Media volontari e vecchie metriche

metrics“I media dovrebbero investire nel business delle relazioni e non solo in quello dei contenuti”, scriveva Jeff Jarvis nel suo blog poco tempo fa, precisando così la sua affermazione: “in altre parole, il valore dei media non è necessariamente intrinseco nei contenuti – nel senso che ‘devi pagare per questo prodotto perché il lavoro nel crearlo ha un valore’ – ma può essere realizzato nelle relazioni che si formano intorno a quel contenuto”.

Il punto è che l’industria dei media (e in particolare dell’informazione online)  ha in questi anni cercato di risollevarsi dalla propria crisi principalmente cercando la risposta ad una domanda : come obbligare le persone a pagare per i contenuti che possono trovare gratuitamente in rete? Ma se una risposta soddisfacente fatica – ormai da anni – ad essere trovata, forse è bene cominciare a dubitare che sia la domanda stessa a essere sbagliata.

In questa direzione Jarvis dice che il mondo dei media e quello della pubblicità diventeranno sempre più “volontari”, molto più di quanto non lo siano già adesso. Cosa vuol dire? Per spiegarsi cita due recenti interventi di due donne molto diverse tra loro: la cantante e performer Amanda Palmer e Susan Wojcicki, vicepresidente di Google.

La Palmer in un suo apprezzatissimo intervento al TEDTalks, racconta come la sua esperienza di artista di strada sia stata decisiva per mettere a punto uno dei progetti di crowdfunding più riusciti della storia della celebre piattaforma Kickstarter. L’arte di chiedere (così si intitola il suo intervento, di cui ho parlato anche qui) l’ha scoperta quando in piedi su una cassa all’incrocio della strada si esibiva come mimo  aspettando che i passanti le donassero qualche spicciolo. Ma era proprio in quell’istante che si creava un rapporto (un legame?) tra lei e la persona che le stava di fronte. Perché l’atto di chiedere – ci dice la Palmer – crea comunque una relazione, una connessione “peer to peer”, tra le persone. E se sei capace di trasformare quelle singole connessioni in qualcosa di vero e autentico, è molto probabile che quelle stesse persone abbiano poi il desiderio di realizzare qualcosa con (per) te.

Le persone sono ossessionate dalle domande sbagliate, una di queste è: come possiamo convincere le persone a pagare la musica? Che ne dite se invece cominciassimo a chiederci: Cosa dobbiamo fare per lasciare che la gente paghi la musica”.

Insomma, ci dice la Palmer, non chiederti come fare per obbligare la gente a pagare per quello che fai ma mettiti in gioco, scendi dal tuo piedistallo e comincia a costruire dei rapporti grazie ai quali la gente senta la necessità di farlo: perché si sente parte di un progetto, perché si riconosce in quello che fai, perché lo avverte come un elemento importante del proprio essere persona tra le persone. Già ma per farlo devi spendere tempo e risorse (non solo economiche ovviamente ma di “voglia di esserci”).

I media e la pubblicità, ricorda Jarvis nel suo articolo, hanno ancora molta difficoltà nel realizzare rapporti di questo tipo perché non sono progettati per parlare con le persone, in quanto persone. Sono progettati per misurarsi con le masse (ovvero con le persone in quanto numero). Internet, le reti sociali, stanno mettendo in discussione molti dei paradigmi della vecchia industria della comunicazione. Questioni di scala da ripensare e ricalibrare: ad esempio il primo disco della rock band della Palmer aveva venduto 25mila copie, un’inezia, un vero fallimento per gli standard di una major discografica. Ma 25 mila persone sono state più che sufficienti – guarda un po’ – nel mondo di internet, per finanziare quella stessa band e raccogliere in qualche settimana oltre un milione di dollari.

L’altra donna citata da Jarvis è la Wojcicki (responsabile del 96 per cento delle entrate di Mountain View dicono qelli di Forbes) che invece ha scritto un breve post molto interessante dove elenca i cinque punti che, a suo parere, caratterizzeranno il futuro dell’advertising online (e visto il “peso” del personaggio io un’occhiata, se non lo avete già fatto, ce la darei). Guardate cosa mette al primo posto:

Scelta: Ci stiamo rapidamente muovendo sempre più verso un’economia basata sulle scelte, nella quale gli utenti scelgono con un click, sia per quanto riguarda la pubblicità che i contenuti, ciò che vogliono vedere. Negli anni a venire, la maggior parte delle visualizzazioni degli annunci pubblicitari saranno sempre più efficacemente diventate volontarie.

Oggi nell’epoca dell’abbondanza, in un ecosistema digitale sovraffollato di “cose” (testi, video, file, musica, immagini) e fonti (i media tradizionali e mille altre piattaforme) obbligare le persone a vedere/cliccare/comprare qualcosa sarà sempre più difficile, dice ancora Jarvis, se non hanno davvero intenzione di farlo. Soprattutto se il valore dei contenuti provenienti dai media non sarà realmente percepito dal lettore, ma imposto – giusto o sbagliato che sia – da paywall e da copyright.

Bene, ma se per i media sarà sempre più importante investire con decisione sul “relashionship business”, sull’interazione che nasce tra contenuti e tra le persone, allora si ripropone una questione: quale tipo di relazione, quella che anche nei nuovi “ambienti” si basa solo sulla quantità, sui numeri o quella sulla qualità e l’”intensità” dei rapporti costruiti nel tempo?

Almeno  in teoria una delle necessità introdotte dai nuovi media dovrebbe essere quella di superare molte delle vecchie metriche che oggi gli editori e i responsabili marketing utilizzano per valutare il valore dei contenuti. Ma non è così. Nel mondo dell’informazione i media online ci propongono come “nuovi modelli vincenti” quelli nei quali i contenuti sono remunerati pochi spiccioli e valgono, prima di qualsiasi altro parametro, per il numero di click che generano. La valutazione ancora oggi si fonda essenzialmente sulla quantità prima che sulla qualità:  dalla quantità di click sui display advertising alle pageview ottenute con titoli a effetto, fotogallery pruriginose e altri mezzucci vari. Così la quantità vince ancora, nelle logiche di investimento, sulla qualità di costruire un rapporto duraturo basato sulla  fiducia con l’utente. Alla faccia del nuovo che avanza.

Della necessità di superare questi modelli se ne parla da un po’, ma ultimamente sul tema dei nuovi parametri è nato in rete un bel dibattito (innescato da un interessante articolo dal titolo esplicativo Page Views Are Dead, Long Live Engagement) che ha valore seguire. Tra gli altri ne hanno scritto Mathew Ingram, su paidContent riprendendo dati diffusi da Chris Dannen su FasCompany che consiglio di leggere. Qui da noi è sicuramente da seguire Pier Luca Santoro, (qui, qui e qui) che supporta anche con dati e cifre la necessità di ripensare e superare alcuni parametri di valutazione, e Davide Pozzi che fa alcune precisazioni tecniche molto preziose.

Quindi alla fine, se veramente investire nella qualità e nell’iterazione diventerà sempre più una strada obbligata, per parlare alle persone in quanto persone e non come masse, ci sarà però bisogno di un elemento essenziale: il tempo. Il tempo per creare contenuti di valore, il tempo da spendere nel leggerli, il tempo di “spendersi” per interagire seriamente e con continuità. Una maggiore attenzione al “fattore tempo” sia nel creare che nel valutare i contenuti da parte dei media rappresenterebbe davvero una svolta. Decisamente troppo bello per essere vero.

Content curation e giornalismo: perché agli editori conviene avere cura del proprio archivio

tumblr_m1txeheo0D1qfdbuoo1_5002“All’inizio il web non ha plasmato se stesso come un’edicola, ma come un archivio, una biblioteca priva d’ingombro” scrive in un bell’articolo, The Archive is a Campsite, Aaron Lammer cofondatore di LongForm sito che promuove la lettura dei contenuti estesi e non consumabili in pochi nanosecondi. LongForm in particolare, come l’altro sito “gemello” Longread, segnala articoli di non-fiction sia recenti come vecchi di anni pubblicati dalle maggiori testate americane, mettendo a disposizione dei lettori un eccellente archivio aggiornato quotidianamente di contenuti di qualità. La sorpresa è – scrive Lammer – che a uno sguardo attento ai dati di accesso di LongForm si scopre che le vecchie storie sono lette nella stessa frequenza di quelle più recenti.

Sorprendente? Sì perché c’è un primo aspetto interessante che Lammer mette in evidenza – abbastanza ovvio se vogliamo – ma sul quale ha valore fare delle riflessioni: la lettura dei contenuti online è caratterizzata da una dicotomia tra nuovo e vecchio, ed è il nuovo ad aver sempre più il sopravvento sul secondo.

