Storytelling multimediale: il racconto giornalistico e l’evoluzione dello “snowfalling”

collage

Non è certo frequente che un reportage immediatamente dopo la sua pubblicazione sia subito considerato una pietra miliare nella storia del giornalismo. A Snow Fall è accaduto proprio questo tanto che il celebre e celebrato lavoro del New York Times, messo on line nel dicembre 2012 è diventato lo storytelling multimediale nel campo giornalistico per antonomasia: un reportage “alla Snow Fall” viene comunemente detto per definire qualsiasi “format” digitale di questo tipo.

Così in soli 12 mesi dalla sua pubblicazione una lunga serie di lavori (circa un centinaio) sono stati realizzati nel suo solco, da testate ma anche aziende che si sono ispirati a questo formato narrativo per raccontare e raccontarsi. E a dire il vero “Snow Fall” non è nemmeno stato il primo lavoro di questo genere, ad esempio è da ricordare, prima di lui The Long Strange Trip of Dock Ellis della Espn e tra i progenitori, diciamo così,  sono da ricordare anche alcuni esperimenti (ad esempio questo) fatti dalla rivista The Verge.

Va detto però che tra tanta ammirazione e meritate celebrazioni queste tipologie di storytelling hanno ricevuto anche qualche decisa critica. Ok d’accordo è difficile accontentare tutti (anche se forse è un po’ esagerato scrivere come ha fatto Choire Sicha che “Chiunque segretamente odia Snow Fall“), ma però uno sguardo ai detrattori ha comunque valore darlo perché ci aiuta a capire alcune cose: in particolare per “Snow Fall” (un vero kolossal nel suo genere per risorse economiche e di professionalità impiegate) c’è chi ha sottolineato la sua difficile “replicabilità” in altri contesti che non siano la testata giornalistica più prestigiosa al mondo.

Insomma un “lusso” produttivo per pochi. E in effetti a confermarlo è stato lo stesso Richard Berke assistant managing editor del New York Times che ha dichiarato poco dopo la pubblicazione del reportage: “Abbiamo investito troppo lavoro, tempo, persone su quel progetto. Sappiamo che è stato un successo e continuiamo ad avere nuovi visitatori ogni giorno. Ma non possiamo permetterci di puntare su quello. Sperimenteremo modelli diversi, magari più economici e meno impegnativi” (la fonte è: Perché Firestorm e Snow Fall non salveranno i giornali di Serena Danna).

E a Medium, l’ottimo progetto dedicato allo storytelling online, hanno spiegato più o meno così la loro decisione di non voler adottare questo tipo di format: scriviamo storie intorno alle 7-8mila parole, il nostro obiettivo è quello di promuovere nel web le storie estese ma è anche di rendere la vita dei lettori più facile, non è detto che se siamo in grado di fare “snowfalling” sia comunque necessario realizzarlo, obbligando il lettore a inchiodarsi per 30 o 40 minuti davanti allo schermo (ho sintetizzato brutalmente il pezzo completo lo potete leggere qui: Snowfallen Just because you can, it doesn’t mean you should)

Nonostante questi appunti la domanda è: lo storytelling “alla Snow Fall” se non a salvare i giornali contribuirà almeno a renderli migliori? Intanto c’è da dire che nonostante gli sforzi produttivi richiesti, nel 2013 il New York Times ha continuato a sfornare reportage di questo tipo: altri sette da The Jockey al davvero notevole e recentissimo Invisible Child.

Perché se costa così tanto? Primo perché questo tipo di lavori con il loro prestigio (parola impegnativa, lo so) aumentano il valore percepito del “brand” e una testata, qualunque sia, ha bisogno di valorizzarsi e affermarsi anche come marchio, oggi più che mai. Poi perché questi format promettono un forte interazione con il lettore e lunghi tempi di permanenza sul sito e aumentare il tempo medio di lettura degli utenti è un importante obiettivo per le testate online.

MA COSA VUOL DIRE “SNOWFALLING”?

wired

“Station to station” gran bel reportage di Wired (12 settimane di lavorazione) sull’artista multimediale Doug Aitken [http://www.wired.com/underwire/aitken-station-to-station/#page]

Ecco a questo punto cerco mettere insieme alcune caratteristiche tecniche di base che differenziano questa tipologia di lavori da un “normale” reportage online (magari a voi ve ne vengono in mente altre, suggerimenti come sempre ben accetti):

Longform storytelling, ovvero narrazioni giornalistiche dalla forma estesa (più di 4/5mila parole o 25/30mila battute se preferite queste come unità di misura).
Unique article design ovvero un articolo caratterizzato da layout particolare che utilizza tutta l’estensione della pagina (soprattutto per le immagini che possono sfruttare tutta la larghezza dello schermo) e si differenzia totalmente con il resto del sito d’origine (per averne un’idea ecco alcuni esempi).
Layout con scorrimento in parallasse (la speciale tecnica di “scrolling” mutuata dai video game nella quale le immagini in sottofondo si muovono più lentamente rispetto ai testi e/o altre immagini, per esser e più chiaro ecco una serie di lavori che utilizzano questa tecnica in ambiti non giornalistici).
Contenuti multimediali: oltre a testo ovviamente anche video/audio, foto e gallerie fotografiche, documenti, mappe e grafici possibilmente interattivi.

Quindi, comunque la pensiamo in merito a questo tipo di formato narrativo –ci sono due punti sui quali credo sia interessante riflettere:

Fattibilità e scalabilità: ovvero la capacità di realizzare progetti di questo tipo che possano essere “sostenibili” e replicabili con una certa continuità in una testata in modo che questi lavori non rappresentino semplicemente un reportage “da esposizione” realizzato una tantum ma qualcosa che – pur tenendo conto del tempo e delle risorse comunque necessarie a realizzarli – entri a pieno diritto nella routine del lavoro giornalistico, sapendosi evolvere e crescere.

Leggibilità: ovvero la capacità concreta di coinvolgere il lettore in un’esperienza che lo porti a utilizzare tutti i diversi strumenti messi a disposizione dal racconto (testo, immagini, video, interattività) invitandolo a penetrare e approfondire la lettura della storia nei suoi diversi snodi e non semplicemente a rimanerne ammirato e colpito dagli “effetti speciali”.

Certo, lo sappiamo, la tecnologia corre veloce: quello che in breve tempo ieri era complesso, oneroso e inaccessibile ai più diventa oggi (relativamente) semplice, disponibile e a costi molto bassi (fino allo zero) per chiunque voglia farne uso. Snow Fall per tutti insomma come scrive Mario Tedeschini Lalli in un suo pezzo dove elenca una serie di preziosissimi strumenti – come Scrollkit, Shorthand e molti altri - per costruire la propria multimedia storytelling qualunque sia il budget.

Ovviamente per realizzare un certo tipo di lavori continuano a servire competenze (e in molte aree distinte), tempo e risorse, ma se si hanno un po’ meno ambizioni e voglia di imparare con questi strumenti si possono comunque fare cose dignitosissime. È quindi logico pensare che questo tipo di competenze possano sempre più diffondersi rendendo, a livello produttivo, sempre più accessibili lavori tecnologicamente evoluti.

“NSA FILES: DECODED” IL PUNTO DI SVOLTA NsaFiles

Alcune cose importanti sul (possibile) futuro di questo “genere” di narrazione, ce le dice uno dei lavori più recenti e apprezzati: Nsa File: Decoded, il reportage pubblicato dal Guardian sull’impatto nell’opinione pubblica delle rivelazioni di Edward Snowden. Ne sottolineo un paio:

Come fa notare in un articolo Mario García (una vera autorità in materia) che ha scritto questo articolo entusiasta The Guardian: elevating multimedia storytelling: «il reportage del Guardian sui file NSA, mi dice qualcosa che è esattamente quello che cerco di enfatizzare nei miei laboratori di narrazione multimediale: fin dall’inizio la storia è vista come un lavoro digitale». Insomma il reportage  è “digital native” e non potrebbe essere replicato in nessun altro formato. «La cosa più importante per me nella narrazione multimediale è quella di scegliere la forma, il formato e la lunghezza che meglio racconta la storia» leggiamo ancora nel pezzo in una dichiarazione di Bob Sacha uno dei responsabili del progetto.

Un secondo elemento che lo caratterizza è il tema trattato. Negli altri lavori – da “Snow Fall” in poi – la scelta del soggetto del reportage è quasi sempre caduto su temi che guardavano al passato remoto e comunque “periferici” rispetto all’attualità della cronaca: vecchie imprese sportive, eventi “eroici” ormai dimenticati. Il “come” si narrava diventava, in quei casi, quasi più importante di “cosa” si stava narrando: ma nel lavoro del Guardian il tema affrontato è il fatto di cronaca più importante dell’anno, il primo (o uno dei primi) nell’agenda di tutte le maggiori testate giornalistiche.

È un punto di svolta: alla base di tutto c’è infatti una massa enorme dati e documenti, elementi che sembrano essere l’antitesi del materiale ideale (empatia, emozione) per una buon storytelling. Ma la sfida è proprio questa: far capire al lettore come e perché quella massa imponente di file siano importanti, anche per lui: “What the revelation mean for you” è significativamente il sottotitolo del reportage.

Insomma in questo caso si potrebbe quasi dire che sono le caratteristiche del soggetto ad aver “chiesto” un metodo di racconto più evoluto capace di raccontare la complessità rendendola chiara e interessante. Una serie di elementi che era difficile comunicare efficacemente in modo diverso, questo tipo di storytelling diventa “la” soluzione a un preciso problema narrativo e non semplicemente “una” delle opzioni.

Un altro aspetto da notare è il “peso” della parte di testo: in “Snow Fall” la parte scritta è circa di 16mila parole (divisa in sei capitoli) e nell’ultimo lavoro del New York Times “Invisible Child il testo dei cinque capitoli è complessivamente di circa 30mila parole ma invece in “Nsa File Decoded” si riduce a solo 4mila parole (per il solo testo principale).

Una scelta, quella dello staff multimediale del Guardian, che privilegia la narrazione per mezzo di contenuti grafici e video su quelli di testo quasi in antitesi con l’idea alla base di molti lavori di questo filone (ad esempio in “Snow Fall”) che invece mettono al centro il reportage “classico” prevalentemente testuale e poi lo arricchiscono con elementi multimediali e interattivi. Insomma due scuole di pensiero, due scelte stilistiche ben differenziate: nella prima si cerca di trovare un linguaggio “nativo” del web nel secondo si cerca di trasferire nell’online l’esperienza di lettura dei grandi magazine di carta.

