La battaglia dei fatti e il falso equilibrio. Il Fact checking cambierà la cronaca politica?

Mentre il fact checking in Italia finalmente sta muovendo i suoi primi, timidi, passi in America nei mesi scorsi, proprio mentre la corsa alle presidenziali si infiammava e i faccia a faccia Obama-Romney venivano analizzati parola per parola, alcuni giornalisti hanno sollevato qualche perplessità sul meccanismo che ha lo ha portato ad essere, negli Stati Uniti, un fenomeno giornalistico di grande successo molto seguito e richiesto dai lettori.

L’accurata verifica dei fatti – perché questo è il fact checking – in realtà dovrebbe essere una delle condizioni necessarie a definire “giornalismo” un articolo o un qualsiasi altro lavoro (perché se viene fatta è giornalismo, se no stiamo parlando di qualcos’altro…). Nonostante questo è indubbio che i siti dedicati al fact checking, come Politicfact e FactChecker.org o il lavoro del Washington Post siano entrati nel giornalismo americano – di solito molto (troppo) attento alla “misura” – come aria fresca portando qualcosa che prima non c’era (almeno nel format) e  rispondendo a una richiesta che era sempre più pressante da parte dei lettori.

La fortuna di questi lavori è dovuta anche al fatto di essere caratterizzati da una grafica che traduce in maniera diretta e molto efficace il livello di credibilità e onestà dei politici relativo alle loro dichiarazioni. Il rating (più o meno alto a secondo di quanto è grossa la menzogna) viene visualizzato in maniera evidente con un pinocchio dal naso più o meno lungo o un manometro che indica un valore preciso. Insomma non c’è da leggere tra le righe o ponderare tutte le sfumature arabescate di un editoriale che dice e non dice: le affermazioni del tale leader si beccano quattro pinocchi su cinque, il manometro prende fuoco e appare la scritta “pants on fire!”, bene vuol dire che ha mentito alla grande.

Ma come dicevo, qualcuno in questi mesi ha sollevato dei seri dubbi sul fatto che questa pratica giornalistica stia portando realmente un innalzamento qualitativo del dibattito. E se tra gli scettici ci sono anche firme autorevoli del giornalismo americano – e non solo zelanti spin doctor imbufaliti dalla bocciatura subita dal proprio datore di lavoro – ha sicuramente valore seguire la diatriba e il suo evolversi.

Una delle voci levate con più forza è quella di Clive Crook senior editor di Atlantic ed editorialista per Bloomberg, che in questi mesi ha scritto alcuni articoli molto piccati contro il fact checking, poi ha smorzando leggermente i toni, restando però fermo sulle proprie opinioni:

«Focalizzarsi solo su slogan e la retorica delle dichiarazioni è una distrazione. Chi se ne frega se una dichiarazioni di Romney sul piano sanitario o la replica di Obama si beccano tre o quattro pinocchi? Quello che dovremmo fare è discutere su che cosa c’è di buono o di cattivo in quel piano sanitario, come migliorarlo ed eventualmente con cosa sostituirlo, e non ossessionarci sull’”onesta” della retorica di una o dell’altra parte. I politici mentono. E sai che sorpresa!».

E ancora:

«Questa moda per il fact checking è ben lontana dall’elevare il livello del dibattito in questo Paese, come presumibilmente era stata pensata, in realtà lo sta guidando verso una nuova forma di infantilismo. Come fanno i factchecker a ottenere le loro pageview? Etichettando come illegittime le affermazioni di una o dell’altra parte politica. Invece di affermare “si sta sbagliando, ed ecco il perché” alimentano un appetito delle persone che non hanno bisogno di essere arrabbiate e irrazionali. Adesso possono dire, come un bambino petulante “biugiardo, bugiardo, ti sta crescendo il naso!”».

Insomma – dice Crook – il fact checking, a dispetto delle buone intenzioni che lo hanno generato, sta diventando un giochino divertente e facile da “viralizzare” sui blog e i social network. I lettori si indignano, postano su Facebook o su Twitter il link a un articolo dove si dice che il livello di menzogna di un’affermazione di Romney è di 3,8 punti su 5, mentre quello di Obama è di 3,4. Ok, tutto bello, ma se tutto finisce lì chiediamoci: quanto realmente aiuta i cittadini a capire e approfondire, nella loro sostanza, i temi dibattuti negli scenari politici?

Il rischio insomma è quello di non approfondire davvero le questioni importanti, ma di rimanere alla fine imprigionati nella ragnatela delle infinite dichiarazioni, repliche e controrepliche di una classe politica comunque autoreferenziale. E Peter Hart, direttore del Fair (Fairness e accuracy in media), esprime ulteriori perplessità, ad esempio in questo articolo:

«Uno dei più comuni problemi con il media fact checking è la necessità di essere sempre e comunque bilanciati, senza porsi il problema di dove stia davvero la verità».

