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Molto frammentaria e aggiornata incostantemente,  ecco una selezione di interviste e articoli che ho pubblicato  in questi anni per varie testate

Che storia racconta lo sport africano?

Conversazione con Gianni Mura su sport e Africa nell’anno di Sudafrica 2010

C’è uno sport fatto sì di campioni e, ovviamente, delle loro gesta atletiche, ma anche delle storie che ci raccontano. Soprattutto quelle capaci, poi, di trasformarsi in grandi narrazioni collettive. E, per fortuna, ci sono giornalisti capaci di restituircele queste storie, attraverso la loro scrittura, per farne memoria condivisa di una comunità. Giornalisti come Gianni Mura…
la prima domanda dunque è scontata: che storia ha raccontato e racconta lo sport africano?

Una storia nella quale la prima pagina spetta ad un atleta etiope, era il 1960, correva scalzo e fece innamorare una città. Erano le Olimpiadi di Roma, si chiamava Abebe Bikila, la prima medaglia d’oro africana. Poi, da allora, storie molto diverse a secondo degli sport, vittorie ripetute in atletica leggera, soprattuto nel fondo e nella maratona. Storie a volte molto belle a volte, invece, dolorose. La prima che mi viene in mente è quella della nazionale di calcio dello Zambia, alle Olimpiadi di Seoul nel 1988 rifilò all’Italia un 4 a 0 – e quella nostra era una nazionale olimpica con campioni mica da ridere: Tacconi, Cravero, Ferrara, Virdis tra gli altri – che fece capire a molti le potenzialità del calcio africano. Una storia che finì però tragicamente, pochi anni dopo nel ’93, l’aereo militare sul quale viaggiava la squadra precipitò e morirono tutti i 30 passeggeri a bordo, compresi i 18 giocatori.

Molti atleti africani sono oggi protagonisti assoluti del calcio multimiliardario europeo. L’impressione è che però, da inizio anni ’90 con Weah fino ad arrivare ad Eto’o, la maggior di loro abbiano dimostrato di avere uno spessore umano diverso rispetto al divismo un po’ superficiale di molti altri giocatori…
Sì, è vero, c’è probabilmente una consapevolezza maggiore del loro ruolo e, senza retorica, la coscienza di rappresentare un popolo. Alcuni di loro hanno preso come impegno quello di cercare di redistribuire il reddito – certo, per carità, anche loro si compreranno le Ferrari – ma lo sentono come un dovere da non derogare ad altri. Weah ha saputo essere un ambasciatore nel mondo del proprio Paese e Samuel Eto’o in Camerun si è fatto carico di progetti importanti per la formazioni dei ragazzi (ad Eto’o, proprio per questo impegno quest’anno è stato assegnato il premio l’Altro pallone da una giuria presieduta dallo stesso Mura ndr).

Eppure questi stessi atleti, in particolare da noi in Italia, sono spesso vittime di atteggiamenti razzisti da parte delle curve e della tifoseria (se così la vogliamo chiamare)…
Sì certo e fanno clamore soprattutto gli episodi di razzismo nei quali sono vittime i calciatori famosi. Ma di fatti simili ne accadono tutte le domeniche, dalla Lombardia alla Sicilia, nei grandi stadi della serie A, come in C e in tutte le altre serie minori. È il clima che respiriamo, che si è voluto creare, con il governo che abbiamo. Poi di fronte al fatto eclatante che attira l’attenzione dei grandi media c’è chi, come il ministro Maroni, propone di sospendere le partite. Mi sembra semplicemente ridicolo che chi prima incendia poi faccia il pompiere.

Spesso si cerca tutto sommato di minimizzare questi episodi, il mondo del calcio, i media faticano a prenderne le distanze in maniera netta, quasi non li si vuole etichettare sotto la parola razzismo…
Ma certo che sono episodi di razzismo, e non possono essere minimizzati, ne dalla stampa ne da nessun’altro, io di certo non l’ho mai fatto. Credo che sia anche una questione di volontà. Le faccio un esempio, in Olanda l’allenatore Gus Hidding durante una partita del campionato vide nella curva dei propri tifosi delle bandiere con le svastiche. Non ci pensò su molto, prese il microfono e disse che se non venivano tolte subito non avrebbe fatto giocare la sua squadra. Le bandiere sparirono. Penso che in questi casi i giocatori, soprattutto i capitani delle squadre, possono giocare un ruolo importante facendosi carico di parlare direttamente con i tifosi, perché una cosa è un annuncio letto da uno speaker in modo asettico e ben altra cosa è che il giocatore simbolo di una squadra parli direttamente con i tifosi. Anche i calciatori devono sapersi esporre in prima persona.

Nonostante i molti campioni da parte delle nazionali africane ci si aspetta sempre il definitivo salto di qualità. Sarà Sudafrica 2010 l’occasione giusta?
Il problema infatti non è certo la qualità degli atleti, ma è quello dei dirigenti che si dimostrano spesso di non essere all’altezza. Casi di corruzione, ruberie nel gestire economicamente le federazioni. Anche i recenti drammatici fatti nella Coppa d’Africa in Angola sono cominciati perché le compagnie aeree non erano più disposte a fare credito alla federazione del Togo. Atleti e dirigenti sono stati così obbligati ad attraversare in autobus aree che tutti sapevano essere fortemente a rischio (la nazionale togolese è stata vittima di un agguato nel quale hanno perso la vita tre membri dello staff ndr). Poi, di fronte alla volontà del Togo di tornarsene a casa, c’è stata addirittura la squalifica della squadra. E lì è grave che sia mancata la solidarietà delle altre federazioni che potevano dire “se dopo quello che è successo non ritirate la sanzione al Togo ce ne andiamo anche noi”, ma però nessuno lo ha fatto.

