedere microfinanziamenti ai lettori stessi, ma cerca un modello di business autonomo basato sull’idea che la notizia, il raconto delle storie locali, non siano il “fine” ma il “mezzo” per nuovi modelli di interazione, per creare e rinsaldare un rapporto forte e duraturo con la comunità che si racconta. Proprio quel rapporto diventa il valore aggiunto del progetto (anche per gli inserzionisti e i finanziatori, sperano ovviamente a OpenFile).

La startup – finanziata da un venture capital – ha già raccolto in questi mesi l’adesione di alcuni sponsor – “stiamo cominciando adesso a chiudere con inserzionisti che stanno cercando alternative ai grandi media e che vogliono accedere ad un quartiere specifico” ha dichiarato Dinnik all’HuffPost – ma la scommessa sembra ancora tutta da vincere. Per il momento inoltre il “raggio d’azione” si limita a Toronto (anche se il progetto sta per essere lanciato anche a Vancouver e Ottawa) , quindi su scala notevolmente inferiore a quella di grandi contenitori Hyperlocal come Patch.com (sul quale AOL ha investito recentemente 50milioni di dollari sembra con scarsi risultati), EveryBlock o Outside.in

Qualche perplessità sulla leggibilità delle storie nel loro complesso (per il momento OpenFile sembra più un contenitore poco gerarchizzato e dove, quindi, non è sempre facile orientarsi), anche se tutte le notizie sono geolocalizzate e corredate di mappe. Ma i responsabili del progetto tengono a precisare che siamo ancora nella fase sperimentale e che diverse funzioni saranno implementate e migliorate.

Fonti e approfondimenti:

Openfile pagina Facebook del progetto e quella su Twitter

“Always collaborate”: Say hello to OpenFile, the local news site putting those new media maxims to the test (Nieman Journalism Lab)

A New Kind of Super-Local Neighborhood News (HuffPost)

Canwest Buyers, OpenFile Bet on Value of Local News in Canada (MediaShift)

OpenFile Wants to Re-Invent Local Journalism (GigaOm)

Wikileaks, il nuovo racconto della guerra

la prima pagina dell speciale online dedicato alle rivelazioni di Wikileaks dal Guardian

La nuova azione di Wikileaks, che ha reso pubblici 400mila documenti sulla guerra in Iraq, ha generato un’enorme quantità di commenti e reazioni in tutto il Mondo, come era facile prevedere. Ancora più facile da prevedre le numerose dure reazioni anche da parte di molta stampa. Si accusa, si minimizza (cose sapute e risapute…). Ma anche tra chi non è tra annoverare tra i fan di Assange, come Steve Coll , ci si rende conto che queste rivelazioni cambiano completamente la prospettiva di una guerra il cui racconto è dovuto sistematicamente passare attraverso pesanti controlli (dei politici, dei militari), e al quale viene oggi restituito quello che gli è troppo spesso mancato: uno sguardo vicino ai drammi subiti dalla popolazione e di chi a vissuto davvero in prima linea. I documenti ci portano dove molti reporter erano riusciti ad arrivare solo molto raramente, per la prima volta riusciamo a percepire l”interno’ di quella guerra e non i suoi margini. Nel suo articolo sul NewYorker Coll trascrive quattro righe tratte da uno dei file rivelati da Wikileaks (una comunicazione tra ufficiali inviata per email), e giustamente ne sottolinea il tono di routine che, semmai ce ne fosse bisogno, ne aumenta a dismisura la drammaticità:

Prove evidenti di tortura sono state rilevate nella stazione di polizia irachena a Husaybah, iz. Grandi quantità di sangue sul pavimento della cella, un filo usato per shock elettrico e un tubo di gomma si trovavano nella cella di detenzione. Allegati.