Il “fiume” e l’archivio

La nostra esperienza di lettori nel web è dominata dall’ossessione del “refresh”, nella perenne attesa di nuove notizie. Se ci separiamo dai nostri collegamenti per un po’ ci chiediamo quali news ci siamo persi, ma più che la notizia di per sé – scrive ancora Lammer – è la nostra esperienza collettiva della notizia che si appiattisce sotto la dittatura delle breaking news, del real time, dei dibattiti che il giorno dopo sono già vecchi. La notizia insomma diventa qualcosa da consumare in fretta ed estremamente deperibile. La stessa architettura utilizzata fin dalla loro nascita dai blog e dai siti di news – la struttura “a fiume” – è da sempre stata pensata per sottolineare la supremazia del nuovo sul vecchio: gli articoli scorrono in un elenco a colonna uno dietro l’altro, il più recente a sostituire nell’interesse del lettore il meno recente. È come un fiume. Un fiume che scorre trasportando la nostra attenzione in un’unica direzione…

Il fiume ha molti significati: i visitatori abituali hanno bisogno di sapere se qualcosa di nuovo è stato pubblicato dalla loro ultima visita. Il suo design suggerisce che i nuovi articoli, come le auto nuove, perdono di valore solo un minuto dopo che sono uscite dalla loro concessionaria. Il fiume, diciamo a noi stessi, è democratico. Ogni articolo si colloca nel posto giusto, poi galleggia lontano, obsoleto e dimenticato. Il fiume è il progresso. Gli articoli pubblicati oggi sono migliori di quelli pubblicati lo scorso anno.

Eppure così facendo ci perdiamo molto. Certo è normale che l’attenzione verso quello che accade oggi sia più alta rispetto a quello che accadeva un anno fa. È indubbio però che la sperequazione di valore attribuita dagli editori online ai contenuti nuovi rispetto a quelli archiviati è sempre più evidente. Eppure molti “luoghi” tra i più frequentati dagli internauti basano la loro fortuna proprio sul fatto di offrire ai loro utenti un archivio estremamente vasto e facilmente consultabile (e non certo solo di contenuti recenti): YouTube può essere un esempio su tutti.

Non sappiamo se una sorta di YouTube “testuale” altrettanto efficiente potrà mai vedere la luce (ma non mettiamo limiti alla provvidenza internettiana) ma sappiamo bene che proprio sull’idea di archivio si è basata l’”invenzione” dei motori di ricerca che sono diventati la porta di ingresso, l’interfaccia per eccellenza della nostra esperienza di lettori nel web. Solo che ben presto anche con questi strumenti ci siamo assoggettati alla dittatura del “più cliccato, più nuovo = più bello”: le cose interessanti sono quelle in alto, ai primi posti delle ricerche su Google, tutto ciò che fluttua più in basso oltre la prima pagina dei risultati perde di valore e interesse, addirittura è come se non esistesse più.

Un’interfaccia per il passato: archivi e cura dei contenuti

Domanda, come valorizzare i contenuti del proprio archivio? Risposta: avendone cura. Letteralmente. La cura dei contenuti sui materiali d’archivio è sempre più necessaria per le testate d’informazione, diverse idee su come farla le ho raccolte in questo post (ma altro sta succedendo, ad esempio la rivista Atlantic ha dato vita poco tempo fa a una divisione che si occuperà esclusivamente di curare i materiali del suo vasto archivio, 155 anni di storia, per ricavarne degli ebook da pubblicare regolarmente, o ancora il blog del Guardian From The Archive).

In conclusione, quello che Aaron rivela sui dati di LongForm  - che certo, sono relativi ad un unico sito e non possono essere in assoluto generalizzati per situazioni più complesse –  un paio di riflessioni comunque deve farcele fare. La prima è che un interesse del lettore verso i vecchi contenuti, se l’archivio nel quale sono custoditi è costruito bene, può esistere eccome. La seconda è che nell’ecosistema digitale il valore dei contenuti sarà sempre più legato con la sua capacità di creare relazioni attorno a sé, per questo valorizzare e puntare su contenuti che sappiano durare nel tempo, e non deperibili dopo poche ore, potrebbe essere una strategia intelligente da seguire.

Perché per un giornalista o un editore curare l’archivio,  far vivere a lungo i propri contenuti di qualità, ben oltre qualche giorno o al massimo una settimana, non vuol dire soltanto dare maggior valore (anche economicamente) a quei contenuti, significa che si sta cercando di costruire con il lettore un rapporto più solido e duraturo. Ed è proprio quel rapporto (e la sua qualità) il vero valore sul quale gli editori oggi devono saper puntare:

Quando investite nel vostro archivio, tuttavia, fate qualcosa di molto di più significativo che far partire il contatore delle page view. Dichiarate al mondo che il vostro lavoro merita un interesse continuo, e confermate ai vostri lettori che il rapporto che state costruendo con loro è a lungo termine. Non è semplicemente uno scambio tra fornitore e consumatore di contenuti ma qualcosa di più forte, perché dietro di sé lascia qualcosa che ha valore.

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nota 1: anche la struttura a “fiume” sta evolvendosi, in cerca di interfaccia più funzionale che non la classica home page e cercando connessioni con una nuova suddivisione tematica delle notizie. Ne ho accennato anche nel post precedente a proposito del sito Quartz, e sull’argomento consiglio di leggere questo fondamentale articolo del Nieman journalism Lab (una sintesi in italiano qui)

(l’articolo di Aaron Lammer l’ho scoperto grazie alla segnalazione di Robin Good e del suo scoop.it sulla content curation).

fonte: The Archive is a Campsite (Aaron Lammer su Contents Magazine)

Contenuti sponsorizzati, native advertising e nuove ossessioni: Quartz, un nuovo modello per il futuro dell’informazione online?

sponsorcontentA una prima occhiata Quartz (qz.com) non sembra niente di speciale, con una grafica ostentatamente minimalista non sembra differenziarsi molto da un portale di notizie come tanti altri. Eppure fin dal suo esordio – qualche mese fa (ottobre 2012) – la testata digitale businnes oriented che si rivolge a un pubblico cosmopolita di uomini d’affari voluto dalla Atlantic Media (l’editore del celebre mensile americano The Atlantic) ha attirato su di sé un bel po’ di attenzione. Firme di riferimento come Frédéric Filloux, Felix Salmon o Ken Doctor hanno dedicato analisi approfondite al suo modello editoriale mettendo in risalto le molte sfide lanciate.

Forse niente di assolutamente nuovo, se si guarda alle singole scelte editoriali, ma la combinazione dell’insieme della strategia lo ha fatto diventare una sorta di banco di prova: accesso gratuito a tutti gli articoli (nessun paywall) ma uso massiccio di contenuti sponsorizzati, grafica e leggibilità pensata per il web ma soprattutto per tablet e smartphone, idee innovative nella architettura dell’informazione e suddivisione tematica delle notizie.

E al banco di prova il primo test, va detto subito (è anche per questo che torno sull’argomento) sembra superato alla grande. Secondo i dati forniti da Atlantic Media il sito è passato da 100mila visitatori unici mensili di ottobre 2012 a 1,5 milioni, il tutto a marzo 2013. Risultati che hanno fatto gridare al responsabile delle strategie editoriali di Atlantic media Justin Smith: “Quartz è diventato un editore di riferimento a livello globale in soli quattro mesi”.

Bene, bravi. Forse i toni trionfalistici sono un po’ esagerati e ancora non del tutto giustificati, ma alla luce dei primi dati ha valore cercare di capire quali sono i punti che lo distinguono da altri portali simili. Cosa ha, alla fine, di speciale Quartz? Alcune scelte le accennavo prima ma provo a sintetizzare in quattro punti:

#1 design: semplice ed essenziale pensato per il web ma soprattutto per il mobile: molto simile a quello di un classico blog (la piattaforma è WordPress Vip), corpo centrale a colonna dove scorrono le news e una piccola colonna laterale. Insomma essenzialità e niente effetti speciali, a differenza di altri progetti che puntano molto nella grafica accattivante e innovativa (vedi ad esempio l’ottimo The Verge), Quartz si basa su una struttura classica per il web, semplice da usare, pensata per essere facilmente adattabile nei diversi formati e soprattutto funzionale anche per i piccoli schermi degli smarthphone. Altro elemento da annotare a livello di struttura: la scelta sul mobile è stata quella di non realizzare nessuna app nativa e di puntare tutto sula capacità di adattabilità della web app in HTML5 (se avete dubbi su quali differenze passino tra una web app e una app nativa leggetevi questo). Dicono quelli di Quartz nella presentazione:

Chiamateci website, o se preferite, web app: Quartz combina i benefici del Web libero e aperto con l’eleganza di un’applicazione

#2 organizzazione delle notizie: forse l’aspetto più ambizioso del progetto. Pensare ad un nuovo modo di organizzare i temi e la gerarchica delle news. Quelli di Quartz le chiamano obsession, le loro ossessioni, i temi principali sui quali organizzano e aggregano le notizie. Sostituiscono la vecchia idea di servizi sui quali si basa l’organizzazione del lavoro di redazione di tutti i giornali (interni, esteri, finanza, economia e così via). Ad esempio in questo momento tra le “ossessioni” (che non sono fisse e rigide ma cambiano nel tempo) della redazione ci sono: crisi energetiche, denaro digitale, startup, stati moderni (paesi emergenti e nuovi modelli di economia a confronto). Su questo aspetto ha valore leggere l’analisi di C.W. Anderson fatta in un lungo articolo What happens when news organizations move from “beats” to “obsessions”? davvero molto interessante dedicato proprio a questa nuovo approccio di Quartz, cito solo l’inizio:

L’organizzazione delle redazioni è il riflesso di come i giornalisti concepiscono il loro lavoro. Nel momento in cui tutti questi concetti mutano, ha senso pensare che anche il modo di organizzarli debba cambiare con loro

Nota: È un’idea affascinante, perché tra l’altro ci dice che pensare a nuovi prodotti editoriali digitali non può più limitarsi dal creare una bella scatola da riempire di contenuti, non può prescindere dal riflettere profondamente su quello che è il linguaggio e l’architettura dell’informazione stessa.