Crede veramente che quella del mondiale sudafricano possa essere una vera occasione di crescita civile?
Credo proprio di sì. Non è un caso che il mondiale si svolga oggi in Africa. Non so se i cronisti finiranno per raccontare una realtà consolatoria, personalmente non credo. Un mondiale di calcio è un evento mediatico di straordinaria importanza. Ci saranno moltissimi giornalisti, la realtà che sta già emergendo dai primi inviati è quella drammatica dei ghetti, delle forze dell’ordine private, delle fortissime tensioni tra gruppi tribali. La realtà di un Paese ancora lacerato da gravi problemi. I giornalisti non si occuperanno certo solo delle cronache delle partite, andranno in giro, guarderanno, racconteranno. E il governo del Sudafrica questo lo sa, ci sarà un impegno da parte di tutti perché le cose possano migliorare.

Un’ultima domanda sul ciclismo, non posso non farla proprio a lei, un disciplina che con l’Africa sembra essere così distante…
Lo è infatti. Non è uno sport molto praticato per varie ragioni. La principale è perché mancano le strade e comunque tutto è molto pianeggiante, il ciclismo è uno sport che si misura soprattutto sulle altezze. Anche il bel libro di Pastonesi (La corsa più pazza del mondo. Storie di ciclismo in Burkina Faso e in Mali ndr) sul ciclismo africano racconta soprattutto di enormi pianure. Su questo aspetto il calcio è molto più semplice, basta uno spiazzo, una palla e due pali a fare da porta e tutti possono giocare…

Lelio Simi
(Marzo/Aprile 2010)

BABEL

“Una città laboratorio che dovrebbe rimettersi in gioco”

In cerca di idee: viaggio nel distretto di Prato. Intervista a Irene Tinagli

Un “grande spirito imprenditoriale” alle spalle, vissuto poi di “spontaneismo”, e soprattutto privo di una guida politica forte capace di non disperderlo. Il futuro? “Rimettersi in discussione tutti pensando più al valore delle persone che non a quello dei capannoni”. Ecco in sintesi la visione del tessuto economico di Prato di Irene Tinagli, toscana di Empoli, laurea in economia alla Bocconi, dottorato negli Stati Uniti, ricercatrice alla Sorbona a Parigi e, adesso, docente all’Università Carlo III di Madrid. Trai molti incarichi, quello di consulente di “Italia Futura”il think tank voluto da Luca Montezemolo . In Italia l’abbiamo conosciuta anche per il suo “Talenti da svendere” (Einaudi), libro-denuncia sull’immobilismo che blocca l’Italia e sull’incapacità di scommettere veramente su talento e idee innovative. Fa parte degli esperti che hanno curato il progetto Prato in Progress della Camera di Commercio. Le abbiamo posto qualche domanda.

Come immagina Prato tra dieci o venti anni?
È difficile immaginare quale strada prenderà una città che si trova ad un bivio così importante. Dipenderà da molti fattori. Posso dirle cosa mi piacerebbe vedere: una città laboratorio che ha deciso di rimettersi in discussione e di investire in se stessa, nei giovani, in attività nuove che possano aprire strade interessanti e stimolanti. Una città dove si respiri l’entusiasmo di fare e sperimentare.

Talento, tecnologia e tolleranza. Le tre “T” identificate da lei e altri economisti per ridare dinamicità ad una società bloccata. Come valuta Prato sulla base di queste tre coordinate?
Prato è sempre stata una città aperta, viva, ricca di persone dinamiche ed innovative. Ma è vissuta molto di spontaneismo. Gli è mancata un po’ una visione, una guida politica forte che sapesse convogliare quelle energie e quelle ricchezze in percorsi capaci di espandersi e rigenerarsi continuamente, di investire in futuro. E la città ha finito per chiudersi un in se stessa e smarrire un senso di direzione condiviso.

I luoghi, le città come le persone hanno la capacità di ‘esprimere’ talento? Qual è quello di Prato?
Le città possono creare le condizioni affinché il talento possa svilupparsi, arricchirsi, esprimersi: è così che diventano luoghi motivanti e stimolanti. Prato è sempre stata una città con un grande spirito imprenditoriale, un luogo in cui era possibile inventare e realizzare progetti nuovi e ambiziosi. E quale talento è più bello per una città? Purtroppo la crisi sta mettendo in discussione questa capacità, forse anche perché è stata troppo identificata con la filiera tessile: andata in crisi quella è stata messa in discussione tutta l’identità della città. Ma lo spirito imprenditoriale può realizzarsi in mille altre forme, modi, settori. Prato deve lottare per tenere vivo quello spirito.

