Discorso diretto, conoscenza condivisa

“La vaghezza del linguaggio, lungi dall’essere un’imperfezione o un bug, è in realtà il tratto distintivo della lingua che usiamo a nostro vantaggio nelle relazioni sociali” sostiene Steven Pinker, cattedra di psicologia cognitiva ad Harvard e noto divulgatore scientifico con diversi bestseller al proprio attivo.  “The stuff of Thought” è il più recente presentato dall’autore in molti speech, quasi sempre folgoranti. In rete se ne trovano diversi, questo ad esempio è stato registrato al TED Global di qualche anno fa, il video che ho messo in questo post, opera di quei geniacci di Cognitive Media (che ho segnalato altre volte su questo blog), è la versione animata di un altro lungo intervento dello scienziato americano.

L’opacità come tratto distintivo del nostro linguaggio, dunque? Una strategia per comunicare agli interlocutori in maniera indiretta, tra le righe (e ipocritamente più sicura) quelle che sono le nostre reali intenzioni: “che bello il suo ristorante, sarebbe davvero un gran peccato se dovesse succedergli qualcosa di brutto” dice nei Soprano il boss del quartiere alla vittima dei suoi ricatti; “Vuoi salire da me per vedere la mia collezione di stampe?” è l’ormai consumato invito del corteggiatore dopo una cena galante. Il reale significato delle due frasi, nei due esempi fatti da Pinker, è ovvio a tutti.

Al di là del tono divertito di Pinker non siamo distanti da quello che scriveva nei suoi ultimi bellissimi articoli lo storico Tony Judt, “Parole confuse suggeriscono idee confuse nell’ipotesi migliore, o mistificatrici in quella peggiore”… la mistificazione appunto, il discorso indiretto mira a negoziare un determinato tipo di relazione, che il discorso diretto potrebbe minare, mettere in discussione.

Ma è il discorso diretto che crea una conoscenza condivisa, un sapere comune attraverso il quale è possibile costruire un nuovo ordine di relazioni. Individual knowledge vs. Mutual knowledge. Quando, nella celebre favola di Andersen, il bambino grida “il re è nudo!” non rivela assolutamente niente che tutti gli altri già non sappiano eppure, ci fa notare Pinker, “ha cambiato lo stato della loro conoscenza dando loro un potere collettivo capace di cambiare il dominio dell’imperatore”. Il concetto è quasi banale, ma è davvero interessante rifletterci sopra, perché è alla base di molte dinamiche sociali, anche di stretta attualità. Ad esempio, ci domanda Pinker, vi siete chiesti perché la maggior parte delle rivoluzioni politiche partono da una folla che si raduna in una pubblica piazza?

Steve Pinker sul New York Times

Caro blogger ti scrivo (la lettera dell’HuffPost ai collaboratori dopo la cessione ad AOL)

Forse davvero, come scrive con una punta di malizia Alexis Madrigal – senior editor della rivista Atlantic -, è semplicemente un modo carino per dire “hey blogger non aspettarti di fare più soldi solo perché abbiamo incassato 315 milioni di dollari”, ma la lettera inviata ai propri content creators dallo staff dell’HuffPost per informarli su cosa li aspetta, vale comunque una lettura attenta, da aggiungere a tutte le diverse riflessioni e considerazioni che questa clamorosa operazione editoriale sta facendo fare a mezzo mondo.

La lettera, pubblicata da Atlantic, la potete leggere qui nella sua versione originale (cosa che consiglio di fare). Io l’ho comunque tradotta al volo:

Ti scriviamo riguardo ad alcune notizie davvero eccitanti. Come si può vedere cliccando sulla home page HuffPost, The Huffington Post è stato acquisito da AOL, creando così all’istante una delle più grandi media company del mondo, con una distribuzione a livello globale, nazionale e locale che fa leva di tutte le diverse piattaforme, compreso il web, il mobile e i tablet, combinando reportage originali, opinioni, video e attività di social e community engagement.

Al centro di tutto questo ci saranno quel tipo di commenti originali, influenti e perspicaci sui temi del giorno che tu e il resto dei nostri blogger regolarmente ci inviate. I nostri blogger sono sempre stati una parte molto grande dell’identità dell’HuffPost – e continueranno a essere una parte molto grande di quello che siamo.

Quando l’Huffington Post è stato lanciato nel maggio 2005, avevamo grandi speranze. Ma ci sarebbe stato difficile prevedere che, nemmeno sei anni più tardi, saremmo stati in grado di annunciare un accordo che ci permette di realizzare la nostra vision alla velocità della luce.

Il team di HuffPost blog continuerà a operare come ha sempre fatto. Arianna diventerà redattore in capo non solo di HuffPost ma della neonata Huffington Post Media Group, che include tutti i siti di contenuti di AOL , tra i quali Patch, Engadget, TechCrunch, Moviefone, PopEater, MapQuest, Black Voices, e Moviefone.

Insieme le nostre aziende avranno un parco complessivo di 117 milioni di visitatori unici al mese in America – e 250 milioni in tutto il mondo – così i tuoi post avranno un impatto ancora maggiore sul dibattito nazionale e globale. Questo è l’unico vero cambiamento che noterai: più persone che leggono quello che hai scritto.

