La scorciatoia dei somari e le quattro tipologie di scoop

“Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male”. È una delle tante raccomandazioni che Montanelli nella sua ultima lezione pubblica di giornalismo dava agli studenti dell’università di Torino che lo ascoltavano.

Il giudizio tranchant di uno dei maestri del giornalismo nostrano è assolutamente memorabile. E se un po’ di cose sono cambiate nel modo di fare giornalismo da allora (era il 1997, quindi eoni fa per quello che è successo nel decennio successivo…), probabilmente molto poco dovrebbe  essere comunque mutato nel modo e nell’essenza del fare buon giornalismo.
Certo oggi ci si può ancora più  interrogare, ad esempio, sul reale senso dello scoop quando il ciclo di vita delle notizie – sempre meno legato alla cadenza quotidiana del “vecchio” giornale – corre ormai 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Che valore ha, concretamente, arrivare per primi? Quale reale vantaggio comporta per il lettore? E soprattutto, a quale prezzo delle buone regole del giornalismo (accuratezza, precisione, verifica delle fonti…) sempre più “vittime sacrificali” sull’altare del ci-sono-arrivato-per-primo-io.

Forse per questo, nel contesto del nuovo ecosistema dell’informazione probabilmente ha molto più valore riaffermare, per il giornalismo, un valore come la tempestività (nel suo significato letterale: che si realizza nel tempo giusto, a tempo debito, in ordine quindi agli altri elementi della buon giornalismo) che non la semplice rapidità, magari inseguita solo dalla smania del primato, con la quale non dovrebbe aver niente a spartire.

Su questo  è assolutamente condivisibile chi ha fatto rilevare come, difronte a eventi eclatanti spesso si chieda – giustamente – al giornalismo di coprire la notizia con accuratezza e completezza, salvo poi vedere nella capacità delle nuove piattaforme di esserci prima (anche se con un livello di precisione e meticolosità inevitabilmente figlio dell’immediatezza) come una sua irrimediabile sconfitta. Che poi l’informazione “mainstream” (quella su carta, ma anche quella digitale) spesso ci arrivi dopo e male è, oggettivamente, un problema…

Jay Rosen, autorevolissima firma per diverse testate (dal New York Times ad  Harper’s) e insegnante di giornalismo alla New York University, in una nota recente Four Types of Scoops propone quattro diverse tipologie di scoop. Una lettura che consiglio per gli approcci diversi che Rosen descrive e anche per la buona dose di ironia che il buon Jay ci mette.

Ecco comunque la sintesi in italiano che ne ho fatto:

1. Lo scoop impresa. (Nel senso ovviamente di raggiungimento di un grande obiettivo), ovvero quando la notizia non sarebbe mai venuta fuori senza il lavoro intraprendente del giornalista che l’ha scovata. Un classico esempio è la notizia sulle prigioni segrete gestite dalla Cia nelle quali venivano detenute persone sospettate di terrorismo. La storia è venuta fuori grazie al lavoro di Dana Priest (qui trovate la storia in italiano). E se non lo avesse fatto, di quella faccenda non avremmo mai saputo un bel niente. Tutto il merito dovrebbe andare a lei, e quando gli altri ne parlano dovrebbero sempre dire: “Come riportato per prima da Dana Priest del Washington Post …” E se non lo fanno, fanculo! Questo è il significato classico di “scoop”. È il più importante, il più valido, il più utile … e, naturalmente, il più raro. Dobbiamo essere grati ai giornalisti che lo mettono in luce.

2. Lo scoop ego. All’estremo opposto di uno scoop impresa c’è lo scoop ego. Qui la notizia sarebbe venuta fuori comunque – spesso perché in parte già annunciata – ma qualche giornalista si porta avanti e riesce ad arrivare per primo. Al lettore non cambia di una virgola il fatto di chi lo abbia raccontato per primo. Questo tipo di scoop è essenzialmente privo di significato, ma provate a dire al reporter come si sente a essere stato il primo. I giornalisti che fanno lo scoop ego sono impegnati in una competizione che non ha nulla a che fare con il giornalismo inteso come servizio pubblico, ma solo con il privilegio di potersene vantare. Sentitevi liberi di prenderli in giro.

3. Lo scoop finanziario. Questa è la categoria più ambigua. Siamo in sua presenza in situazioni nelle quali la domanda “chi ha raccontato per primo la notizia ?” seppure quasi del tutto irrilevante per il grande pubblico, può invece essere di grande valore per una particolare categoria di lettori, ad esempio per chi opera in Borsa. In questo contesto apprendere una notizia di un certo genere qualche minuto o addirittura qualche secondo prima può fare una grande differenza. Il giornalista che riesce a farlo può essere di grande utilità per un investitore di borsa (e di nessuna per la stragrande maggioranza degli altri lettori). Quindi se siete un trader, assicuratevi di seguire questi giornalisti. Se non lo siete, sentitevi liberi di ignorarli.

 4. Lo scoop intuizione. È lo scoop intellettuale, il più sottostimato: sono le storie che fanno emergere nuove intuizioni e letture della realtà, che coniano nuovi termini, definiscono tendenze, riescono a cogliere e farci comprendere – prima di chiunque altro – qualcosa che sta succedendo. “Quando gli elementi di una storia sono sotto gli occhi di tutti ma sei tu il primo che riesce a collegarli in modo significativo e convincente, puoi dire di aver fatto davvero qualcosa” – ricorda Rosen citando  un capo redattore del New York Times che descriveva questo tipo di reportage che può essere chiamato anche scoop concettuale. Un esempio? Broken Windows, un articolo della rivista Atlantic che ha fatto emergere i legami tra metodologie di sorveglianza e livelli di criminalità nelle città degli Stati Uniti. Consiglio: sentitevi liberi di ammirare coloro che sono capaci di tali prodezze.

 

Per un giornalismo aperto adesso. I cinque pilastri dell’open journalism

Sono passati quarant’anni da quando Internet è stata sviluppata e venti da quando il web è stato messo online. I nuovi media non sono nemmeno più così nuovi. Ma troppa della nostra energia nel giornalismo si è concentrata sui nuovi modi per offrire idee vecchie, invece che sui nuovi approcci per fornire ciò di cui oggi la gente ha realmente bisogno.

È una frase che sintetizza alla perfezione molto del dibattito che in questi ultimi anni si sta sviluppando intorno al futuro dell’informazione, la giornalista americana Melanie Sill – che della frase citata è l’autrice – l’ha messa un po’ di mesi fa in uno di una serie di interessantissimi articoli e interventi dedicati al giornalismo “aperto”: The case for open journalism now. Una considerazione sostenuta da molti che potrebbe apparire addirittura scontata nella sue evidenza. La pratica però ci dice quanto sia ancora disatteso il passaggio verso quei nuovi approcci che la Sill, e molti altri, si auspicano.

Uno come John Paton convinto assertore della digitalizzazione dei quotidiani e ceo di uno dei maggiori gruppi di giornali locali in America è stato ancora più esplicito: “Crappy newspaper executives are a bigger threat to journalism’s future than any changes wrought by the Internet”, più o meno: i pessimi dirigenti dei quotidiani sono una iattura ben maggiore per il futuro del giornalismo di qualsiasi cambiamento possa causare Internet…

Così l’open journalism sta diventando il simbolo di qualcosa di nuovo, di un giornalismo che ripensa sé stesso magari per recuperare vecchi valori persi per strada. Ma coniugato alle politiche editoriali che puntano tutto sul digitale è anche (soprattutto) una strategia dettata da scelte economiche. C’è una cultura che lo sostiene, una “religione” ha detto qualcuno, ma ci sono anche precise istanze economiche. Il Guardian, senza dubbio il più noto tra i portabandiera dell’open journalism, solo lo scorso anno ha perso circa 50 milioni di dollari sterline e il suo digital first è una scelta tanto coraggiosa quanto dettata da urgenze di bilancio e robusti tagli ai costi di gestione (e anche del personale).

Ma quali sono i fondamenti sui quali si deve realizzare il nuovo open journalism e come possiamo concretamente cominciare ad applicarli nel lavoro giornalistico? Collaborazione, trasparenza e partecipazione, certo, lo abbiamo capito sono principi base per ripensare un nuovo modo di fare informazione, ma cosa significa concretamente, con quali strumenti e quali strategie?