In un clima come quello attuale così pesante a causa della crisi, la creatività, sulla quale lei punta molto, può rischiare di passare per qualcosa che non ci si può permettere?
Certo, è sempre stato così, soprattutto in Italia. In periodi di crisi ci si chiude a riccio nel tentativo di difendere l’esistente, si ha paura di rischiare. Ma è un errore enorme: è proprio quando ciò che abbiamo fatto sinora non funziona più che occorre trovare nuovi modi di affrontare le sfide che ci si presentano, e questo non lo si può fare se non c’è stato un investimento sistematico e continuo in creatività, competenze, persone.

Lei vive e ha vissuto molto all’estero, se potesse ‘importare’ un progetto quale sceglierebbe per rilanciare la città?
Più che un progetto specifico vorrei importare un approccio, un modo di prendersi cura delle città, del loro tessuto sociale e culturale che parta dalle persone più che dai palazzi, i parcheggi o i centri commerciali. Città come Parigi, Madrid, New York, cercano di smuovere progetti e politiche mirate per mantenersi vivaci, brulicanti, attrattive. Questo significa avere cura di tutta una serie di piccole e grandi esigenze delle persone che ci vivono e lavorano: dall’aspetto funzionale ed economico a quello estetico, sociale e culturale. Quando una città è viva, dinamica e variegata è più capace di rigenerarsi sempre e far fronte alle crisi. Alcune città, soprattutto in Europa, lo hanno capito, da noi ancora si stenta, per troppi anni si è pensato solo ai capannoni, alle licenze edilizie o al turismo di massa.
Lelio Simi

11 marzo 2010

NUOVO CORRIERE DI PRATO

Gli Usa verso Copenhagen… a mani vuote

Le recenti dichiarazioni sull’impossibilità di firmare un serio accordo vincolante per tutte le nazioni sul cambiamento climatico – riportato con una certa enfasi dalle edizioni domenicali dei maggiori quotidiani americani – sembrano mettere la parola fine sulle tante attese alimentate dal vertice danese.

Tempo scaduto, dunque, o forse no… già perché l’America liberal, in questi ultimi mesi, si è continuamente divisa tra gli ottimisti e i pessimisti, tra coloro che comunque puntano su un successo del Cop15 e tra chi, fermamente scettico, dubita che Copenhagen possa rappresentare un significativo passo avanti. Una divisione che sembra destinata a continuare ancora visto che, al momento in cui scriviamo (17 novembre), David Turnbull il direttore Climate Action Network – International titola il suo ultimo articolo “Non è ancora finita” sostenendo che “le voci di un fallimento del vertice di Copenhagen sono state enormemente esagerate” .

Ma facciamo un po’ di storia. Già a inizio ottobre la Casa Bianca, per voce di Carol Browner – la massima autorità in fatto di politiche climatiche ed energetiche dello staff presidenziale – aveva espresso forti dubbi sul fatto che il Senato potesse approvare il progetto di legge sull’energia prima della conferenza di Copenaghen.

Un’affermazione che ha gelato molti entusiasmi. Che il percorso del Climate Bill, dopo il sì della Camera incassato da Obama lo scorso mese di giugno, fosse ancora decisamente in salita lo si sapeva. Sentirlo dire però da una così importante esponente del governo ha addensato molte nubi sulla possibilità di vincere le molte sfide che si giocheranno a Copenhangen.

Tra i primi a commentare le dichiarazioni della consulente della Casa Bianca è stato Brendan Smith, attivista sindacale, blogger e opinionista dell’Huffinghton Post (il più importante dei giornali on line degli Stati Uniti) che ha scritto un giudizio molto tranchant “Sappiamo che cosa deve essere fatto per fermare il riscaldamento globale, abbiamo la tecnologia e le risorse per arrestarlo, sappiamo bene quali saranno le conseguenze se non faremo quello che deve essere fatto. Se i leader più importanti del mondo riconoscono che il riscaldamento globale è un problema e non fanno nulla in proposito, allora vuol dire che sono parte del problema, non parte della soluzione”.

I motivi di preoccupazione però, al di là delle dichiarazioni della Browner, sono stati diversi. Innanzi tutto una pressante e continua attività di lobbying sul Governo americano da parte del cartello dei produttori di petrolio, gas e carbone: 300mila dollari al giorno, come afferma in un suo recente servizio Amy Goodman executive producer di Democracy Now! notiziario indipendente trasmesso in circa 800 stazioni radio e Tv del Nord America.

Poi il fatto che il dibattito politico made in Usa abbia, da ottobre, virato decisamente verso la riforma sanitaria, lasciando decisamente in ombra quello sulle politiche ambientaliste. “Nei prossimi mesi la Casa Bianca dovrà concentrarsi sul Healt Care se vorrà avere almeno la speranza di ottenere qualcosa di più di quanto le Big Pharma e le compagnie private di assicurazioni sono disposte a concedere” affermava qualche settimana fa nel suo blog Rober Reich, ministro del lavoro durante la presidenza Clinton e oggi professore a Berkeley e commentatore radiofonico.