Bastano queste poche anonime righe per riportarci dentro una guerra troppo spesso racontata a distanza di sicurezza, quanti articoli che abbiamo letto su questo conflitto ci hanno reso l’idea di quello che stava succedento in così poche parole? Ironia della sorte a riportarci ‘dentro’ questa guerra è chi in quei luoghi non c’è mai stato. Potere della rete, come giustamente fa notare il blogger Postoditacco:

Internet si è così trasformata nel campo di battaglia di una nuova zona di guerra, dove da una parte c’è un’associazione, i cui membri agiscono protetti dall’anonimato, che pubblica rapporti segreti crittografati e protetti da qualsiasi tipo di accesso esterno, mentre dall’altra ci sono soggetti governativi (non soltanto americani) che provano (finora inutilmente) a censurare (mettendo al bando la criptatura adottata da Wikileaks) e decrittografare questi documenti.

Si parla molto di etica e di trasparenza. È eticamente giusto fare rivelazioni di questo tipo in nome della trasparenza?

Una buona risposta, mi sembra, la dà Jeff Jarvis dal suo BuzzMachine che in queste settimane ha lanciato diversi post dedicati proprio al tema della trasparenza e della publicness.

L’unica soluzione per la fuga di notizie non è quindi una maggior segretezza ma una maggiore trasparenza. Se ci fidiamo del governo per decidere quello che è giusto coprire dal segreto – e una volta reso pubblico non emerge niente altro ciò che era necessario nascondere per non danneggiare il bene comune – allora le fughe di notizie posso esere considerate una chiara violazione delle nostre norme.

In un modo o un altro, siamo agli albori dell’età trasparente. Ma non sarà una transizione piacevole o semplice. I primi fatti portati alla luce del sole saranno quelli sgradevoli che qualcuno pensa sia necesario esporre. Solo quando il governo si renderà conto che la sua miglior difesa è l’apertura, vedremo la trasparenza come un bene in sé e non come un arma per esporre il male. Solo quando i governi realizzeranno che i propri cittadini adesso possono guardarli e osservarli, meglio di quanto loro stessi possono fare nei loro riguardi – potremo vedere il valore della trasparenza diventare un deterrente per i cattivi soggetti e le cattive azioni. Allora diventeremmo il grande fratello del grande fratello. O almeno possiamo sperarlo.

Una nota a margine: come molti sanno contemporaneamente al sito diretto da Julian Assange hanno deciso di pubblicare i documenti, il Guardian, Il New York Times, Der Spigel, Le Monde, (ma anche Al Jazira, la Bbc e altri canali televisivi) ma nessuna testata italiana. Diverse iniziative sono state realizzate in rete in questi giorni per approfondire e analizzare i documenti anche con l’aiuto di mappe interattive, grafici in continuo aggiornamento,  la rivista digitale Owni ha messo online una piattaforma crowdorcing per condividere e commentare i dati. Niente di simile è stato fatto da noi.

Anche questo è un elemento, non secondario,  su cui riflettere, soprattutto alla luce della classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters sans Frontiers recentemente pubblicata, che relega l’Italia al 49esimo posto. E bene ha fatto chi ha sottolineato il “silenzio assordante” nel quale è caduta la notizia qui da noi.  Nemmeno Regno Unito (19esimo posto), Stati Uniti (20esimo), Germania (17esimo) e men che mai Francia (44esimo) sono tra le primissime posizioni del Press freedom Index, ma questo non è certo un dato che ci possa rendere meno amara questa pessima figura. Anzi. Alla luce  dell’apertura e dell’attenzione  alle rivelazioni di Wikileaks comunque dimostrata in questi Paesi, abbiamo una ragione in più di preoccuparci per lo stato di salute della nostra informazione.

approfondimenti e segnalazioni:

Rassegna stampa su Wikileaks da Internazionale

Internet: dopo Wikileaks un campo di battaglia per il controllo dell’ informazione (Lsdi)

Le buone idee nascono così. Steven Johnson “illustrato” da Cognitive Media

Sono molto curioso di leggere “Where Good Ideas Come From – The Natural Story of Innovation” il nuovo libro (il quinto per la precisione) di Steven Johnson, perché il dibattito sulla capacità di creare ambienti (sociali, culturali, urbani) dove idee e creatività possano crescere liberamente, creare sviluppo e innovazione è sempre più centrale per il nostro futuro (penso, in questa direzione, ovviamente anche agli scritti di Richard Florida, o della ‘nostra’ Irene Tinagli).