#3 modello di business: no ai banner sì ai native advertising, potrebbe essere questo il motto per sintetizzare la scelta di Quartz sull’advertising. Partito con quattro grandi sponsor (Chevron, Credit Suisse, Cadillac e Boeing) per i quali è stato garantito un uso di contenuti sponsorizzati che si differenziano dagli altri non sponsorizzati unicamente per la presenza di un piccolo occhiello e un disclaimer ( “Questo articolo è stato scritto da ‘nome dell”azienda’ e non dalla redazione di Quartz”) posto alla fine dell’articolo. Per il resto sono impaginati in totale continuità di grafica con quelli della normale copertura giornalistica realizzati dalla redazione. Anche questo tipo di articoli sono decisi e sollecitati dalla stessa redazione e non dall’ufficio commerciale. Una modalità che sembra perfetta per i finanziatori e per i nuovi ambienti digitali come ha scritto poco tempo fa sul New York Times: “gli sponsor pagano per avere articoli online non semplice pubblicità”.

Nota: Certo che ogni nuovo “modello” sembra portare con sé anche questioni etiche. Se non sono schiere di blogger sottopagati sono redazioni che devono destreggiarsi tra copertura giornalistica e contenuti voluti da advertiser. Sui contenuti sponsorizzati, native advertising, branded content o come vogliamo chiamarli sicuramente non serve fare guerre di religione, sono un’opportunità certo, ma è evidente che un approccio serio sul tema, definendo alcuni punti fermi, è sempre più urgente.

#4 redazione: una ventina di persone, tutti giornalisti professionisti (e con molta esperienza alle spalle in grandi testate). Nessun blogger da far pesare poco o niente sui costi aziendali o da ripagare con la sola “moneta” della (presunta) visibilità. Quindi una, relativamente al progetto, piccola redazione di professionisti che curano e organizzano i diversi contenuti, sponsorizzati e non. Siamo lontani quindi dalle sterminate schiere di collaboratori di HuffPost e Forbes.com che mettono online quantità industriali di contenuti e su quella quantità puntano per generare traffico. L’idea è quella di rivolgersi a un pubblico selezionato con contenuti di qualità e voglia di sperimentare :

Gli sviluppatori e i giornalisti, a volte uno e l’altro sono la stessa persona, siedono uno accanto all’altro nella redazione di Quartz in modo che possano continuamente interagire e sperimentare. Sappiamo che il futuro dell’informazione sarà scritto in codice.

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Frédéric Filloux nella sua bella analisi aveva individuato alcuni elementi chiave per il (possibile) successo di Quartz. Ha sicuramente valore rileggerli alcuni adesso adesso: costruire rapidamente una grande audience, perché se vero che non potrà mai avere i lettori di un HuffPost puntando su una fascia di lettori più definita, è vero però che anche un testata storica sulle medesime tematiche di riferimento come l’Economist fa 7 milioni di visitatori unici al mese e 632mila tramite la sua app nativa.

La scommessa sui lettori stranieri sembra essere sempre più un obbligo nel mondo dell’informazione online ma è molto impegnativa e non garantisce ritorno pari allo sforzo. È vero che l’audience globalizzata, i lettori sparsi per il mondo che leggono un inglese chiaro e non complesso, sono un pubblico che un portale come Quartz ha l’obbligo di cercare (e in Italia cominciano a pensarci molto timidamente anche alcuni quotidiani vedi Sole24ore), ma tradurlo poi concretamente in revenue non è un passaggio così immediato. Giustamente fa notare Filloux che il Guardian con i suoi 60 milioni di visitatori unici – realizzati per due terzi fuori dalla Gran Bretagna – sono una bocca da fuoco eccezionale ma producono revenue per “solo” 40 milioni di sterline contro i 160 realizzati del sito del New York Times con il solo advertising.

Quindi giusto che ad Atlantic Media siano soddisfatti, ma alcuni traguardi restano ancora lontani. E come giustamente fa notare Filloux: gli sponsor non sono certo dei filantropi, prima o poi vorranno un ritorno significativo, altrimenti se ne andranno. Per questo un elemento importante, avendo come riferimento un pubblico di élite, sarà anche la capacità di individuare dati e profili dei propri lettori per dare agli sponsor e ai loro uffici marketing quelle informazioni che cercano – i famosi big data -, altrimenti rimanere in una nicchia sarà un lusso che non potrà permettersi ancora a lungo. A quel punto l’idea potrebbe essere quella di percorrere strade già fatte da altri (non ultimo: paywal e contenuti a pagamento). E allora sì, Quartz potrebbe essere davvero un sito come molti altri.

fonti:

The Atlantic’s Quartz: interesting … but will it make a profit? (Guardian di Frédéric Filloux)

The many flavors of native content (Reuters di Felix Salmon)

5 things journalists should know about Quartz, Atlantic Media’s business news startup (Poynter)

Quartz: The new biz-news site is a technological and structural innovator, with only a few hiccups (Nieman Lab – Joshua Benton)

The newsonomics of native, indigenous, and immigrant content (Nieman Lab di Ken Doctor)

Giornali, vecchi contenuti e pezzi d’archivio: qualche idea per fare engagement

I vecchi caporedattori per placare le manie di grandezza dei giovani collaboratori erano soliti ricordare che “anche il migliore dei vostri pezzi sarà stampato sulla carta di un giornale che il giorno dopo sarà buono al massimo per incartare pesce al mercato”. Il monito, anche se un po’ superato ai tempi dei bit, è ancora da tenere a mente nella sua essenza. Però sappiamo bene che negli archivi dei quotidiani (quelli dei grandi testate nazionali come quelli delle edizioni locali) si sono stratificati negli anni una quantità enorme di dati, documenti, immagini, notizie che possono raccontare una parte essenziale di una comunità.

Certo, la digitalizzazione di tutto quel materiale non è sempre semplicissima (e ha dei costi che in tempo di crisi non sempre è facile affrontare), l’impressione è però che questi materiali siano comunque decisamente sottoutilizzati. Se ne perdono così le grandi potenzialità, ad esempio in termini di community engagement e (perché no?) anche in termini di monetizzazione. Insomma i pezzi d’archivio, i vecchi contenuti possono essere utilizzati molto meglio di quanto fatto finora dai giornali.

Per capire cosa può “nascondere” la memoria documentale di una redazione di un giornale basta leggere questo articolo della Stampa dove Vittorio Sabadin racconta la quantità – e la straordinaria qualità – del materiale scoperto quasi per caso in vecchi faldoni durante il recente trasloco del quotidiano piemontese nella sua nuova sede: appunti, lettere, telegrammi, fotografie, copie dattilografate di articoli raccontano la storia del giornale e delle persone che ci hanno lavorato. La Stampa ha inoltre digitalizzato, primo fra tutti i grandi quotidiani nazionali, il suo archivio dal 1867 a oggi, mettendolo poi online a disposizione dei lettori.

Già ma come utilizzare al meglio questo tipo di materiale? Le idee possono essere molte, un po’ ne propongono due articoli, uno del Poynter, 5 ways journalists can use social media to resurface old content,  e l’altro How publishers are finding new ways to feature old content su Lean Back 2.0 (un blog del gruppo dell’Economist), entrambi incentrati su quanto i social media possano essere oggi, una risorsa per dare nuova vita ai contenuti archiviati. Molti dei consigli e delle buone pratiche segnalate nei due articoli, riguardano l’aggiornamento dei diversi profili social delle testate, dominati perlopiù dai contenuti più recenti e dalle breaking news.

Facebook e Twitter

Utilizzare vecchi contenuti (e il termine “vecchio” può intendere materiali di qualche settimana così come di molti decenni) può invece essere un’idea per animare in modo intelligente e diverso gli account ufficiali di Facebook o Twitter. Ad esempio riproponendo articoli di grandi autori: come curiosità storica, o meglio ancora, per la sua capacità anche a distanza di anni, di parlarci su un tema tornato di attualità.

Oppure un’altra soluzione può essere quella di utilizzare una timeline di Facebook per ricostruire tutto “lo storico” di una vicenda: ad esempio come ha fatto il Wall Street Journal per aggregare in un unico “luogo” tutti gli articoli che hanno seguito la quotazione in borsa della creatura di Mark Zuckerberg (in questo caso una sorta di mise en abyme della vicenda).

