Scrivere per farsi capire

La semplicità è un prodotto ultimo, qualcosa che si raggiunge faticosamente e facilmente, invece, si può smarrire. Nella scrittura giornalistica dovrebbe essere un obbligo più che una scelta stilistica. Tanto più se ci si occupa di giornalismo scientifico come  Tim Radford che per oltre trent’anni è stato science editor al Guardian (ma si è occupato anche di molto altro: letteratura, arte, cultura).  “Life is complicated, but journalism cannot be complicated” dice Radford che in questi giorni ha pubblicato nell’edizione online del quotidiano inglese: A manifesto for the simple scribe – my 25 commandments for journalists, un divertito (e divertente) condensato di un lungo percorso professionale attraverso 25 regole all’insegna del  buon senso e sense of  humor.

Nello scrivere il suo “manifesto”  Radford dimostra la leggerezza di chi, nonostante la vasta esperienza professionale, ha voglia ancora di divertirsi con i “ferri del mestiere” e una modestia sufficiente per rimanere alla larga dal ruolo di Grande Dispensatore di Verità. Ecco così che la lettura dei consigli di Ratford ai giovani giornalisti (che possono tranquillamente valere anche per chi alle prime armi non è) risulta molto piacevole e con diversi spunti di riflessione.

Ne ho tradotto solo alcuni punti, per tutti e 25 ovviamente vi rimando alla lettura completa dell’articolo:

1. Quando vi sedete a scrivere, c’è una sola persona importante nella vostra vita. Questa persona, che mai incontrerete, si chiama lettore.

2. Non state scrivendo per impressionare lo scienziato che avete appena intervistato, né il professore con il quale vi siete laureati, né l’editor che stupidamente non vi ha pubblicato, o il tipo pittosto interessante che avete appena incontrato a un party e che vi ha raccontato che fa lo scrittore. E nemmeno vostra madre. State scrivendo per impressionare qualcuno aggrappato alla maniglia della Metro tra Parson’s Green e Putney, che smetterà di leggere in un quinto di secondo, dateli una possibilità.

11. Un’osservazione. Non iniziate mai a scrivere finché non avete deciso quello che dovrà essere “l’unica cosa davvero importante”, e poi ripetetela in una sola frase. Chiedetevi inoltre se potete immaginare vostra madre ascoltare questa frase per più di un microsecondo mentre sta stirando. Se tentate di vendere a un editor un’idea per un articolo, otterrete lo stesso livello di attenzione, quindi fate attenzione a questa frase. Spesso – non sempre, ma spesso – è la prima del vostro articolo, comunque.

12. C’è sempre una prima frase ideale – una intro, una via d’ingresso  - per ogni articolo. Aiuta davvero pensarci prima di iniziare a scrivere, perché si scopre che le frasi seguenti si scrivono da sole, molto rapidamente. Questa non è la prova che siete superficiali, piatti e poco profondi. Ma nemmeno eccezionalmente dotati. Significa semplicemente che avete messo la prima frase giusta.

22. Leggete. Leggete un sacco di cose diverse. Leggete la Bibbia anglicana, Dickens, le poesie di Shelley, i fumetti della Marvel e i thriller di Chester Himes e Dashiell Hammett. Guardate le cose sorprendenti che si possono fare con le parole. Notate il modo in cui è possibile evocare interi mondi nello spazio di mezza pagina.

Tim Radford A manifesto for the simple scribe – my 25 commandments for journalists (guardian.uk.co)

Very short story: centoquaranta possono bastare

Twitter ci sta abituando a comunicare idee, concetti, pensieri comprimendoli in un numero ristretto di battute. Uno spazio che, per alcuni, può ancora essere decisamente angusto facendo così diventare il social media – per loro – uno dei simboli di certa comunicazione veloce, isterica e compulsiva. Per carità, non è che manchino elementi a favore di questa tesi, ma in un Paese come il nostro dove il dibattito sui contenuti nel web, alle volte, palesa da parte dei media tradizionali una banalità imbarazzante ha forse valore ricordare che, non sempre e non necessariamente, la velocità implicita dei nuovi mezzi di comunicazione vuol dire superficialità o piattezza.

“Un ragionamento veloce non è migliore di un ragionamento ponderato, tutt’altro, ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza”

dice Calvino nelle sue Lezioni Americane. Così, ad esempio, il bello di idee come Very Short Story, un progetto di raccolta – tramite Twitter – di storie minimali della lunghezza di 140 battute (o meno), sta proprio nel fascino della loro rapidità, nell’accettare la sfida della velocità e farla propria. Il ritratto del buon Edgar Allan Poe sull’account del progetto la dice lunga sul clima generale al quale si ispirano i racconti:

Non è certo la prima volta che Twitter viene utilizzato per progetti di narrativa crowdsourced. Qualche mese fa (novembre 2010) ad esempio il regista Tim Burton ha completato il suo bel  Cadavre Exquis: un racconto collettivo composto con una sequenza di frasi proposte in progressione dai lettori e scelte di volta in volta dallo stesso Burton. Un altro progetto interessante di scrittura in 140 caratteri  è Nanoism, ma girando in Rete di esempi se ne trovano diversi.