In più Johnson riflette su come le nuove tecnologie e il web, e la loro capacità di moltiplicare le nostre ‘connessioni’ possano influire su questo processo. “An idea is a network” è un bel concetto e uno dei tanti spunti interessanti che Johnson ci lancia.

Il video del suo bell’intervento al TED è stato, giustamente, molto apprezzato e segnalato (ad esempio Luca De Biase lo fa qui).

Io invece suggerisco questo video che illustra (letteralmente) in sintesi il libro di Johnson. Questo mi dà anche l’occasione per dichiarare pubblicamente la mia ammirazione per Cognitive Media, lo studio inglese specializzato in visual communication, che lo ha realizzato. Se per caso ancora non conoscete il loro lavoro date subito un’occhiata (oltre che al loro sito) ai video di RSA Animate.

Segnalazioni e link [startup, social media e giornalismo]

Un modello “mobile” per i magazine

“The fact is that people are reading on their iPads, they’re reading a different way,” sulla base di questa convinzione Mark Edimston, che ha lavorato per molti anni a Newsweek, e un gruppo di giornalisti provenienti da diverse esperienze nei magazine e nel’editoria hanno progettato Nomad Edition un settimanale pensato espressamente per essere fruito solo su piattaforme mobile (smartphone, iPad, eReader). La  startup, che ha sede a New York, ha raccolto  600mila dollari e sta per lanciare una campagna abbonamenti (24 dollari per 52 settimane dopo un periodo di prova gratuita di 30 giorni). Il progetto partirà ad ottobre con gli aggiornamenti inviati agli abbonati, ogni edizione è pensata su uno ‘spazio’ di lettura di 20 o 30 minuti al massimo.

Il New York Times nelle pagine deidicate ai media ne parla qui mentre il Los Angeles Times nel suo blog Jacket Copy ne parla qui

Una piattaforma sociale e interattiva per far incontrare giornalisti, PR e imprese

Il rapporto tra giornalisti, addetti stampa e società di PR è sempre abbastanza complicato, presenta numerosi nodi ancora da sciogliere di natura etica e deontologica e, nonostante la decisa crescita dei social media nell’ ecosistema delle news, ancora molto legato a dinamiche tradizionali (in America e, ancora di più ovviamente, in Europa e in Italia) che da tempo stanno evidenziando molti limiti (conferenze stampa autocelebrative, stillicidio di email e comunicati stampa, da una parte; difficoltà ad approfondire concretamente tematiche tramite accesso a dati e informazioni, dall’altra).
NewsBasis è una startup newyorchese che ambiziosamente cerca di ridefinire la comunicazione tra giornalisti, società di PR e imprese in modalità molto più social e interattiva di quanto mai fatto fino ad oggi. La piattaforma punta molto sul design e la tecnologia per rendere più efficiente e intuitiva la ricerca dei flussi di notizie e mette a disposizione una serie di strumenti con i quali i giornalisti (anche in forma anonima) possono commentare le fonti, segnalare punti di vista diversi, chiedere ulteriori approfondimenti. Per accedere ai contenuti (o metterne di propri) basta registrasi sul sito newsbasis.com.
La startup ha finora raccolto 545mila dollari.

Il New York Times ne parla qui mentre il blog ReadWriteWeb se ne occupa qui

A ogni parola il proprio link multimediale

Apture è una startup con sede a San Francisco che si occupa di strumenti dedicati a editori e blogger per arricchire di contenuti multimediali la navigazione dei loro siti. L’azienda ha appena lanciato un’interessante applicazione, Apture highlights, che dà la possibilità (ovviamente una volta installata l’estensione nel browser) di creare link multimediali su qualsiasi pagina web solamente scorrendo il puntatore del mouse sulle parole di un testo. Il tutto senza abbandonare la pagina visto che la navigazione avviene con finestre pop-up (decisamente poco invasive). Praticamente per qualsiasi parola, anche se non linkata in origine dall’autore, è possibile dopo averla evidenziarla far apparire una finestra dove saranno presenti ricerche su Google o Wikipedia, video di YouTube o profili Twitter inerenti quella parola chiave. La startup è finanziata da un sostanzioso fondo di 4.6 milioni di dollari il cui maggior investitore è Clearstone Venture Partner.