Così, all’inizio del dibattito in Senato, il Climate bill sotto attacco dei “negazionisti” e senza un vero e proprio fronte di appoggio da parte dell’opinione pubblica americana si è immediatamente trovato già in forte difficoltà e in balia di ferree logiche di rapporto costi/benefici: come scrive nell’icipit del suo servizio Juliet Eilperin redattrice del Washington Post “Per un decennio o più la battaglia politica sul cambiamento climatico è stata combattuta in larga misura sulla validità scientifica del riscaldamento globale. Ma come la Commissione Ambiente e Lavori pubblici ha aperto la sua prima udienza sul disegno di legge, le preoccupazioni sono state accantonate per una diversa questione: il potenziale impatto economico dei cambiamenti climatici”. Insomma il rischio che l’America, in un periodo di forte crisi economica, possa preoccuparsi molto meno dell’ambiente e molto di più dei possibili rincari delle bollette energetiche e del prezzo al gallone del gasolio, è sempre più forte.

Dunque una battaglia già persa? Forse, ma c’è chi, nonostante tutto, non perde la speranza che a dicembre gli Stati Uniti possano prendere decisioni concrete al vertice Onu: “I choose to be optimistic” ha ripetuto più volte Al Gore già dallo scorso settembre. Il tempo (quel poco che resta al vertice di Copenhagen) ci dirà se gli ottimisti avevano ragione o erano mossi soltanto dalla forza della disperazione.
Lelio Simi

(novembre/dicembre 2009)

BABEL

 

Per gestire la crisi ecco il Turnaround manager

Anche nel nostro Paese decolla una nuova figura professionale adatta a gestire i momenti di crisi e avviare nuovi progetti

Per le aziende che vogliono affrontare i problemi e cercare di risolverli, senza esitare nell’attesa di una ripresa economica che tarda ad arrivare o sperare in soluzioni che risultano spesso essere dei palliativi come, ad esempio, l’ingresso di un nuovo socio c’è una nuova figura professionale che, anche in Italia, potrebbe affermarsi sempre più. Stiamo parlando del Turnaround manager che fa della gestione del cambiamento, della flessibilità e del lavoro per obiettivi i propri punti di forza.

Un fenomeno certamente accelerato dalla crisi, dicono gli esperti, che sta facendo sempre più emergere le professionalità legate a un settore come le ristrutturazioni aziendali. Una tendenza che viene confermata anche in una indagine condotta da eFinancialCareers – società per la ricerca di professioni nei settori dell’investment banking, asset management e securities – che ha rilevato come, per la gestione della ristrutturazione delle aziende in crisi, stia decollando questa nuova professionalità rispetto ai tradizionali incarichi a studi professionali o società di consulenza.

Una soluzione concreta e pragmatica o la carta della disperazione? «Le ragioni – spiega a commento della ricerca di eFinancialCareer Carlo Caporale, senior manager di Robert Half International una delle più importanti società di recruitment specializzato – sono da ricercare, da un lato nell’aumento delle operazioni di ristrutturazione di aziende anche di grandi dimensioni, dall’altro nella difficoltà di reperire sul mercato competenze e expertise specifiche per la gestione di un processo di risanamento aziendale».

Insomma, la crisi fa paura e obbliga le aziende a rivedere e rinnovare le proprie strategie: secondo uno studio di Standard & Poor’s intitolato “Leveraged Buyouts Are Fueling Surging Defaults In Western Europe”, fino al 29% delle società europee con rating speculativo potrebbero andare in default entro il 2010.

Il turnaround manager è utile dunque soprattutto quando è necessario saper affidare la guida della fase di cambiamento aziendale a una professionalità con idee innovative e capacità nell’avvio di nuovi progetti. Ma a quali caratteristiche deve rispondere questo nuova figura di manager? Normalmente – spiega ancora Caporale – «è un professionista senior, con una cultura finanziaria rigorosa e forti doti sia relazionali che negoziali». Dato il ristretto campione di manager operanti in questo ambito, è difficile fare una stima della loro retribuzione. Tuttavia la quota maggiore della remunerazione è prevalentemente di natura variabile, poiché legata al raggiungimento degli obiettivi, individuati nei parametri e indicatori della salute dell’azienda».

Il turnaround manager viene quindi impiegato in azienda per un periodo che varia dagli 8 ai 12 mesi, a secondo della complessità dell’intervento, e guadagna mediamente più di un manager normale (deve ovviamente mettere in conto la risoluzione del contratto).

«Le competenze ritenute più rilevanti per un consulente in materia di ristrutturazioni aziendali – rivela Tma Italia, l’organizzazione che raggruppa i professionisti della ristrutturazione aziendale in una indagine svolta a inizio anno tra i propri associati – il 76% degli esperti indica quelle gestionali e il 24% quelle finanziarie. Tuttavia sarà proprio la finanza il fattore più critico con cui, secondo gli intervistati, dovranno confrontarsi nel corso del 2009 i professionisti in ristrutturazioni: lo sostiene il 53% degli esperti, contro un 28% che considera il management il fattore più critico, mentre solo un 7% che indica il contesto giuridico come il più ostico».
Lelio Simi
26 Ottobre 2009
ManagerOnline (HTML.it)

Obama ha un sogno “verde”. Gli Usa puntano sulle rinnovabili

Dopo aver stanziato 467 milioni di dollari per lo sviluppo di solare ed eolico il presidente americano ha presentato alla Camera il “Climate change bill”

«Il paese più sostenibile al mondo» è l’ambizioso piano di Barack Obama per gli Stati Uniti, una risposta non solo ai pericoli dei cambiamenti climatici ma soprattutto ai rischi della crisi economica e alla conseguente perdita di posti di lavoro che attanaglia gli Usa.