L’ESEMPIO DI “SEA CHANGE”: IL REPORTAGE DIVENTA UN’APP seachange

Segnalo infine un altro lavoro molto apprezzato ma forse meno noto rispetto a quelli citati fino adesso: Sea Change del Seattle Times. È un reportage ambientale che tratta dell’acidificazione degli oceani e delle conseguenze che ne derivano per l’ambiente e per l’uomo. In parte finanziato dal Pulitzer Center (che ha permesso al team di girare per tutto il Pacifico per raccogliere dati, testimonianze e fotografie). Ne parlo perché mi sembra interessante principalmente per due motivi:

La struttura relativamente “semplice”, molto di più rispetto a “Snow Fall” e “Nsa Files: Decoded”, ma comunque efficace a dimostrazione si può lavorare anche con strutture meno complesse e ottenere comunque ottimi risultati. La scusa che questo tipo di lavori non può essere realizzato da molte redazioni perché troppo complessi è in molti casi, appunto, una scusa.

Il reportage non si conclude con un unico lavoroone shot”, ma è tenuto vivo in un unico “luogo” dove nel tempo vengono aggregati i vari aggiornamenti (nuovi elementi di testo, video, mappe o commenti dei lettori) che sono assemblati tra loro ma possono essere seguiti anche singolarmente. Una semplice barra in alto, niente di rivoluzionario ma molto efficace, ci segnala e aggrega gli “update”, i commenti, i video e le mappe. In questo modo ogni nuovo elemento che aggiorna il racconto può essere aggiunto e integrato senza “amnesie” (senza cioè dover ripartire daccapo ogni volta che si parla di quell’argomento).

È un aspetto che può aprire prospettive tutte nuove nel racconto giornalistico perché ad esempio, come fa notare ancora Mario Tedeschini Lalli nel suo blog  «i “racconti multimediali” escono dagli schemi classici del sito web. Sono probabilmente destinati a nuovi prodotti digitali, per esempio sotto forma di applicazioni». Un elemento interessante, molti reportage infatti trattano argomenti che non si esauriscono in poco tempo, ma continuano a crescere e aggiornarsi continuamente. La risposta può essere proprio quella di avere un unico luogo dove tenere assieme e in vita i diversi contenuti invece che disperderli in tanti articoli (messi insieme al massimo da qualche tag). Un nuovo modo di scrivere e pensare il reportage insomma. E se questo non è un modo per migliorare i giornali online mi sembra che ci vada davvero molto vicino.

bonus: ho realizzato una lista di lavori “alla Snow Fall” aggiornata ad oggi la trovate su questo link (Google docs) che ho riordinato, aggiornato e corretto avendo come base quest’altra lista realizzata da Bobbie Johnson (che ringrazio).

altre fonti e approfondimenti:

					

Paywall, giornali e lettori (appunti sparsi)

paywallOpen journalism e paywall: li avevamo pensati come separati da una linea di demarcazione netta e definitiva. Da una parte il Guardian e gli altri sostenitori di un giornalismo “aperto” che gioca la sua scommessa puntando sulla cultura “open” e sull’idea di un web partecipato, dall’altra Murdoch e gli editori che per rimediare a quella che loro considerano la grande scelleratezza di Internet – i contenuti gratuiti per tutti – innalzano mura intorno ai propri giornali facendo entrare solo ed esclusivamente i lettori disposti a pagare.

Due strategie editoriali contrapposte e antitetiche. La trasformazione verso una nuova idea di giornalismo contro il vecchio modello di business portato a forza nell’era digitale. O da una parte o dall’altra. Però spesso le cose non sono mai così nette e definite.

Questo scenario è cominciato a cambiare già nel marzo del 2011 quando il New York Times ha adottato il suo paywall “poroso” (definito così perché dà al lettore la possibilità di accedere liberamente per un certo numero di articoli e quindi, in una certa misura, permette l’interazione e la condivisione attraverso i social). Una scelta molto criticata all’inizio ma che poi, risultati alla mano, ha convinto più di uno scettico. Quella del New York Times è stata insomma una sorta di terza via, una scelta che non ha frenato né l’engagement con il lettore né tanto meno lo sperimentare nuove idee.

Poi in queste settimane la notizia che John Paton ceo di Digital First Media, uno dei più convinti e agguerriti sostenitori del giornalismo aperto e delle politiche editoriali votate alla partecipazione dei lettori, ha deciso di adottare un paywall per tutte le sue testate (in totale 75 visto che il suo è uno dei gruppi editoriali più importanti degli Stati Uniti). Paton si è affrettato a precisare “gli abbonamenti digitali a pagamento non sono una strategia a lungo termine. Nella migliore delle ipotesi, sono una tattica di breve periodo” ma però “Abbiamo bisogno di più benzina nel serbatoio se vogliamo andare a completare questo nostro percorso di trasformazione da stampa a digitale”.

Quindi secondo il management del network di quotidiani locali una tattica per arginare un periodo economicamente complicato per molti (e sicuramente anche per Digital First Media visto che già nel 2011 per un ramo significativo del gruppo, il Journal Register, si era dovuto dichiarare fallimento).

Un fatto è però che la percentuale di giornali che stanno adottando un qualche tipo di paywall è in aumento (oltre il 4o% negli Usa), e c’è chi è convinto che anche il baluardo dell’open journalism, il Guardian, farebbe bene ad utilizzarne uno al più presto: è di questa opinione un esperto del calibro di David Carr ad esempio (un opinione a dire il vero non condivisa da tutti, come dimostra la lunga discussione generata da questo tweet del direttore del Guardian Alan Rusbridger).

Domanda: i “muri” sono solo una soluzione di emergenza sulla quale ripiegare obtorto collo in un periodo di recessione opure sono ormai diventati una strategia – comunque la si pensi – da adottare al meglio? “Una strategia di abbonamento All-Access [la tipologia di paywall scelta da Digital First Media che permette al lettore di accedere a tutti i tipi di formati, carta compresa, con un unico abbonamento] è un’altra delle tante tattiche necessarie per questo necessario cammino di trasformazione. E, per essere sicuri, ci accingiamo a fare tutto quello che serve per far sì che la trasformazione avvenga” si legge ancora in un passaggio della lettera di Paton ai suoi redattori (pubblicata anche nel suo blog, The subscription project: an update).

Forse. Ma uno dei più attenti osservatori dell’evoluzione dei modelli di business dell’informazione come Ken Doctor (che sull’argomento sta scrivendo le cose più interessanti) non ha mancato di commentare: “Sì, i paywall sono solo una parte del nuovo modello di notizie che sta evolvendosi, ma una parte essenziale. Perfino il digital first John Paton è d’accordo”.

Oggi la prospettiva sembra cambiare nuovamente: i paywall (chiamiamo così qualsiasi forma di acquisto di contenuti digitali) non sono solo e semplicemente l’emblema di una vecchia cultura incapace di rinnovarsi. Ovviamente non stiamo parlando dei paywall “totali” (quello del Times londinese ad esempio e di altre testate di proprietà Murdoch dove se non paghi non vai oltre la home page) ma di una nuova generazione di paywall con approcci diversi che infatti molti già da un po’ di tempo chiamano paywall 2.0. Scrive ancora Doctor in un articolo per la sua rubrica Newsonomics:

«Se il 2011-13 sono stati gli anni del paywall 1.0, il 2.0 è adesso dietro l’angolo. Il New York Times lancerà in primavera nuovi prodotti digitali a pagamento, e altri grandi editori mi dicono che stanno preparandosi per mettere i loro più importanti prodotti a pagamento. Si estraggono ed elaborano i dati, si valuta la tipologia di consumatore e le sue preferenze, e si comincia a testare il prezzo. Se l’abbonamento di base funziona, ci saranno nuovi modi per vendere prodotti di nicchia così come le singole copie dei prodotti digitali. La differenziazione tra la prima generazione di paywall e quella nuova degli abbonamenti “All-Access” è l’elemento sul quale per il biennio 2014-16 tutti pronosticano maggiori revenue prodotte direttamente dai lettori. La grande domanda è: quanto di più?».

E sì, la grande domanda che si pone Ken Doctor sarà sicuramente una delle questioni da seguire per il prossimo anno: quanto per i giornali la quota di utili proveniente direttamente dai lettori potrà aumentare. In questo senso molto dipenderà da quanto i giornali, gli editori e le redazioni sapranno coinvolgere il lettore e fargli concretamente percepire valore aggiunto per quei contenuti. Altrimenti anche il paywall 2.0 sarà vissuto, sempre e comunque, come una barriera dalla quale tenersi a distanza. L’interazione con la community sarà anche sotto questo aspetto, fondamentale per far funzionare davvero questo tipo di finanziamento.

Ma è un fatto che la quota parte di revenue che proviene dagli utenti negli Stati Uniti sta aumentando. I numeri (la fonte è ancora Ken Doctor) dicono che i ricavi dei giornali sono per l’80% realizzati grazie agli inserzionisti e per il 20% grazie ai lettori (parliamo ovviamente sia di carta che di digitale), ma per la fine del 2013 questa seconda quota toccherà il 30%. Al New York Times il “peso” dei lettori nel fatturato ha già raggiunto il 56% ( solo dal digitale i nuovi lettori hanno portato 150 milioni di dollari ogni anno dall’adozione dei paywall) e c’è chi è convinto che entro il 2017 questa quota per molti altri grandi quotidiani americani potrebbe assestarsi intorno al 45% (non tutti possono essere il NYT, ovvio). Questo principalmente a causa della caduta libera degli investimenti pubblicitari, ma anche perché effettivamente queste nuove forme di abbonamento cominciano a funzionare.

Quindi vuol dire che i giornali grazie ai paywall saranno finanziati sempre più direttamente dagli utenti e sempre meno dai grandi investitori pubblicitari? Se così fosse un un bel po’ di cose potrebbero cambiare, come sostiene Ken Doctor facendo”pesare” di più i lettori e rendendo così le redazioni più indipendenti dai grandi inserzionisti. Almeno in teoria. Perché su questi aspetti ancora tutti navigano a vista e le variabili sono così tante da dover spesso rivedere molte previsioni.

“Un modello basato sui paywall può influenzare il tuo giornalismo”, ammonisce Mathew Ingram in un suo articolo commentando alcune scelte editoriali fatte dall’agenzia Bloomberg (pubblicare in Cina solo notizie finanziarie dopo che molti funzionari di quel paese hanno annullato abbonamenti per articoli politici poco graditi). Ingram ha poi rilanciato la sua idea in un tweet: “Tesi: ciò che sta succedendo a Bloomberg è la logica conseguenza di un modello basato su paywall”. Pronta risposta di John Gapper del Financial Times: “Tesi interessante però la logica del free implica anche le logiche perverse dei contenuti supportati da click (e tutto quello che ne consegue)”.