Ne parlano entusiasti diversi blog ad esempio VentureBeat qui o TechCrunch qui

La promessa dei media sociali

Deanna Zandt, esperta di media e attivista sociale, sulla rivista progressista In These Time (sul quale Kurt Vonnegut ha pubblicato, dal 2003 al 2007, i suoi bellissimi ultimi editoriali), torna, con alcuni spunti interessanti, sull’argomento dell’utopia sociale della Rete in un articolo che è anche un’anticipazione del suo libro appena uscito negli Stati Uniti “Share This!” che porta significativamente il sottotitolo “How You Will Change the World with Social Networking” . Il web può davvero rappresentare uno strumento a servizio del cambiamento  oppure la Rete non fa altro che replicare, nella sostanza, le diseguaglianze delle strutture sociali tradizionali? Le donne, solo per fare un esempio – sottolinea la Zandt – pur essendo più della metà degli utenti attivi sui maggiori social media non sono rappresentate, nella stessa misura, nella cerchia degli esperti più influenti e accreditati del web,  nei media sociali o nei blog, e anche le minoranze etniche sembrano comunque essere messe ai margini delle opinioni che contano.

Insomma secondo la Zandt “La mancanza di una struttura istituzionale di Internet non deve essere confusa con l’uguaglianza”. Perché capita che: “quando rimuovi la struttura esplicita da un gruppo (i leader, le gerarchie, i processi) scopri che la struttura implicita è sostanzialmente basata su interessi personali, su pregiudizi e lobby di classe”.

Quindi prima Internet e poi il web e i social media rappresentano un’occasione persa per mettere in discussione vecchie gerarchie e costruire una società più giusta e libera? La loro promessa ‘ontologica’ di un web sociale e egualitario è tramontata? No, ci dice la Zandt, a patto di essere capaci quando interagiamo con gli altri di “tracciare una rotta” che sappia riconoscere i nostri pregiudizi accogliendo nella discussione anche le persone che non condividono i nostri punti stessi di vista. Sharing is daring, la condivisione è audace, scrive l’autrice con una frase che potrebbe essere la tagline del suo libro.

La tendenza ad aggregarsi intorno alle persone con idee affini alle nostre è comprensibile e umana, ma può rappresentare un pericolo quando si ha come obiettivo il cambiamento. Questo può significare non essere capaci di accogliere in ogni frangete tutte le diverse opinioni, anche quelle in opposizione alle nostre. Abbiamo bisogno invece di guardare con molta attenzione in direzione delle opinioni di chi è più coinvolto sulle questioni che stiamo discutendo e assicurarci che queste siano ascoltate. Coinvolgere ed ascoltare le persone che hanno background diversi dai nostri dà il via a un processo fondamentale per favorire il cambiamento, e ai social media dà la possibilità di mantenere molte delle loro promesse di rendere più diversi ed eterogenei i network dei quali facciamo parte.

Perchè il mondo ha bisogno di Wikileaks


A una decina di giorni dalla pubblicazione on line delle 92mila pagine riguardanti documenti riservati sull’intervento americano in Afghanistan, continuano a susseguirsi – come era facile prevedere – articoli, editoriali e servizi dei media di tutto il mondo sull’operazione messa a segno da Wikileaks. Non è certo la prima volta né che il portale faccia emergere importanti documenti segreti (cito i primi esempi che mi vengono in mente tra i tanti: quelli relativi alla gestione del campo di Guantanamo, o più recentemente quelli sull’uccisione di civili a Bagdad) né che dal Pentagono  ‘fuggano’ documenti riservati (in molti hanno ricordato lo scoop dei “Pentagon Papers” fatti trapelare da Daniel Ellsberg al New York Times nel 1971 durante la guerra del Vietnam), ma l’impatto che queste ultime rivelazioni hanno avuto sull’opinione pubblica, segna probabilmente un “prima” e un “dopo” e sotto molti aspetti: nei rapporti tra giornalisti e fonti, nella consapevolezza delle potenzialità delle nuove tecnologie nel nuovo ecosistema delle notizie e  più in generale sul rapporto tre potere e informazione.