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Immagini ritrovate

Le immagini sono indubbiamente uno dei materiali con il maggior potenziale per l’engaging dei lettori attraverso i media sociali: gli archivi dei giornali ne possiedono una grande quantità, spesso dimenticate e poco utilizzate. In questo senso uno dei progetti più interessanti, a mio giudizio, tra quelli segnalati è il bellissimo The Lively Morgue un sito realizzato dal New York Times su piattaforma Tumbrl (particolarmente adatta all’utilizzo delle immagini, ma possono allo stesso fine essere utilizzate altre, Pinterest ad esempio). Il sito viene aggiornato regolarmente ogni settimana (due o tre volte) ridando così vita a quelle immagini storiche di straordinario interesse e fascino.

NYT-Lively-Morgue-Reverse1Una delle particolarità più interessanti del progetto è che non solo viene pubblicato online il fronte, la fotografia vera e propria, ma anche il retro con le didascalie, i timbri e le varie annotazioni originali poste dal fotografo e dagli archivisti che raccontano la storia di quella foto.

L’obitorio (così era chiamato l’archivio fotografico nel gergo della redazione del NYT perché frequentato, il più delle volte, solo quando era necessario trovare qualche immagine a corredo dei necrologi) è pressoché sterminato, per cui l’aggiornamento del sito è assicurato ancora per parecchi decenni: oltre due milioni di immagini tra stampe, provini e negativi. Molte delle fotografie sono poi reperibili anche nello “store”  del quotidiano americano, dal quale è possibile ordinare e acquistare copie di quasi tutto quel materiale.

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e-book tematici

Fare cura dei contenuti utilizzando e aggregando vari materiali provenienti dai propri archivi, integrandoli con articoli nuovi per realizzarne degli e-book tematici è la strada intrapresa da diverse testate. Ad esempio The Atlantic (rivista fondata nel 1857) che ha curato alcuni ebook, ad esempio questo (disponibile nei formati per Kindle, iPad e Nook) sulla Guerra civile americana aggregando immagini d’epoca, articoli storici (di Mark Twain, Howthorne, Henry James tra gli altri) e nuovi articoli che ne attualizzano i contenuti. Il New Yorker su questa strada ha fatto più o meno lo stesso per commemorare i dieci anni dal 11 settembre con pezzi d’epoca (a firma John Updike, Jonathan Franzen, Susan Sontag, Amitav Ghosh tra i molti) e nuovi contenuti realizzati appositamente.

Open archives project

Non è tra i progetti segnalati dai due articoli ma personalmente non dimenticherei affatto un altro possibile (e auspicabile) utilizzo degli archivi dei giornali: quello realizzato in alcuni progetti di giornalismo “open”, in particolare i progetti di Newsroom Cafè, più in generale le redazioni “aperte” che diventano – nella più ortodossa strategia “digital first” – spazi da condividere con i propri lettori su varie iniziative di community engagement.

Quindi se la testata giornalistica vuol rappresentare davvero un valore per la propria comunità e creare nuove opportunità di dialogo, cosa di meglio di un archivio che raccoglie anni di storia di quella stessa comunità? Così hanno fatto alcuni giornali del gruppo editoriale americano Digital First Media (uno dei principali portabandiera dell’open journalism) in particolare The Register Citizen che ha, in un più ampio progetto di community engagement, aperto al pubblico il proprio archivio – 134 anni di onorata attività sul campo della cronaca locale. Un’area attrezzata a laboratorio comunitario che quotidianamente ospita blogger e citizen journalist locali, uno spazio di incontro della comunità, dove tutto il materiale è facilmente consultabile tramite un visualizzatore per microfilm, postazioni su computer e connessione wi-fi gratuita.

La leggerezza è “densa”. Beniamino Placido, Calvino e il tennis

placido_nautilusVolete un consiglio?, frequentate i motori di ricerca degli archivi dei grandi quotidiani, cliccate su ricerca avanzata e mettete su “nome autore” un autore, appunto, che vi va di rileggere. Spesso, molto spesso, rimarrete decisamente sorpresi di quanto quei “vecchi” articoli possano parlarvi ancora oggi.

Ecco, ad esempio: avevo voglia di rileggere Beniamino Placido, per quelle associazioni di idee che ti fanno scattare una molla e desiderare di tornare sulle pagine di un autore. La sua pluridecennale collaborazione con Repubblica è piena di perle, tutte esempio di quella tanto bramata “leggerezza” che ne faceva un maestro riconosciuto.

Così diventa occasione di parlarne anche qui se al primo posto nel risultato sul motore di ricerca dell’archivio online di Repubblica trovo un bel pezzo di Placido Quant’è bella leggerezza (scritto nel 1996 e raccolto anche nell’antologia Nautilus) che dalle Lezioni americane di Calvino (ho perso il conto di quante volte le abbia citate in questo blog) e proprio la lezione sulla “leggerezza”, prende spunto per raccontare un termine che cominciava già allora a diventare di moda, esaltato in ogni salsa, stravolto e banalizzato per indicarne troppo spesso cose fatue, che hanno solo buccia e niente polpa.

Non si fa differenza fra lo scrittore che è leggero, perché provvisto di ali – è il caso del primo Calvino, quello del Barone rampante, del Visconte dimezzato –, e uno scrittore che è, o sembra, leggero, solo perché non ha niente in corpo. Ma lo dice così bene, così bene! La moda si è rapidamente estesa. L’aggettivo «leggero» ha assunto un valore ontologicamente positivo, assoluto.
[...]
È il trionfo della fatuità letteraria (nessuna cosa era più estranea ad Italo Calvino) nella Letteratura e in tutti gli altri campi della vita.

Quindi leggerezza non è niente se non è accompagnata da altre qualità. Fine a se stessa è spesso la (non) qualità di chi non chiede altro che il minimo disturbo dalla lettura di un articolo di giornale o di qualche pagina di un libro. “E pensare – scrive ancora Placido – che non sempre l’aggettivo «leggero» ha avuto questa valenza assolutamente, arbitrariamente positiva”, ricordandoci che:

Nell’ebraico del Vecchio Testamento per indicare il concetto di «gloria» – con tutto quel che le è connesso: la gloria delle buone opere, la gloria meritata, la gloria del benevolente Dio onnipotente – si adopera il termine «kabod», che ha la stessa radice del termine «pesante». La «gloria» è data dalla densità, dall’intensità di una persona: dal peso della sua presenza e delle sue azioni.

Pensiamoci. Quante “cose” definite leggere possono davvero dirsi anche “dense”? Calvino questa densità, intensa e “pesante” la spiega con un’immagine bellissima e sorprendente che prende dal Decameron: il poeta Cavalcanti passeggia pensoso tra i sepolcri davanti a una chiesa, i giovani rampolli della famiglie nobili e dei ricchi mercanti fiorentini cavalcano in città in allegre e spensierate brigate di festa in festa, incontrandolo nei pressi di San Giovanni lo accerchiano e lo sbeffeggiano. Il poeta vistasi chiusa ogni via di fuga, risponde seccamente loro e si libera da quella situazione con un salto che Boccaccio descrive così: “e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò”.

Proprio il salto prodigioso di Cavalcanti diventa, per Calvino, l’immagine-simbolo che più rappresenta il concetto di leggerezza:

Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.

Placido da grande divulgatore “densamente” leggero, ha invece un altro ricordo folgorante che ci porta “ai bordi di un campo da tennis. Foro Italico, anni Sessanta”: il commissario tecnico della nazionale italiana guarda gli allenamenti degli azzurri e scuote sconsolato la testa. I cronisti gli chiedono la ragione di così poca fiducia. La risposta, riferendosi ai suoi atleti, è lapidaria: “perché sono leggeri”. Lapidaria quanto chiara e rivelatrice scrive Placido, sì era facile immaginare quello che avrebbe voluto dire:

“Perché non dispongono di quella «palla pesante» che è propria dei grandi tennisti. Che mette l’avversario in difficoltà e lo costringe dopo un po’ alla resa”.

Ecco, alla fine forse qualcosa abbiamo capito: la leggerezza, quella vera e non la sua imitazione tarocca che vuole farci passare il fatuo e l’inconsistente per qualità, quella leggerezza lì dicevo, certo potrà essere anche lieve ma è piena di “cose” e di sicuro non scivola via ma rimane impressa, persiste nel nostra esperienza. Quella leggerezza sa compiere un salto prodigioso, se necessario, ed ha come i grandi tennisti una “palla pesante” da mettere a segno per folgorarci ogni volta che la leggiamo.

Cura dei contenuti e giornalismo: etica, connessioni e valore

curation-001Quando si parla di nuove metodologie o di nuove pratiche per il giornalismo dell’era digitale succede che si debba sottolineare come, quelle stesse “nuove” pratiche, in realtà siano un modo per recuperare e valorizzare cose ben conosciute e attuate nel mondo dell’informazione da molto tempo. Vale ad esempio per la verifica delle notizie, il fact checking o per il dialogo con i lettori, e per molto altro: vecchie, buone regole e capacità di adattamento ai nuovi contesti. Per alcuni questa è la prova evidente che, alla fine, non c’è niente di nuovo sotto il sole – “è una cosa che si è sempre fatta” – e quindi tutto questo parlare di nuovo giornalismo è un mero esercizio un po’ fine a se stesso. Ma per altri si tratta invece di ripensare e recuperare buone pratiche che, per molte ragioni, si erano perse per strada e che oggi, con i nuovi strumenti – e magari un po’ di buon senso – possiamo rilanciare. Insomma guardare indietro ma con mente aperta verso il futuro…

Il discorso vale sicuramente anche per l’aggregazione e la cura dei contenuti (che non sono però la stessa cosa, ma ne parlo più avanti), pratiche consolidate sulle quali è necessario rilanciare nuove idee per aggiornare una professione che su molti aspetti ha ormai perso il proprio primato: “I giornalisti hanno fatto cura dei contenuti per anni. È sempre stata una parte integrante del modo nel quale selezionavamo le notizie. Forse non la chiamavamo curation, ma la stavamo facendo lo stesso. È nel nostro Dna” scrive David Brewer – giornalista con una vasta esperienza in grandi testate – sul suo blog  in un ottimo articolo da leggere per completezza sull’argomento.