E già, perché il modello totalmente free non è solo quello ammirato da tutti del Guardian, ma anche quelli che prevedono enormi masse di contenuti buttati online solo per fare traffico, quelli della quantità prima della qualità: dei blog messi lì dalle testate in quantità industriali solo per fare pageview, del gossip assunto a dignità di cronaca, dei colonnini morbosi eccetera, eccetera. E i paywall invece? I nuovi prodotti “premium” che molte grandi testate stanno progettando convinceranno i lettori a pagare per un giornalismo di qualità? Bella scommessa.

Insomma la logica “o da una parte o dall’altra” non ha più senso (se mai ne ha avuto uno). Il sistema non è “binario” ma vuole una serie di intersezioni e incroci. Così cercare un percorso “sostenibile” e realmente innovativo, in questo periodo di transizione da un modello a “qualcos’altro”, può voler dire essere capaci di far convivere elementi molto diversi e apparentemente antitetici. O se preferiamo dirla diversamente, essere capaci di qualche compromesso.

Bonus track: sul tema continuano a essere pubblicati articoli molto interessanti, ne segnalo due quello di Steve Outing che fa alcune ipotesi di possibili sviluppi futuri: Paywalls in my back yard: A forecast for newspaper business models Paga, poi leggi. Paywall a confronto dell’Osservatorio europeo sul giornalismo che fa un’utilissima classificazione delle molte tipologie dei sistemi di pagamento dei contenuti digitali fino ad oggi utilizzati.

Il giornalismo delle cinque “C” e qualche sfida aperta per l’informazione digitale

change«Per il giornalismo il percorso verso il digitale non rappresenta solo un “upgrade”, un semplice aggiornamento tecnologico, ma una trasformazione completa nel suo stesso modo di essere concepito e realizzato»: traduco così il bel titolo di un articolo firmato Mathew Ingram che parla del lungo elogio dell’open journalism che Katharine Viner del Guardian ha fatto recentemente in un suo speech.

La frase/titolo è perfetta per sintetizzare anche un approccio (una filosofia) che può ben rappresentare il lavoro che molti stanno facendo nel campo giornalistico in questo periodo di transizione (al Guardian ma non solo ovviamente).

C’è insomma chi pensa che questo passaggio non si possa realizzare “semplicemente” con una ottimizzazione (o poco più) di quello che fino ad oggi è stato fatto per adattarlo poi ai nuovi formati. C’è chi ribadisce che in questa transizione, già ampiamente in atto peraltro, sia necessario fare molto di più, rimettere in gioco quasi tutto e ripensare molti dei parametri con i quali si è fatto giornalismo fino ad oggi: approcci, idee, attori coinvolti, non ultimo lo stesso processo produttivo.

Ovvero come dice la stessa Viner in un passaggio fondamentale del suo intervento The rise of the reader: journalism in the age of the open web:

«Digitale non vuol dire adeguare il tuo articolo al web. Si tratta fondamentalmente di ridisegnare la relazione tra noi giornalisti e il nostro pubblico, cosa pensiamo dei nostri lettori, come percepiamo il nostro ruolo nella società, il nostro status».

Quindi la transizione non si realizza soltanto passando dal formato carta a quello digitale, perché l’utilizzo delle piattaforme digitali non può significare fare “più o meno” le stesse cose che sempre fatto e alla fine del processo premere il bottone “online” invece di quello “stampa”. Il digitale non è quindi, di per sé, nemmeno indice di reale cambiamento perché c’è ancora molta difficoltà nell’immaginarsi qualcosa di diverso e gli “oggetti” con i quali ci si misura oggi nel web spesso sono sempre gli stessi: l’articolo tradizionale, l’inseguimento delle breaking news dando voce sempre alle stesse fonti. Eppure i nuovi formati dovrebbero essere (anche) una straordinaria occasione per raccontare storie diverse con modalità diverse.

E non è detto che nel ripensare debba essere buttato via tutto. Anzi. Molto esperienze ci dicono che proprio questo approccio è un ottima occasione per i giornali per riappropriarsi di cose (molto importanti) perse per strada in questi ultimi anni: ad esempio il rapporto più stretto e proficuo con i propri lettori. Da noi in Italia su questo argomento ne ha scritto spesso e bene Mario Tedeschini Lalli, rimando alla lettura in particolare del suo articolo: Il digitale è una cultura, non una tecnica: il giornalismo e le dieci leggi dell’universo digitale.

CINQUE SFIDE PER IL GIORNALISMO DIGITALE

Qualche settimana fa ho salvato nel mio deliciuos questo articolo che Josh Sterns ha postato nel suo blog Groundswell, sempre molto interessante da seguire: From Journalism’s Five W’s to Journalism’s Five C’s , dal giornalismo delle cinque W a quello delle cinque C. E quelle “C” si riferiscono a: contesto, conversazione, cura, comunità e collaborazione, che secondo Josh oggi nei nuovi contesti, ogni redazione deve tenere di conto nell’attività di newsgathering  (la selezione e la verifica delle notizie). Intendiamoci, ovviamente le cinque “doppievù” restano un caposaldo (ci mancherebbe) e Sterns lo precisa subito. Il suo elenco però, mi sembra, mette in risalto anche obiettivi che rappresentano cinque sfide fondamentali sulle quali misurare concretamente quanto il giornalismo possa essere fattore di cambiamento nel modo di fare informazione nel futuro oggi (ed è la vera ragione per la quale lo metto qui a conclusione di questi appunti sparsi).

Come al solito traduco, sintetizzo e mi prendo qualche libertà di aggiungere qualcosa (per il resto vi consiglio la lettura dell’articolo originale):

Contesto: Il web dovrebbe essere prima di ogni altra cosa un portentoso strumento per aiutarci a dare un senso al mondo, per capire meglio i tempi e i luoghi nei quali viviamo. Ma le notizie si frammentano sempre più e il ritmo dai continui aggiornamenti richiesti dall’online ci portano a consumare le notizie senza contesto. Abbiamo un mare di aggiornamenti ma ancora poca connessione capace di darci una visione più ampia di ogni singola notizia.

Conversazione: Il web dovrebbe essere una nuova piazza digitale, ma sappiamo tutti che la maggior parte delle sezioni di commento sono terre desolate di abusi e spam, e quando le conversazioni diventano interessanti troppo spesso risultano essere ingabbiate in “silos” nelle singole piattaforme private (Facebook, Twitter eccetera) senza creare reciprocità. Serve curare queste conversazioni e riuscire a darne valore sia per le redazioni che per i lettori.

Cura (dei contenuti): Il flusso continuo di informazioni è una sfida per chi le notizie le consuma ma è anche un’opportunità per le redazioni che possono rafforzare il loro ruolo di curatori degni di fiducia per l’accuratezza che mettono nel vagliare, verificare e tessere insieme le informazioni più interessanti a disposizione.

Comunità: Per decenni, molti giornali hanno goduto della loro posizione pressoché monopolistica a livello cittadino, garantendogli sostanziose entrate dalla pubblicità. E questo li ha portati a preoccuparsi molto poco della loro comunità di riferimento. Una realtà alla quale molte redazioni devono ancora adattarsi e capire come coinvolgere davvero le comunità dei lettori che oggi, tra l’altro, hanno un ruolo sempre più attivo nel raccogliere le notizie.

Collaborazione: Per come oggi la notizia si è strutturata la collaborazione tra giornalisti, redazioni e cittadini è sempre più un elemento critico. Riduzione dei budget e tagli del personale complicano ancora di più il quadro. Questo ha portato molte redazioni piccole e grandi a collaborare con startup innovative (qui ovviamente Josh parla della realtà americana, cosa molto meno vera per noi in Italia). Queste collaborazioni non sono in merito ai soldi e alle risorse ma anche, con l’aiuto di nuove piattaforme, nel raccontare le storie in modo diverso. La sfida è quindi anche nel creare e valorizzare nuove forme di collaborazione tra tra chi a vario titolo si occupa di informazione: redazioni, giornalisti freelance, nuove professioni e non ultimi, cittadini.

Possiamo aggiungere altro?, sicuramente sì (a me vengono in mente “trasparenza” e “precisione” sì lo so non cominciano con “C”, ma chi se ne importa…) comunque, come sempre, ogni altro suggerimento è il benvenuto.miller_7

fonti e approfondimenti:

Fallimento e rinascita dei commenti online

CommentIsFreePer editori e giornalisti la gestione dei commenti agli articoli online rappresenta un vero e proprio rompicapo al quale non sono mai riusciti a dare una soluzione definitiva. Idee diametralmente opposte sulla loro reale utilità: una risorsa, no, una maledizione, uno strumento indispensabile per conversare con i lettori, macché solo una perdita di tempo. E poi ancora troppe questione aperte ancora tutte da risolvere: anonimato (si o no?), collocazione (dove li mettiamo?), gestione e organizzazione (chi modera cosa?).

Eppure assieme ai link esterni (“questi sconosciuti” mi viene da scrivere, perché poco e male utilizzati tutt’oggi dai giornali) rappresentano uno dei primissimi strumenti di reale interazione che Internet abbia realizzato. E per i giornali online uno dei primi concreti modi per diversificare gli articoli sul web da quelli di carta. Ma niente da fare: a distanza di molti anni dalla loro prima comparsa in Rete restano ancora un “oggetto” misterioso che nessuno ha ancora capito davvero bene come maneggiare (e però dopo tutto questo tempo è lecito chiedersi: è un limite di questi mezzi o di chi non è capace di usarli?)

Ma tant’è, non sorprende che per qualcuno sia giunta ora di alzare bandiera bianca di fronte a questa fabbrica di troll e tread al vetriolo e rinunciare definitivamente. Esattamente quello che hanno fatto alla rivista scientifica Popular Science che a fine settembre ha dato l’annuncio della chiusura dei commenti online: troppe polemiche, troppi attacchi frontali. Sì, d’accordo i “guastatori” sono una minoranza ma “una minoranza litigiosa che ha il potere comunque di alterare nella maggioranza dei lettori la percezione reale delle storie raccontate”.

E va bene: la conversazione continuerà su altre piattaforme e con altre modalità assicura Suzanne LaBarre la responsabile dei contenuti online della storica rivista scientifica: “Ci sono altri modi per conversare con noi: Twitter, Facebook, Google+, Pinterest, livechat, e-mail e molto altro ancora. Abbiamo in programma anche di aprire la sezione dei commenti su alcuni articoli che si prestano a una discussione intelligente e vigorosa”. Sì bene, però poi la conversazione anche in queste altre “modalità” deve avvenire e concretamente – e bisogna spenderci comunque risorse – perché usare queste piattaforme solo come megafono per promuovere i propri contenuti, come di fatto fanno la maggior parte delle testate, significa che si è solo fatto un passo indietro.