Puntare nei settori “verdi” vuol dire aumentare l’occupazione, grazie alla creazione di nuovi di posti di lavoro nei settori delle energie alternative. Le priorità, nelle strategie di governo del leader americano, si confermano quindi la riduzione della dipendenza dalle fonti fossili attraverso e, di pari passo, lo sviluppo di fonti di energia alternative e la drastica riduzione delle emissioni.

Insomma Obama ha le idee chiare e traccia la rotta per il futuro dell’economia Usa: «Abbiamo la possibilità di scegliere. Possiamo rimanere il principale importatore mondiale di petrolio, o possiamo diventare il principale esportatore di energia pulita – ha dichiarato il presidente americano – possiamo essere noi a consegnare i lavori del futuro ai nostri competitors, oppure possiamo confrontarci con quello che loro hanno già riconosciuto come la più grande opportunità del nostro tempo: la nazione che guida il mondo nella creazione di nuove fonti di energia pulita sarà anche la nazione che guiderà l’economia globale del 21° secolo. Io voglio che questa nazione sia l’America».

Già nei mesi scorsi nei 787 miliardi di dollari stanziati nel pacchetto di stimoli, “American Reinvestment and Recovery Act”, ben 43 miliardi sono stati riservati a energia e tecnologie pulite (dei quali 467 milioni di dollari destinati all’energia solare e all’energia geotermica ed altri 117,6 milioni invece allo sviluppo dell’energia solare).

In particolare di questi fondi, ben 350 milioni di dollari sono stati riservati all’energia geotermica attraverso progetti dimostrativi (140 milioni di dollari), sistemi geotermici avanzati  (80 milioni di dollari), tecniche di esplorazione innovative (100 milioni di dollari), sviluppo di un sistema di raccolta dati e informazioni sul potenziale geotermico statunitense (30 milioni di dollari).

I 117,6 milioni destinati allo sviluppo dell’energia sono suddivisi in: 51,5 milioni di dollari allo sviluppo delle tecnologie fotovoltaiche, 40,5 milioni per superare gli ostacoli “non tecnologici” (superamento delle barriere di mercato, mancanza di tecnici specializzati) e 25,6 milioni al Csp (Concentrating Solar Power) ovvero il solare termodinamico.

Ma il sogno “verde” del presidente americano non convince tutti, a dire il vero, ad esempio l’autorevole Wall Street Journal secondo il quale la sfida lanciata da Obama avrebbe obiettivi troppo costosi, nel breve medio periodo.
Intanto però il presidente americano ha recentemente incassato un fondamentale successo: anche se per una manciata di voti, la Camera dei rappresentanti ha approvato (con 219 voti a favore, 212 contrari) il “Climate change bill” la legge che limita in maniera drastica i gas inquinanti e impone una riduzione delle emissioni dell’83% entro il 2050. In autunno si dovrà pronunciare il Senato americano e, secondo alcuni commentatori, il risultato favorevole non è ancora scontato. Il sogno “verde” di Obama si trasformerà in realtà o è destinato a rimanere solo un miraggio?
Lelio Simi

22 Luglio 2009

ManagerOnline (HTML.it)

La Cina all’attacco del dollaro

Nessun’altra nazione al mondo ha accumulato riserve in valuta pregiata quanto la Cina: oltre 2.000 miliardi di dollari. Ma adesso Pechino teme una svalutazione del suo enorme patrimonio. E mette in discussione la leadership del dollaro

La Banca popolare cinese ha messo in cassaforte riserve in valuta straniera a ritmi vertiginosi in questi ultimi anni. Soltanto nel secondo trimestre del 2009 sono 178 i miliardi accumulati dal Dragone cinese che supera quindi i 2.000 miliardi di riserve (2.132 come precisa nel proprio sito la Banco popolare cinese). Una cifra che equivale, fa notare il Financial Time, a due volte la produzione economica annuale della stato di New York.

Un incremento di quasi 80 miliardi di dollari l’anno derivante dai soli utili relativi dagli interessi. Una massa monumentale di valuta straniera (composta per due terzi da dollari americani) che, secondo molti esperti, senza un cambiamento di strategia da parte di Pechino rischia di aumentare a dismisura, esponendo così le riserve cinesi ai rischi di un brusca perdita di valore legata alla svalutazione della moneta americana: «e una simile minaccia è improvvisamente divenuta più concreta, a causa della drammatica vulnerabilità del bilancio Usa», ha scritto il Wall Street Journal qualche settimana fa. Non a caso, già a marzo, proprio la Cina aveva proposto di rimpiazzare, con un’altra valuta, il dollaro come moneta di riserva internazionale.

Lo scorso mese di luglio la Cina ha reso noto, attraverso le dichiarazioni del premier di Pechino Wen Jiabao rilasciate al Financial Time, di aver preso la decisione di sbloccare le riserve attraverso il lancio di un nuovo piano di investimenti e acquisizioni. A beneficiarne dovrebbero essere prima di tutto le grandi compagnie statali come PetroChina, Chinalco, China Telecom e Bank of China. Ma soprattutto Pechino, nella sua politica di investimento, snobberebbe i mercati consolidati, a cominciare da Wall Street, puntando in maniera decisa sulle economie dei paesi emergenti in Africa, America Latina e nel resto dell’Asia. Soprattutto perché la Cina è assolutamente intenzionata a utilizzare le proprie riserve per acquisire imprese, attività reali e occupare nuove aree di mercato. Cosa al momento molto difficile da fare nel mercato statunitense ed europeo viste le resistenze dovute proprio al timore di vedere significativamente intaccata da parte degli Stati Uniti la propria leadership.