Addirittura secondo Hart il fact checking rappresenta niente altro che una nuova forma di quel “falso equilibrio” che spesso ha ingessato il giornalismo in America (e non solo laggiù, ovviamente) in un’ostentazione di obiettività dal vago sapore ipocrita. Hart se la prende in particolare con un articolo del Time dove in sostanza le affermazioni di Romney e Obama vengono prese con lo stesso criterio: le menzogne del primo sono sfacciatamente grossolane – scrivono al Time – ma quelle del secondo, così estremamente raffinate, sanno avvicinarsi più alla realtà e per questo risultano più efficaci.”Capito?” dice Hart “Obama mente perché le sue bugie sono più accurate!”. Ecco un altro equilibrismo dialettico per non esporsi e prendersi la responsabilità di chiamare le cose con il loro nome e dire chi mente di più, per non fare reali distinzioni tra categorie diverse, scrive in sostanza Hart.

Michael Scherer editor al Times e factchecker convinto della bontà dell’impostazione del suo lavoro, chiamato direttamente in causa ha risposto però a Peter Hart  in un lungo e articolato pezzo Fact Checking And the False Equivalence Dilemma  dicendo in sostanza che: mi piacerebbe poter avere un metodo scientifico per dire che Romney mente di più di Obama, o viceversa, ma questo sistema non esiste. Da giornalista però posso rilevare il grado di affidabilità delle loro affermazioni e mettere in evidenza le loro menzogne:

«In questo modo i cittadini che voteranno saranno più informati su quello che attualmente accade, il ché contribuisce a rendere più efficiente una democrazia. Potrà inoltre essere aumentato quello che gli analisti politici chiamano ‘costo della reputazione’ per i politici che mentono. In un mondo perfetto il costo dovrebbe essere più alto per la parte che mente di più. Ne consegue che la stampa così dovrebbe mettere in evidenza chi  peggio».

A questo punto è lecito chiedersi: grazie al fact checking il giornalismo politico è cambiato? Che poi è la domanda che poneva qualche tempo fa Mathew Ingram su GigaOm, nel suo pezzo. Consiglio vivamente di leggere l’articolo di Ingram ma la sua conclusione è davvero molto efficace:

«Abbiamo bisogno di più fonti che siano capaci di chiamare bugia una bugia – come blog e fonti alternative come Reddit si sono dimostrati bravi a fare – e media più tradizionali che siano capaci di mettere la testa fuori dalla propria redazione».

Ecco, alla fine il giornalismo politico non potrà essere davvero diverso e rispondere alle nuove esigenze di cittadini e lettori se non saprà guardare fuori di se stesso e mutare molti dei suoi paradigmi. Così probabilmente le analisi più interessanti sull’argomento le ha scritte Dan Conover, giornalista e blogger fuori dagli schemi. Conover invita i fact checker a concentrarsi sui programmi, sulla loro coerenza e la loro consistenza e non sulle singole affermazioni, perché così si perde inevitabilmente il quadro di insieme. Ma è difficile estrapolare e scegliere una sola frase perché di analisi e riflessioni significative Conover ne ha scritte parecchie (leggetevi Our fact-checking dilemma: What could journalists do right now? o Why Fact Checkers fail), certo che questo passaggio è perfetto per chiudere (per adesso) il quadro:

«Ciò che noi chiamiamo “fact checking” è semplicemente il giornalismo tradizionale vestito con una trovata moderna. PoliFact e Glenn Kessler sul Washington Post non stanno facendo niente che non poteva essere fatto in un normale reportage. Che adesso noi si collochi “fact” in una categoria separata dallo standard di riferimento della cronaca politica è la testimonianza che un sistema sì è guastato, e che questo non lo sta cambiando. Oggi i fact checker devono operare all’interno degli stessi limiti che mi tormentavano negli anni Novanta e Duemila, e nessun aggiustamento di rotta potrà salvarli».

Troppo pessimista?, e in Italia quale potrebbe essere lo scenario per la cronaca politica una volta che il fact check prenderà campo?

Fonti, approfondimenti e materiali: Fact-Checking: A Clarification (Clive Crook – The Atlantic)

Time: Obama’s Lies Are Worse Because They’re More Accurate (Fair blog)

Fact-checking politics: Why we need “open journalism” more than ever (GigaOm)

gli articoli con tag Fact Checking della rivista Atlantic e quelli del Time

il falso equilibrio nel giornalismo e la linea editoriale (bella analisi di Luca Alagna nel suo blog Stilografico)

Fact checking e elezioni USA: chi è il bugiardo? (Unimondo)

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