Sempre al Guardian nel marzo scorso hanno pubblicato le linee guida che la redazione si era data per realizzare con metodo il nuovo approccio di lavoro. Un decalogo su come applicare i nuovi paradigmi del giornalismo del futuro, sui quali, per il momento, non mi soffermo visto che in molti – giustamente – hanno già sottolineato e fatto riflessioni (alcune delle notazioni a mio giudizio più interessanti le trovate qui)

Ma al di là delle etichette, dell’enunciazione di singoli principi e dichiarazioni d’intenti, mi sembra interessante l’idea che comunque dietro a un nome vi sia una roadmap, un percorso a tappe che dai valori più profondi del giornalismo tradizionale (del buon giornalismo da sempre) si spinga ad esplorare nuove metodologie di approccio e di organizzazione del lavoro giornalistico, dove le pratiche di engaging hanno un ruolo fondamentale (soprattutto se pensate per coinvolgere veramente il lettore nel processo produttivo e per migliorare la qualità del proprio lavoro e non per ottenerne contenuti gratuitamente). Oltre alle esperienze del Guardian tra  le persone da seguire in rete personalmente suggerisco  Steve Buttry e i già citati Joe Paton, Melanie Sill. Tutti però convinti che nell’apertura alle nuove pratiche di interazione con i lettori e di ingaggio con le comunità  i giornalisti debbano ambire ad avere un ruolo primario, di leader e di guida. Un ruolo certo da conquistare sul campo e non calato dall’alto per divina volontà. Ma questo è un elemento da tenere comunque presente e che, mi sembra, caratterizza e differenzia  l’open journalism pensato dentro le redazioni rispetto a molto altro giornalismo partecipativo governato tutto dal basso.

Proprio la Sill che cito a inizio articolo ha prodotto una raccolta di materiali molto interessanti assieme a serie di articoli e interventi che mi sembra abbia valore rileggere. Per questo “rispolvero” da Delicious dove gli avevo salvati un po’ di tempo fa questi articoli per segnalarli.

In particolare trovo interessante tradurre e sintetizzare i 5 pilastri che secondo la giornalista americana sono il fondamento delle pratiche di open journalism da applicare nelle redazioni. Un ottima base per riflessioni future.

1.Trasparenza. è un valore che si collega profondamente alla tradizione del giornalismo, dice la Sill ma il concetto va rafforzato ed esteso. E in molte direzioni. A cominciare ad esempio esplicitando quali siano i finanziatori del giornale, la propria missione editoriale, cosa che raramente fanno le testate mainstream. Trasparenza su modalità di gestione delle correzioni, così come sui programmi, sui software e le risorse utilizzate ad esempio per raccogliere dati e organizzarli. Insomma “show your work”, mostra il tuo lavoro, spiega come è fatto e, meglio ancora: mostra del tuo lavoro anche il processo e gli strumenti che hai utilizzato per realizzarlo. Invita poi anche gli altri a utilizzarli e a condividerli in modo che usandoli possano tutti insieme migliorarli e ottimizzarli.

2. Interazione e coinvolgimento come parte centrale del proprio lavoro e non semplicemente come un di più. L’interazione, come parte fondamentale nella raccolta e selezione delle notizie e non solo e semplicemente un modo per promuoverle. Il che non vuol dire che una volta raccolte l’interazione non possa essere anche uno strumento utilissimo per farlo. L’engaging resta soprattutto però un processo per migliorare la raccolta delle notizie e la qualità e quantità delle fonti. Una strada che deve essere sempre percorsa  nei due sensi di marcia: dalla redazione al lettore e dalla lettore alla redazione, monitorando continuamente i propri canali di informazione.

3. Partecipazione: sostanziale, reciproca e gratificante. Il rapporto tra chi raccoglie e diffonde le notizie (le redazioni) e chi le fornisce e le condivide è un aspetto centrale dell’open journalism che alimenta più di un dibattito (ad esempio quello sul citizen journalism). Esistono esperimenti come quello dell’HuffingtonPost con OffTheBus sulla campagna presidenziale  (realizzato nel 2008 e replicato nel 2012). Altre esperienze si stanno facendo in questa direzione nei quali le redazioni cercano di interagire e valorizzare contributi e conoscenze da parte dei lettori, per un dialogo più attivo con la propria comunità di riferimento attraverso i social media e gli strumenti digitali.

4. Collaborazione. Può essere il più abusato dei termini, soprattutto se ci si limita alla semplice condivisione dei contenuti per aumentare la lista dei contatti con la sola finalità di auto-promuoversi. Eppure le idee alla base della cultura open-source hanno cominciato a influenzare qualche redazione. I programmatori e le tecnologie hanno prodotto benefici diretti verso alcuni nuovi generi di giornalismo. Oggi i giornalisti lavorano per analizzare dati, per mappare e visualizzare graficamente le loro indagini condividendo le loro conoscenze e il software utilizzato sia attraverso canali più indirizzati verso la comunità dei giornalisti, come ad esempio Investigative Reporters and Editors, sia verso quella come GitHub dedicato ai programmatori di software.

5. Presenza in rete. La condivisione delle informazioni online viene realizzata per mezzo di diversi network che si intersecano tra di loro: dalle comunità dei fan fino a quella dei media sociali, dai blog con le loro conoscenze altamente specializzate ai forum di discussione. Le testate online possono essere il il canale più abituale dove la maggior parte delle persone cercano informazione generalista, ma le altre reti danno la possibilità di accedere a una varietà di informazioni molto più vasta. Per capire questo contesto più ampio nel quale operare e  trovare il modo migliore per svolgere il proprio ruolo di servizio, le redazioni possono fare un importante salto di qualità in direzione nel selezionare e diffondere le notizie, attività che ha definito il giornalismo per così tanto tempo. Il prossimo salto in avanti deve essere in merito alla collaborazione con la comunità di riferimento riguardo alle finalità dell’informazione pensata come servizio.

Quotidiani e senso di comunità

Quando un giornale racconta una comunità e in quel racconto la comunità si riconosce – si sente rappresentata – allora i lettori penseranno a quel giornale come “il nostro giornale”. Ma questo concetto, quest’idea con tutto il senso di appartenenza, partecipazione e perfino di affetto che può suggerire, che per molto tempo è stata l’asse portante di molte pubblicazioni locali, sembra ormai far parte del passato. Una reliquia. Qualcosa è andato perso, qualcosa si è rotto, e nell’analisi sulle ragioni di questa perdita è necessario andare molto indietro nel tempo, prima ancora – è bene sottolinearlo subito – della nascita e dello sviluppo di Internet e dei media digitali. Sono queste le considerazioni dalle quali una parte una bellissima riflessione A death in the family: How “our newspaper” became “the newspaper” che il giornalista John Robinson ha pubblicato nel suo blog (che consiglio di seguire se già non lo fate).

Robinson ripercorre, velocemente ma con precisione, la lenta regressione subita dai quotidiani americani  (con tutti gli apetti peculiari di quella realtà, ma con molti altri in comune con ciò che è avvenuto anche da noi) dovuta alla perdita di gran parte della loro capacità nel costruire senso di comunità attraverso un rapporto forte e diretto con i propri lettori. Un percorso disseminato da tanti segnali, evidenti quanto poco capiti con l’efficacia necessaria per invertire quella tendenza.

La crisi che vivono oggi i quotidiani locali in America diventa, nel racconto di Robinson, l’immagine di un vuoto da colmare, di un ruolo che non si è più in grado di ricoprire. E come sempre succede, quello spazio lasciato libero viene occupato da altri, non sempre con risultati esaltanti… «Sarebbe facile dire che il senso di comunità di Facebook e Twitter ha rimpiazzato quello dei quotidiani, ma l’erosione è cominciata molto prima», precisa Robinson.
Molto prima, quando? Tra gli anni ’60 e ’70 con l’ascesa dei network Tv e i giornalisti televisivi sempre più amichevoli e carini come divi di Hollywood, (così simpatici e “reali” che sembrava che parlassero proprio con te, come potrebbe fare un tuo amico o un collega). L’erosione è poi continuata quando si sono adottate politiche economiche poco lungimiranti e arroganti (si è cominciato a chiedere soldi per pubblicare i necrologi – non è esattamente quello che fa un amico eh?-, e quando le revenue erano al massimo si è stati scostanti con chi cercava di allacciare rapporti commerciali con il quotidiano). E poi: analisi politiche e sociali fatte sempre più spesso su larga scale e guardando i centri di potere ma incapaci di cogliere i particolari, le sfumature delle comunità locali.
E ancora, e ancora… nel ripercorrere questi ultimi decenni, Robinson mette sul conto ancora diversi altri aspetti (e molti ne vengono suggeriti nei moltissimi commenti al post, tutti da leggere con attenzione).

Poi «Internet ha messo tutti d’accordo. Una maggiore scelta di informazioni, di possibilità di connessione e di fare comunità. è diventato “il nostro giornale”. I miei amici di Facebook, i miei follower di Twitter, sono comunità che sento forte tanto quanto quella fisica. Sono amici e sono divertenti e la loro relazione è sicura. Confrontate i commenti su Facebook e quelli di un giornale», scrive Robinson.