Non sorprende affatto che, proprio in questi giorni, sia venuta la conferma ufficiale di una visita del presidente americano Barack Obama in Cina a metà novembre. «Entro la fine dell’anno, dovremmo essere in forma migliore quanto non mai nelle relazioni tra Usa e Cina», ha dichiarato alla stampa internazionale il nuovo ambasciatore Jon Huntsman, prevedendo evidentemente che i temi caldi sul tavolo diplomatico saranno parecchi e di non semplice soluzione.
Lelio Simi

8 Settembre 2009

ManagerOnline (HTML.it)

Ubs fa i nomi. È la fine del segreto bancario?

Cede lo storico muro eretto dai banchieri elvetici a difesa della più assoluta privacy dei loro clienti. È stata aperta una piccola crepa oppure una voragine? Di certo qualcosa è cambiato. Per sempre

L’Ubs, il più importante gruppo bancario svizzero (27.262 dipendenti e una massa monetaria gestita di 400 miliardi di euro), ha firmato, mercoledì 19 agosto, l’accordo extragiudiziale con il fisco americano: la banca fornirà alle autorità  statunitensi i nomi di 4.450 clienti. In compenso non dovrà pagare alcuna multa. Si chiude così un lungo e difficile braccio di ferro tra Washington e Berna.
Anche nell’immaginario collettivo, la Svizzera rappresenta (rappresentava?) il luogo più sicuro per custodire segreti da tenere lontano da occhi indiscreti. Basterebbe chiedere a un qualsiasi appassionato di spy story per avere una lista praticamente infinita di romanzi o film nei quali la trama ruoti, in un modo o nell’altro, attorno a documenti, denaro o preziosi nascosti in un caveau di una banca elvetica. E adesso che fine farà quel formidabile vantaggio competitivo per gli istituti rossocrociati?
«Nulla sarà come prima», aveva scritto, già all’indomani dell’annuncio dell’accordo conciliativo la stampa elvetica. La firma segna indubbiamente una data storica, ma, dicono le autorità svizzere, l’istituzione del  segreto bancario è salva. «Questo accordo – ammette in una nota ufficiale Kaspar Villiger presidente della Ubs – aiuta a risolvere una delle questioni più pressanti per Ubs». Sì perché il documento firmato innanzitutto evita il processo a carico del colosso svizzero e pone, comunque dei paletti in materia di assistenza amministrativa. In particolare rinvia le autorità fiscali degli altri Stati alle condizioni fissate dagli standard Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sull’evasione fiscale che la Svizzera peraltro ha già accettato dallo scorso marzo. Dunque davvero «La migliore di tutte le cattive soluzioni» come ha titolato un importante quotidiano svizzero?
Un dato è certo: l’attività negli Usa rappresenta per Usb, circa un terzo del peso complessivo dell’istituto di credito nel mondo. Non solo, tra gli elementi da tenere di conto in questa vicenda c’è che l’Ubs è la banca non americana che più ha risentito della della crisi derivata dagli assets “tossici”: evitare lo scontro frontale con il governo americano significa quindi non perdere altri soldi e non correre il rischio di un sequestro dei propri beni negli Usa. Un accordo per i banchieri svizzeri era praticamente obbligatorio.
In realtà, però, il fisco americano aveva inizialmente preteso ben 52mila nominativi di titolari di conti. Dunque quelli che finiranno nella rete degli esattori americani rappresentano nemmeno un decimo delle richieste iniziali di Washington. Niente più che un contentino, sottolinea più di un analista.
Insomma il successo del fisco a stelle e strisce è storico ma parziale e la diplomazia elvetica non sembra davvero uscire del tutto sconfitta dalla vicenda: ha sì dovuto rinegoziare le regole del segreto bancario che, certo, non sarà più applicato nei termini che lo hanno distinto fino ad oggi, ma lo ha fatto dettando i tempi e le modalità di questo cambiamento e, soprattutto, secondo le proprie leggi. E se questa non è una vittoria, le assomiglia molto.
Lelio Simi
2 Settembre 2009
ManagerOnline (HTML.it)

“La partecipazione? Non solo assemblee pubbliche”

intervista a Luigi Bobbio (pdf)

settembre 2006
AUT&AUT

Bilancio sociale, non un documento ma un processo innovativo

Bilancio sociale,non documento ma processo intervista Viviani (pdf)

febbraio 2006
AUT&AUT

Omar Calabrese «Stabilire tra utente e Portale un’identificazione immediata»

Con Omar Calabrese, uno dei maggiori critici e studiosi della comunicazione a livello mondiale (insegna Teoria della comunicazione all’Università di Siena e Semiotica in quella di Milano ed è il presidente del Corecom, l’organo della Regione Toscana sulla comunicazione), abbiamo parlato del progetto del Portale della Toscana e del rapporto tra nuovi linguaggi e servizi ai cittadini.