La decisione di Popular Science ha innescato molte riflessioni e il tema dei commenti online è tornato – ancora una volta – a raccogliere molti interventi e riflessioni degli addetti ai lavori (un po’ anche qui da noi) ed è la ragione per cui torno sull’argomento. Certo, su una cosa in effetti quelli di PopScience hanno perfettamente ragione: i commenti ai post ormai da tempo non sono più né l’unico e nemmeno il più diffuso canale per le discussioni in rete, che sempre più spesso nascono e si sviluppano altrove, lontano da dove il contenuto è stato generato originariamente. E questo per le testate online può essere un grosso problema (si pensi solo alla difficoltà di “tracciare” queste discussioni fatte dagli utenti sulla piattaforma più diffusa, Facebook).

commentsfailureCosì si può capire perché uno come Nick Denton, che sui meccanismi della condivisione e interazione nel web ha costruito un impero con il suo network Gawker, dei commenti agli articoli ne ha in passato decretato il fallimento, poi però nei fatti, non li ha mai abbandonati. Anzi. Da anni è in prima linea per cercare di ripensarli, ricollocarli nella gerarchia della struttura “architettonica” dei suoi portali. Proprio su di loro, grazie alla sua piattaforma Kinja (costo per il rollout 10 milioni di dollari in due anni) ha infatti realizzato una nuova idea di editing dell’articolo online e oggi li vede come uno dei fattori chiave per la crescita futura del suo network.

I suoi portali fanno oltre un  milione di commenti al mese: difficile rinunciare a cuor leggero a tanto bendidìo di dati da presentare agli uffici marketing dei tuoi inserzionisti. Al Washington Post hanno addirittura attivato da questa estate un servizio di sponsorizzazione a pagamento dei commenti nelle native ads. E in un giornale britannico il Daily Record dopo averli tolti li ha reintrodotti con successo con uno staff dedicato non solo a moderarli ma anche a stimolare il dibattito su alcuni argomenti. E poi il Guardian ne ha fatto uno dei pilastri della propria strategia editoriale digital first. Insomma i commenti non è che un valore (anche economico) non ce lo abbiano. Anzi.

ALLA RICERCA DI NUOVE STRADE 

commentiQuartz

il nuovo sistema di “annotazioni” di Quartz

commentiNYT2

I commenti vengono “curati” e aggregati per costruire una discussione nel nuovo progetto “Your Prospective” del New York Times

Così oggi, oltre al citato Denton, in molti cercano di ripensarli nel loro ruolo e nella loro collocazione per cercare di farli essere sempre meno un mero “sfogatoio” e non disperderne così il valore. Recentemente lo hanno fatto sia un colosso come il New York Times sia due startup giornalistiche come Quartz e Medium. Tutti e tre hanno sperimentato recentemente nuove collocazioni e nuove filosofie: le tre soluzioni si assomigliano abbastanza e puntano a connettere i commenti in maniera più diretta e d evidente con il testo dell’articolo.

I commenti così non sono più collocati sul fondo della pagina – da sempre buttati lì come polvere sotto il tappeto – ma sono elevati a fianco della storia raccontata. Al New York Times con “Readers’ Prospective” il tentativo è di coinvolgere il lettore con delle domande inerenti l’argomento dell’articolo e di collegare poi le risposte al testo.commentiNYTimes

A Medium prima e a Quartz poi (entrambe le testate erano partite senza) i commenti – o meglio le “annotazioni” come preferiscono chiamarle – sono stati inseriti nei singoli paragrafi. L’intenzione evidente è quella di cercare di “obbligare” il lettore, circoscrivendo la sua attenzione su un unico “blocco” di testo alla volta, a rendere più pertinente e contestualizzato il suo commento in merito a quello che effettivamente è scritto nel pezzo.

Ma la pertinenza del commento all’argomento dell’articolo è solo uno dei problemi che un moderatore si trova a dover gestire. Bene lo sa Gab Garlin, redattore del San Francisco Chronicle, che ha classificato con molta ironia ben diciotto diverse tipologie di commentatori in Taxonomy of Internet Trolls (e se volete leggere un altro “sfogo” pieno di humor di chi ha dovuto passare molto tempo a moderare e mediare leggetevi The 20 Unhappiest People You Meet In The Comments Sections Of Year-End Lists di Linda Holmes della NPR).

Così il problema, anche per il lettore, diventa trovare cose interessanti tra i commenti e tra gli input degli altri lettori in quel mare magnum di banalità e “off topic”. Questo è un punto fondamentale e forse non sempre considerato con l’attenzione dovuta (soprattutto da parte di giornalisti ed editori presi più con i “propri” problemi di gestione e moderazione).

Perché non dimentichiamoci che un buon sito di informazione dovrebbe essere giudicato non solo dalla qualità dei contenuti realizzata dai suoi giornalisti ma anche da quelli realizzati dai lettori. E dalla possibilità di interagire in modo proficuo tra le persone che lo visitano, condividendo tra di loro idee e contenuti interessanti. Che poi sono le metriche per misurare la reale capacità per una testata di saper concretamente coinvolgere la propria comunità di lettori (e le testate, non solo quelle online, hanno un disperato bisogno di coinvolgerle).

QUALCHE IDEA PER MIGLIORARLI (O ALMENO TENTARCI)

23-new-venn-comments-blog480Quindi porsi la questione della “user experience” dei commenti può essere molto utile, il giornalista e linguista Michael Erard l’ha fatto di recente con un articolo Four Ways to Improve the Culture of Commenting sulle pagine del New York Times (e di lui consiglio anche la lettura di No Comment) proponendo quattro possibili soluzioni/approcci per migliorare la cultura dei commenti (magari un po’ teorici, ma ottimi spunti). E altri due recenti interventi molto interessanti se siete in cerca di idee per migliorare la qualità dei commenti del vostro sito sono quelli di Derek Powazek (che di community engagement si occupa da un paio di decenni) nel suo blog ha pubblicato più concretamente 10 Ways Newspapers Can Improve Comments e quello del giornalista John Kroll che analizza alcuni luoghi comuni sui nostri in The case of online comments.

Consiglio la lettura dei tre articoli per esteso e giusto per dare un’idea provo a estrapolarne tre semplici idee – e aggiungerci qualcosa di mio – così giusto per dare qualche indicazione:

Fatti aiutare dalla comunità: per una moderazione user-driven. È il primo principio indicato da Erard per “Creare sistemi più solidi di moderazione generata dall’utente spiegando alle persone come vuoi che loro partecipino online anche attraverso la loro formazione e la loro gratificazione”: i commenti come spazio pubblico da gestire secondo i principi e le teorie di Elinor Ostrom (che le hanno fatto guadagnare un premio Nobel per l’economia).

Scrivi regole chiare e costruisci una buona guideline per la comunità. È uno dei dieci consigli dati da Powazek. No, non quei monoliti di testo che sembrano scritti dall’ufficio legale, poche regole chiare e scritte per farsi leggere (6-7mila battute possono essere sufficienti) evidenziando anche i vantaggi dei buoni comportamenti non solo i divieti e le cose da non fare. (Una buona linea guida della comunità è quella di Flickr e anche quella di Tumblr)

Falla diventare una priorità. È necessario spendere tempo, energie e risorse. È uno dei mantra nel community engagement che ripetiamo spesso: se cerchi di ristabilire un patto di fiducia con i tuoi lettori non puoi farlo a “tempo preso”. Il tempo manca? Sì è vero ma alla fine è una mera questione di priorità. Come editore, come giornalista devi decidere quali siano le tue priorità, scrive John Kroll, e se non si è disposti a pagare le persone a fare il lavoro necessario di moderazione dei commenti, o si smette di lamentarsi per la qualità dei commenti o si chiudono definitivamente. Ma non raccontiamoci che lo si è fatto per proteggere i lettori. Sono state decise delle priorità a livello finanziario, così come quando si è deciso di fare a meno dei correttori di bozze (quasi sempre a scapito della qualità).

IN CONCLUSIONE
Sì i commenti agli articoli non sono certo l’unico strumento di interazione
con i lettori e oggi possiamo anche pensare che esistano strumenti migliori per farlo. Ma continuare a metterli lì nel sottoscala dell’articolo non intervenendo mai a “sporcarsi le mani” con i lettori – dimostrando spesso di essere totalmente incapaci di tenere conto di qualsiasi loro segnalazione, anche se è solo per indicare un refuso – e poi giudicarli inutili o peggio dannosi è oggettivamente un controsenso.

O se vogliamo dirla più esplicitamente come fa Powazek a conclusione del suo pezzo:

“La vera ragione per cui i commenti sui siti giornali risultano stupidi non dipende dal fatto che i commentatori su internet sono stupidi, è che i redattori non stanno facendo bene il loro lavoro”.

Altre fonti e approfondimenti:

#digitfi13: Giornali, giornalisti e comunità di riferimento

Probabilmente pensare che Internet sia la sola causa del declino dei giornali è altrettanto sbagliato quanto credere che possa rappresentare, di per sé, l’unica soluzione. Serve un cambiamento culturale, nuovi paradigmi. E se la vera sfida per chi fa informazione è quella di ricostruire il rapporto con le proprie comunità di riferimento, diventa fondamentale utilizzare tutti gli strumenti (digitali e non) per moltiplicare il confronto e l’interazione. Perché non basta semplicemente dichiarare di mettere le persone al centro, bisogna farlo davvero, coinvolgendo i lettori sempre più nel processo produttivo.

Di interazione con i lettori, di community engagement legato al giornalismo ho scritto spesso in questo blog, il 16 e il 17 settembre a Digit  la rassegna dedicata al giornalismo digitale in Italia organizzata da Lsdi e Associazione Stampa Toscana ci sarà ancora occasione di parlare di questi argomenti (e di molto, molto altro). In particolare per martedì 17 settembre ho preparato la presentazione che vedete qui sopra, per il workshop che terrò a Digit su questi argomenti, e per chi ne ha voglia sarò a disposizione per approfondire insieme l’argomento e confrontarci su queste idee.

Ecco il programma dei panel di  Digit 2013 lo trovate qui, mentre il programma dei workshop è questo, l’hashtag per seguire l’evento è #digitfi13.