Vero, ma cosa fa un curatore, in particolare un curatore nel campo del giornalismo? Deve raccogliere, sintetizzare, dare senso, aggiungere valore, attribuire, linkare, incuriosire, affascinare e intrigare: non c’è che dire, una bella lista di cose da fare, quella redatta da Steve Buttry, a inizio di un suo pezzo dove dà il benvenuto all’allora neoassunto team di news curator alla Digital First (uno dei punti di riferimento sulle nuove politiche digitali nell’informazione), l’editore nel quale Steve è responsabile del settore digitale (digital transformation editor per la precisione).

Da quando curation è diventata una “etichetta” di moda è utilizzata spesso anche a sproposito, tirata per la camicia in qualsiasi contesto, con conseguente rischio di far diventare il termine una parola-scatolone da poter riempire del significato che più aggrada chi la utilizza. Ma è vero anche che, sul tema delle possibili utilizzazione della curation nel campo del giornalismo (digitale e non), si stano sviluppando una quantità di riflessioni e spunti spesso davvero molto interessanti su metodologie, strumenti, “stili” e molto altro. Così, visto che in questo spazio vorrei cominciare a parlarne con più continuità di quanto fatto in passato, butto giù tre punti di riflessione, giusto per iniziare.

#1 La cura dei contenuti deve rispettare dei codici etici. Citare e attribuire correttamente la fonte, sono pratiche che nella professione giornalistica dovrebbero avere basi etiche solide e ben consolidate. Dovrebbero. Certo il raptus da copia-e-incolla ha fatto parecchie vittime, anche illustri. Quindi: attribuire, e nella giusta maniera riconoscendo sempre il lavoro fatto da altri, perché mettere un link da qualche parte non basta. Come ha giustamente ha fatto notare il curatore Rex Hammock senza tanti giri di parole:

Negli ultimi tre anni o giù di lì, il termine media curation è stato inteso sempre meno come una pratica di aiuto e di servizio e sempre più come un termine da utilizzare per imbellettare malamente un modello di business che si basa sostanzialmente su questo: “vai e ri-scrivi cose che trovi altrove su tutto ciò che è trend su Google e seppellisci poi un link da qualche parte verso la fine dell’articolo, in modo che non si possa affermare che quello è mero ri-scrivere una storia scritta da qualcun’altro”

curation codeIl problema esiste tanto che anche Maria Popova, che della content curation è autorevolissima esponente, ha promosso, nel marzo 2012, un codice etico della curation.  Che propone, tra l’altro, un formato standard per indicare le attribuzioni.

È molto utile, sul tema dell’attribuzione corretta, leggere ancora Steve Buttry, che nell’articolo già citato scrive alcuni principi etici “non-negoziabili”, tra i quali:

Attribuzione deve essere sempre completa, citando  il giornalista e la testata, se entrambi sono identificati nella fonte originale. Riferimenti vaghi come “notizie di stampa” o verbi passivi come “è stato segnalato” non sono sufficienti. Anche se la sorgente è un concorrente, attribuire completamente indicando il nome. Se si citano fonti non giornalistiche è necessario attribuire nel modo più competo citando la persona, l’organizzazione e/o il suo sito.

#2 Cura dei contenuti e aggregazione non sono la stessa cosa (o se preferiamo diciamola così: la curation è qualcosa di più che  semplicemente, mettere insieme qualche buon contenuto). Cura e aggregazione vengono molto spesso utilizzati quasi come sinonimi. Sbagliato. Limitare il lavoro di curation a quello di mettere insieme, aggregare, dei contenuti è limitativo. Per questo in molti, ad esempio, mettono in evidenza la necessità di un “fattore umano” nel lavoro di cura dei contenuti e non solo di aggregazione realizzata grazie ad algoritmi più o meno funzionali.

L’esempio più utilizzato in questo caso per spiegarne la differenza tra cura e semplice aggregazione è quello di pensare al curatore di contenuti così come pensiamo al curatore di un museo, che allo stesso modo seleziona, aggrega, autentica, studia e analizza temi e argomenti, ma propone qualcosa di (molto) di più al visitatore che “semplicemente” qualche bel quadro. Le cose migliori, a mio parere, su questo particolare aspetto le ha scritte il giornalista Adam Schweigert in un bel post , ne ho tradotto qui un passo:

Come responsabile di un museo raccoglie e organizza gli oggetti in una galleria per migliorare la nostra comprensione e l’apprezzamento della loro storia e del contesto più ampio, così dovrebbero fare i curatori di notizie, organizzare raccolte di informazioni in modo di aumentare la nostra comprensione della storia che si trova all’interno. [...] Questa è la nuova definizione di “possedere una storia” – non necessariamente essere il primo a riferirla, ma piuttosto essere il curatore migliore, il più attento e capace di persistere nel tempo con informazioni che aiutino veramente le persone a capire.

#3 Cura dei contenuti vuol dire aggiungere valore a quei contenuti. Che poi è la diretta conseguenza del punto precedente: la curatela dei contenuti è un processo di selezione, aggregazione e verifica (eh sì anche verifica) al quale si deve aggiungere valore. “I curatori creano opere editoriali del tutto nuove, trovano, filtrano, e contestualizzano per trovare significato nella ‘nuvola’”, scrive in un bella riflessione – giustamente molto citata in questi giorni – Steven Rosembaum Ceo di Magnify.net, piattaforma di video curation  sul sito della Columbia Journalism Review, e aggiunge:

La curation, nella sua forma più pura, risolve un problema e soddisfa un bisogno crescente.

Il curatore dà delle risposte alle domande dei lettori, alla nostra voglia di comprendere meglio i fatti. Già perché i curatori, in una definizione di Maria Chiara Pievatolo che ho già usato in questo blog: non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste. Quindi disegnano contesti (e contestualizzare resta ancora una delle funzione principali del giornalismo, non è così?), tracciano percorsi nel senso che uniscono fatti, dati, idee e concetti per dare elementi utili al lettore per comprendere meglio la realtà, gli eventi che i media raccontano.

Che si tratti di far emergere, dal flusso continuo dei dati e delle notizie lanciate attraverso i media sociali, il racconto delle rivolte durante la primavera araba come Andy Carvin, o invece d’immergersi nei fondali di qualche archivio digitale per riportare alla luce (e all’attenzione del lettore) materiali dimenticati dalle prime pagine di qualsiasi ricerca su Google come Maria Popova, il fine del buon curatore potrebbe essere (con un po’ di azzardo) sintetizzato così: creare un contesto di riferimento, delineando con precisione un quadro chiaro per il lettore per guidarlo in un percorso di senso, attribuire i contenuti agli autori (e a chi glieli ha fatti conoscere), creare nuove connessioni, aggiungendo idee e analisi per dare strumenti capaci a far comprendere la realtà al lettore.

Mi sono dimenticato qualcosa?, sì ovvio, e parecchio credo. Per questo idee e suggerimenti sono bene accetti. Come sempre.

fonti e materiali:

Introducing The Curator’s Code: A Standard for Honoring Attribution of Discovery Across the Web (Brain Pickings)

Curation techniques, types and tips (Steve Buttry)

Rethinking the Curator’s Code: Hidden Dangers of Elevating Content Sharing (The Content Strategist)

Towards a Better Definition of Curation in Journalis (Adam Schweigert)

Stop knocking curation (CJR)

Raccontare storie con i dati. Ovvero come il giornalismo di precisione possa incontrare quello narrativo secondo Philip Meyer

precision_jpurnalismDa una parte la precisione dei dati, il rigore scientifico nel raccoglierli e verificarli, dall’altra il fascino di una trama narrativa che ti porta dentro una storia, il racconto soggettivo di una realtà da condividere con il lettore. Il diavolo e l’acqua santa, più o meno. Tra un Gay Talese (o un Tom Wolfe, o un Jimmy Breslin) e un Philip Meyer c’è sempre stato un abisso. Vero.

Giornalismo narrativo versus giornalismo di precisione. Ma le cose possono cambiare. E se i contesti mutano Philip Meyenon è tipo da non accorgersene (o di vedere in questo mutamento solo rischi e pericoli e non anche grandi opportunità). Così lui il padre riconosciuto del precision journalism, classe 1930, una delle grandi voci del giornalismo americano (un premio Pulitzer vinto nel 1968, assieme ad altri suoi colleghi, per un reportage sulle tensioni razziali a Detroit che ha fatto storia, autore di libri fondamentali come The Vanishing Newspaper) Meyer dicevo, ti sorprende ancora per la capacità di dare come pochi altri una visione lucida sui cambiamenti e l’evoluzione del giornalismo. E magari di rivedere, a 80 anni suonati, anche le proprie idee.

