Storytelling multimediale: il racconto giornalistico e l’evoluzione dello “snowfalling”

collage

Non è certo frequente che un reportage immediatamente dopo la sua pubblicazione sia subito considerato una pietra miliare nella storia del giornalismo. A Snow Fall è accaduto proprio questo tanto che il celebre e celebrato lavoro del New York Times, messo on line nel dicembre 2012 è diventato lo storytelling multimediale nel campo giornalistico per antonomasia: un reportage “alla Snow Fall” viene comunemente detto per definire qualsiasi “format” digitale di questo tipo.

Così in soli 12 mesi dalla sua pubblicazione una lunga serie di lavori (circa un centinaio) sono stati realizzati nel suo solco, da testate ma anche aziende che si sono ispirati a questo formato narrativo per raccontare e raccontarsi. E a dire il vero “Snow Fall” non è nemmeno stato il primo lavoro di questo genere, ad esempio è da ricordare, prima di lui The Long Strange Trip of Dock Ellis della Espn e tra i progenitori, diciamo così,  sono da ricordare anche alcuni esperimenti (ad esempio questo) fatti dalla rivista The Verge.

Va detto però che tra tanta ammirazione e meritate celebrazioni queste tipologie di storytelling hanno ricevuto anche qualche decisa critica. Ok d’accordo è difficile accontentare tutti (anche se forse è un po’ esagerato scrivere come ha fatto Choire Sicha che “Chiunque segretamente odia Snow Fall“), ma però uno sguardo ai detrattori ha comunque valore darlo perché ci aiuta a capire alcune cose: in particolare per “Snow Fall” (un vero kolossal nel suo genere per risorse economiche e di professionalità impiegate) c’è chi ha sottolineato la sua difficile “replicabilità” in altri contesti che non siano la testata giornalistica più prestigiosa al mondo.

Insomma un “lusso” produttivo per pochi. E in effetti a confermarlo è stato lo stesso Richard Berke assistant managing editor del New York Times che ha dichiarato poco dopo la pubblicazione del reportage: “Abbiamo investito troppo lavoro, tempo, persone su quel progetto. Sappiamo che è stato un successo e continuiamo ad avere nuovi visitatori ogni giorno. Ma non possiamo permetterci di puntare su quello. Sperimenteremo modelli diversi, magari più economici e meno impegnativi” (la fonte è: Perché Firestorm e Snow Fall non salveranno i giornali di Serena Danna).

E a Medium, l’ottimo progetto dedicato allo storytelling online, hanno spiegato più o meno così la loro decisione di non voler adottare questo tipo di format: scriviamo storie intorno alle 7-8mila parole, il nostro obiettivo è quello di promuovere nel web le storie estese ma è anche di rendere la vita dei lettori più facile, non è detto che se siamo in grado di fare “snowfalling” sia comunque necessario realizzarlo, obbligando il lettore a inchiodarsi per 30 o 40 minuti davanti allo schermo (ho sintetizzato brutalmente il pezzo completo lo potete leggere qui: Snowfallen Just because you can, it doesn’t mean you should)

Nonostante questi appunti la domanda è: lo storytelling “alla Snow Fall” se non a salvare i giornali contribuirà almeno a renderli migliori? Intanto c’è da dire che nonostante gli sforzi produttivi richiesti, nel 2013 il New York Times ha continuato a sfornare reportage di questo tipo: altri sette da The Jockey al davvero notevole e recentissimo Invisible Child.

Perché se costa così tanto? Primo perché questo tipo di lavori con il loro prestigio (parola impegnativa, lo so) aumentano il valore percepito del “brand” e una testata, qualunque sia, ha bisogno di valorizzarsi e affermarsi anche come marchio, oggi più che mai. Poi perché questi format promettono un forte interazione con il lettore e lunghi tempi di permanenza sul sito e aumentare il tempo medio di lettura degli utenti è un importante obiettivo per le testate online.

MA COSA VUOL DIRE “SNOWFALLING”?

wired

“Station to station” gran bel reportage di Wired (12 settimane di lavorazione) sull’artista multimediale Doug Aitken [http://www.wired.com/underwire/aitken-station-to-station/#page]

Ecco a questo punto cerco mettere insieme alcune caratteristiche tecniche di base che differenziano questa tipologia di lavori da un “normale” reportage online (magari a voi ve ne vengono in mente altre, suggerimenti come sempre ben accetti):