Dall’analisi/provocazione di Robinson ne è nato nelle settimane successive su blog e social network un interessante dibattito intorno al tema “our newspaper” vs. “the newspaper”, molto partecipato e di qualità (sono intervenuti tra gli altri giornalisti che ho citato spesso in questo blog Jay Rosen, Jack Lail, Steve Buttry, Dan Gillmor)

Personalmente però l’analisi di Robinson mi hanno fatto venire in mente quello che scriveva un paio di anni fa una delle grandi firme del giornalismo americano, Richard Rodriguez sul declino dei quotidiani locali negli Stati Uniti in un formidabile articolo Final Edition pubblicato su Harper’s:

Non credo che il declino dei giornali sia stato determinato esclusivamente della tecnologia informatica e da Internet. I fattori che limitano i giornali sono probabilmente tanto diversi quanto scontati come la Ford modello T e la pillola anticoncezionale. Ci piace dire che l’invenzione del motore a scoppio ci ha cambiati, ha cambiato il nostro modo di vivere. In verità, abbiamo costruito la Ford T perché eravamo già cambiati, abbiamo cercato di rifare il mondo per poter accoglierci la nostra inquietudine. Ed ecco che adesso possiamo dire: i quotidiani finiranno perché la tecnologia ci costringe ad acquisire informazioni in modo nuovo. E se è così, chi ci dirà che cosa significa vivere come cittadini di Seattle o di Denver o Ann Arbor? La verità è che non vogliamo più vivere a Seattle e Denver o Ann Arbor. La nostra inclinazione ci ha portato a inventarci un cosmopolitismo digitale che inizia e finisce con “Io”.

Quale mondo stiamo costruendo oggi, anche attraverso i nuovi media, per accogliere la nostra “inquietudine” (restlessness è il termine usato da Rodriguez)? Essere cittadini di un mondo digitale, piattamente cosmopolita perché tutto ripiegato su sé stesso, ci fa perdere il senso della nostra comunità locale e il nostro senso di appartenenza si disperde. Aggiungiamo pure che nell’uso retorico di termini volutamente rassicuranti come “amici”, “mi piace” e via di seguito, usati a profusione anche dai social network c’è una banalità di fondo.Tutto vero, eppure questo credo, è solo un aspetto del problema. I media sociali sono anche molto altro.

Così se Internet non è stato la sola causa del declino dei giornali probabilmente, non può essere nemmeno di per sé l’unica soluzione. Serve un cambiamento culturale, nuovi paradignmi. E se la vera sfida per chi fa informazione è quella di ricostruire il rapporto con le proprie comunità di riferimento, diventa  fondamentale utilizzare tutti gli strumenti (digitali e non) per moltiplicare il confronto e l’interazione. Perché non basta semplicemente dichiarare di mettere le persone al centro, bisogna farlo davvero, coinvolgendo i lettori sempre più nel processo produttivo. «I quotidiani, gli organi di informazione oggi, possono fare molti passi in avanti per dare alle persone un senso di appartenenza e partecipazione nel loro giornalismo» dice Robinson in chiusura del suo articolo. In quel “molto” ci sono, probabilmente, gran parte delle sfide da mettere in campo per dare un futuro ai giornali (qualunque sia il supporto sul quale siano pubblicati).

Esplorare le fonti: come gli strumenti digitali cambiano il racconto giornalistico

Sessantaquattro documenti con oltre 500 annotazioni: per il reporter Marshall Allen, sono stati la base sulla quale ha poggiato tutto il suo lavoro per realizzare l‘inchiesta giornalistica sulla battaglia che una donna ha dovuto combattere contro un ospedale del Texas per conoscere le reali cause della morte del proprio marito. ProPublica, la pluripremiata testata online per la quale Allen lavora, ha deciso di pubblicare l’intera documentazione a corredo del reportage, dando la possibilità ai lettori di accedervi in modo semplice e diretto. Il nuovo servizio messo a disposizione è stato battezzato “Explore Sources” e utilizza una piattaforma opensource molto conosciuta nelle redazioni americane DocumentCloud che permette la condivisione, l’editing, l’analisi e la pubblicazione di documenti da fonti primarie.

Adesso il lettore può scegliere se leggere il testo del reportage in modo “tradizionale” oppure esplorarlo nella modalità “estesa”. Nel secondo caso basterà semplicemente cliccare sul bottone posto a inizio del testo che attiva il nuovo servizio e si evidenzieranno così in giallo alcune frasi, scorrendo sopra con il mouse sarà facile poi consultare la fonte originaria o le annotazione del reporter relative a quel determinato passaggio.

Explore sources per il momento è solo un esperimento, ma a ProPublica pensano che questa metodologia di lavoro potrebbe essere estesa e sviluppata “non vediamo l’ora di trovare nuovi modi di usarlo per rendere il nostro processo di reporting più trasparente e responsabile, e quando sarà possibile renderemo il codice open source in modo che anche altre redazioni possano mostrare il loro lavoro”.

Fino ad oggi DocumentCloud era stato pensato e utilizzato principalmente ad uso di giornalisti (nel senso più esteso del termine) e come ottimo strumento per fact checker. L’idea di mettere questa piattaforma a servizio del lettore per documentare non solo il testo del reportage vero e proprio ma anche tutto quello che c’è prima (il pre-testo, letteralmente), il “dietro le quinte” come dicono da ProPublica, è davvero molto interessante e testimonia come la cultura digitale possa cambiare (stia cambiando) anche l’idea stessa di testo giornalistico. Normalmente dell’intero processo produttivo/creativo che parte da quella mole di documenti e appunti – se il lavoro è stato fatto come si deve, ovviamente – i lettori ne conoscono solo la sintesi finale. Il racconto che grazie alla capacità di scrittura, al mestiere, il cronista restituisce al lettore in forma di storia. Adesso però i nuovi strumenti digitali forniscono ulteriori possibilità, nuove prospettive.

Mario Tedeschini Lalli con la sensibilità che lo contraddistingue in un suo articolo di qualche settimana fa, in merito al giornalismo dei dati coglie un asaspetto molto importante riguardo al modo come, fino ad oggi, nel giornalismo si sono trattate le storie:

C’è una storica ritrosia alla “trasparenza”. Il cronista, l’inviato, il giornalista in genere pensa di dovere al lettore/spettatore/utente solo il distillato finale delle sue indagini: l’articolo, il servizio audio o video, magari corredati di tabelle esemplificative. Non immagina la possibilità di fornire contestualmente al lettore anche TUTTI i dati grezzi sulla base dei quali è giunto a quelle conclusioni. Ma è proprio questo che fa il Guardian nel suo celebrato DataBlog: non solo fornisce, analizza e interpreta i dati pubblici, ma fornisce in formato scaricabile e riutilizzabile anche i dati raccolti direttamente dai giornalisti e che sono alla base delle loro inchieste. C’è rischio di essere smentiti e contraddetti da lettori/utenti, da avversari e concorrenti? Si, è una delle regole del nuovo universo digitale.

È questo il nuovo approccio di un giornalismo che guarda alla cultura open e ai valori sui quali questa si poggia – trasparenza, collaborazione e partecipazione – per riconquistare credibilità e fiducia da parte dei lettori, che poi è un elemento essenziale per ridare ossigeno a questa professione, non  certo in misura minore del trovare nuovi modelli economici nei quali tanti si affannano. Per questo è probabilmente sbagliato riferirci sempre a questi nuovi approcci soltanto come al “futuro del giornalismo”, è necessario, pensarli sempre più come il presente. E anche con una certa urgenza.

