News on a map: Ushahidi e i nuovi “testimoni” del giornalismo digitale

Raccogliere e condividere notizie e informazioni, in modo collaborativo e partecipato, utilizzando software open source e i media sociali per coinvolgere i cittadini e dare voce alla “folla”. Aggregare poi i dati in cartografie digitali interattive caratterizzate da una grande leggibilità (anche per informazioni molto complesse) e semplicità d’uso per rendere accessibili a tutti informazioni di vitale importanza per la comunità. I progetti che utilizzano applicazioni mash-up per costruire mappe crowdsourced e visualizzazioni infografiche dei dati hanno sempre più peso nel giornalismo digitale. Alla Knight Foundation lo hanno capito da tempo visto che, lo scorso mese di giugno, al News Challenge 2010 – il fondo gestito dalla Fondazione per finanziare i migliori progetti per l’innovazione nel giornalismo – una sostanziosa fetta dei 2,7 milioni di dollari messi quest’anno a disposizione dei vincitori, sono stati destinati proprio a progetti come CityTracking (400mila dollari), GoMap Riga (250mila), TileMapping (75mila) che realizzano strumenti per la visualizzazione grafica dei dati, il mapping e la geolocalizzazione delle notizie.

Non è la prima volta però che la ricca Fondazione Knight finanzia progetti di questo tipo, anzi, proprio lo scorso anno è  stato premiato il più importante: Ushahidi, nato solo tre anni fa ma già molto famoso e applicato.

Ushahidi può essere utilizzato da tutti e si basa sul software FrontlineSMS, quando un’informazione viene inviata da un computer o da un cellulare alla piattaforma l’amministratore web del sito può decidere di inviare un messaggio di testo al mittente e di verificare le informazioni, oppure inviare degli alert a un certo numero di utenti, o ancora, può pubblicare le informazioni su una mappa interattiva (la tecnologia utilizzata e GoogleMap) con informazioni sulla localizzazione degli eventi segnalati.

Nato alla fine del 2007 per monitorare e testimoniare (il suo nome significa proprio “testimone” in lingua swaili) gli scontri avvenuti dopo le elezioni presidenziali in Kenya (riuscendo così ad aggirare la censura), il progetto è stato utilizzato in molti altri eventi per costruire le crisis-mapping: come già detto ad Haiti, ma anche in occasione del terremoto in Cile, durante le elezioni in Afghanistan, e più recentemente per il disastro ecologico a largo del Golfo del Messico. Continua a leggere

Octavia’s identity

La notizia, qualche giorno fa, del licenziamento in tronco della giornalista Octavia Nasr da parte della Cnn a seguito di un messaggio (un giudizio positivo sull’Ayatollah sciita Mohammed Hussein) che la [ex] senior editor del colosso americano aveva postato sul proprio profilo di Twitter ha giustamente fatto il giro del mondo. Molte le questioni che l’episodio, anche in Rete, ha sollevato: la trasparenza, l’obiettività e l’equidistanza del giornalismo, il diritto o meno dei professionisti dell’informazione di esprimere pareri personali e le conseguenze per la loro credibilità e autorevolezza su un determinato argomento… il tutto amplificato e forse, ulteriormente distorto, dal fatto che tutta la faccenda si è consumata all’interno di uno scenario così complesso e ‘sensibile’ come quello della cronaca politica mediorientale (di cui la Nasr è considerata una delle massime esperte) con tutto quello che ne comporta. A niente sono valse scuse, rettifiche e precisazioni fatte successivamente anche sul blog personale della Nasr: la ‘leggerezza’ di un attimo, consumata nello spazio delle 140 battute di un tweet resta, per i detrattori dell’opinionista, una traccia indelebile e inappellabile che macchia la sua credibilità.

Continua a leggere

Valigia Blu: “Cari editori, cara Fnsi, stupiteci!”

In rete si sta sviluppando un bel dibattito in merito alla decisione della Fnsi di indire uno sciopero generale per il prossimo 9 luglio. Le ragioni dell’iniziativa del sindacato della stampa – dare un segnale forte da parte dei giornalisti contro la cosiddetta legge bavaglio -  sono totalmente condivisibili ovviamente. Le modalità, lo sciopero appunto con conseguente blackout dell’informazione, per molti un po’ meno.

Protestare contro una legge che minaccia in modo così palese la libertà di stampa e la qualità dell’informazione nel nostro Paese non facendo uscire i giornali e creando volontariamente un vuoto di notizie è in effetti un discreto controsenso.

Così dai blog sono partiti appelli e proposte alternative (se c’è ancora qualcuno che pensa che dalla blogsfera vengano emessi solo dei “no” riottosi e senza idee, prego si ricreda…), in molti chiedono che lo sciopero indetto dalla Fnsi si trasformi in un’azione diversa che produca ancora più informazione su quello che sta accadendo.

Questa legge rappresenta una minaccia al già fragile stato di salute del nostra informazione, e si viene a sommare a una profonda crisi dei vecchi modelli di giornalismo (crisi, certo non solo italiana) che ne mette in discussione ruolo sociale e valori etici. L’ultimo degli errori da commettere, allora, è quello di sottovalutare la spinta dal “basso” (uso questo termine anche se non lo amo troppo) la voglia dei lettori di esserci, di partecipare al dibattito su come rendere migliore l’ecosistema delle notizie. Proprio in un momento così difficile dai cittadini arriva, ancora più forte, una richiesta di profondo rinnovamento, lo sciopero senza volerlo rischia, in questo caso,  di essere una risposta ‘vecchia’ a domande nuove.

Continua a leggere