Mercato, media company e nuovi scenari (cosa diventeranno gli editori?)

em_mcC’è una frase molto nota tra chi si occupa di comunicazione negli (ex) nuovi scenari digitali: Every company is a media company, sintetizzata anche nell’equazione EC = MC. L’enunciato, coniato ormai qualche anno fa, è anche l’emblema del cosiddetto brand journalism e ci dice che ogni azienda, qualunque sia la sua attività, ha ormai libero accesso a tutti gli strumenti (web magazine, social media, ebook e molti altri) per poter pensare ed agire come una media company e quindi comunicare con modalità che, in passato, potevano realizzare solo le aziende del settore. E in mercati fatti di conversazioni (per citare un altro assunto storico alla base della cultura digitale) possedere questi strumenti diventa fondamentale.

Ma cosa succede se ribaltiamo la formula e la guardiamo dalla parte delle media company?  Insomma così come in generale le imprese devono imparare a pensarsi (anche) come editori, quelle editoriali devono pensarsi sempre più come imprese “tout court”? E in particolare: le aziende editoriali proprietarie di testate giornalistiche che fino ad oggi hanno venduto il loro “prodotto” confezionandolo sostanzialmente in un unico formato (il giornale, di carta o digitale che fosse) e puntando a revenue basate quasi esclusivamente sulla pubblicità, possono finalmente pensare di mettere sul mercato i propri prodotti, le proprie competenze, anche in altre forme e modalità?

Ad esempio: in merito alla recente acquisizione da parte di Jeff Bezos del Washington Post da più parti è stato indicato come uno degli elementi più interessanti dell’operazione la possibilità, da parte della storica testata, di poter puntare con decisione sull’e-commerce per tentare di ridurre il suo pesante passivo di bilancio:

«Sicuramente in prospettiva una buona fetta delle possibilità di recuperare ricavi e margini per i quotidiani è legata all’introduzione dell’e-commerce»

ha scritto a questo proposito Pier Luca Santoro, sempre tra i più attenti a cogliere gli elementi essenziali nelle strategie editoriali.

Domanda: su quali attività dovranno concentrarsi in futuro le “media company” che gestiscono i giornali per essere davvero competitive in un mercato che, mettendole sempre più in una crisi di identità (oltre che economica), sembra chiedere loro con maggiore insistenza di essere più “company” e un po’ meno “media”?

A questo proposito è interessante leggere un articolo pubblicato di recente sul sito della International News Media Association 5 ways news media companies are ahead of the revenue innovation game a firma John Newby, il pezzo è pensato principalmente per la realtà dei giornali locali americani, quindi con qualche certa differenza dalla realtà di casa nostra, ma che può comunque essere un buon punto di partenza per fare delle riflessioni sul tema.

Riporto i cinque punti suggeriti dall’articolo e aggiungo delle mie note perché comunque vorrei tornare sul tema con qualche approfondimento, per questo ogni contributo e riflessione è (come sempre) la benvenuta.

#1. e-commerce: come detto l’e-commerce viene da più parti indicato come una delle attività necessarie su cui puntare per arginare i conti in rosso che affliggono moltissime testate. Ma come? La ricetta di Newby è quella di fare leva sul valore e la fiducia che i giornali hanno acquisito nel tempo come “brand” per diventare dei soggetti credibili nel mercato dell’e-commerce all’interno delle loro comunità di riferimento (che possono essere anche molto vaste). “Non sto parlando di pubblicità, che può essere sempre fatta, parlo di un negozio virtuale dove le persone, le aziende del posto possono fare transazioni d’affari online a livello locale, nelle quali le imprese editoriali possono ottenere una percentuale di ogni transazione”.

Nota: Vendere cosa? Prodotti vicini all’attività principale, al “core business” delle testate (libri, ebook, musica, eccetera) oppure anche prodotti tecnologici, oppure qualsiasi cosa: dobbiamo immaginarci il New York Times che vende pentole o il Corsera lingerie? Ma a parte le battute, è sicuramente un tema da sviluppare per capire cosa vuol dire concretamente per un giornale intraprendere l’attività di e-commerce.

#2. Promozione eventi: una buona media list, professionisti dell’informazione per rendere efficiente qualsiasi ufficio stampa, dei bravi grafici: un giornale (che sia una grande testata o una più piccola e locale) ha già a disposizione le risorse principali per fare concorrenza a molte agenzie di comunicazione e promozione della città: “Il costo medio per pubblicizzare e promuovere eventi locali è di circa il 20-30% del bilancio dell’evento. Le media company possono farlo per niente o quasi, abbassando di molto quella quota del 20-30%, oltre a mantenere quei dollari nella comunità locale. Un vero e win-win!” sostiene entusiasta Newby. Io la farei meno facile (soprattutto sui costi, impiegare delle risorse ha comunque un costo), ma certo che dar vita a una sezione specializzata nella promozione eventi e pubbliche relazioni utilizzando già le competenze e risorse a disposizione è un’idea interessante da sviluppare.

#3. Content provider: ovvero fornire contenuti a terzi. Già alcune testate negli Usa (Huffington Post, Vice e Gawker ad esempio) hanno dato vita, impiegando propri redattori, ad unità specificatamente dedicate a fornire contenuti alle aziende per redazionali che oggi chiamiamo, nelle varie declinazioni, native advertising o contenuti sponsorizzati. Queste unità lavorano, per il momento, per creare contenuti da distribuire all’interno dei network dei loro editori, ma la fase successiva (e anche la più logica a ben vedere) potrebbe essere quella di mettere entrambi i piedi nel mercato dei content provider. “Abbiamo bisogno di pensare fuori dagli schemi e capire che ciò per cui abbiamo più talento può essere utilizzato anche da altri. Abbattere i muri tra la parte editoriale e il lato commerciale del business” dice ancora Newby.

#4. e-marketing: “Chi nella comunità ha una lista migliore, precisa e localizzata, di potenziali clienti? Le testate giornalistiche hanno bisogno di perseguire con energia tutte le strade nelle quali è possibile monetizzare una delle loro risorse più preziose”. Ovvero, se ho ben capito le intenzioni di Newby, sfruttare la rete dei propri contatti e banche dati accumulati in anni e anni di onorata cronaca economica nel proprio territorio per fornire servizi di consulenza e marketing.

#5. Investire in altre imprese commerciali: “Le media company hanno bisogno di espandersi in altri settori di attività e utilizzare le loro risorse per sviluppare nuove opportunità di business”. Dice ancora Newby portando come esempi la possibilità di mettersi – in particolari momenti e anche solo per brevi periodi – in nuovi mercati, dall’immobiliare a quello del noleggio mezzi e trasporto merci (utilizzando il parco mezzi che viene utilizzato per il trasporto dei giornali).

Personalmente trovo più interessanti le prime tre ipotesi che non le ultime due e comunque niente di assolutamente nuovo (lo sottolinea anche lo stesso Newby) ma idee da mettere in gioco per ripensarsi. Magari con l’avvertenza che sì, il pragmatismo è cosa buona (soprattutto in periodi di crisi) ma non può essere usato come uno schiacciasassi che può passare sopra ogni cosa, a cominciare dalla trasparenza (chi sta facendo cosa e perché) che è sempre più una qualità indispensabile per costruire rapporti fiduciari non solo con i lettori, con chiunque.

Manca ancora molto da aggiungere a questa lista e forse qualcosa è da togliere. Tra le cose da aggiungere mi viene in mente ad esempio la formazione professionale: anche (o forse soprattutto) proprio a quelle aziende che vogliono mettere in atto nel migliore dei modi i dettami del brand journalism.

Un’ultima considerazione: c’è il rischio per le imprese editoriali in questo processo perdano la loro identità? Se sì questo cosa comporterebbe? Un po’ di tempo fa Luca De Biase nel suo blog riflettendo proprio sulla frase che ho posto all’inizio di questo articolo si chiedeva: Ma allora, se ogni azienda è un editore, che cosa sono gli editori? La sua risposta è ancora oggi molto interessante da leggere:

«Se [gli editori] non rispondono a questa domanda, probabilmente non potranno sopravvivere come tali e si trasformeranno in altro. Se vanno dietro solo alla pubblicità, se resistono al cambiamento con i loro oggetti tradizionali, se non hanno un modo chiaro con il quale valorizzare non tanto i messaggi quanto le capacità creative dei loro autori, allora non troveranno un modo di far pagare quello che le altre aziende danno gratuitamente perché hanno un altro focus imprenditoriale. Lo scopo di un editore non è quello di ogni altra azienda. Ma solo riappropriandosi di un’identità di mestiere forte potranno dimostrarlo e farlo valere».

Il rischio è trasformarsi (troppo) in altro e allo stesso tempo il rischio è anche quello però di non sapersi rinnovare abbastanza. Il paradosso dell’innovatore che infatti lo stesso Newby cita a conclusione del suo articolo. A commento proprio del pezzo di De Biase una lettrice concludeva però il suo intervento con una frase che mi sembra la migliore chiusa, per il momento, di questi miei appunti: “la storia e l’evoluzione umana è un continuo cambiamento, per tutti, anche per gli editori [...] sopravviverà non il più forte, ma colui che saprà adattarsi meglio all’ambiente circostante”.

Circa e le nuove idee per l’informazione “mobile first”

CircaProprio nel precedente post dedicato al crowdfunding e giornalismo accennavo a David Cohn e alla sua nuova avventura a Circa la startup pensata per fare un nuovo tipo di informazione su dispositivi mobile. Guardiamo più nel dettaglio di cosa si tratta: lanciata lo scorso ottobre e ancora in fase di sviluppo la piattaforma viene presentata in giro per il mondo, a fine giugno ad esempio Cohn era a Parigi in occasione del Global Editors Network Conference. David è sicuramente molto bravo a comunicare e soprattutto a creare molta attenzione attorno a sé: in quell’occasione ad esempio firme autorevolissime come Frédéric Filoux o Mathew Ingram gli hanno dedicato molto spazio, ma in particolare segnalo una interessante intervista a firma di Ciara Byrne per Co. Labs, l’ottimo nuovo sito di Fast Company, dove emerge la filosofia alla base di questa nuova piattaforma.

Ecco, ma cosa è Circa? È un aggregatore di notizie (ma il termine per i responsabili è assolutamente limitativo) pensato a misura dei pollici dello schermo di uno smartphone (l’app è oggi disponibile solo per iPhone, ma dal prossimo autunno è annunciato l’ingresso anche nel market Android) il cui processo di selezione e cura dei contenuti è totalmente “umano” (no algoritmi, quindi).  E fino a qui niente di clamorosamente nuovo, ma guardando gli investitori, il management e lo staff coinvolto il sospetto che qualcosa di più ambizioso possa esserci viene naturale.