Longform storytelling, ovvero narrazioni giornalistiche dalla forma estesa (più di 4/5mila parole o 25/30mila battute se preferite queste come unità di misura).
Unique article design ovvero un articolo caratterizzato da layout particolare che utilizza tutta l’estensione della pagina (soprattutto per le immagini che possono sfruttare tutta la larghezza dello schermo) e si differenzia totalmente con il resto del sito d’origine (per averne un’idea ecco alcuni esempi).
Layout con scorrimento in parallasse (la speciale tecnica di “scrolling” mutuata dai video game nella quale le immagini in sottofondo si muovono più lentamente rispetto ai testi e/o altre immagini, per esser e più chiaro ecco una serie di lavori che utilizzano questa tecnica in ambiti non giornalistici).
Contenuti multimediali: oltre a testo ovviamente anche video/audio, foto e gallerie fotografiche, documenti, mappe e grafici possibilmente interattivi.

Quindi, comunque la pensiamo in merito a questo tipo di formato narrativo –ci sono due punti sui quali credo sia interessante riflettere:

Fattibilità e scalabilità: ovvero la capacità di realizzare progetti di questo tipo che possano essere “sostenibili” e replicabili con una certa continuità in una testata in modo che questi lavori non rappresentino semplicemente un reportage “da esposizione” realizzato una tantum ma qualcosa che – pur tenendo conto del tempo e delle risorse comunque necessarie a realizzarli – entri a pieno diritto nella routine del lavoro giornalistico, sapendosi evolvere e crescere.

Leggibilità: ovvero la capacità concreta di coinvolgere il lettore in un’esperienza che lo porti a utilizzare tutti i diversi strumenti messi a disposizione dal racconto (testo, immagini, video, interattività) invitandolo a penetrare e approfondire la lettura della storia nei suoi diversi snodi e non semplicemente a rimanerne ammirato e colpito dagli “effetti speciali”.

Certo, lo sappiamo, la tecnologia corre veloce: quello che in breve tempo ieri era complesso, oneroso e inaccessibile ai più diventa oggi (relativamente) semplice, disponibile e a costi molto bassi (fino allo zero) per chiunque voglia farne uso. Snow Fall per tutti insomma come scrive Mario Tedeschini Lalli in un suo pezzo dove elenca una serie di preziosissimi strumenti – come Scrollkit, Shorthand e molti altri - per costruire la propria multimedia storytelling qualunque sia il budget.

Ovviamente per realizzare un certo tipo di lavori continuano a servire competenze (e in molte aree distinte), tempo e risorse, ma se si hanno un po’ meno ambizioni e voglia di imparare con questi strumenti si possono comunque fare cose dignitosissime. È quindi logico pensare che questo tipo di competenze possano sempre più diffondersi rendendo, a livello produttivo, sempre più accessibili lavori tecnologicamente evoluti.

“NSA FILES: DECODED” IL PUNTO DI SVOLTA NsaFiles

Alcune cose importanti sul (possibile) futuro di questo “genere” di narrazione, ce le dice uno dei lavori più recenti e apprezzati: Nsa File: Decoded, il reportage pubblicato dal Guardian sull’impatto nell’opinione pubblica delle rivelazioni di Edward Snowden. Ne sottolineo un paio:

Come fa notare in un articolo Mario García (una vera autorità in materia) che ha scritto questo articolo entusiasta The Guardian: elevating multimedia storytelling: «il reportage del Guardian sui file NSA, mi dice qualcosa che è esattamente quello che cerco di enfatizzare nei miei laboratori di narrazione multimediale: fin dall’inizio la storia è vista come un lavoro digitale». Insomma il reportage  è “digital native” e non potrebbe essere replicato in nessun altro formato. «La cosa più importante per me nella narrazione multimediale è quella di scegliere la forma, il formato e la lunghezza che meglio racconta la storia» leggiamo ancora nel pezzo in una dichiarazione di Bob Sacha uno dei responsabili del progetto.

Un secondo elemento che lo caratterizza è il tema trattato. Negli altri lavori – da “Snow Fall” in poi – la scelta del soggetto del reportage è quasi sempre caduto su temi che guardavano al passato remoto e comunque “periferici” rispetto all’attualità della cronaca: vecchie imprese sportive, eventi “eroici” ormai dimenticati. Il “come” si narrava diventava, in quei casi, quasi più importante di “cosa” si stava narrando: ma nel lavoro del Guardian il tema affrontato è il fatto di cronaca più importante dell’anno, il primo (o uno dei primi) nell’agenda di tutte le maggiori testate giornalistiche.

È un punto di svolta: alla base di tutto c’è infatti una massa enorme dati e documenti, elementi che sembrano essere l’antitesi del materiale ideale (empatia, emozione) per una buon storytelling. Ma la sfida è proprio questa: far capire al lettore come e perché quella massa imponente di file siano importanti, anche per lui: “What the revelation mean for you” è significativamente il sottotitolo del reportage.