Mi ero proposto di fare una sorta di rassegna stampa delle riflessioni che mi sembravano più interessanti, ma visto che il dibattito sulla pubblicazione dei “Afghan War Diary” è ancora tutto in divenire (anche oggi, ad esempio, è on line un interessante editoriale di Jonathan Zittrain) mi sembra più opportuno segnalare questo video registrato circa un mese fa (ad inizio di luglio) durante il TED che si è svolto in Inghilterra a Oxford, nel quale Chris Anderson  (il curatore di TED, non l’omonimo autore del famoso “The Long Tail” e direttore di Wired Usa…) intervista Julian Assange “mente” e portavoce di Wikileaks. L’intervista fatta un paio di settimane prima delle rivelazioni sulla guerra in Afghanistan è molto interessante per farsi un’idea delle modalità di lavoro dell’organizzazione e le motivazioni personali di Julian Assange.


È possibile vedere il video sottotitolato in italiano anche cliccando qui (grazie a Federica Bonaldi e Franco Sacchi che fanno parte di un nutrito gruppo di volontari che sul sito di TED sta traducendo, anche nella nostra lingua, un bel po’ di materiale).

News on a map: Ushahidi e i nuovi “testimoni” del giornalismo digitale

Raccogliere e condividere notizie e informazioni, in modo collaborativo e partecipato, utilizzando software open source e i media sociali per coinvolgere i cittadini e dare voce alla “folla”. Aggregare poi i dati in cartografie digitali interattive caratterizzate da una grande leggibilità (anche per informazioni molto complesse) e semplicità d’uso per rendere accessibili a tutti informazioni di vitale importanza per la comunità. I progetti che utilizzano applicazioni mash-up per costruire mappe crowdsourced e visualizzazioni infografiche dei dati hanno sempre più peso nel giornalismo digitale. Alla Knight Foundation lo hanno capito da tempo visto che, lo scorso mese di giugno, al News Challenge 2010 – il fondo gestito dalla Fondazione per finanziare i migliori progetti per l’innovazione nel giornalismo – una sostanziosa fetta dei 2,7 milioni di dollari messi quest’anno a disposizione dei vincitori, sono stati destinati proprio a progetti come CityTracking (400mila dollari), GoMap Riga (250mila), TileMapping (75mila) che realizzano strumenti per la visualizzazione grafica dei dati, il mapping e la geolocalizzazione delle notizie.

Non è la prima volta però che la ricca Fondazione Knight finanzia progetti di questo tipo, anzi, proprio lo scorso anno è  stato premiato il più importante: Ushahidi, nato solo tre anni fa ma già molto famoso e applicato.

Ushahidi può essere utilizzato da tutti e si basa sul software FrontlineSMS, quando un’informazione viene inviata da un computer o da un cellulare alla piattaforma l’amministratore web del sito può decidere di inviare un messaggio di testo al mittente e di verificare le informazioni, oppure inviare degli alert a un certo numero di utenti, o ancora, può pubblicare le informazioni su una mappa interattiva (la tecnologia utilizzata e GoogleMap) con informazioni sulla localizzazione degli eventi segnalati.