Qualcuno maliziosamente ha ricordato, a proposito di progetti simili, la “profezia” di Marshall McLuhan The future of book is the blurb, il futuro del libro è la fascetta promozionale:  certo, se la sintesi è solo per il gusto della brevità fine a sé stessa e, peggio ancora, del texting coatto non può certamente portarci molto lontano. Eppure progetti come quelli citati dimostrano che le piattaforme di micro-blogging possono davvero essere strumenti non banali di scrittura.

Anche perché la velocità dei nuovi media può contenere la lentezza e la pazienza di un lungo lavoro di preparazione e di continue smussature. Non è solo una questione di contrapporre il fast allo slow, ma semmai di cercarne i punti di contatto, le possibili convergenze. In questa direzione ci può (ancora una volta!) venire in aiuto Calvino che alla fine del capitolo delle Lezioni dedicato alla Rapidità scrive:

“Il lavoro dello scrittore deve tenere conto di tempi diversi: il tempo di Mercurio e il tempo di Vulcano, un messaggio di immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea che appena formulata assume la definitività di ciò che non poteva essere altrimenti: ma anche il tempo che scorre senza altro intento che lasciare che i sentimenti e i pensieri si sedimentino, maturino, si distacchino da ogni impazienza e da ogni contingenza effimera”.


Fonti e approfondimenti:

Twitter as story: a work in progress (Nieman Storyboard)

US students hope to bring Twitterature to the masses e Classic works get Twitterature treatment in new book (guardian.co.uk a proposito del progetto Twitterature che non cito direttamente nell’articolo ma comunque interessante)

128Battute (concorso Feltrinelli per micro-racconti)

Using Social Media Tools To Tell Stories (SocialMediaTrader)

aggiornamento (17.01.2011) Twittérature: court et bone à la foisCe qu’internet a changé dans le travail (et la vie) des écrivains (Owni)

Camminare a Palermo


Il 5 gennaio del 1984 veniva assassinato dalla mafia Pippo Fava, il blog Nazione Indiana è stato uno dei pochi che, ieri, lo ha ricordato pubblicando un suo editoriale scritto nel 1983 per I Siciliani, il giornale che aveva fondato e diretto fino al giorno della sua morte. Il lungo articolo è di una bellezza sconvolgente per quello che racconta, per la lucidità delle analisi, per qualità straordinaria della scrittura. Ne consiglio ovviamente la  lettura completa.

Qui ne trascrivo solo uno dei primi capoversi…

Camminare a Palermo. Il circolo della stampa, con i soffitti bassi, il sentore e l’odore della catacomba, il buio, la luce verde del biliardo senza giocatori, tre bizzarri individui che ti vengono incontro da tre direzioni diverse, si rassomigliano incredibilmente tutti e tre, saluti gentilmente e nello stesso momento tutti e tre ti salutano con l’identico sorriso, sono gli specchi che dagli angoli bui riflettono la tua immagine. Silenzio. Un aroma di caffè, un cameriere vecchissimo, allampanato che appare vacillando, da un angolo d’ombra all’altro, e scompare. Su un divano tre vecchi signori impassibili dinnanzi a un televisore in bianconero che pispiglia qualcosa. Uno dei signori ha il bastone col manico d’argento, le ghette, il panama bianco. Si alza levando dolcemente il bastone a mo’ di saluto: “Ho fatto tardi!”. Se ne va adagio, si volge solo un attimo con un mormorio. Non si capisce se abbia detto: “Debbo morire!”.

Pippo Fava
I cento padroni di Palermo

Approfondimenti

I Siciliani (selezione articoli-Fondazione Giuseppe Fava)

speciale  in memoria di Pippo Fava a cura di Giro di Vite

aggiornamento (19.01.11) ricordo di Riccardo Orioles (minima & moralia)

Il Tetris del debito

Il costo  dela guerra in Iraq stimato nel 2003 e quello reale (calcolato dall’economista premio Nobel Joseph Stiglitz), l’ammontare totale dei ricavi dell’Opec al confronto con il fondo sui cambiamento climatico istituito dagli stessi petrolieri, il debito della carte di credito negli Usa e quello dei Paesi Africani verso l’Occidente… sono solo alcuni dei dati messi a confronto come pezzi del Tetris in questa animazione.

Il confronto è stridente e rivelatore, David McCandless che l’ha realizzato è un giornalista inglese che fa dello studio dei dati complessi e della loro visualizzazione il proprio tratto distintivo. Assieme a un discreto senso del paradosso e la capacità di far capire con i propri lavori, in modo semplice e chiaro, una realtà che spesso sfugge ai mass media (come ha brillantemente dimostrato in un illuminante intervento la scorsa estate al TED Global).

I lavori di McCandless (e del suo staff) possono essere visti su Information is Beautiful. Il buon David è anche tra gli autori di Datablog del Guardian. Decisamente consigliato.

approfondimenti

Visualisation de données : rencontre avec David McCandless (bella intervista realizzata dalla redazione di Owni)

David McCandless: come capire meglio le notizie, attraverso la rappresentazione visiva (Valentina Giannella Blog)