Insomma in questo caso si potrebbe quasi dire che sono le caratteristiche del soggetto ad aver “chiesto” un metodo di racconto più evoluto capace di raccontare la complessità rendendola chiara e interessante. Una serie di elementi che era difficile comunicare efficacemente in modo diverso, questo tipo di storytelling diventa “la” soluzione a un preciso problema narrativo e non semplicemente “una” delle opzioni.

Un altro aspetto da notare è il “peso” della parte di testo: in “Snow Fall” la parte scritta è circa di 16mila parole (divisa in sei capitoli) e nell’ultimo lavoro del New York Times “Invisible Child il testo dei cinque capitoli è complessivamente di circa 30mila parole ma invece in “Nsa File Decoded” si riduce a solo 4mila parole (per il solo testo principale).

Una scelta, quella dello staff multimediale del Guardian, che privilegia la narrazione per mezzo di contenuti grafici e video su quelli di testo quasi in antitesi con l’idea alla base di molti lavori di questo filone (ad esempio in “Snow Fall”) che invece mettono al centro il reportage “classico” prevalentemente testuale e poi lo arricchiscono con elementi multimediali e interattivi. Insomma due scuole di pensiero, due scelte stilistiche ben differenziate: nella prima si cerca di trovare un linguaggio “nativo” del web nel secondo si cerca di trasferire nell’online l’esperienza di lettura dei grandi magazine di carta.

L’ESEMPIO DI “SEA CHANGE”: IL REPORTAGE DIVENTA UN’APP seachange

Segnalo infine un altro lavoro molto apprezzato ma forse meno noto rispetto a quelli citati fino adesso: Sea Change del Seattle Times. È un reportage ambientale che tratta dell’acidificazione degli oceani e delle conseguenze che ne derivano per l’ambiente e per l’uomo. In parte finanziato dal Pulitzer Center (che ha permesso al team di girare per tutto il Pacifico per raccogliere dati, testimonianze e fotografie). Ne parlo perché mi sembra interessante principalmente per due motivi:

La struttura relativamente “semplice”, molto di più rispetto a “Snow Fall” e “Nsa Files: Decoded”, ma comunque efficace a dimostrazione si può lavorare anche con strutture meno complesse e ottenere comunque ottimi risultati. La scusa che questo tipo di lavori non può essere realizzato da molte redazioni perché troppo complessi è in molti casi, appunto, una scusa.

Il reportage non si conclude con un unico lavoroone shot”, ma è tenuto vivo in un unico “luogo” dove nel tempo vengono aggregati i vari aggiornamenti (nuovi elementi di testo, video, mappe o commenti dei lettori) che sono assemblati tra loro ma possono essere seguiti anche singolarmente. Una semplice barra in alto, niente di rivoluzionario ma molto efficace, ci segnala e aggrega gli “update”, i commenti, i video e le mappe. In questo modo ogni nuovo elemento che aggiorna il racconto può essere aggiunto e integrato senza “amnesie” (senza cioè dover ripartire daccapo ogni volta che si parla di quell’argomento).

È un aspetto che può aprire prospettive tutte nuove nel racconto giornalistico perché ad esempio, come fa notare ancora Mario Tedeschini Lalli nel suo blog  «i “racconti multimediali” escono dagli schemi classici del sito web. Sono probabilmente destinati a nuovi prodotti digitali, per esempio sotto forma di applicazioni». Un elemento interessante, molti reportage infatti trattano argomenti che non si esauriscono in poco tempo, ma continuano a crescere e aggiornarsi continuamente. La risposta può essere proprio quella di avere un unico luogo dove tenere assieme e in vita i diversi contenuti invece che disperderli in tanti articoli (messi insieme al massimo da qualche tag). Un nuovo modo di scrivere e pensare il reportage insomma. E se questo non è un modo per migliorare i giornali online mi sembra che ci vada davvero molto vicino.

bonus: ho realizzato una lista di lavori “alla Snow Fall” aggiornata ad oggi la trovate su questo link (Google docs) che ho riordinato, aggiornato e corretto avendo come base quest’altra lista realizzata da Bobbie Johnson (che ringrazio).

altre fonti e approfondimenti:

					

8 thoughts on “Storytelling multimediale: il racconto giornalistico e l’evoluzione dello “snowfalling”

  1. Pingback: Un anno di ‘’snowfalling’’, una nuova, matura, narrazione multimediale | LSDI

  2. Pingback: Ma dove ha la testa quella? Eh, su Facebook ha la testa quella | Converso

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