Nato alla fine del 2007 per monitorare e testimoniare (il suo nome significa proprio “testimone” in lingua swaili) gli scontri avvenuti dopo le elezioni presidenziali in Kenya (riuscendo così ad aggirare la censura), il progetto è stato utilizzato in molti altri eventi per costruire le crisis-mapping: come già detto ad Haiti, ma anche in occasione del terremoto in Cile, durante le elezioni in Afghanistan, e più recentemente per il disastro ecologico a largo del Golfo del Messico. Leggi l’articolo completo

Octavia’s identity

La notizia, qualche giorno fa, del licenziamento in tronco della giornalista Octavia Nasr da parte della Cnn a seguito di un messaggio (un giudizio positivo sull’Ayatollah sciita Mohammed Hussein) che la [ex] senior editor del colosso americano aveva postato sul proprio profilo di Twitter ha giustamente fatto il giro del mondo. Molte le questioni che l’episodio, anche in Rete, ha sollevato: la trasparenza, l’obiettività e l’equidistanza del giornalismo, il diritto o meno dei professionisti dell’informazione di esprimere pareri personali e le conseguenze per la loro credibilità e autorevolezza su un determinato argomento… il tutto amplificato e forse, ulteriormente distorto, dal fatto che tutta la faccenda si è consumata all’interno di uno scenario così complesso e ‘sensibile’ come quello della cronaca politica mediorientale (di cui la Nasr è considerata una delle massime esperte) con tutto quello che ne comporta. A niente sono valse scuse, rettifiche e precisazioni fatte successivamente anche sul blog personale della Nasr: la ‘leggerezza’ di un attimo, consumata nello spazio delle 140 battute di un tweet resta, per i detrattori dell’opinionista, una traccia indelebile e inappellabile che macchia la sua credibilità.

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Valigia Blu: “Cari editori, cara Fnsi, stupiteci!”

In rete si sta sviluppando un bel dibattito in merito alla decisione della Fnsi di indire uno sciopero generale per il prossimo 9 luglio. Le ragioni dell’iniziativa del sindacato della stampa – dare un segnale forte da parte dei giornalisti contro la cosiddetta legge bavaglio -  sono totalmente condivisibili ovviamente. Le modalità, lo sciopero appunto con conseguente blackout dell’informazione, per molti un po’ meno.

Protestare contro una legge che minaccia in modo così palese la libertà di stampa e la qualità dell’informazione nel nostro Paese non facendo uscire i giornali e creando volontariamente un vuoto di notizie è in effetti un discreto controsenso.

Così dai blog sono partiti appelli e proposte alternative (se c’è ancora qualcuno che pensa che dalla blogsfera vengano emessi solo dei “no” riottosi e senza idee, prego si ricreda…), in molti chiedono che lo sciopero indetto dalla Fnsi si trasformi in un’azione diversa che produca ancora più informazione su quello che sta accadendo.

Questa legge rappresenta una minaccia al già fragile stato di salute del nostra informazione, e si viene a sommare a una profonda crisi dei vecchi modelli di giornalismo (crisi, certo non solo italiana) che ne mette in discussione ruolo sociale e valori etici. L’ultimo degli errori da commettere, allora, è quello di sottovalutare la spinta dal “basso” (uso questo termine anche se non lo amo troppo) la voglia dei lettori di esserci, di partecipare al dibattito su come rendere migliore l’ecosistema delle notizie. Proprio in un momento così difficile dai cittadini arriva, ancora più forte, una richiesta di profondo rinnovamento, lo sciopero senza volerlo rischia, in questo caso,  di essere una risposta ‘vecchia’ a domande nuove.

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ExtraMedia: racconto in movimento dell’Italia al tempo della crisi

Ho più volte segnalato su questo blog progetti che uniscono freelance con diverse professionalità (giornalisti, videomaker, scrittori, fotoreporter…) accomunati dalla volontà di raccontare quelle storie che spesso vengono lasciate ai margini della cronaca, utilizzando il web non come semplice ‘contenitore’ ma come luogo d’incontro e connessione tra diversi linguaggi. Mi ha fatto particolarmente piacere scoprire che anche in Italia si sta muovendo qualcosa in questa direzione. In questi giorni l’Espresso ha messo online un bel reportage Nel paese che muore d’amianto (su una discarica di Eternit in Basilicata): lo ha realizzato Andrea Milluzzi che fa parte di un collettivo Extra Media che, appunto, sta portando avanti un progetto che unisce la voglia di raccontare la realtà sociale del nostro Paese e la consapevolezza di dover utilizzare tutte le diverse risorse che oggi le i nuovi media mettono a disposizione.