Non abbiamo nessuna intenzione di cambiare l’approccio editoriale dell’Huffington Post, la nostra cultura, o la nostra missione, sarà come scendere da un treno ad alta velocità e salire su un jet supersonico. Siamo ancora in viaggio verso la medesima destinazione, con le stesse persone alla guida, e con gli stessi obiettivi, ma adesso stiamo viaggiando molto, molto più velocemente.

Grazie per essere una parte così vitale della famiglia HuffPost – che improvvisamente è diventata ancora più grande.

I nostri migliori auguri

Arianna, Roy, David, e il Team dell’HuffPost Blog

The Note Huffington Sent to Her Bloggers About the AOL Acquisition (the Atlantic)

Bach, Mozart e Beethoven… messi in fila

Chi sono i dieci più grandi compositori nella storia della musica? D’accordo, la domanda lascia il tempo che trova (davvero, che senso ha mettere in fila Mozart, Bach, Beethoven, Verdi e Debussy?), ma è servita al New York Times e al suo critico musicale Anthony Tommasini, per realizzare in questo inizio d’anno, un bel progetto sulla versione online del quotidiano: The top 10 composers. Bello perché il gioco in salsa social – sono stati coinvolti i lettori che hanno potuto votare la loro personale lista di dieci nomi – è la scusa per fare divulgazione di gran classe e con contenuti non banali. Un gioco certo, ma fatto (come tutti i giochi che si rispettino) molto seriamente: qualche settimana di lavoro, un blog dedicato al work in progress del progetto, video e pagine interattive per dialogare con i lettori. I video in particolare, (durata sette otto minuti al massimo, con Tommasini al pianoforte del suo studio) sono un ottimo esempio di come, utilizzando anche il web, possa essere avvicinato il grande pubblico con semplicità e competenza alla lettura dei grandi capolavori dell’arte. Decisamente consigliato. Se poi vi è rimasta la curiosità di vedere le classifiche cliccate qui.

fonti e approfondimenti

Bach is the champion, my friends (e i podcast) - (Aldo Stella, Controfagotto)

Sostiene Coppola


Quando nel 1982 realizzò, con largo uso delle tecniche digitali e dell’alta definizione, quello sfortunatissimo e visionario capolavoro che è Un sogno lungo un giorno (One from the Heart) rischiò di perdere per sempre la Zoetrope, la sua casa di produzione indebitata fino all’inverosimile dal quel clamoroso insuccesso di critica e botteghino. Quel film, forse, anticipava troppo i tempi ed è comunque strano (anche se forse normalissimo) pensare che quelle tecnologie, allora costosissime, oggi, trent’anni dopo, sono alla portata di tutti, o quasi. Francis Ford Coppola dopo di allora ha dovuto accettare alcuni film su commissione, dimostrando certo sempre però il suo talento, ma probabilmente con il disagio di chi, nella propria opera, ha come prima necessità quella di relizzare sempre qualcosa di profondamente personale.

Leggendo una lunga e davvero bella intervista realizzata dalla giornalista Ariston Anderson pubblicata online recentemente su The 99 Percent, nella quale Coppola parla a 360 gradi del suo modo di fare cinema, non ho potuto fare a meno di ripensare alla sfortunata vicenda artistica ed economica di One from the Heart, a quanto debba aver influito su Coppola nella sua visione del rapporto tra arte e denaro, tra artista e potere (nella sua accezione più ampia: le logiche del  mercato, l’imposizione delle idee dominanti, il denaro come unico metro di giudizio sul valore di un opera…).

È particolarmente significativo in questo senso un passo delle dichiarazioni del regista,  che ho tradotto e che ripropongo qui sotto, in questi giorni molto citato su blog e social media da chi ne ha visto (ad esempio Jason Kottke, Cory Doctorow) l’elogio, da parte del maestro, del copyleft e della libera circolazione della creatività e dell’arte nella Rete: “Coppola is a copyfigther!”. Una riflessione molto radicale su quello che potrebbe essere il “mestiere” dell’artista nella società del prossimo futuro:

È necessario ricordare che si tratta di poche centinaia di anni, o poco più, che gli artisti stanno lavorando con il denaro. Gli artisti non ha mai avuto soldi. Avevano un protettore, o il leader di uno stato o il duca di Weimar o di qualche altra parte, o la chiesa, il papa. O avevano un altro lavoro. Anche io ho un altro lavoro. Faccio film. Nessuno mi dice cosa fare. Ma i soldi li faccio grazie all’azienda vinicola. Fai un altro lavoro e ti alzi alle cinque del mattino per scrivere la sceneggiatura.

Questa idea dei Metallica o di qualche altro cantante diventato ricco grazie al Rock and roll , non è detto che necessariamente dovrà succedere per sempre. Perché, nel momento nel quale nasce una nuova era, è possibile che l’arte possa diventare gratuita. Forse gli studenti hanno ragione. Dovrebbero essere in grado di scaricare liberamente musica e film. Sto per essere fucilato per aver averlo detto. Ma dove è scritto che l’arte deve costare denaro? E quindi, chi l’ha detto che gli artisti devono fare soldi?

Francis Ford Coppola: On Risk, Money, Craft & Collaboration (The 99 percent)