La pagina del reportage di ProPublica coì come appare con la funzionalità "Explore source"

Fonti e approfondimenti:

Un ottimo tutorial su DocumentCloud lo ha realizzato Guido Romeo per la Fondazione <aref lo trovate  qui  

ProPublica makes it easier to see sources behind a story (Poynter)

DocumentCloud cambia la vita del giornalista (EJO)

Lingua franca e letteratura globalizzata

Come molti altri anche quello letterario è un mercato che sempre più viene spinto verso l’internazionalizzazione. Per questo oggi nel determinare la fortuna di un romanzo gioca un ruolo importante la sua diffusione tra un’audience più vasta di quella definita dai confini nazionali nei quali l’opera è stata realizzata. È un’idea, questa, sulla quale sta lavorando da tempo lo scrittore e saggista Tim Parks, che sul tema della letteratura globalizzata scrive articoli sempre illuminanti (qui da noi, dove Parks vive ormai da diversi anni, vengono pubblicati abitualmente dal Sole 24 Ore). Tra i diversi aspetti che Parks nei suoi articoli mette in risalto ce n’è uno che mi ha particoalrmente colpito: un numero sempre maggiore di scrittori – sostiene Parks –  consapevoli di dover conquistare una readership internazionale , in questi ultimi anni sembra aver modificato il proprio stile, la propria scrittura modellandola a una forma più lineare e diretta e, quindi, più funzionale alla traduzione in altre lingue. In un articolo non recentissimo, di qualche tempo fa, sul New York Review of Books, Parks racconta come, dovendo scrivere un saggio che metteva a confronto lo scrittore fiammingo Hugo Claus (dallo stile particolarmente complesso) con le opere di autori più moderni aveva dovuto notare – con sua stessa sorpresa – come a distanza di qualche decennio:

Questi romanzi più recenti erano stati sì tradotti dal norvegese e olandese in inglese, ma questa operazione non aveva niente in comune con il compito, molto più arduo, di tradurre Claus e molti altri dei suoi coetanei. Anzi, sembrava che gli scrittori contemporanei avessero già effettuato una traduzione nella loro lingua; avevano scoperto una lingua franca all’interno del loro stesso gergo, un ordine concordato per enunciare le cose e raccontarne come venivano percepite, che ha reso più facile ed efficace la traduzione. Potremmo definirla una semplificazione, oppure un allineamento concordato — nelle diverse lingue — di fare le cose in una deteminata maniera. Naturalmente, c’è stato un impoverimento. […] ma c’è anche un guadagno enorme in comunicabilità, in particolare nella traduzione dove il ritmo e l’immediatezza di espressione erano liberi da ogni senso di ostacolo.

Esiste davvero una letteratura globalizzata sulla spinta della quale alcuni scrittori hanno trovato una lingua franca o meglio per dirla come Parks un “modo concordato di fare le cose”? È un aspetto interessante, un dibattito da seguire perché se molti cercano di delineare quali saranno gli scenari futuri del mercato editoriale e il destino della carta stampata, analizzando quasi esclusivamente il dato economico, molto meno spesso – è mia impressione – capita di leggere delle riflessioni sulle conseguenze che tutte le trasformazioni in atto avranno sulla scrittura, sul modo di costruire il testo.

E se il mercato letterario sta cambiando (è già cambiato) sulla spinta della necessità di un pubblico sempre più vasto è ovviamente facile prevedere come anche l’espandersi della realtà digitale e la diffusione (lenta o veloce che sia…) dell’ e-Book, della sua distribuzione attraverso Internet, possa ancor di più accentuare la tendenza a conformare la scrittura a una sintassi più lineare, diciamo pure semplificata, più adatta ai tempi (anche produttivi) di Intenret.

È un bene oppure un male? Ovviamente la perdita di complessità non ci piace affatto quando è a scapito della ricchezza dei contenuti e delle suggestioni che questi sanno darci. Ma come ci ricorda Parks, può essere anche una sfida, un modo per “liberare il ritmo e l’immediatezza di espressione da ogni senso dell’ostacolo”. Per chi fosse interessato a questo dibattito segnalo anche il lavoro del GLINT (Global literature and traslation) il laboratorio della IULM coordinato da Parks stesso assieme a Edoardo Zuccato.

Può essere interessante porre domande simili nel campo del giornalismo e della nonfiction. Ne tiro giù un paio molto brevemente come idee da sviluppare: come si sta evolvendo il giornalismo globale? In particolare come e se sta cambiando lo stile di scrittura giornalistica alla luce delle politiche “digital-first” adottate da alcuni grandi editori che, puntando tutto sulle versioni online, obbligatoriamente devono guaradare ad un pubblico di lettori sempre più internazionale (e non esclusivamente di madrelingua inglese)? La tendenza sarà, per queste ragioni, di un’attenzione delle grandi news corporation verso una cronaca sempre più globalizzata con meno attenzione alla realtà locale e microlocale?

Rushdie, Morozov e la nymwars: qualche considerazione sull’Internet dei cittadini e quella dei consumatori

Tempo fa ho parlato su questo blog della nymwars, il neologismo con il quale ci si riferisce alla battaglia di molti blogger per il diritto all’uso dello pseudonimo e contro la politica dei “nomi reali”  applicata da alcuni giganti del social networking, Facebook in testa. Torno adesso sull’argomento perchè da allora la discussione è continuata arricchendosi di riflessioni e approfondimenti. Merita quindi un aggiornamento. In particolare mi hanno colpito alcuni articoli che, prendendo spunto dallo  screzio tra lo scrittore Salman Rushdie e Facebook, hanno saputo andare oltre il singolo fatto di cronaca per fare riflessioni molto interessanti.
L’episodio – anche se ampiamente riportato dai mezzi di comunicazione – lo riassumo in breve: i responsabili sicurezza di faccialibro sospendono d’improvviso il profilo di Rushdie; Salman è solo il secondo nome dello scrittore, il primo è Ahmed (poco importa se mai utilizzato pubblicamente) e quindi quello, secondo loro, da utilizzare obbligatoriamente nell’account per rimanere dentro il paradiso del social networking. La politica dei “nomi reali” non conosce deroghe. O quasi. Perché, in effetti, con qualche scambio di battute dal tono decisamente risoluto che lo scrittore, tramite Twitter, ha indirizzato a Mark Zuckerberg e una cassa di risonanza non indifferente dovuta alla notorietà del protagonista, tutto alla fine si è risolto con l’immediata riammissione nel socialcoso più famoso al mondo: con il nome di Salaman Rushdie, ovviamente.
Il fatto, anche con quel po’ di elementi di colore grazie ai quali è rimbalzato tra agenzie informazione e testate online, finisce qui. E di per sé certo, non vale la pena di farci trascorrere notti insonni. Ma anche questo (tutto sommato poco rilevante) episodio può essere l’occasione per una serie di osservazioni più approfondite dalle quali ci rivela come tutta la diatriba innescata dalla guerra degli pseudonimi tocchi alcuni nervi scoperti della nostra vita online e possa farci riflettere su importanti nodi ancora tutti da sciogliere sul futuro di Internet. “Il dibattito sugli pseudonimi, conosciuto online come nymwars, va al cuore di come Internet possa essere organizzata in futuro”, ha scritto perentoria Somini Segupta sul New York Times in un articolo Rushdie Wins Facebook Fight Over Identity.  Sembra quindi abbastanza superficiale liquidare questa diatriba soltanto come una mera questione sollevata da geek ossessivamente attenti a qualsiasi cosa rappresenti una minaccia alla loro libertà di azione nella Rete. Riporto ancora un brano dell’articolo del NYTimes:

Come Internet è diventata il luogo per qualsiasi  tipo di transazione, dal comprare un paio di scarpe fino a cercare di rovesciare un despota, un dibattito sempre più vitale è emerso su come  le persone rappresentano e rivelano sé stesse nel Web. Una parte vuole un sistema nel quale per viaggiare su Internet debba essere utilizzato una sorta di passaporto digitale, con la nostra vera identità, rilasciato da società come Facebook. L’altra parte crede nel diritto di poter indossare vestiti e maschere diverse in modo da poter consumare ed esprimere ciò che si vuole, senza paura di alcun tipo di ripercussioni nella vita offline.

Su questa contrapposizione si spinge ancora oltre Evgeny Morozov  in un articolo su Slate assolutamente da leggere Occupy the Net! (che prende anche questo come spunto iniziale l’episodio di Rushdie).“Our Internet is a paradise for consumers but a hell for citizens” sostiene  Evgeny, mettendo così subito in evidenza come anche nella realtà online finisca per emergere una dicotomia tra la dimensione di cittadini e quella di consumatori.
Quindi, a
l di là di tutte le diverse considerazioni favorevoli o contrarie al diritto dello pseudonimo e delle identità alternative nella Rete, probabilmente la vera questione diventa: quale deve essere la dimensione principale delle nostre esperienze nella Rete?