Lo segnalo molto volentieri, oltre che per la sua ottima qualità, anche perché è un ulteriore sintomo di vitalità, nonostante tutto e pur tra mille difficoltà, che il mondo dell’informazione sta dando anche da noi. Il fatto che anche una grande testata se ne sia accorta e ne abbia dato spazio non può che far piacere.

Siamo giornalisti, fotografi e scrittori e non abbiamo le risposte. D’altra parte questo gruppo di lavoro non nasce per dare risposte ma per porre nuove domande. Viaggiamo in  camper, una redazione mobile con cui aggiornare il più rapidamente possibile questo blog. Abbiamo pochi mezzi, ma un’idea molto forte di una nuova forma di  realismo digitale, o almeno così noi lo chiamiamo. Testi, foto e micro documentari. Stiamo girando il Paese alla ricerca di storie, di “casi”, per fare di questo viaggio un racconto unico, un ritratto in movimento dell’Italia al tempo della crisi.

Approfondimenti:

Extra Media

Nel paese che muore d’amianto (il reportage pubblicato dall’Espresso)

Pagina Twitter e quella di Facebook di ExtraMedia

Open mind

Che ruolo ha il lettore nel determinare la qualità e il futuro del giornalismo (e perché no, la qualità del suo futuro)? Si dibatte molto sui nuovi scenari dell’informazione e sulla crisi del giornalismo, ma quanto ‘potere’ pensiamo concretamente abbia il lettore (come persona e non semplicemente come utente/consumatore) nell’essere un soggetto attivo di questa discussione?

In molti stanno sottolineando la preoccupante frattura tra l’interesse del pubblico e il sistema delle notizie che viene proposto. È un problema centrale da molti punti vista lo si voglia guardare, di democrazia (liberare il lettore dal suo ruolo passivo), di marketing (dare risposte ai suoi reali interessi) …

Jack Fuller, non esattamente l’ultimo arrivato, giornalista di lungo corso, un premio Pulitzer in bacheca, ha pubblicato recentemente un libro che ha fatto discutere negli Usa: “What Is Happening to News: The Information Explosion and the Crisis in Journalism” che è stato anticipato in un articolo online all’interno di uno speciale “Brain Power” della Nieman Reports di Harvard (qui da noi ne hanno accennato Giuseppe Granieri sul suo BookCaffè, da sempre uno dei più attenti a cogliere le idee più stimolanti sulla Rete, e Fabio Chiusi che sul ilNichilista che ne fa un’ampia sintesi).

Cosa dice Fuller? Sostanzialmente che il mercato delle news sarà determinato dalla domanda del pubblico e che questo, se non preso in seria considerazione,  può essere un problema. “Here is the deepest and, to many serious journalists, most disturbing truth about the future of news: The audience will control it”.

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Parole e simulacri

Tony Judt è uno di quegli scrittori che difficilmente ti lasciano indifferente. Storico inglese trasferito negli Stati Uniti, insegna alla New York University. Libri, saggi, conferenze, da anni le sue riflessioni sul rapporto tra  società, linguaggio, potere e intellettuali sono considerate da molti tra le più originali e controcorrente.

Un anno e mezzo fa gli è stata diagnosticata quella terribile malattia che conosciamo con il nome di SLA (sclerosi laterale amiotrofica). Sul New York Review of Book (rivista con la quale collabora da anni) stanno uscendo, da inizio anno, una serie di articoli a firma dello storico anglo-americano, una serie di riflessioni sulla società e sull’esperienza della propria malattia. Una sorta di diario/testamento.  “Nigth” (tradotto in italiano a febbraio su Internazionale), “Food” e quello più recente “Words” online da un paio di giorni.