Leggetevi ad esempio un suo splendido speech di qualche tempo fa (ottobre 2011) alla Medienhaus di Vienna – per la trascrizione, siamo sulle 27mila battute, dobbiamo ringraziare quelli della Nieman Report, e ha davvero valore leggerselo tutto, credetemi – dove una gran parte il “nemico” del narrative journalism la dedica proprio al possibile e assolutamente auspicabile incontro delle due “scuole” di giornalismo americano, quello narrativo e quello di precisione, appunto. Cambiano i contesti, l’accesso ai dati, e il rapporto con il lettore: la “precisione” da sola probabilmente non basta. C’è bisogno di storie che sappiano elaborare e condividere i dati sui quali, quella precisione, si basa.

Sono passi molto interessanti anche perché oggi il giornalismo dei dati (che di quello di precisione è figlio diretto) è molto spesso legato alle infografiche e alla visualizzazione interattive e molto meno allo storytelling. Anche il Data Journalism Handbook, il manuale del giornalismo dei dati nella sua edizione online dedica una sezione al tema (curata dal giornalista Martin Rosenbaum della BBC) ma, mi sembra, più come auspicio, di una strada possibile e ancora da percorrere.

L’unione tra data journalism e storytelling è ancora tutta da scrivere, per questo ho tradotto alcuni passaggi dell’intervento di Meyer proprio su questo aspetto, perché rileggerlo mi sembra un ottimo modo di tornare sull’argomento.

Entrambi i generi, giornalismo narrativo e giornalismo di precisione, sono generi speciali che richiedono competenze speciali. Se volessimo fonderli assieme come dovremmo chiamarli ? A me piace il termine “evidence-based narrative” narrativa basata su prove. Implica una buona narrazione basata su prove verificabili.

Sì, sarebbe una specialità esoterica. Ma io credo che esista un mercato per svilupparla. Il mercato delle informazioni ci sta inesorabilmente spostando verso una specializzazione sempre maggiore.

Ma un ambiente che premia la specializzazione non deve essere limitato da questioni inerenti la mera specializzazione. Deve saper costruire una specialità basata sulla metodologia.

Questo è il motivo per cui non è così folle sognare un giornalismo “evidence-based”, che coniughi precisione e narrativa, potrebbe soddisfare la necessità di una selezione dal flusso eterno dei dati e di un’interpretazione affidabile della verità. [...]

La necessità di sistemi che sappiano sintetizzare ed elaborare i dati in una conoscenza condivisa, prevedo, diventerà sempre più importante. Il dato non elaborato è indistinguibile dal rumore di fondo. E come aumenterà il flusso incessante di dati, così aumenterà anche la domanda di soggetti e metodologie migliori che sappiano elaborarlo. [...]

Philip Meyer

Philip Meyer

Twitter, il flusso incessante di dati e la necessità di verificarli, il crowdsourcing, Meyer è ben consapevole che nuovi contesti impongono anche nuovi modi di pensare all’organizzazione del lavoro giornalistico, una “evoluzione” della redazione con nuove competenze.

La “folla”, le persone, possono studiare attentamente documenti scaricati dalla rete e i giornalisti possono trovarne la fonti all’interno delle agenzie per descriverne il significato o rivelare quali documenti sono stati resi disponibili. I cittadini sono grado di inviare con Twitter aggiornamenti dalla scena dove sta avvenendo un fatto, e i giornalisti possono cercare i modelli per determinare quali tweet possono essere di parte o fraudolenti.

Può essere. Ma non credo che sarà così semplice. I modelli non saranno sempre così evidenti. Maggiori competenze analitiche e narrative saranno necessarie. Non potrà succedere spesso che queste due abilità di analisi e narrazione, possano essere sempre combinate in un solo giornalista, quindi avremo bisogno di più team di reporter e di editori in grado di assumere e gestire il talento necessario. In altre parole, i vecchi media dovranno cambiare. [...]

Abbiamo bisogno di nuove istituzioni per creare nuove forme di comunicazione, nuovi media che consentano di distinguere la verità dal balbettio rumoroso e richiamare l’attenzione per la loro affidabilità e comprensione. Giornalismo narrativo combinato con giornalismo di precisione potrebbe fare questo lavoro. Cominciamo.

Materiali:

Precision Journalism and Narrative Journalism: Toward a Unified Field Theory (Nieman Reports)

Narrazione e prove: il good journalism di Meyer (Data Journalism Crew)

Giornalismo, media sociali e “l’ora d’oro” (qual è la differenza tra essere veloci ed essere tempestivi?)

storyful Bisognerebbe sempre ricordare che non esistono sinonimi “perfetti”, e che anche tenere conto di certe sfumature nel significato delle parole può aiutarci a (cercare) di capire alcune cose. Prendiamo ad esempio le parole velocità, rapidità e tempestività: sì certo, possiamo anche usarle come sinonimi ma essere veloci non presume necessariamente l’essere efficaci (e nemmeno di tentare di esserlo), per dire. L’essere tempestivo invece vuol dire  “Che avviene o si fa al tempo o al momento giusto, quindi utile, opportuno” (dizionario Treccani). C’è una certa differenza, no? Domanda: il giornalismo deve essere veloce o tempestivo quando copre una notizia? Penso che si possa tranquillamente dire che tra le qualità del giornalismo non c’è la mera velocità, non c’è mai stata. Ma una delle più importanti qualità del giornalismo è l’essere tempestivo.

Ok, l’ho presa un po’ alla lontana ma mi veniva in mente questo ragionamento leggendo Finding the Wisdom in the Crowd, Cercando la saggezza nella folla, un articolo di qualche mese fa pubblicato sul Nieman Reports. In quel pezzo Mark Little per spiegare il lavoro svolto da Storyful, l’agenzia di informazione da lui fondata, che si occupa di selezionare e verificare notizie prendendo come fonte la Rete,  utilizza il concetto della Golden hour, l’Ora d’oro. Secondo Little infatti c’è “un tempo nei social media che è il medesimo sia per dare credito a una verità conclamata sia per rendere una bugia inarrestabile.

Il tempo perché la morte di una star diventi un trend topic o che un video esplosivo emerga da YouTube. Ed è in quel tempo che il giornalismo può contare di più”. L’ora d’oro appunto, ed è quella che può fare la differenza. Quella che ti permette di essere “sulla notizia” ma come si aspettano i tuoi lettori, con autorevolezza e tempismo (l’uno è conseguenza dell’altra, non un elemento accessorio). In quel tempo se conosci le dinamiche della Rete e le rispetti, hai un discreto bagaglio di conoscenze sui metodi e gli strumenti da utilizzare puoi applicare un filtro adeguato per separare le notizie dalle bufale (Storyful ha lavorato con importanti testate per fornire materiali verificati distinguendosi in particolare per la qualità del proprio lavoro durante la primavera araba).

I fatti drammatici di Sandy Hook, la pessima copertura della notizia da parti di alcuni media americani (non tutti però) e in particolare il tremenda cantonata presa da alcune grandi testate nell’indicare in un primo momento la persona sbagliata come responsabile del massacro hanno riproposto un vecchio tema: i media sociali sono o no strumenti affidabili per la copertura giornalistica di un evento?

“Molti di coloro che criticano la diffusione di notizie false su Twitter sembrano tracciare una linea netta tra il modo in cui le persone si comportano sui social network e il modo in cui il giornalismo ‘reale’ è praticato da fonti tradizionali di notizie” ha scritto Mathew Ingram ricordando che poi, sono stati proprio due colossi come Cnn e New York Times a sbagliarsi nel dare le prime notizie della strage in Connecticut. Ne è poi nata una querelle sulle diverse metodologie di fare cronaca in real time, utilizzando le reti sociali, tutta da seguire: quiqui e qui alcuni articoli da leggere.

È un tema sul quale ancora si parlerà a lungo. Ma un giornalismo in evidente deficit di credibilità verso i propri lettori non può guardare certo ai media sociali e alle conversazioni che generano, come a un “problema” e non come a una risorsa. Sono la cultura professionale, le metodologie e gli approcci non adeguati con i quali si affrontano le sfide dei nuovi contesti che sono un (grande) problema.

Voglio pensare che il lettore chieda ancora una cosa sopra le altre al giornalismo: notizie accurate e capaci di dargli strumenti per farsi una propria opinione dei fatti. Per questo sinceramente non so davvero quanto possa essere efficace lanciare una notizia con l’idea che comunque, in Rete la si possa poi correggere e modificare (insomma la filosofia del prima twittare poi verificare, il Ponter su questo tema ha scritto un articolo esemplare When to go fast, when to go slow on social media).