Siamo cittadini che abitano una comunità che, anche online, cresce grazie al desiderio di condividere con altri idee, storie ed esperienze. Per questo abbiamo bisogno di spazi dove sia garantita la libertà d’espressione e dove le idee che esprimiamo siano giudicate per quello che valgono e non in relazione a elementi legati alla nostra identità. In questa dimensione dobbiamo essere consapevoli di vivere in un sistema delicato e sensibile (c’è sempre chi può approfittarsene o “giocare sporco”) e quindi non perfetto, esposto a rischi, alla deteriorabilità.
Siamo anche – ricorda ancora il net-disilluso Morozov – utenti di un Internet dove ogni azione online è recepita e ottimizzata per il consumo, una dimensione che richiede per essere perfettamente funzionante, un ambiente completamente trasparente (tutte le nostre attività sono osservate, registrate e analizzate allo scopo di predire il nostro comportamento), ad alta efficienza (tutto è organizzato e conservato per noi, tutto è rintracciabile in pochi secondi), ed estremamente affidabile. Una dimensione dove ogni cosa deve essere gestita e sotto controllo (la similitudine di Morozov con 1984 è forse un po’ troppo d’effetto ma rende l’idea).
Domanda: è possibile – è ancora praticabile – una sintesi, oppure un compromesso accettabile tra le due dimensioni? Qualunque siano le nostre priorità, il prezzo che siamo disposti a pagare per i vantaggi dell’una o dell’altra, è auspicabile che queste scelte per l’internet del futuro vengano fatte a seguito di una riflessione più approfondita e consapevole, più responsabile e partecipata di quanto non stia nei fatti, avvenendo oggi. Ed è soprattutto auspicabile che non siano altri a prendere per noi queste decisioni. Ne è consapevole Morozov che nel suo articolo lancia un appello:
È tempo che i cittadini sappiano articolare una visione per un Internet civica che possa competere con la visione corporativista dominante. Vogliamo conservare l’anonimato per aiutare i dissidenti o vogliamo eliminarlo per permettere che le aziende non abbiano di che preoccuparsi da attacchi informatici? Vogliamo costruire ancora un’altra infrastruttura per la sorveglianza, nella speranza che possa portare ad una migliore esperienza di acquisto, della quale però potrebbero approfittare i cacciatori di dati e informazioni del governo? Vogliamo valorizzare il piacere della scoperta inattesa e felice, garantendo la libera circolazione di idee nuove e lo sviluppo della nostra capacità di pensare in modo critico su quello che vediamo e leggiamo in Rete, o vogliamo costruire computer che sappiano condurre autonomamente ricerche per nostro conto – per consigliarci gli acquisti più convenienti, indicarci i migliori ristoranti nelle vicinanze, e rispondere sempre con precisione e affidabilità?  - Vogliamo un Internet per poter ricordare tutto ciò che avviene online, o vogliamo introdurre un po’ di rumore e di deteriorabilità nei nostri archivi digitali quando loro- e noi – invecchiamo? Chi considera la Rete come una sorta di un gigantesco catalogo digitale della Sears vorrà certo fuggire da questo deterioramento, ma per tutti quelli di noi che vedono Internet come una parte del diario di una civiltà imperfetta sicuramente sarà il benvenuto.

Adrian Tomine - Facebook

Su questo argomento in Senzamegafono: In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

FontiRushdie Runs Afoul of Web’s Real-Name Police (New York Times) >>> Occupy the Net!  (Slate) >>> Identity and the internet: From pixels to persona (Financial Times)

Leslie Fiedler: alterare i nostri modelli di conoscenza

Proprio per la sua dimensione mitica, la letteratura è quindi radicalmente diversa dalle altra forme del discorso verbale, come la filosofia, la storia, il giornalismo o la saggistica scientifica. Non è fatta per “dire la verità” o per dare, per esempio, informazioni sicure e verificabili sul mondo esterno ai suoi testi.

La letteratura è ancor meno tenuta a persuaderci e a educarci mostrandoci dove sbagliamo, e a condurci sulla retta via. Non ha neanche il compito di deliziarci, se non per quel poco necessario a prepararci alla sua funzione: alterare i nostri consueti modelli di conoscenza per trasportarci o per rapirci. Lo fa liberando in noi gran parte di quello che di solito reprimiamo rendendoci così più consapevoli, più capaci di capire certe oscure reazioni verso alcuni nostri simili – atteggiamenti che, consciamente, disprezziamo o persino neghiamo.

Leslie Fiedler 
La Tirannia del Normale (1996)

Letture:

Fear and Loathing- How Leslie Fiedler turned American criticism on its head (Slate)

Il giornalismo verso una cultura “open”: il Guardian e la strategia digital first

Se metti online, accessibili e visibili da chiunque, informazioni strategiche sul tuo lavoro di norma custodite gelosamente (e che addirittura molti dei tuoi rivali sarebbero disposti a pagare pur di venirne a conoscenza) può voler dire solo due cose: o sei un pazzo o hai una visione del futuro che si basa su paradigmi completamente diversi da tutti gli altri. Al Guardian, poco ma sicuro, pazzi non sono. La decisione di rendere pubblica la propria newslist – il piano di lavoro sulle quali sono annotate, giorno dopo giorno, le notize da seguire e i compiti asegnati ai vari membri della redazione –  per condividerla con i lettori e accogliere i loro suggerimenti su come costruire il giornale fa parte, ovviamente, di una precisa strategia. L’esperimento è stato fatto partire a inizio ottobre 2011, in fase sperimentale, ma difficilmente si tornerà indietro.

Seppur eclatante l’esperimento è solo il più recente passo in direzione di un’ampia condivisione di dati e informazioni con i propri lettori: “Let readers in and they will help make your work better” lasciate entrare i lettori e loro aiuteranno a rendere il vostro lavoro migliore, dice convinto Dan Roberts, l’editor responsabile del progetto, in una recente intervista. Così già a maggio 2010 dal quotidiano inglese era stata lanciata Open platform che permette, in molti casi gratuitamente, a sviluppatori esterni di condividere tramite API (Application programming interface) aperte molte risorse e contenuti del Guardian su altre piattaforme, anche se di altre aziende e con finalità commerciali.
Anche in questo caso nessuna pazzia, quella del Guardian è una visione sempre concreta e pragmatica: “non solo diciamo che è possibile mettere i nostri contenuti in una applicazione commerciale, ma anzi incoraggiamo a farlo perché vuol dire mettere il nostro contenuto in luoghi dove altrimenti non sarebbe stato mai pubblicato, e questo ci consente poi di costruire relazioni con potenziali partner”, ha detto Chris Thorpe uno dei responsabili del progetto a Mathew Ingram in un articolo per il superblog GigaOm. “Non pensarlo come un giornale. È una piattaforma dati” ha titolatolo stesso Ingram un suo articolo successivo dove si sottolinea che la strategia di Open Platform ha fatto, negli Stati Uniti, importanti proseliti come Usa Today e New York Times.

UNA PIATTAFORMA APERTA e da condividere con i propri lettori. Sarà (anche) questo il giornale del futuro? Certo è che non è necessario essere dei convinti sostenitori della rivoluzione digitale per capire che molti dei parametri con i quali si è misurata l’informazione ( e la professione giornalistica) stanno per essere radicalmente cambiati. Nel modo di reperire le notizie e nel modo di distribuirle, nel modo di relazionarsi con i propri lettori.
La politica del “digital first” lanciata nel luglio 2011,  e della quale si è molto parlato in questi mesi, sta disegnando scenari nuovi, “Una linea è stata tracciata sulla sabbia” dice ancora Mathew Ingram che sulla vicenda sta scrivendo, a mio parere, tra le cose più interessanti.  Si stanno delineando sempre più nettamente due strategie opposte,  quella dei vari paywall, i “muri”  eretti da alcune testate online come il Times – e da tutti coloro che pensano di trasportare di peso un vecchio modello economico nella nuova dimensione digitale – e quella che mira invece a coinvolgere in modo concreto e fattivo i lettori nel processo produttivo e creativo del giornale.
Perché in fondo essere coerenti con la filosofia del “digital first” non significa solo eliminare gradualmente la carta per ridurre i costi di produzione e distribuzione. Vuol dire cambiare i paradigmi, essere interessati al lettore, non solo per i soldi che è disposto a darti per leggere i tuoi articoli ma anche per il suo bagaglio di conoscenze che può condividere con te, per la sua identità con la quale confrontarti, per la sua voglia di riconoscersi in una comunità, locale o globale che sia, che sente esistere anche nel racconto quotidiano che ne fa il giornale. Anche gli esperimenti sui nuovi giornalismi, come ad esempio quello sul giornalismo di precisione con il giustamente celebrato DataBlog, sono tutti pensati per rendere sempre più trasparente il processo di raccolta delle notizie in funzione di fare dei lettori una parte fondamentale di quello stesso  processo.