Professor Calabrese dopo una fase iniziale di grande entusiasmo i portali Internet hanno visto un generale ridimensionamento, ma oggi che bilancio è possibile tracciare di questa esperienza?
«In generale positivo perché il livello delle informazione è enorme, Internet ha costituito una grande liberazione, prendiamo chiunque debba studiare qualcosa, si può agire da casa con notevole risparmio di spostamento accrescimento della trasparenza

Mi può fare degli esempi di portali ben realizzati?
«Ci sono i grandi portali dediti all’informazione Google indubbiamente è un portale formidabile, Yahoo, Tiscali poi ci sono anche quelle delle pubbliche amministrazioni ce ne sono di ottimi, io sono senese ed ero assessore quando è stato realizzato quello di Siena, ed indubbiamente ha avuto grande successo, pur agendo in una realtà a forte prevalenza contadina ed un territorio a bassa densità di popolazione».

Come giudica il progetto del Portale della Toscana cosa pensa dell’intenzione di comunicare un territorio così complesso?
«Lo giudico eccellente proprio per le intenzioni e per gli sviluppi potenziali che ha».

Ma come deve essere comunicato un progetto così ambizioso?
«Dal punto di vista della comunicazione si è più lacunosi e carenti, è ovvio che qualsiasi rivoluzione tecnologica implica il fatto che si debba innestare sulle tecnologie precedenti, ora una popolazione come quella toscana a carattere conservatore, mi riferisco a livello comunicativo ovviamente, e lo dimostrano anche le indagini sul consumo di Internet che pongono la Toscana ad un livello inferiore rispetto a quello che ci si aspetterebbe, bene in questo contesto probabilmente bisogna agire con mezzi di comunicazione più tradizionali perché altrimenti ci limiteremmo agli utenti che già navigano in Rete e non arrivando ai potenziali nuovi utenti. L’errore è pensare che il fatto di ‘esserci’ sia già comunicazione».

E’ possibile individuare delle priorità nella realizzazione del Portale?
«Sì, ci sono delle priorità, prima quello di non utilizzare i ‘gerghi’, ogni tipo di comunicazione ha le sue caratteristiche, quella di Internet sono la velocità e la chiarezza, bisogna evitare ogni barocchismo e l’utilizzo dei  linguaggi gergali. Spesso nelle Pubbliche amministrazioni si inseriscono documenti, delibere, leggi, identici a quelli cartacei, ma è assolutamente sbagliato perché poco leggibile; bisogna ‘tradurli’ in sintonia con il canale utilizzato, con Internet, perché sia davvero utilizzabile dall’utente»

Che tipo di servizi sarà utile inserire nel Portale?
«Innanzi tutto bisogna fare degli ordini gerarchici, trovare i servizi funzionali, molto spesso il cittadino comune non conosce nemmeno i compiti esatti di un ente ed è costretto ad andare a casaccio, prima necessità è quella di portare in luce i servizi per gli utenti, è poi deve esserci un aspetto politico di trasparenza e in terzo luogo un aspetto enciclopedico…»

In che senso enciclopedico?
«Nel senso che tutto ciò che vorrei sapere e che riguarda la Toscana io posso trovarlo sul Portale, intendo qualunque cosan, anche minuscola, ad esempio un quadro in un museo minore o i riferimenti di un personaggio storico a cui è intitolata una strada; se sul Portale si potesse trovare con rapidità e chiarezza questo tipo di informazioni sarebbe un grosso successo perché stabilirebbe comunque tra gli utenti-cittadini e il Portale della Toscana una identificazione immediata»

Che ruolo dovrà svolgere la nascente Fondazione partecipativa che gestirà il progetto?
«Sostanzialmente lo abbiamo già detto, collocarsi come punto di riferimento, mettere in moto un sistema di relazioni, essere per così dire, la madre di tutti i portali …»

Ma la Fondazione potrà anche essere un ‘motore’ dello sviluppo dell’innovazione?
«Questo non spetta all’osservatore distaccato dirlo ma ad una precisa scelta politica. Certo ne sento l’esigenza. Internet i portali ormai si sono diffusi ma sappiamo che molti non sono in grado, poi, di gestirli, penso anche alle piccole realtà, alle piccole amministrazioni comunali; bene per loro avere un punto di riferimento sarebbe indubbiamente importante».

Qual è l’errore ricorrente nel realizzare un progetto di questa portata?
«Quello di voler mettere troppo, di volerlo mettere subito e tutto insieme, e questo è il più grande rallentatore per un mezzo di comunicazione, e poi quello di non saper tradurre i contenuti in un linguaggio idoneo».

Lelio Simi
maggio.2003
arnovalleycommunity.com

Antonio Paolucci:«vorrei che il Portale facesse capire che gli Uffizi in Toscana sono dappertutto»

Comunicare la Toscana è comunicare uno dei patrimoni artistici tra i più importanti del Mondo. Quale ruolo potrà avere il portale della Toscana? Ne abbiamo parlato con Antonio Paolucci Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Firenze, Prato e Pistoia.