Per esempio: del progetto oltre a Cohn fanno parte gli altri co-fondatori Arsenio Santos, Matt Galligan , Ben Huh (sì proprio lui, l’ideatore del network Cheezburger, che ha raccolto per l’occasione 750mila dollari) e uno staff composto da una quindicina di persone nelle quali si trovano un bel po’ di professionalità di primo piano: da Adrian Holovaty – il papà di Chicago Crime Map e uno dei creatori di Django (uno dei framwork web di riferimento per sviluppo di app) – ad Anthony De Rosa che ha lasciato il ruolo di social media editor in un colosso come Reuters per imbarcarsi in questo nuovo progetto (a proposito di De Rosa: è assolutamente da leggere questa lunga intervista che ancora quelli di Fast Company gli hanno fatto proprio su questa sua nuova avventura). E in questo elenco di nomi non possono essere dimenticati quelli di David “Tumblr” Karp e Dave “Path” Morin che spiccano nell’eccellente lista di investitori del progetto.

Ecco, in attesa di vederne gli sviluppi mi sembra abbia valore riprendere, dagli articoli che ho appena citato, tre passaggi chiave che descrivono la filosofia di Circa che mette in gioco alcune idee molto interessanti e nuovi approcci (magari un po’ teorici) che sarà interessante vedere alla prova dei fatti: nuovo modo di pensare alla “forma” dell’articolo, possibilità di seguire le notizie come in un social network e scelte di utilizzare tecnologie e programmi molto innovativi. Ma procediamo con ordine:

“Atomizzazione” dell’articolo. Si parla molto (e da molto tempo) di trovare una forma specifica per le news nel formato digitale, ma di fatto la loro scrittura segue ancora la struttura dell’articolo del “vecchio” giornale di carta (titolo, incipit e sviluppo in paragrafi con opinioni immagini, dati raggruppati in un unico “corpo”, come in fondo anche questo stesso pezzo che state leggendo). L’idea alla base di Circa è quella di ripensare alla forma articolo come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi e di ridurlo nei suoi elementi fondamentali: i fatti, le statistiche, le citazioni, i contenuti media (immagini, mappe) pensandoli come singoli “atomi”. L’obiettivo è quello di costruire un formato molto più compatto e leggero  perché privo di quelle ridondanze e ripetitività tipiche dell’articolo “classico”. Il risultato dovrebbe essere quindi più facilmente (e rapidamente) consultabile per il lettore e la sua attenzione catturata da pochi elementi autonomi tra di loro.

L’idea come ricorda lo stesso Cohn non è nuova anzi, ha le sue origini in quello che affermava già nel 1997 Jeff Jarvis quando teorizzando un giornalismo “object-oriented” esortava nei suoi articoli a “pensare alle notizie nello stesso modo che i programmatori pensano il codice, o gli scienziati pensano gli atomi”.

La redazione lavora nel raccogliere articoli dalle fonti disponibili in rete, per poi scomporli negli elementi essenziali e organizzarli in un nuovo formato non aggiungendo, di proprio, opinioni o analisi: “Non stiamo facendo narrazioni. Questo non vuol dire che non vi sia alcun valore nelle narrazioni. È solo che non è lì che stiamo puntando il nostro valore” dicono a Circa.

come seguire una notizia su Circa (via Monday Note)

come seguire una notizia su Circa (via Monday Note)

Segui il flusso della notizia senza “amnesie”. Il risultato di tanta essenzialità sono per il momento una produzione di circa 40-60 notizie ogni giorno e soprattutto 70/90 aggiornamenti, perché la caratteristica più apprezzata di Circa, scrive Filloux è il modo nel quale riesce a seguire le notizie. Ovvero una volta superata la forma classica dell’articolo non sei più obbligato – di fronte a degli aggiornamenti di cui dover rendere conto ai tuoi lettori – a dover scrivere un nuovo articolo che riparta da capo per presentarli (le “news amnesia” le chiama Cohn), ma basterà collegare allo stream della storia correlata i singoli elementi che aggiornano l’informazione (un nuovo fatto o statistica o un’immagine).

Così ogni volta che si accede alla app si viene avvertiti delle ultimi aggiornamenti delle notizie che abbiamo seguito (e di cui l’applicazione ovviamente tiene traccia): “Quello che facciamo è dire ‘Ecco il fatto più recente e questa è la storia a cui appartiene’. Può darsi che quel fatto appartenga a due storie. E allora lo indirizzeremo verso tutte e due le storie”, precisa ancora Cohn.

La tecnologia è l’organizzazione delle informazioni. Ovvero gli editori online devono essere per metà delle media company e per metà delle tech company perché “Il modo in cui la tecnologia organizza l’informazione non è neutro. Il modo in cui la tecnologia viene organizzata cambia la natura stessa delle notizie”. Ricorda molto quello che dicono i responsabili di Quartz (una delle case history più interessanti del momento di cui ho già parlato): “Sappiamo che il futuro dell’informazione sarà scritto in codice”. Bene, anche a Circa sembrano decisamente su questa linea anche quando affermano che “ci siamo immaginati un GitHub per le notizie”.

Il CMS, il programma per la gestione dei contenuti è ottimizzato per le breaking news che sono la tipologia di notizie sul quale è improntata la linea editoriale e il lavoro della redazione (uno dei primi importanti banchi di prova per lo staff è stato l’attentato a Boston). E in futuro l’idea è quella di non utilizzare solo articoli altrui (“citation” nel gergo di Circa) ma anche di produrre notizie da fonti primarie.

(via readwrite)

In conclusione: non so se Circa rappresenterà davvero un punto di svolta per l’informazione online come sembra promettere uno dei claim del progetto: “news, re-imagined”. Per farlo deve ancora fare un bel po’ di strada, la sua sfida è tutta ancora da vincere. Soprattutto perché c’è da costruire una base solida di lettori più rapidamente possibile e il modello di business ha molti punti ancora da definire (per il momento niente banner o contenuti sponsorizzati che altererebbero la compattezza e pulizia del tutto. App a pagamento? “Forse in futuro, vedremo”).

In generale però è molto interessante notare come alcune delle migliori esperienze nel campo dell’informazione “mobile oriented” (oltre a Circa penso soprattutto a Quartz) stiano dimostrando che è sempre più necessario progettare rischiando nuove idee nell’organizzazione degli elementi fondamentali del lavoro giornalistico: ad esempio, nella gestione degli elementi base dell’articolo così come nell’organizzazione delle aree tematiche nei quali inserire i singoli articoli (che è qualcosa di decisamente diverso che fare semplicemente una app del proprio sito di news “carina a vedersi”). D’altronde servono scelte di campo precise e linee editoriali coerenti a queste scelte che tengano conto di approcci alla lettura completamente diversi. L’alternativa è trasferire semplicemente – tale e quale o bene che vada con qualche ottimizzazione grafica – quello che già si fa su altre piattaforme: ovvero lo stesso errore che è stato fatto in passato nel passaggio carta-online (e che per molti versi continua tutt’oggi a essere perpetrato).

altre fonti:

Crowdfunding e giornalismo: sette cose da sapere prima di realizzare una campagna di finanziamento

f8af0770f5e711e29b0322000ae80f35_7Un po’ di tempo ne è passato da quando, era la fine del 2008, per primo a David Cohn venne l’idea di associare il crowdfunding, reduce dalle formidabili performance delle campagne di Obama, al giornalismo d’inchiesta. Il risultato fu Spotus: startup seguita con un certo clamore tra gli addetti ai lavori che fece chiedere a molti: sarà il crowdfunding a salvare il giornalismo?

Ma non è stato così. O meglio, non è stato esattamente così. Se infatti è vero che l’uso del finanziamento della “folla” anche in campo giornalistico è sempre più diffuso e i casi di successo siano moltiplicati da allora, bisogna anche sottolineare come non manchino affatto segnali poco positivi sulle sue capacità di proporsi come un vero modello economico alternativo. In modo particolare per le piattaforme esclusivamente dedicate al giornalismo.

Ad esempio: Spot.us oggi sopravvive all’abbandono del suo creatore (passato a un’altra startup Circa dedicata all’informazione su mobile) e dal 2011 è stato ceduto ad American Public Media che a dicembre scorso aveva promesso investimenti per riposizionare il progetto: scorrendo il sito vediamo che, ad oggi, l’ultimo progetto “fully funded” è del 29 agosto 2012. Non certo quella rivoluzione che ci si aspettava.

Un altro segnale recente (giugno 2013) poco rassicurante in questo senso è il fatto che gli ideatori di una delle esperienze più riuscite e interessanti del crowdfunding giornalistico come Emphas.is abbiano dovuto lanciare una raccolta fondi per garantire la sopravvivenza della piattaforma, alla quale evidentemente non bastano i risultati eccellenti di questi due anni: 42 progetti finanziati per una cifra totale di circa 440mila dollari (in media poco più di 10mila dollari a progetto) per garantirle un futuro tranquillo.

In Italia si continua a utilizzare questa strada in piattaforme “generaliste” come Eppela o Produzioni dal basso, ma gli spazi esclusivamente dedicati al reporting  in questi anni (Dig-it, Spotus Italia e YouCapital) sono nati e definitivamente terminati nonostante gli ottimi propositi (l’unico in funzione è oggi, a quanto mi risulta, PubblicoBene limitato a progetti  nel territorio dell’Emilia Romagna).

Certo in campo internazionale continuano a tutt’oggi storie di folgorante successo. Ad esempio il caso del magazine online olandese De Correspondent o ancora Matter basato sul longform journalism che ha raccolto su Kickstarter  140mila dollaritutte testimonianze che questo approccio può funzionare, eccome, anche per il giornalismo di qualità. Così come nuove interessanti piattaforme dedicate al giornalismo continuano a nascere: un esempio recente è Vourno.

C’è anche da dire che pensare al crowdfunding, solo e unicamente, come a un modello di business è limitativo: è anche una strategia che mette in moto nuove relazioni e approcci tra lettori e giornalisti con implicazioni ancora tutte da valutare. Anche dal punto di vista etico come ha mostrato il recente “caso” Crackstarter (dove il celebre sito scandalistico Gawker ha chiesto al pubblico, tramite piattaforma Indiegogo, di raccogliere la somma di 200mila dollari necessaria per impossessarsi del presunto materiale “scottante” riguardante un uomo politico).

Quindi alla fine più che chiederci se il crowdfunding funziona o no per il giornalismo, è forse più utile pensare a come utilizzarlo al meglio, e chiedersi cosa un giornalista freelance o una redazione hanno bisogno di fare per mettere in piedi un progetto di finanziamento su base comunitaria che abbia qualche chance di successo.