D’altronde non occorre essere dei fini analisti per capire che per gli editori sarà difficile realizzare un qualsivoglia modello economico vincente per i loro giornali (online e offline che siano) senza riacquistare quell’autorevolezza e credibilità agli occhi dei lettori. Una credibilità persa costantemente negli anni soprattutto per aver sempre più reso marginale il contributo dei lettori (magari a favore, come accade da noi, dell’establishment politico che ogni anno elargisce finanziamenti pubblici dai quali le testate sempre più dipendono economicamente).
Anche per questo chi ha intrapreso la strada del digital first sta attuando nelle sue redazioni decise politiche di community engaging ovvero di interazione, relazione e ascolto con la comunità dei propri lettori. E non è solo questione di srumenti digitali ma di ripensare completamente al modo di relazionarsi con i tuoi referenti. Non solo con l’uso delle nuove tecnologie ma anche, semplicemente, spalancando le porte della redazione ai propri lettori trasformandola così in uno spazio aperto di incontro e confronto, creando delle newsroom cafe come ha fatto John Paton ceo del Journal Register Company editore di una serie di quotidiani locali negli Stati Uniti, che pure sta puntando tutto sul “digital first”.

LE POLITICHE DI ENGAGING – anche guardano il solo dato economico – sembrano premiare anche quei media digitali che ne hanno fatto un uso strategico. Lo fa notare nel suo blog Alan Mutter, uno dei più autorevoli osservatori dei modelli di business per i contenuti in rete, in un suo articolo Engagement, the new digital metric. I grandi editori stanno applicando il modello di business della stampa ai media digitali – sostiene Mutter – da  due decenni spendono le loro energie nel cercare di  mettere insieme un pubblico più grande possibile nei loro siti e, più di recente, nelle lo pagine di Facebook e Twitter. Ma un’audience vasta e indifferenziata non ha una grande importanza nel mondo digitale quanto quelle audience omogenee, attive e facilmente “targettizzabili” dai propri inserzionisti.

E anche senza dimenticare l’approccio tutto concretezza di Mutter – certo, dietro le strategie di engaging c’è molto spesso anche la volontà di profilare le identità dei lettori a uso e consumo dei propri uffici marketng – è altrettanto evidente che dalla società vengono richieste sempre più decise di nuovi spazi di discussione, dove poter contare e non essere semplici spettatori. Richieste di partecipazione, di trasparenza, di una cultura “open” che investe sempre più ampi spazi della vita sociale, della politica. Oggi non esistono certezze che le strategie votate al “digital first” saranno quelle economicamente vincenti, è possibile pensare però che continuare a ignorare le istanze provenienti da larga parte della società significhi, per i media, mettersi fuori del cambiamento in atto, non essere in grado di raccontare la realtà nei suoi aspetti più importanti. E questa per chi fa informazione, anche dal punto di vista economico, non rappresenta da sempre la strategia peggiore da seguire?

una recente campagna pubblicitaria del Guardian

Fonti e approfondimenti

#opennews  l’hashtag per proporre storie o commentare la newslist con la redazione del Guardian

The Guardian draws a line in the sand: Digital comes first
(GigaOm)

It’s not just nice for media to be social — it’s imperative (GigaOm)

Guardian Says It Needs to Become an Open Platform (GigaOm)

I Rigori li Sbaglia Solo chi ha il Coraggio di Tirarli (Il Giornalaio)

Digital First, un modello di business per l’editoria locale (EJO)

Wikileaks chiede aiuto: le banche hanno il diritto di chiudere l’informazione scomoda?

Una delle motivazioni più ricorrenti tra quelle sostenute dai detrattori di Wikileaks di fronte alle rivelazioni dell’organizzazione è sempre stata “cose già sentite, già pubblicate solo con meno clamore, sapevamo già tutto”.  C’è allora da chiedersi perché alcuni dei maggiori gruppi bancari si siano coalizzati e abbiano bloccato di fatto ogni possibile finanziamento ad Assange e soci. Per paura di cose “già sentite e già pubblicate”? Dal 7 dicembre 2010 Bank of America, VISA, MasterCard, PayPal e Western Union hanno imposto un blocco bancario che ha ridotto all’osso i finanziamenti a Wikileaks (la riduzione, dicono dall’organizzazione, è pari al 95 per cento, ovvero circa 50 milioni di euro). Un atteggiamento che ha portato, dopo dieci mesi, Wikileaks a un passo dalla bancarotta e alla conseguente decisione di sospendere la pubblicazione dei cable e di concentrarsi solo sul reperimento dei fondi. Dal sito viene lanciato questo appello:

Siamo costretti a sospendere temporaneamente la pubblicazione, finché non avremmo maggiori sicurezze sulla nostra sopravvivenza economica. Per quasi un anno siamo stati in lotta contro un blocco finanziario illegale . Non possiamo permettere alle grandi compagnie finanziarie Usa di decidere cosa debba fare il mondo intero con i propri soldi. Le nostre battaglie sono costose. Abbiamo bisogno del vostro sostegno per reagire.

Le ragioni sostenute dalle banche per giustificare l’azione contro Wikileaks sono sempre state, tutto sommato, generiche: Bank of America ad esempio ha motivato dicendo che l’organizzazionedi Assange avrebbe potuto compiere azioni  ”incompatibili con le nostre politiche interne per l’elaborazione dei pagamenti”. Ma Wikileaks non ha subito nessuna condanna da nessun tribunale in nessun luogo del Mondo eppure, come giustamente hanno ricordato in molti, la medesima decisione di bloccare le donazioni queste stesse banche non l’hanno presa, ad esempio, nei confronti una organizzazione come il Ku Klux Klan.  Inoltre ha valore ricordare che le banche godono di un’autonomia che altri enti di pubblica utilità non hanno. Ad esempio  nessuna azienda di telecomunicazioni può rifiutarsi di fornire la banda larga a qualcuno solo perché ritenuto “un’impresa con atteggiamenti rischiosi”.

Dieci mesi fa proprio a seguiro del blocco bancario nei confronti di Wikileaks un editoriale del New York Times poneva alcune questioni fondamentali sul rapporto tra banche e mondo del’informazione. Allora ne sottolineai alcuni aspetti in un articolo su questo blog, mi sembra ancora più necessario riproporle, alla luce di questi ultimi eventi, ancora oggi:

La capacità di una banca di bloccare i pagamenti ad un soggetto giuridico solleva una prospettiva inquietante. Un pugno di grandi banche potrebbe potenzialmente bloccare qualsiasi organizzazione non gradita al sistema tagliandola, sostanzialmente, fuori dal mondo economico.[...] Cosa può succedere se un gruppo di grandi banche decide che un blogger, particolarmente fastidioso, sia diventato “troppo rischioso”? Che cosa succede se le banche decidono – una dopo l’altra – di chiudere l’accesso finanziario a un giornale che stava per rivelare verità scomode sulle loro attività? Questa decisione non può essere lasciata solamente all’establishment del mondo degli affari.

Anche per questo, a mio giudizio, è importante oggi sostenere  Wikileaks:  è possibile farlo – nonostante il blocco bancario – in diverse modalità attraverso questo sito http://shop.wikileaks.org/donate.

Cura dei contenuti: ridefinire il significato di “raro” nell’era dell’abbondanza

Nel mondo digitale la nozione di accessibilità viene continuamente riscritta e aggiornata. Grazie a Internet si sta facendo sempre più breve la distanza tra noi e una sempre maggiore quantità di contenuti e informazioni. Appena qualche click: un raro capolavoro del regista armeno Paradjanov così come le straordinarie foto che testimoniano una delle prime spedizioni in Antartide. Ma nell’era dell’abbondanza, se l’ostacolo dell’accessibilità si abbassa, un’altra barriera si innalza e rafforza – la barriera dell’attenzione.

Sono alcune idee che Maria Popova (la regina della content curation come giustamente l’ha definita Luisa Carrada) esprime da tempo, in particolare in un bellissimo articolo Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance pubblicato sul blog del mai troppo lodato Nieman journalism lab:

Il rapporto tra facilità di accesso e motivazione sembra essere inversamente proporzionale, così il solo fatto che un certo volume di informazioni sia facile da consultare e a nostra disposizione, ci paralizza sempre di più fino a farci accedere a tutto tranne a quello che realmente è più rilevante – rilevante per il modo in cui viene trattato dai media, rilevante per il modo in cui viene condiviso, rilevante per il modo nel quale risponde ai nostri concreti interessi.

È un po’ lo stesso principio per il quale – confesso – non visito da molto (troppo) tempo il museo della mia città. La sua pinacoteca possiede alcuni quadri meravigliosi (Vasari, Bronzino, e soprattuto uno splendido Pontormo) che non vedo da chissà quanto… Perché? Semplice, perché sono lì. Posso andarci (più o meno) quando voglio, semplicemente facendo una passeggiata di dieci minuti. Però, inevitabilmente, non ci andrò fino a quando qualcosa (o qualcuno) non darà un carattere di urgenza a questo mio desiderio: accompagnare degli amici che sono venuti a trovarmi, intervistare il direttore del museo, la lettura di un testo di storia dell’arte che fa scattare in me la necessità di vedere il particolare di un quadro che mai avevo notato.