Qualche tempo fa (luglio 2009)  lo storico Sergio Luzzato, in un bell’articolo nel quale recensiva un apprezzato libro di Judt, faceva notare come in un’epoca nella quale  i linguaggi dominanti sono il politichese e, ancora più, l’economichese, – una sorta di esperanto, dice Luzzato, un gergo planetario, una lingua di culto “il culto contemporaneo del mercato e delle presunte sue leggi di bronzo” – si fa sempre più strada un altro linguaggio, conseguente e complementare a questi due. Un linguaggio dominato dalla paura, dall’incertezza, dalla diffidenza dell’altro. Una lingua sempre più rarefatta, reiterata, composta da termini vaghi e volutamente opachi.
Judt ci mette in guardia anche oggi. Le parole, la loro ricchezza, sono uno “spazio pubblico” nel quale esercitare i propri diritti, e dove affermare il significato di vivere insieme, persona tra le persone: “If words fall into disrepair, what will substitute? They are all we have”.

Ma quello che fa lo storico inglese non è solo un atto di accusa, la denuncia di un declino di una società che sta perdendo alcuni dei propri valori più importanti. Il paradosso che apprendiamo dagli scritti di Judt è che il senso di perdita può essere anche l’opportunità di una nuova scoperta. L’occasione, forse, per mettere a fuoco e ritrovare il senso di cose che – ci piaccia o no – stanno per mutare definitivamente. Un’esperienza drammaticamente personale, nel caso di Judt, ma anche, in un significato più ampio, la possibilità di un’azione collettiva di riappropriazione di valori più profondi. Mi sembra che l’insegnamento di questi articoli sia anche questo.

Ovviamente ne consiglio la lettura, in particolare di Words, dal quale ne riporto, tradotto da me, un brano tra i tanti, che mi ha particolarmente colpito.

L’insicurezza culturale genera il suo doppelgänger linguistico. Lo stesso vale per il progresso tecnico. Nel mondo di Facebook, MySpace, e Twitter (per non parlare degli sms), le allusioni concise sostituiscono l’esposizione articolata. Dove una volta Internet sembrava un’opportunità per la comunicazione senza restrizioni, la crescente tendenza commerciale di questo media, – “I am what I buy”- lo ha invece impoverito. I miei figli osservano che nella loro generazione, le sintesi linguistiche dei loro hardware hanno cominciato a influenzare la loro stessa comunicazione: “la gente parla come sms”.

Questo dovrebbe preoccuparci. Quando le parole perdono la loro integrità così fanno anche le idee che esse esprimono. Se privilegiamo l’espressione personale rispetto alla forma convenzionale, allora stiamo privatizzando anche il linguaggio così come abbiamo privatizzato molto altro. «Quando uso una parola», Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, «essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno». «La questione è», rispose Alice, «se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi». Alice aveva ragione: il risultato è l’anarchia.

In “La politica e il linguaggio inglese” Orwell castigava i suoi contemporanei per l’uso di un linguaggio che tende a mistificare, piuttosto che a informare. La sua critica era diretta alla malafede: la gente scrive poveramente perché cerca di dire qualcosa di non chiaro, o deliberatamente prevaricante. Il nostro problema, mi sembra, è diverso. Una prosa scadente oggi rivela insicurezza intellettuale: noi parliamo e scriviamo male perché non ci sentiamo sicuri di quello che pensiamo e siamo riluttanti ad asserirlo inequivocabilmente (“È solo la mia opinione…”). Piuttosto che soffrire l’inizio di una “nuova lingua”, rischiamo l’ascesa di una “non-lingua”.

da Words (New York Review of Book)

Approfondimenti:

The Way Things Are and How They Might Be (intervista di Kristina Božič a Tony Judt /London Review of Book)

Il testamento di Tony Judt: “Sinistra, ritrova l’orgoglio” (Alessio Altichieri sul suo blog Chelsea mia / Repubblica)

The Trials of Tony Judt (Evan R. Goldstein / Chronicle Review)

Sull’ultimo libro di Tony Judt (Mario Ricciardi / Brideshead )

Toni (NYR Blog)

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