Slow communication: il tempo di Mercurio e quello di Vulcano

C’è poco da fare, è davvero difficile quando si vuole mettere giù qualche appunto o riflessione sul tema della velocità imposta dai nuovi media alla scrittura e alla comunicazione di oggi, resistere alla tentazione di andare a riaprire e rileggere il capitolo dedicato alla “Rapidità” delle Lezioni Americane di Calvino. Come da molti altri sottolineato le Lezioni sono un perfetto manuale di approccio alla scrittura ai tempi di Internet (che Cavino non ha fatto in tempo a conoscere) e personalmente, tra quelle “sei proposte per il nuovo millennio”, percepisco proprio quella sulla rapidità come la parte centrale, la qualità che connette e dà il giusto peso a tutte le altre.

Rischio quindi di sembrare poco originale, visto che anche su questo blog l‘ho fatto sistematicamente quando ho trattato di questi temi, ma tant’è. La voglia di tornare su questo argomento me la danno due iniziative che voglio segnalare: la prima è la nascita in Italia – già da qualche mese – di un movimento dedicato alla Slow Communication, l’altro è un incontro presentato dallo stesso movimento all’interno dell‘Internet Festival di Pisa (che di appuntamenti interessanti ne ha davvero molti), “Contro la dittatura del tempo reale. Percorsi per un uso consapevole del web” che sono molto curioso di seguire.

L’idea della slow communication si lega a quella dei movimenti che della lentezza fanno un simbolo e che valorizzano processi produttivi che sanno ancora legare il “prodotto” alle storie dei luoghi e delle persone che li hanno realizzati. Il fast, fine a se stesso, compulsivo non ha memoria. La malattia del “Brevismo”, come scriveva qualche giorno fa Stefano Bartezzaghi, ovvero dell’arrivare prima e subito senza minimamente curarsi del “come” e del “perché”, è devota unicamente al culto deleterio della performance. Quindi della quantità senza qualità, o meglio della quantità come unica metrica, che per questo diventa qualità a prescindere (con quello che ne consegue, tutto ciò che è di più diventa automaticamente il migliore: il più visto, il più cliccato, il più venduto, il più aggiornato… e potremmo continuare all’infinito). Il fatto che da noi nascano iniziative che hanno come obiettivo quello di allargare i valori della sostenibilità all’universo dei media è da salutare con soddisfazione. L’invito a rallentare che viene dalla cultura slow è più che necessario, ma non basta. Serve ovviamente saper riconoscere, una volta moderata la velocità, la qualità in quel “meno” che riusciamo a fare. E la semplice opposizione dello slow al fast  può avere dei limiti.

Per questo torno alle Lezioni Americane perché, tra le tante, una delle cose che più mi affascina delle analisi di Calvino è il non contrapporre una qualità al suo (presunto) opposto. L’elogio dell’una non significa affatto l’esecrazione dell’altra. Anzi. C’è sempre l’invito di scoprirne le complementarietà attraverso le loro connessioni, i loro punti di contatto e gli intrecci che possono generare. È uno degli innumerevoli pregi di quelle pagine, da tenere sempre a mente anche oggi, dopo anni e anni nei quali i media, soprattutto qui in Italia, ci hanno sempre più abituati a definire idee e concetti quasi esclusivamente per contrapposizioni (anche quando se ne potrebbe tranquillamente fare a meno).

Nel capitolo dedicato alla Rapidità, Calvino nelle pagine finali ci racconta di due miti apparentemente agli antipodi: quello di Mercurio “con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile e adattabile e disinvolto” e quello di Vulcano “chiuso nella sua fucina dove fabbrica instancabilmente oggetti rifiniti in ogni particolare” per poi darci questa definizione della buona scrittura:

Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera. […]

La concentrazione e la craftsmanship di vulcano sono le condizioni necessarie per scrivere le avventure e le metamorfosi di Mercurio. La mobilità e la sveltezza di Mercurio sono le condizioni necessarie perché le fatiche interminabili di Vulcano diventino portatrici di significato e dalla ganga minerale informe prendano forma gli attributi degli dei, cetre o tridenti, lance o diademi.

Ecco, esiste quindi una rapidità che (a differenza di quella ansiogena descritta perfettamente da Bartezzaghi) è il prodotto ultimo della lentezza. È quella che può essere realizzata anche al tempo dei mezzi velocissimi e del continuo, inarrestabile flusso di informazioni che ci sovrasta e annichilisce. Quella che non appiattisce la complessità del mondo, ma sa restituirla anche attraverso qualche tweet o un breve post. Che filtra i fatti che racconta attraverso i media sociali e li mette al vaglio della verifiche incrociate. Che cura i contenuti tra le migliaia depositati nella Rete (e non solo) cercandone connessioni e percorsi non banali per renderli interessanti, attuali e avvincenti a chi li legge (su un notebook, un tablet o uno smartphone o un qualsiasi altro aggeggio elettronico). Che è frutto del lavoro di chi non si improvvisa dall’oggi al domani esperto di un settore ma ne ha studiato prima dinamiche e scenari.

Ma anche la lentezza ha bisogno (spesso) di rapidità. Per comunicare efficacemente senza avvitarsi su se stessa, per togliersi di dosso il peso del superfluo, per trovare il dono della sintesi efficace e centrare l’attenzione del lettore. Per trovare leggerezza, coerenza con il ritmo dei nuovi mezzi, ed esserne alla fine ripagata dalla loro molteplicità e visibilità.

Link:
il sito del movimento Slow Communication

altri articoli sulla slow communication in senzamegafono

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