Quale strategia è necessaria per comunicare al meglio l’identità della Toscana?
«Innanzitutto non bisogna parlare di Toscana ma di Toscane, la nostra regione è vasta quanto un continente per quanto riguarda le identità locali da Firenze a Siena da Arezzo a Lucca, da Pisa a Livorno ci sono distanze immense nelle coscienze della gente, ed è giusto che queste distanze rimangano tutto deve fare il Portale tranne quello di pretendere di omologare le identità che devono rimanere tali perché sono il carattere distintivo e la forza della nostra regione»

Ma le identità delle Toscane quali sono?
«Sono a tutto azimut si va dall’arte, alla storia alla gastronomia, alle tradizioni popolari, alle storie del lavoro, alle storie politiche, alle storia della Chiesa dei culti tutto questo fa le identità delle toscane, senza dire poi delle identità  produttive, come si organizza il lavoro delle Toscane nelle  vocazioni dei vari popoli e dei vari distretti? Il problema è dare voce a tutte queste realtà»

Un problema complesso senza dubbio, non le chiedo di darci la soluzione in poche parole, però può indicarci una direzione, una strategia?
«Dare voce a coloro che sono le voci identitarie più importanti di questa regione, e cioè, le tradizioni artistiche e culturali e le specificità delle amministrazioni locali, vede questa è una regione che ha grandi sindaci, magari sono sindaci di paesi di 500 abitanti, ed è una regione che ha grandi direttori di musei, restauratori, artisti di prim’ordine con una rilevanza assolutamente internazionale. Cominciamo a far parlare gli amministratori e i tecnici della cultura e dell’arte che possono fare d apripista».

Una delle vocazioni del Portale è quella di comunicare il patrimonio artistico e culturale della Toscana…
«Io sosterrò questa vocazione supplicando però i responsabili del Portale che quando parleranno di patrimonio artistico e dei musei non facciano l’errore di puntare tutto su Firenze, perché la vera specificità della Toscana – il perché questa regione è unica ed invidiata nel mondo – è il museo diffuso, cioè il fatto che il Pontormo più bello del mondo non sta negli Uffizi ma sta nella chiesa di Santa Felicita, perché se si va in un paese del Chianti si incontra nella Pieve più vicina Ambrogio Lorenzetti o Simone Martini tutto questo fa l’artisticità della Toscana, il muso moltiplicato dappertutto, in ogni piega del territorio. Ecco io vorrei che il Portale facesse capire proprio questo, che gli Uffizi in Toscana sono dappertutto».

Esistono dati sui piccoli musei della Toscana?
«Ma non è solo questione di numeri, il loro numero è elevatissimo, solo a Firenze sono 67  ma solo il 10 percento sono quelli conosciuti, ma se usciamo da Firenze un vero anello d’oro la circonda con tesori straordinari»

Impressiona però il dato che che solo il 10 percento dei musei sono conosciuti…
«Certo, vede cito sempre il caso di Firenze una città che può collassare per due patologie contrastanti, ovvero – nella zona del Duomo, Santa Croce e gli Uffizi -  per ipertensione per la pressione dell’utenza per il caos, e ci sono altre parti che possono collassare per necrosi per degrado, penso all’Oltrarno ad esempio, e questo vale anche per la regione, il Portale se ha un obbiettivo politico dovrebbe essere proprio questo, spalmare su tutto il territorio il turismo, far circolare il sangue dell’afflusso delle circolazione delle idee, delle persone, del denaro delle occasioni economiche dappertutto in quel grande museo sotto il cielo che è la Toscana. Presentare materiali e stimolare curiosità tali per cui diventa naturale raggiungere questo obiettivo questo dovrebbe essere l’obiettivo del Portale».

In molti indicano il rinnovamento tecnologico come principale urgenza nell’organizzazione della struttura del sistema delle imprese toscane, è questa a suo parere anche un’urgenza del sistema organizzativo della proposta culturale e museale toscana?
«Chiaro  che si. Ad esempio la Cassa di Risparmio di Firenze, assieme alla Sovraintendenza sta mettendo in rete tutti i musei delle provincia di Firenze, lo stesso sta facendo Siena, bisogna fare massa critica, per farlo bisogna mutuare dai distretti industriali la loro capacità di fare rete,  insomma tutta la toscana deve diventare un grande distretto della cultura in rete».

In questo grande distretto della cultura che ruolo possono avere i privati?
«I privati devono capire che questo è il loro interesse, d’altronde lo hanno già sperimentato, vede dietro ogni paio di scarpe, ogni abito venduto all’estero con il  made in tuscany c’è il Botticelli, Michelangelo, i cipressi del Chianti… tutto questo fa pubblicità, e loro sanno bene che riescono a vendere grazie anche a questo abbrivio con la cultura della Toscana, c’è voluto per farglielo capire ma adesso lo hanno capito».

Nella realizzazione di questo progetto c‘è un errore da non commettere assolutamente?
«Fare prevalere gli spiriti negativi delle genti toscane, perché c’è un demone, che conosciamo tutti, da esorcizzare, cioè l’individualismo toscano, ovvero essere contenti se l’amico non riesce a fare quello che vorrebbe fare, lo abbiamo dentro di noi è il nostro nemico, l’antagonismo negativo, che non è lo spirito di competizione che è una cosa buona, ma l’antagonismo miope, questo dobbiamo assolutamente evitarlo».

Lelio Simi
giugno.2003
arnovaleycommunity.com