In the age of truthiness: autenticare l’inautentico

Truthiness è un neologismo coniato qualche anno fa (nel 2005 per la precisione) da Stephen Colbert anchorman, autore satirico e comico molto popolare in America che nel suo irriverente e seguitissimo Colbert Report prende in giro i vari tic e vezzi dei media statunitensi.

Truthiness: The quality of stating concepts one wishes or believes to be true, rather than the facts. (Urban Dictionary)

Colbert stesso ha spiegato che aveva intenzione di “utilizzare la parola come una critica al costante appello all’emozione utilizzato da molti politici americani. Una denuncia che vuole evidenziare che far semplicemente emergere i fatti sembra sempre meno negli Stati Uniti una questione di rilievo” .

La parola ha avuto un successo mediatico davvero notevole: una pagina su Wikipedia ne spiega significato e impatto sui media, il New York Time l’ha definita nel 2005, parola dell’anno e l’Huffington Post l’ha invece inserita tra le 25 parole più popolari del decennio 2000-2009 (…tanto per dare un’idea, ma l’elenco dei ‘riconoscimenti’ potrebbe continuare). Sul significato della parola, per chi avesse ancora dubbi, può cliccare qui.

Ho cominciato questo post parlando di truthiness perché in realtà voglio segnalare un articolo Authenticating the Inauthentic pubblicato questa settimana su Truthout (rivista online di dichiarata fede progressive che può vantare tra i propri collaboratori gente come Noam Chomsky, Dahr Jamail, Henry A. Giroux e molti altri). Il pezzo, firmato da Elizabeth Anne Moore, è una lunga e articolata riflessione con molti spunti interessanti sulla progressiva perdita del senso dell’autenticità (indotta secondo l’autrice da interessi economici) da parte della nostra società a favore di una percezione sempre più distorta della realtà dominata, appunto, dalla truthiness.

Ovvero dalla quasi-verità che è solo “una ricostruzione, un falso abbastanza buono, una produzione che, per il solo fatto che il suo scopo è quello di replicare un originale, merita comunque di essere accettata e creduta”. È il trionfo della “nuova autenticità” dominata dalla “versione più popolare” e non dalla verità ottenuta dalla verifica di fonti credibili e disinteressate.

Ovviamente rimando alla lettura completa dell’articolo che che fa un bel po’ di considerazioni sulle strategie di marketing, il giornalismo, la poitica e i nuovi media. Qui sottolineo solo quelle relative ai media sociali, per niente immuni secondo Trouthout,  lo avrete capito, dal rischio mistificatorio della truthiness. Ad esempio, dice la Moore, il fatto che noi possiamo parlare direttamente con qualche star della tv, un opinion maker, un anchorman o un personaggio famoso – commentando il suo blog o il suo account di twitter – ci dà l’idea di un contatto diretto e paritario che è spesso illusorio e distorto.

Anche per questo i social network rischiano di diventare uno strumento privilegiato per le nuove strategie di comunicazione e di marketing truthiness oriented. È il caso ad esempio di Lovermarks (un case study molto famoso per il suo nuovo approccio comunicativo dei brand e che la Moore critica aspramente) che “afferma di essere un’irresistibile combinazione di mistero, sensualità e intimità, ma fondamentalmente si affida alla percezione di affidabilità e di relazione emotiva dei clienti a un determinato bene o servizio”.


Posiamo anche essere tutti consapevoli di essere di fronte ad un calo di credibilità dei pubblicitari o dei politici  – ci avverte la Moore – ma invece di cambiare rotta e ristabilire un rapporto di fiducia producendo nuovi modi di comunicare o nuove politiche governative basate sull’autenticità e sull’onestà, si pianificano nuove strategie di comunicazione che sostituiscono l’autenticità con un sentimento (l’amore?) che lega il cliente (il lettore, il cittadino…) ad una “fedeltà oltre la ragione” (che infatti è la tagline di Lovemarks) acritica e non necessariamente legata alle reali qualità del prodotto (o del progetto editoriale, o del programma politico…).

Così, Lovemarks crea un senso di autenticità solo all’interno del campo prestabilito del consumismo. Le oscillazioni di significato all’interno del termine di autenticità – da “vero” a “apparentemente vero” – permettono che questa mistificazione rimanga in piedi, indisturbata. [...] La nuova autenticità, quindi, è una struttura completamente stabile, almeno finché non indaghiamo su quali fondamenta si basa.

[...] Eppure, tuttavia ci sentiamo gratificati, dalla garanzia che l’esecutivo corrotto di Enron si sente male o perché ci dicono che la Chrysler Corporation comprende il nostro dolore durante questa crisi economica e per questo sta abbassando i prezzi delle auto, o ancora, che Obama fa proprie le nostre preoccupazioni per la guerra in Afghanistan perché ha postato qualcosa sulla pagina Facebook della Casa Bianca. Il fatto è che nessun ulteriore dato o notizia proveniente da fonti terze è oggi disponibile al grande pubblico più di quanto non fosse soli pochi anni fa. Anzi, in realtà, ce ne sono molti meno. Non siamo, infatti, in possesso di maggiori informazioni con cui misurare l’autenticità, tranne il fatto che queste sono emanate proprio da quelle fonti che si sforzano di essere percepite come autentiche.

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