Certo si può sbagliare, comunque (nessuno ne è immune, con tutta l’attenzione che ci si può mettere), anche con l’ora d’oro. Che poi alla fine è un’idea, una suggestione. Ma una suggestione utile per comprendere un approccio concreto alla professione, che sente il bisogno di acquisire nuove conoscenze nuovi approcci e di applicare le buone regole di sempre. O come dice ancora Little:

Abbiamo bisogno di nuovi protocolli per modellare la collaborazione tra giornalisti e comunità. Forse è altrettanto importante ripensare la collaborazione fra giornalisti, sia all’interno che al di fuori delle strutture tradizionali. Continuo a dire alla gente che stiamo entrando in un periodo d’oro del giornalismo. E lo credo davvero. Ma prima di tutto abbiamo bisogno di affrontare la sfida di ogni ora d’oro.

Verifica delle fonti e social media: tre vecchie regole e sei buoni consigli per i giornalisti

IMG_2059Alla domanda “come si verifica una notizia che proviene dalla Rete?”, la tentazione alla fine potrebbe anche essere quella di rispondere semplicemente : “come si è sempre verificata una notizia, anche prima dell’avvento dei media sociali”. Perché in realtà, su questo sembrano essere in molti d’accordo, gli strumenti digitali e i social media hanno sì cambiato gli scenari, gli approcci, ma non le regole fondamentali alla base della buona pratica giornalistica.

Così l’edizione online di Internazionale, molto giustamente nella presentazione di un video dello speech di Fergus Bell, il social media e UGC editor dell’Associated Press (UGC sta per user-generated-content), che parla di come passare al setaccio della verifiche incrociate le notizie che circolano in Rete (come verificare le notizie sui social network), sintetizza così le tre regole base per separare le notizie dal rumore di fondo dei media sociali:

Prima regola: usare i vecchi metodi per verificare le notizie. Quelli che ogni giornalista conosce: incrociare le fonti, preferire quelle di prima mano e autorevoli.

Seconda regola: sviluppare nuovi metodi per integrare i vecchi.

Terza regola: prendersi il tempo necessario per verificare, non farsi influenzare dalla fretta.

Ottime regole, certo. Ma su questo aspetto oltre all’intervento di Bell segnalo altri due articoli, pubblicati nei mesi scorsi, che si occupano di dare ulteriori strumenti ai giornalisti in merito alla verifica e la gestione delle fonti provenienti dai media sociali: 5 ways journalists can use social media for on-the-ground reporting in the Middle East scritto dalla reporter Genevieve Belmaker per il Poynter e How to: use social media in newsgathering del sempre preziosissimo sito britannico Journalism.co.uk  (per il quale sono stati sentiti Malachy Browne, di Storyful, David Wyllie, editor a Breaking News della NBC News e il giornalista investigativo Colin Meek).

L’articolo della Genevieve Belmaker è focalizzato sul reporting dal Medio Oriente, così come anche gli altri esperti portano spesso esempi di fonti da zone di guerra, quindi in campi particolarmente delicati e complicati da gestire. Ma nonostante la loro particolarità, o grazie proprio a questa, mi sembra molto interessante leggerli per estrarne alcuni principi base. Alla fine “solo” regole di buon senso professionale, che sicuramente possono essere molto utili e valere per tutti coloro che si occupano di informazione nel nuovo ecosistema delle notizie (qualunque sia il tipo di cronaca coperto). Così ho messo insieme un po’ di cose dai due articoli (non tutto, e ovviamente rimando alla loro completa consultazione), e ne sono venute fuori questi sei consigli. Così, giusto per iniziare a parlarne:

#1 Avvicinati il più possibile alla fonte e migliora sempre le tue capacità di capire e valutare le persone con le quali interagisci. È la prima e fondamentale regola, forse non dovrebbe esserci bisogno nemmeno di scriverla (forse), ma è quella che poi genera tutte le altre: quando usi Twitter e Facebook per trovare e sviluppare una storia, cerca un contatto più vicino possibile con le fonte dell’informazione, a quello che sta succedendo. E inoltre cerca di scoprire e mettere insieme più informazioni sulle tue fonti (se le conosci solo online). Cerca di capire ad esempio quali sono le loro motivazioni, le loro appartenenze e affiliazioni o i loro interessi nella vicenda che raccontano.

Devi quindi essere in grado di valutare le persone, e tenere di conto le possibili distanze culturali. I media sociali collegano e avvicinano le persone ma non annullano distanze e differenze, rispetta tutti ma cerca di capire chi hai di fronte. Documentati sulla loro “impronta digitale”, chi sono, cosa fanno, dove sono stati con chi interagiscono. Migliora e affina continuamente la tua capacità di usare gli strumenti che ti permettono di farlo.

#2 Ogni volta che puoi prendi il telefono e verifica direttamente le tue fonti. Le buone pratiche di base del giornalismo, come detto già più volte, sono ancora valide anche in questo tipo di ricerche. Quindi se dal tuo feed di Twitter leggi una notizia interessante, ma mancano alcuni dettagli fondamentali, dalle foto o se da altri elementi vengono fuori elementi contraddittori, cerca di contattare direttamente la fonte se possibile. E il buon vecchio telefono, se si è nelle condizioni di poterlo fare, è sempre un ottimo mezzo. Sì certo, c’è anche Skype (e quindi definire e aggiornare continuamente una lista di contatti su Skype è fondamentale).

Esempio concreto: Durante la copertura di un mio servizio – racconta la Belmaker – dopo l’attentato al consolato americano a Bengasi, sono riuscita ad avere un contatto primario disposto a farmi parlare con altre persone. Mi sono presa del tempo per discutere con questo contatto al telefono e farmi un’idea della sua personalità (mi sembra razionale?), sulle sue motivazioni (mi sembra arrabbiata?) e il suo stato d’animo (mi sembra eccitata e su di giri?). In quel caso non ci è voluto molto per capire che stavo parlando con una persona calma e ragionevole che era veramente in mezzo alla storia per motivi personali.

#3 Confronta sempre i materiali (foto e video) con altri e comunque fatti sempre delle domande sulle informazioni che le fonti condividono in Rete. Ci sono un sacco di dettagli da esaminare quando si trova in Rete un’immagine o un video prima di rilanciarlo, pensando magari di avere in mano lo scoop del secolo. Ad esempio dettagli topografici, che si tratti di edifici, ombre, luce del sole e ora del giorno o il tempo (ma non sono da trascurare molti altri come cartelli stradali o targhe di automobili): tutti elementi da incrociare per vedere se sono coerenti con le informazione ricevute (orario, luogo, eccetera). Alle volte basta utilizzare anche semplici strumenti come Google Image o Panoramio o TinEye  per verificare il materiale trovato  (ad esempio confrontandolo con foto storiche per capire se il luogo nella foto è quello veramente indicato).

Esempio: quando lo scorso 13 settembre c’è stato un attacco all’ambasciata Usa a Sana’a, racconta David Brownie, un’immagine stava circolando rapidamente su Twitter e Facebook. Ma quell’immagine si riferiva a un attacco avvenuto nel 2008. Sono bastati pochi minuti e una verifica con gli strumenti a disposizione in Rete per capire immediatamente che quella era, in realtà, una vecchia foto.

#4 Non dipendere troppo da un unico punto di vista. Un rischio concreto può essere quello di dipendere troppo da un unico punto di vista dei fatti raccontati, rimanerne affascinati e innamorarsi, per così dire, di come potrebbe delinearsi la storia. Andare a traino di qualcuno esclusivamente perché dice cose che ci piacciono, non è una grande strategia.

“La grande tentazione con i citizen journalist – dice David Willye editor a Breaking News – è quello di seguirli perché ti stanno dando quello che è il quadro più emozionante – ma non è detto che necessariamente sia anche la rappresentazione della realtà più accurata”. La tentazione quindi è quella di seguire – anche se hanno pochi elementi che le confermino – le tracce più eccitanti quelle che sembrano portarti verso una grande storia, “ma in realtà quello che dovete fare è cercare le tracce più precise e accurate, e cercare di ricordare nel prosieguo del tuo lavoro le persone che le hanno fornite” dice ancora David Willye.

#5 Segui il fumo dei media sociali per trovare il fuoco della notizia. Dai social media possono venire le prime notizie su un fatto, dei buoni indizi ma non abbastanza per scrivere storia come si deve. Le tracce trovate sui media sociali rappresentano un buon vantaggio ma se le informazioni sono frammentarie, ci sono incongruenze, serve lavorarci ancora, verificarle e cercare di contattare direttamente, anche telefonicamente, le fonti dirette (vedi anche i punti precedenti). Poi quando hai il quadro più chiaro puoi tornare ad approfondire la storia sui social media con le tue fonti.

Una delle storie più interessanti dopo l’attacco all’ambasciata americana a Bengasi è stato lanciato per primo sui social media – racconta ancora Genevieve – È stato un buon punto di partenza, ma non abbastanza per una storia, serviva ancora un po’ di prudenza e accortezza nel metterla insieme. Con un collega abbiamo lavorato per verificare che l’indizio fosse giusto. Solo una volta sicuri che la storia era giusta siamo tornati alle fonti da social media e approfondito ulteriormente le informazioni. Quando siamo rimasti soddisfatti della sua accuratezza, abbiamo riportato il pezzo.

