Il concetto di slow contrapposto al fast ci è ormai ben noto, credo. Tutto è cominciato negli anni ’80 con il movimento Slow food che si contrapponeva alla cultura dei fast food, non solo per il modo di consumare cibo, ma come difesa di stili di vita, valori sociali ed etici. Insomma partendo dalla tutela del lardo di Colonnata e del fagiolo zolfino e il rifiuto dei BigMac e degli hamburger fatti con chissacheccosa, si difendevano non solo i tempi e i modi di produrre alimenti sani, ma si definiva un’idea (ideologia?) che si contrapponeva alle leggi del mero consumo.
La sfida è rimettere l’uomo (la sua storia, la sua identità, il suo essere parte di un ecosistema complesso) e non il consumatore, al centro dell’agire e delle scelte (dei singoli cittadini, così come delle nazioni e delle società che le compongono). Più di recente, nel campo dell’economia e della finanza ha, da par suo, mutuato questo concetto Federico Rampini mettendolo alla base del suo bel libro “Slow Economy” nel quale l’inviato di Repubblica propone un nuovo approccio ‘lento’, appunto, all’idea di sviluppo.
E per quanto riguarda la comunicazione e il giornalismo? Si è cominciato a ragionare seriamente di estendere i concetti e i valori di sostenibilità all’universo dei media? John Freeman, editor di Granta (prestigiosa rivista letteraria americana) ha proposto qualche mese fa (agosto 2009, per la precisione) sulle pagine del Wall Street Journal un autentico Manifesto della Slow communication (che, per la verità, si concentra di più sull’aspetto tecnologico dei media e non sul loro linguaggio) che fa parte del suo libro “The Tyranny of Email” uscito da qualche mese negli Usa.
È giunto il momento di lanciare un manifesto per un movimento Slow Communication, una contro offensiva verso le macchine e le forze che ci spingono a rimanere connessi ad esse. Molti dei valori di Internet rappresentano un miglioramento sociale — e può rappresentare davvero una grande piattaforma sulla solidarietà, che premia la curiosità, che permette di risparmiare. Questo non è il manifesto di un luddista, questo è un manifesto umano.
Cosa sostiene Freeman nel suo articolo? In buona sostanza che l’ambiente tecnologico che ci siamo costruiti intorno agisce su di noi con una tale pressione che la mente e il corpo umano non sono più in grado di sopportare. Continua a leggere