QUALCHE CONSIDERAZIONE E UN PO’ DI CONSIGLI SU COME PROGETTARE UNA CAMPAGNA DI CROWDFUNDING GIORNALISTICO 

crowd funding

Sull’argomento più o meno recentemente sono stati pubblicati un po’ di articoli interessanti, come ad esempio 13 ways to get your journalism project crowdfunded di Laura Shin sul Poynter,  e poi ProPublica: 3 Things We Learned About Crowdfunding Journalism su Mashable e A Kickstarter tip for journalists from ProPublica: Crowdfunding is a lot of work su GigaOm, questi ultimi due sull’esperienza che la pluripremiata testata online ha fatto con un progetto avviato sulla piattaforma Kickstarter (che ha raccolto in un mese 25mila dollari). Segnalo anche questo articolo del Nieman Lab: How to make your journalism project succeed on Kickstarter.

Ecco le considerazioni e le riflessioni di questi articoli le ho messe un po’ insieme e riviste, sono per la maggior parte fatte per Kickstarter ma, ovviamente, possono valere in generale, anche se certo conoscere le caratteristiche peculiari di ogni piattaforma e utilizzarle al meglio è un punto fondamentale.

C’è una prima considerazione da fare: il giornalismo è tra le varie “discipline” che utilizzano il crowdfunding quella con meno “appeal”, per una semplice ragione, come fa notare Blair Hickman di ProPublica: “uno dei maggiori ostacoli da affrontare è il fatto che le campagne su Kickstarter funzionano meglio per i progetti concreti e definiti come un documentario, una nuova stagione di un podcast o un nuovo livello di un videogioco: i giornalisti investigativi invece di norma non sanno quale sarà il risultato finale che il loro lavoro produrrà“.

Seconda considerazione: il crowdfunding non è solo uno strumento per singoli giornalisti freelance, ma ha valore pensarlo anche per redazioni – piccole o grandi che siano – anche per le sue potenzialità di engagement con le comunità di riferimento. E anche per gruppi di freelance che si organizzano in un unico progetto.

Ecco quindi un po’ di consigli:

#1 Definire bene il progetto e presentarlo in modo chiaro e creativo. Vista la prima considerazione che abbiamo fatto è particolarmente importante per un progetto di giornalismo investigativo essere molto chiari nel comunicare il progetto. Come detto stiamo “vendendo” qualcosa che non sappiamo esattamente a quale risultato porterà, ha quindi valore spendersi anche a livello creativo (un video di presentazione è quasi obbligatorio) per dare un’idea precisa di quelle che sono le vostre motivazioni nel fare proprio quel reportage. Può sembrare la cosa più scontata, ma è lì che vi giocate il reale coinvolgimento delle persone e soprattutto dei possibili donatori.

#2 Mobilitate i vostri lettori e le vostre reti sociali. Prima di iniziare una campagna Kickstarter, è meglio avere una lunga lista di persone a cui comunicarlo. In caso contrario, a meno che non siate abbastanza fortunati che la piattaforma utilizzata metta il vostro progetto sulla propria homepage, solo in pochi sapranno che il progetto esiste. Quindi è fondamentale iniziare da una base consolidata di persone che già vi conoscono: i vostri lettori (che siate una redazione o un blogger), le comunità online e offline con le quali siete già in contatto e che già seguono e apprezzano il vostro lavoro e l’impegno in precise aree tematiche.

#3 Spendere (molto) tempo nella promozione. Bisogna dedicare parecchio tempo alla promozione progetto, bene saperlo subito. Quali sono le strategie per comunicarlo alla maggior parte dei possibili donatori? La Hickman a ProPublica ha puntato molto su social networking, email di sensibilizzazione e lanci di aggiornamento sul progetto sul sito di ProPublica e una presenza quotidiana sui vari profili nei social media. Così è molto significativo che per il suo progetto alla fine la maggioranza delle persone, quasi il 90%, sia arrivato da referres fuori dalla piattaforma Kickstarter.

Altra cosa fondamentale è elaborate una strategia di sensibilizzazione verso una serie di persone influenti a cui far conoscere prima il progetto in modo che possano eventualmente sostenerlo e condividerlo. Infine se fate parte di una redazione medio/grande pensate seriamente di dedicarvi una persona a tempo pieno. Calcolate anche per questo il costo e quanto incide sul budget totale.

#4 Pensare con cura alle ricompense per i sostenitori (e attenzione, fate bene i conti!). Le ricompense per i donatori sono una parte cruciale dei progetti di crowdfunding (soprattutto su Kickstarter che se ritiene questo aspetto poco curato può anche decidere di non approvare il progetto). A ProPubblica dice ancora la Hickman “abbiamo cercato di essere creativi ma anche di pianificare bene le ricompense da offrire per i diversi livelli di donazione. Ad esempio 25 dollari: una T-shirt, 50 dollari accesso esclusivo a podcast, 5mila dollari disponibilità a parlare in un evento di una celebrità coinvolta dal progetto”.

“Funding is just the beginning” scive il Poynter: offrite ai vostri sostenitori regolari aggiornamenti che mettano a conoscenza del processo creativo, le migliori ricompense sono quelle che fanno sentire i sostenitori parte di un progetto che hanno contribuito a rendere possibile.  Più che magliette con logo è utile pensare anche a cose come accesso al processo editoriale, aggiornamenti in tempo reale o contenuti (pubblicazioni, testi, foto, video, podcast) del reportage in esclusiva per i donatori.

Ma attenzione, fate bene i vostri conti: quanto pagate per i premi?, quanto incidono nel budget?, quanto costa la loro spedizione a ogni singolo donatore?, (e qui ci potrebbero esserci anche delle belle sorprese). Avete stanziato un extra budget per il marketing o sono una parte dei fondi raccolti sulla piattaforma che devono sostenerli? Fissare un tetto (ad esempio 10% del totale) su queste tipo di spese e verificatelo con i costi unitari moltiplicati per i donatori che pensate possano essere coinvolti (e vai di foglio Excel).

#5 Considerate bene regole finanziamento e tasse commissione. A proposito di costi, alla prima voce del bilancio per il progetto di giornalismo, è necessario tenere conto delle commissioni, che non sono uguali per tutte le piattaforme. Per esempio, Kickstarter si tiene una quota del 5% dal totale di un progetto finanziato con successo, mentre Indiegogo il 4% su progetti che fanno centro e il 9% su quelli che non lo fanno. Considerate bene anche vantaggi e svantaggi sulle regole di finanziamento per le diverse piattaforme: ad esempio quelle “tutto o niente” (come Kickstarter o Eppela) o “prendi tutto” (per saperne di più leggi qui).

#6 Valutate bene la durata della campagna
Quanti giorni far durare il progetto?, 30 o 60 o più? Scegliete una campagna abbastanza lunga per dare tempo di lanciarsi al progetto, ma abbastanza breve per dare un certo carattere di urgenza (le campagne troppo lunghe tendono a languire dicono al Poynter). Kickstarter ad esempio non permette campagne più lunghe di 60 giorni.

#7 Non dare niente per già acquisito. Ultimo consiglio: avete già rotto il ghiaccio con un progetto e vi è andata bene. Bravi. Ma attenzione: non date per scontato che le persone siano eccitate anche per la vostra seconda campagna così come si sono dimostrate per la prima. Per ogni campagna ricominciate da capo e non date niente per già acquisito, altrimenti la delusione potrebbe essere doppia.

Nota: ho parlato molto di Kickstarter, ma può essere usato dall’Italia? Sì qui e qui un po’ di informazioni su come fare.

Social media editor: qualche ipotesi per un piano di lavoro in redazione

245baa9ae1ac11e2b22122000a1fc95b_7Quando Jennifer Preston prima giornalista ad assumere il ruolo di social media editor in una grande giornale (era il 2011) annunciò, dopo solo due anni dalla sua nomina, che sarebbe tornata a fare la reporter a tempo pieno la cosa, a molti, sembrò del tutto naturale. Il ruolo aveva come obiettivo principale quello di evangelizzare i redattori del New York Times e introdurli all’uso quotidiano dei media sociali nel loro lavoro. Una volta evangelizzati, una volta digeriti da parte dei colleghi i socialcosi, il lavoro poteva dirsi concluso. Insomma già allora sembrava chiaro che per sua natura quello del social media editor fosse comunque un incarico nato con la data di scadenza.

Nonostante questo, del ruolo del social media editor – della sua funzione e della sua reale utilità – se ne torna a parlare periodicamente. Ad esempio non molto tempo fa (fine maggio), per un articolo dove Rob Fishman di BuzzFeed dove di questa figura professionale si sentenzia la morte. Sì certo, quello di decretare la morte di qualcosa – qualunque cosa – in realtà è ormai diventato un filone (un sottogenere?) giornalistico molto prolifico. L’articolo però ha avuto il pregio di suscitare e mettere in circolo un po’ di opinioni interessanti sull’argomento.

Mathew Ingram ha fatto notare che “molti social media editor non sembrano realizzare effettivamente molto – il fatto è che tutto ciò che riguarda i social media è ormai diventato centrale per quello che la maggior parte dei mezzi di comunicazione stanno facendo, avere una persona specifica dedicata a farlo sembra un anacronismo”.

E in effetti questo ruolo professionale o è davvero capace di rinnovarsi continuamente o rischia di restare solo una delle tante etichette (social media qualcosa) da appiccicare su un biglietto da visita o un résumeé. Certo nelle testate più importanti un bel po’ di passi avanti ne sono stati fatti: dall’one-man-band che deve occuparsi di tutto quello che ruota attorno ai social media a staff organizzati e con mansioni molto più articolate. Quindi per i più oggi il questa figura professionale in realtà dovrebbe essere sempre più avere il ruolo di gestire il cambiamento tenendo il passo di una tecnologia che continuamente si evolve: chi fa informazione professionale oggi deve sempre misurarsi con nuovi strumenti e nuove piattaforme, serve quindi che queste novità sappia capirle, testarle e introdurle nel miglior modo all’interno del ciclo produttivo giornalistico. Oggi, insomma il ruolo ha bisogno anche di dare strategie e non solo di gestire i problemi quotidiani.

Il senso dell’evoluzione di questo ruolo, a mio giudizio l’ha dato Meghan Peters che a Mashable è community director (ruolo per il quale dirige uno staff di quattro persone che hanno compiti relativi anche ai media sociali) in un pezzo dove sostiene che “il nostro compito maggiore è immergerci nelle ultime tecnologie per quantificare e valutare il loro possibile valore per l’organizzazione. Funzioniamo come una sorta di centro di intelligence sociale”, perché “ci sarà sempre comunque bisogno di qualcuno che stia un passo avanti agli altri a sperimentare”. Emerging media editor è, non a caso, il nuovo ruolo assunto da qualche mese al Wall Street Journal da Liz Heron figura “storica” dell’introduzione dei media sociali nelle redazioni.