Con le informazioni –  dice la Popova – succede la stessa cosa: navigando online inciampo in un archivio di testi di uno degli scrittori che amo di più, oppure in un video che tratta di un argomento che interessa la mia professione – li salvo in qualche sistema di bookmarking (Delicious, Instapaper o qualche altro) e li spingo in qualche remoto angolo cognitivo, non concludo la mia esperienza di esplorazione e di apprendimento, perchè parto dal presupposto che sono lì, disponibili e accessibili in qualsiasi momento.

In questo contesto si inserisce la curatela dei contenuti (content curation se si vuole usare il termine inglese). Sul web se ne parla da tempo, ma proprio in questi mesi, mi pare, è diventato un tema sempre più dibattuto e approfondito nei suoi diversi aspetti e campi di azione (informazione, comunicazione, arte, marketing). Cosa fanno i curatori di contenuti? Segnalano, orientano “non si limitano a riportare informazioni, ma suggeriscono dei percorsi e dei nessi. Sono cercatori di conoscenza e battitori di piste”, come suggerisce in una bella e suggestiva definizione Maria Chiara Pievatolo, anche lei curatrice.

L’obiettivo è quindi dare al lettore contenuti che siano davvero rilevanti per i suoi interessi, non farlo annegare nel mare magnum delle miriadi di “cose” che popolano Internet, per portarlo dritto verso quello che più lo interessa, gli è utile. Più o meno recentemente  sono nate proprio con questa finalità piattaforme come – cito le prime che mi vengono in mente - Paper.li, Scoop.it o Summify le quali come i motori di ricerca, Google per primo, utilizzano algoritmi che tengono conto di quanto un contenuto nella Rete sia stato condiviso dagli altri, il suo pagerank. La sfida  - ricorda però Maria Popova – è oggi semmai quella di rivendicare un “fattore umano” nel processo di scelta, selezione, valorizzazione dei contenuti, per non far prevalere la sola logica del più popolare, per non cadere sotto la tirannia assoluta dell’equazione, più cliccato uguale più rilevante. Dunque sembra che nell’epoca dell’accessibilità e dell’abbondanza sia necessario riscrivere anche la nozione di “raro”. Sì perché riuscire a far emergere anche quei contenuti meno scontati (ai margini della nostra esperienza seppur accessibili), può essere la strada per attivare uno dei più potenti antidoti alla mancanza di motivazione: la curiosità. Intendiamoci, la curiosità non può essere imposta, ma possono essere creati i presupposti e il contesto affinché questa si metta in connessione con gli interessi del lettore:

Quello che i grandi curatori sanno fare è scomporre questa dinamica, facendo il percorso inverso, ovvero: definire per prima i contorni e la rilevanza culturale e poi stimolare e amplificare la nostra motivazione. Se qualcuno condivide con noi il link verso un prezioso e bellissimo manoscritto del 13esimo secolo potrà attrarre la nostra attenzione ma probabilmente in modo effimero. Sì certo può darsi che per un attimo ci fermeremo ad ammirarlo, forse. Ma qualcuno che condivide quel manoscritto, facendoci capire quanto ancora oggi possa raccontarci, quello che ancora oggi testimonia, aiuterà a integrarare quel pezzo d’archivio con la nostra conoscenza e con i nostri interessi, creando così un ponte tra la nostra curiosità e le nostre motivazioni per un più profondo e concreto rapporto con quel contenuto.

Fonti e approfondimenti:

Accessibility vs. access: How the rhetoric of “rare” is changing in the age of information abundance (Nieman Journalism Lab)

Brain Pickings (il blog di Maria Popova)

(a cura di) Luca de Biase

In nome di che cosa? La politica dei nomi reali e la guerra agli pseudonimi

Sembra proprio che l’uso dello pseudonimo sia in declino. Una delle ragioni è che raccontare storie ed esprimere opinioni celandosi dietro un nome di fantasia – diverso cioè da quello che abbiamo registrato in un qualche ufficio anagrafe – viene sempre più percepito come un comportamento non corretto se non decisamente ipocrita. Non sempre è stato così. Ce lo ricorda Carmela Ciuraru giornalista freelance che sull’argomento ha scritto un libro “Nome de Plume:  A (secret) History of Pseudonyms”

Nella metà del 19esimo secolo, questo fenomeno di pseudonimia ha raggiunto il suo livello più alto, così come nella metà del 16esimo secolo, era consuetudine pubblicare in forma anonima un testo. È interessante che il declino del soprannome nel 20esimo secolo coincida con l’ascesa della televisione e della pellicola. La gente ha avuto accesso alla vita degli altri, è diventato più difficile preservare la vita privata – e forse nemmeno auspicabile. Nella cultura contemporanea, nessuna informazione da condividere e da mettere a disposizione risulta esere troppo personale.

Il saggio della Ciuraru, un excursus nella storia della letteratura, si è guadagnato una certa attenzione sulle pagine culturali di diverse testate (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal), probabilmente perché l’argomento, al di là del valore del libro e dell’ambito trattato, suscita sempre un fascino particolare.

D’altronde che il tema non cessi mai di far discutere lo dimostra anche la nascita in rete, proprio in queste settimane, di un neologismo in inglese: nymwars (dalle parole pseudonym e wars) utilizzato inizialmente come hashtag su Twitter per legare i commenti (perlopiù drasticamente negativi) sull’applicazione della politica dei “nomi reali” che ostracizza l’uso degli pseudonimi sui social network. Una politica promossa da Facebook e sostenuta anche da Google sul suo più recente socialcoso. E proprio la decisione di applicarla con un certo zelo su Google Plus ha scatenato il putiferio. In effetti con la scesa in campo della Big G su questo fronte sono aumentati i timori che questa politica riesca a cambiare parecchie cose, anche là dove l’uso dello pseudonimo, dei nickname, ha potuto prosperare (più o meno) felicemente.

Una delle motivazioni più diffuse contro gli pseudonimi nei media sociali è: “se quello che esprimi in Rete è quello che pensi e lo dici nei modi e nei termini di una persona civile, che cosa hai da temere? È semplicemente una questione di prendersi la responsabilità di quello che si dice e si sostiene”. Che di per sé non è certo una motivazione priva di senso. Quello però che molti si chiedendo è: siamo sicuri che le categorie meno protette non abbiano niente da temere nell’esprimere le loro idee soprattutto quando, come sul Web – queste idee – restano registrate per sempre e legate in modo permanente alla loro identità?

Una delle massime autorità in fatto di diritti in Rete, danah boyd, è intervenuta sull’argomento sostenendo con forza che:

Le persone che maggiormente fanno ricorso a pseudonimi in spazi online sono quelli i più emarginate dai sistemi di potere. [...] La posta in gioco è il diritto dei cittadini di proteggersi, il loro diritto di mantenere effettivamente una forma di controllo che gli dia sicurezza. Se le aziende come Facebook e Google sono effettivamente impegnate per la sicurezza dei loro utenti, devono prendere sul serio queste lamentele. Non per tutti dare il proprio nome significa essere più al sicuro. Al contrario, molte persone lo sono molto meno quando diventano identificabili. E coloro che sono meno sicuri sono spesso quelli che sono più vulnerabili.

Non è superfluo ricordare che  Google stessa nel suo Public Publicity Blog, in un post intitolato in modo significativo “The freedom to be who you want to be…” ancora oggi sostiene:

Utilizzare uno pseudonimo è stato uno dei grandi benefici di Internet, perché ha permesso di esprimersi liberamente, alle persone sotto minaccia fisica, in cerca di aiuto, o messe in condizione di non volere che la gente venga a conoscere la loro identità. Le persone in queste circostanze possono aver bisogno di un’identità coerente, ma che non sia legata a quella off-line.

Anche se poi la libertà di utilizzare questo “grande beneficio” sembra sia stata rivista e corretta in questi ultimi mesi: “Perché, quando sembra comprendere la necessità di consentire pseudonimia su molti servizi, Google istituisce la politica del ‘Nome reale’ per i profili di Google e per Google +?” chiede un lettore in uno dei tanti commenti di questo tono al post citato.

Recentemente anche chi, come Alexisi Madrigal senior editor della rivista Atlantic, aveva pensato alla questione dell’uso degli pseudonimi online come assolutamente marginale (roba da geek) si è ricreduto: “Ho cambiato idea. Il tipo di politica sui nomi che Facebook e Google Plus perseguono è in realtà un allontanamento radicale dal modo in cui l’identità e la parola interagiscono nel mondo reale. Queste politiche caricano di un’identità più forte ogni atto e ogni parola online rispetto alla maggior parte delle azioni equivalenti nel mondo reale”.