#6 Utilizza i tuoi contatti per trovare altri contatti interessanti. E poi mantienili e coltivali. Mentre stai seguendo una storia utilizza le informazioni che hai per trovare altri contatti che parlano dello stesso tema. Se trovi una buona fonte, qualcuno bravo e preciso guarda chi è collegato al suo feed di Twitter, è molto probabile che abbia altri buoni contatti. Puoi creare una lista su Twitter con questi contatti e guardare come va avanti la conversazione. “Le persone che sono buone fonti tendono ad attrarre altre buone fonti” dice Brownie, e puoi partecipare anche tu a questa conversazione per capire meglio cosa sta succedendo.

Non dimenticare poi di mantenere aggiornate e “vive” queste liste. È un grosso errore non continuare a coltivarle perché magari quel determinato evento si è concluso (o pensi che sia concluso). Possono esserci sempre informazioni che prima o poi ti torneranno utili. Quel giorno potresti pentirti di aver perso quei contatti.

Fonti e approfondimenti:

Usare i social media come fonti  (Festival del giornalismo)

Fascino, bellezza e potere degli hashtag (appunti sparsi)

La bellezza di un hashtag è che nessuno lo può controllare, ha scritto Jeff Jarvis un po’ di tempo fa in un post che probabilmente ci regala la più bella definizione di questo strumento:

Un hashtag non è come un messaggio nel marketing, nei media, o nella politica, dove chi lo crea pensa anche di poterlo controllare. Non è come nei nomi nei domini, su Facebook o Google+, o come nei marchi di fabbrica, chiunque può usare un hashtag senza bisogno di un’autorizzazione o dover pagare. Non è come un dizionario con una sola definizione. Un hashtag è aperto e profondamente democratico. [...] La gente si raccoglie attorno a un hashtag. Lo saluta e lo diffonde, o l’ignora e lo lascia appassire. Gli infonde il proprio significato. Il suo creatore rapidamente e inevitabilmente ne perde il controllo.

L’hashtag, come molti sanno, nasce spontaneamente inventato dagli utenti di Twitter e non dai suoi sviluppatori, come modo per catalogare i tweet – il simbolo cancelletto (#) davanti a una frase-etichetta – così da poterli ritrovare, nel perpetuo flusso di informazioni che si stratificano sul proprio account, rendendoli in qualche modo rintracciabili e poter così, più semplicemente, ripescare il link o il pensiero scritto qualche tempo prima, o consultare tutti gli ultimi tweet legati a uno specifico argomento. Ma poi il suo utilizzo si è sempre più esteso: per sollecitare o seguire una discussione, per raccontare un evento, per promuovere un prodotto, per seguire un dibattito, un confronto elettorale, per lanciare una petizione e moltissimo altro ancora.

La definizione di Jarvis, a dire il vero, me l’ha fatta tornare in mente la lettura di un splendido elogio dell’hashtag #inpraiseofhashtag pubblicato sul New York Times e firmato da Julia Turner. Una bella lettura anche per un aspetto sicuramente sottovalutato sul quale l’articolo insiste: le potenzialità letterarie dell’hashtag, la sua capacità di orientare il senso di una frase e dei pensieri lanciati in rete. Gli esperti  ancora non hanno prestato molta attenzione alla linguistica degli hashtag, sottolinea la Turner, così tutti gli studi tendono a concentrarsi solo sulla teoria delle Reti, sulla diffusione delle informazioni e le conseguenti tendenze. Eppure è (anche) uno straordinario strumento di scrittura:

L’hashtag, per l’utente che ne destreggia l’uso è uno strumento versatile, che può implementare in una miriade di modi linguisticamente complessi. Oltre a servire come metadati (#dichecosaparlailtweet), l’hashtag dà a chi scrive la possibilità di commentare il suo stato emotivo, dando un taglio sarcastico al suo tweet, portandolo così verso un livello più alto di ironia, oppure regalare un lampo evocativo a un’immagine o può costruire metafore nell’impressionante economia dei tweet. È un dispositivo che permette ai migliori scrittori di operare in uno spazio compresso con più registri contemporaneamente. È il canto gutturale di Tuva di Internet.

Leggere l’elogio della Turner è salutare anche perché ci ricorda che, in un mondo (quello online certo, ma non solo) dove vige la tirannia dell’equazione: più cliccato, più condiviso = migliore e più interessante, vale sempre la pena di sperimentare e ancora sperimentare per cercare nuove forme di espressione, senza paura di fallire.

D’altronde bisogna ricordare che anche molti contenuti diffusi nei social networks tramite hashtag di successo, quelli ampiamente condivisi in rete, che diventano essi stessi simbolo di eventi (ad esempio #tahrir o #jan25), hanno una persistenza  relativa. Una ricerca dell’Università di Norfolk ci dice che circa il 30 per cento di quanto condividiamo nei media sociali è destinato ad andare perso. I ricercatori hanno analizzato diversi eventi di grande portata dal giugno 2009 e il marzo 2012. E il “corpo” più consistente della ricerca è stato quello dei tweet realizzati durante la primavera araba, (non a caso il report della ricerca si intitola Losing My Revolution), in particolare i contenuti  condivisi attraverso hashtag utilizzati in quelle occasione (su Twitter ma anche attraverso piattaforme di content curation come Storify). Risultato: l’11 per cento del contenuto dei social media era scomparso in un anno e il 27 per cento entro i 2 anni.

Ma a dispetto di questa deperibilità però si fa comunque sempre più aggressivo e insistente l’uso dell’hashtag con finalità commerciali e di propaganda, e per questo non è affatto banale chiedersi oggi quale sia il suo potere, la sua capacità di attirare contenuti che si fanno racconto.

Soprattutto da quando non è più elemento esclusivo di una sola piattaforma, ma ha esteso il suo campo d’azione oltre Twitter, ad esempio Pinterest e in particolare Instagram (che giocherà probabilmente un ruolo sempre più importante per il potere sempre maggiore delle immagini in Rete e per un bacino utenti destinato ad ampliarsi sempre di più). In questo modo l’hashtag è diventato l’elemento che, molto più di altri, può aggregare elementi diversi di un racconto che si compone in rete – pezzo dopo pezzo – attorno a lui con immagini, video, brevi pensieri, informazioni, news.

Così indirizzare questo racconto verso il proprio punto di vista diventa fondamentale per presentare la propria verità. L’esempio eclatante e più recente è #PillarOfDefense l’hashtag lanciato sui media sociali dalle forze armate israeliane durante l’attacco militare a Gaza del 14 novembre scorso. Probabilmente il primo esempio di conflitto dove le forze armate hanno pianificato l’utilizzo dei social media per dare vita a una nuova forma pubblica della narrazione in tempo reale della guerra. Risulta chiaro che l’hashtag non si limita a comporre in modo neutro quella narrazione, ma a secondo di come viene “costruito” può orientarla e disporla in una direzione invece che in un’altra.

Poco dopo è stato lanciato l’hashtag #GazaUnderAttack (ed altri ancora non solo in lingua inglese come ad esempio #Gazzeateşaltında), che ha fornito il contro-racconto di quell’attacco. Tanto che qualcuno, come Jonathan Albrigt tra gli altri (in un ottimo pezzo che vi consiglio di leggere) ha parlato di “battaglia degli hashtag”:

Le “battaglie” degli hashtag sono una parte importante della disseminazione delle notizie, ma anche un’altrettanto importante parte della loro creazione e della loro manifestazione, che personifica la loro natura “digitale”, come il loro essere infinitamente replicabili, facilmente espandibili e – a differenza di un collegamento ipertestuale – capaci di sostenere siti semplicemente con l’aggiunta del carattere “#”.

Torno quindi all’inizio: quanto possiamo ancora oggi continuare a pensare che la bellezza di un hashtag sta nella sua impossibilità di essere controllato? Quanto ancora è possibile definirlo “profondamente democratico”?  E anche questi ultimi eventi ci dicono che davvero sembrerebbe totalmente svanita l’idea che “il suo creatore ne perde presto il controllo”.

A poco più di un anno da quando Jarvis lo ha scritto tutto sembra già essere cambiato. Ma forse non è così. La creatività, spesso sorprendente, che dalla Rete riesce  comunque ad emergere conquistandosi un proprio spazio per azioni alternative, sembra in parte dare ancora ragione a chi vede nell’hashtag uno strumento felicemente incontrollabile. E chissà, probabilmente la speranza che possa ancora essere un elemento libero e privo di controllo sta anche nell’invito che Julia Turner pone a conclusione del suo articolo:

Al pari degli hashtag più popolari che raggiungono decine di migliaia di tweet, ce ne sono molti ancora utilizzati da un solo tweet. Sono questi gli hashtag che dobbiamo celebrare. I poeti e i burloni di Twitter sono ancora là fuori. La forma d’arte persiste. Non dobbiamo altro che avventurarci e andarli a scoprire, sfruttandoli e perfezionandoli.

Fonti e approfondimenti:

#InPraiseOfTheHashtag (Julia Turner – New York Times)

How Many Resources Shared on Social Media Have Been Lost? arxiv.org/abs/1209.3026

Gli hashtag, come la poesia, sono di chi li usa. Note su #csxfactor (Augusto Valeriani sul suo blog FTM)