Tutto vero, però è anche da tenere di conto che fuori dal ristretto cerchio delle realtà più evolute, molto comunque resta da fare per migliorare la qualità e la pratica dell’uso dei media sociali nel lavoro quotidiano di un giornale (che sia online o su carta, ovviamente).  In fondo ha ragione Daniel Victor quando sostiene che a concentrarsi sempre sul “futuro” di questo ruolo si finisce anche per essere un po’ noiosi, soprattutto se ci si avvita sempre sui massimi sistemi e non si suggerisce qualcosa di concreto:

Anche per questo è forse più utile tornare ai “fondamentali” e, al di là di tutte le belle analisi, chiedersi: cosa deve fare concretamente oggi chi si occupa di social media in una testata per essere realmente utile alla redazione? Una domanda questa che si è posta in un bell’articolo anche Mandy Jenkins interactive editor (un altro termine per dire “qualcuno che si occupa di innovazione dentro la redazione”) a Digital First Media: le sue risposte mi sembrano ottime e quindi le ho tradotte (con qualche licenza, a dire il vero) perché di fatto rappresentano anche un buon piano di lavoro. Eccole:

Sviluppa e pianifica l’uso dei social media in tutta l’organizzazione. Aiuta i membri della redazione a integrare i media sociali in tutto il ciclo del loro lavoro e ne pianifica lo sviluppo – non limitandosi a fornire uno strumento, lasciando poi che i redattori se la sbrighino da soli, ma monitora come lo utilizzano, dà suggerimenti e li incoraggia a crescere.

Gestisce la presenza social della testata, il che non vuol dire starsene tutto il giorno a smanettare su Tweetdeck, ma essere capaci di guidare il messaggio nel suo complesso.

Sviluppa tutte le azioni possibili per incrementare l’interazione tra la redazione e le comunità di riferimento. Quindi dà suggerimenti su come i vari strumenti dai social media alla cura dei contenuti, dal crowdsourcing alle fonti UGC  (user generated content) possano adattarsi a particolari piani di copertura delle notizie. Sperimenta nuovi strumenti preoccupandosi di avere sempre dei feedback concreti basati su metriche.

Riconosce e suggerisce le situazioni dove è più saggio non usare i media sociali, perché anche questa è una mansione importante  da svolgere  se sei la figura professionale che incoraggia l’uso corretto dei social media.

Agisce come una sorta di operatore del servizio clienti, sia all’interno che all’esterno della redazione. Deve essere un punto di riferimento e di ascolto per tutte le questioni e i dubbi che possono nascere attorno all’utilizzo dei media sociali: dai problemi etici ai dubbi e le preoccupazioni che possono riguardare l’autenticità di fonti UGC e, in generale, su tutto ciò che riguarda le modalità per selezionare e verificare notizie provenienti dai social network.

Costruisce e/o sviluppa una strategia  relativa ai social media per l’intera organizzazione, con una visione più ampia possibile che parta sì dalla redazione ma poi si estenda anche all’ufficio vendite e al commerciale, al marketing e al management. Lavora per avere una visione d’insieme su quello che i vari settori dell’organizzazione stanno facendo con i social media e pensa a come, tutte queste parti, possano essere messe insieme in maniera intelligente e proficua per tutti.

Fonti e approfondimenti:

Fruttero & Lucentini, il professor Marziano e una lezione su come dialogare con i propri lettori

e45b4fced66e11e2a0fd22000aa8039a_7Quando l’editore di Urania propose a Fruttero & Lucentini di istituire la più classica delle rubriche “la posta dei lettori”, anche nelle storica rivista di fantascienza che loro curavo, ai due l’idea non andò molto a genio.

Probabilmente per sterzare le pressioni dell’editore e accontentarlo in qualche maniera F&L pensarono a qualcosa di apparentemente simile, ma in realtà molto diverso: “inventammo allora una ‘rubrica scolastica’ proponendo esercizi di scrittura in prosa, in versi nonché di traduzione” racconterà Fruttero molti anni dopo.

L’idea che per molti versi poteva sembrare appunto “scolastica” e didascalica in mano ai due diviene un piccolo capolavoro sul come parlare ai propri lettori e sapersi relazionare con la comunità di riferimento in modo proficuo e maturo.

Parte di quelle lezioni sono raccolte – assieme a molto altro materiale – in quello  splendido libro che è I ferri del mestiere (edito da Einaudi e ristampato nel febbraio 2013). In particolare quelle sulla traduzione dove il “compito” assegnato è semplicemente una frase tratta da un racconto dello scrittore Theodore Sturgeon: Lucentini alias “professor Marziano” gioca, si diverte ma non si risparmia (ha parole per molti dei 128 lavori arrivati in redazione).

E soprattutto fa una precisa scelta di campo: avrebbe potuto molto più comodamente – e  sicuramente con molto meno dispendio di energie – elargire come molti altri al suo posto solo qualche spicciolo di sapienza, parlare di massimi sistemi o cucirsi addosso il ruolo di Grande Dispensatore di Verità Assolute. E invece:

«Direi che questo della correzione minuziosa e ragionata di molte traduzioni d’un singolo testo è l’unico sistema per avviare realmente qualcuno al mestiere di traduttore (mentre, direi anche, i grandi concetti, i grandi pensamenti […] servono solo ad accrescere la già fittissima schiera dei presuntuosi, dei confusionari, degli incapaci)».

Lucentini vuole insomma dare concretamente degli strumenti. Far comprendere al lettore cosa realmente voglia dire lavorare su un testo in modo professionale. Facendo capire che non esistono particolari trascurabili (a un certo punto fa notare che anche i puntini di sospensione vanno “tradotti”) perché il testo che traduciamo poi passerà in mano a impaginatori, grafici e altre figure professionali che hanno bisogno di rispetto e quindi di precisione e coerenza.

Sono delle pagine meravigliose,  una volta incontrate e assimilate cambieranno per sempre a noi lettori il modo di  giudicare un testo tradotto. Ci sono delle perle che possono essere applicate non solo alla difficile professione della traduzione ma, estendendone il concetto, alla scrittura in generale. Un esempio? Ecco la prima regola dettata da Lucentini:

«Per tradurre un qualsiasi testo, applicate pure qualsiasi criterio vi piaccia. Non è affatto vero che certi testi debbano essere necessariamente tradotti in un modo, e certi altri in un altro. Non esiste, in questo campo, alcuna regola a priori. Ma ne esiste una, ferrea, a posteriori: quale che sia il criterio scelto, esso va applicato fino alla fine. Se, a un certo punto, non vi riesce più di applicarlo, vuol dire che – adatto o no al testo – il criterio in questione era inadatto per voi».

q40_m05fruttero-lucentini

Ma al di là di questo c’è un aspetto che qui voglio sottolineare. A un cero punto, circa a metà della lezione, Lucentini fa una precisazione: questa volta non sul come tradurre bene un testo, ma su come una redazione dovrebbe pensare e impostare il proprio lavoro in relazione alla comunità dei lettori alla quale si rivolge. Ecco leggiamo:

«Il solo guaio è, m’avverte il signor Preside, che queste mie prediche, venendo da questo pulpito, potranno anche costituire nelle mani dei lettori una terribile arma contro di noi, cioè contro le traduzioni pubblicate da Urania: dove ai caffè può accadere di essere sorbiti, e alla gente di recarsi, ma il signor Preside, dopo qualche notte insonne, ha finito per darmi via libera proprio perché preferisce che queste critiche tutti i lettori siano in grado di farle da sé, e (a differenza di tanti paludati recensori) di farle bene: nella convinzione che il notevolissimo sforzo già fatto da Urania per migliorare il livello generale delle traduzioni risulterà tanto più chiaro quanto più il pubblico, nel suo insieme, s’abituerà non solo a riconoscere particolari errori o trascuratezze, ma anche a istituire… particolari confronti».

Il signor Preside è l’editore e “sorbire” e “recarsi” due termini che Lucentini nei suoi commenti raccomanda ai lettori di non utilizzare mai, perché fintamente forbiti e distanti dal linguaggio parlato. Ma quello che è da notare oggi è l’idea che quel salire in cattedra, seppur con immensa ironia (ma anche immensa professionalità e competenza), possa in qualche modo mettere in difficoltà la rivista perché nei testi pubblicati – nonostante le indicazioni precise dei propri curatori – “ai caffè può accadere di essere sorbiti, e alla gente di recarsi”.

Insomma se ai lettori metti in mano quella “terribile arma” che sono gli strumenti per capire la qualità di un lavoro (di traduzione, ma il principio vale per tutto: editing, scrittura), poi quegli stessi strumenti – i lettori – li useranno anche per giudicare il tuo lavoro. Il rischio è quindi di un effetto boomerang.

Ma Lucentini ribalta completamente il concetto: no, è proprio spendendosi per mettere in mano ai lettori questi strumenti che la rivista svolge il proprio ruolo. E se ci esponiamo al dileggio dei “soliti criticoni” pazienza. Fa parte del gioco.

Ma è nel preoccuparsi di far crescere la consapevolezza di cosa sia il tuo lavoro, spendendosi al massimo nel condividere i ferri del tuo mestiere, nel prendere per mano i lettori con esempi concreti e suggerire l’importanza fondamentale di alcuni particolari e di alcune sfumature apprese in anni e anni di onorata professione sul campo – e aprendoti poi al dialogo con loro – che la rivista può migliorare.

Non è un punto di debolezza ma di forza. È il vero senso, l’obiettivo dell’interagire con i tuoi lettori. Perché interazione è anche preoccuparsi di dare loro strumenti concreti che li aiutino a valutare per conto proprio la qualità del tuo lavoro.

una copertina di Urania degli anni '60

una copertina di Urania degli anni ’60

In questo blog ho parlato spesso di politiche di interazione, di “community engagement” legato all’editoria e all’informazione, mettendo in evidenza una caratteristica che lega i buoni esempi che ho descritto: l’interazione è una strada a due vie, sempre. E la prima motivazione per farla è l’essere convinti che questo dialogo che si instaura con i lettori ha, come primo effetto, quello di migliorare la qualità del proprio lavoro. Marketing e promozione dei propri “prodotti” sono elementi fondamentali ma vengono dopo e, se si è lavorato bene, di conseguenza.

Per questo la “lezione” di community engagement di oltre cinquanta anni fa (non l’ho ancora scritto?, era il 1964  1962) della premiata ditta Fruttero & Lucentini è a mio modo di vedere comunque da manuale. Sì lo so, è stata realizzata in un contesto molto particolare come la rivista Urania e molti scenari sono cambiati da allora (oggi più complessi, più complicati). Eppure sì ancora oggi ci segnala una strada importante da seguire.

approfondimenti:

Un altro pianeta – Domenico Scarpa sui Ferri del mestiere (La Prosa della Domenica)