È interessante perchè Madrigal sostiene l’esatto contrario di un caposaldo della critica agli pseudonimi su Internet, la maggior adesione alla realtà, ovvero: “se dico qualcosa in un’assemblea o per strada la dico con la mia faccia, e così deve essere anche online”. Madrigal però fa notare un aspetto:

Immaginate di camminare per strada e di gridare, “Abbasso il governo!” Se non siete una superstar che tutti conoscono, la stragrande maggioranza delle persone che ha potuto udirvi non avrà idea di chi voi siate. Non avrà accesso al vostro curriculum professionale o alla vostra rete sociale o ad una qualsiasi altra cosa che una semplice ricerca su Google permetta di trovare. Le uniche informazioni che la gente saprà di voi si limiteranno alle vostre caratteristiche fisiche e agli abiti che avete addosso, che non sono dati del tutto trascurabili, ma che certo non pemettono nè in modo diretto nè in modo semplice di essere collegati alla vostra reale identità.

Per chi pensa che le principali motivazioni per l’utilizzo degli pseudonimi online derivino dal calcolo opportunistico o dalla mancanza di responsabilità, può leggersi questa interessante lista che Kirrily “Skud” Robert  ha fatto sulle diverse ragioni che possono spingere qualcuno a utilizzare uno un nome non reale . Ma forse una delle motivazioni più ricorrenti è che molte persone vogliono, semplicemente, che il giudizio degli altri sulle cose che esprimono non dipenda da alcuni elementi della propria identità (nazionalità, sesso, status sociale, professione…) ma si concentri solo sul valore di quello che esprimono.

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Evoluzione (e declino) dei quotidiani negli Usa: una mappa interattiva

clicca sull'immagine per vedere la mappa interattiva

La crisi che in questi anni ha messo sotto stress i quotidiani americani tende forse a far dimenticare quanto questi fossero presenti sul territorio e importanti per la società, dice Geoff McGhee multimedia editor (ha lavorato al New York Times e a Le Monde) che ha realizzato questa interessante mappa interattiva sull’evoluzione dei quotidiani negli Stati Uniti dal 1690 al 2011.

Per realizzarla, Geoff e i suoi collaboratori, hanno utilizzato l’elenco dei quotidiani statunitensi presente nell’archivio della Biblioteca del Congresso (in particolare nel bel progetto Chronicling America), circa 140mila pubblicazioni in tutto. Poi le hanno collocate sia nel tempo che geograficamente. Il risultato è quello che potete vedere qui. La presenza delle pubblicazioni nelle diverse aree e città è individuato con punti luminosi di intensità direttamente proporzionale al loro numero (da 1 fino a più di 20). Un ottimo esempio di come realizzare una visualizzazione dei dati.

Della mappa è stata realizzata anche un’animazione:

Provate a mettere il cursore sul 1911 (che rappresenta uno degli anni di maggior diffusione della stampa) e fatelo scorrere rapidamente fino ad oggi. Cento anni esatti. Fa una certa impressione, le fonti luminose  si diradano notevolmente dando davvero l’impressione di qualcosa che stia lentamente spegnendosi…domanda: c’è qualcosa che ha sostituito realmente i quotidiani nel racconto delle comunità locali? In questo senso sarebbe interessante una mappa simile sull’evoluzione dei network televisivi locali. Come molto interessante sarebbe vedere replicata questa infografica per altre realtà come l’Europa e, ovviamente, l’Italia.

The Growth of Newspapers Across the U.S.: 1690-2011 (Rural West Initiative, Bill Lane Center for the American West, Stanford University)

Prima di pubblicarli: data journalism workflow

Torno di nuovo sull’argomento del data-driven journalism dopo il post precedente:  mi sono ricordato di aver messo da parte, per segnalarlo, questo flowchart che al Guardian  hanno pubblicato lo scorso mese di aprile nel loro blog sul giornalismo dei dati. È dedicato al processo di lavoro che, a partire dai dati grezzi, arriva al materiale “raffinato” pronto per essere utilizzato per l’ultima fase, quella della comunicazione. Ovvero tutto quello che è necessario fare in redazione prima che il lettore veda i dati pubblicati.

Il lavoro di verifica e vaglio, riordino e correzione delle informazioni è senza dubbio la parte decisamente meno divertente  del lavoro, ma rappresenta il 70% del processo, ricordano al Guardian, ed è assolutamente decisiva per la qualità del prodotto finale. Per questo al quotidiano inglese hanno chiesto al loro grafico di punta  Mark McCormick di visualizzare il workflow adottato dalla redazione durante la lavorazione dei dati. Il risultato è come al solito davvero molto interessante e utile:

per ingrandire cliccare sull'immagine

Fonte:

Data journalism broken down: what we do to the data before you see it (Guardian – Datablog)

Data journalism: raccogliere, verificare e comunicare le informazioni in rete

Raccogliere e contestualizzare dati per scrivere un reportage non rappresenta certo una novità assoluta nel giornalismo. L’analisi seria e approfondita di numeri, cifre e percentuali è da sempre la base della gran parte della buona informazione che si basa sui fatti e non sulle chiacchiere. La continua evoluzione degli strumenti digitali moltiplica, di giorno in giorno, le possibilità e le potenzialità dell’elaborazione delle informazioni a disposizione di una redazione. La cultura dell’open-data, i media sociali e la possibilità di condivisione di informazioni stanno ulteriormente accelerando, in questi ultimi anni,  l’evoluzione del data journalism, il giornalismo investigativo che utilizza l’enorme quantità di dati reperibili in rete. Nasce però una questione: come organizzare, selezionare e verificare questa quantità di dati a nostra disposizione? E soprattutto: quali strategie deve adottare il giornalista per “restituire” ai lettori i dati raccolti, rendendoli leggibili, interessanti e coinvolgenti? Paul Bradshaw esperto di giornalismo online che ha fatto del data journalism il tratto distintivo del proprio lavoro, si dedica da tempo nel divulgare la cultura digitale nella pratica giornalistica. Nel suo blog di approfondimenti sul data journalism se ne trovano parecchi, sempre molto interessanti. Recentemente Paul è tornato proprio sull’argomento con due post che aggiornano e fanno nuovamente il punto sui processi alla base del giornalismo data-driven. Anche stavolta una lettura ricca di spunti. Giocando sul fatto che la principale attività del giornalista nell’elaborare i dati sia quello della “sottrazione” – partiamo da un’ampia quantità di informazioni per focalizzarci con sempre maggiore attenzione nella sintesi di quello che realmente ha valore comunicare – Bradshaw ha realizzato questo grafico che ha chiamato la piramide rovesciata del data journalism.

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Community engagement in redazione per un giornalismo migliore

Se dopo aver risposto alla classica domanda “a che cosa stai lavorando adesso?” la conversazione cade per qualche attimo nel silenzio e amici e parenti vi guardano con sguardo interrogativo aggrottando la fronte probabilmente state lavorando a qualcosa che ha a che fare con il web. Se siete giornalisti e lavorate nel web può esservi anche capitato di peggio: quando, una decina d’anni fa, cominciai a lavorare per un sito di informazione online alla fatidica domanda un amico mi rispose “ma quindi fai ancora il giornalista o no?…”

Oggi, anche dove l’uso sistematico degli strumenti digitali a servizio del giornalismo non è una novità assoluta, se il tuo nuovo incarico in una importante rete di quotidiani locali è quello di essere responsabile del community engagement & social media può succedere che in molti (parenti, amici ma anche molti colleghi) stentino a capire cosa realmente stai facendo. È così che Steve Buttry – qualche decennio passato nella carta stampata in giro per il mondo e oggi uno dei punti di riferimento per chi vule capire le potenzialità degli strumenti digitali nella professione giornalistica – ha cominciato da qualche anno a raccontare il senso del suo lavoro anche in un blog: The Buttry Diary ricchissimo di spunti, idee, provocazioni e suggerimenti. Tra i molti segnalo un bel post  What does ‘community engagement’ mean? dove Buttry, come è facile capire dal titolo, ha cercato di dare una definizione del suo lavoro di questi anni. Cosa significa fare community engagement per un giornalista, cosa comporta in concreto lavorare con gli strumenti digitali (ma attenzione, non solo con quelli) in una redazione avendo come finalità quella di coinvolgere e rendere attivi i propri lettori e le comunità che si racconta? Buttry, dopo qualche scambio di vedute, propone questa definizione, asciutta e sintetica come un tweet:

Community engagement = News orgs make top priority to listen, to join, lead & enable conversation to elevate journalism.

Che tento di tradurre così: Community engagement= organi d’informazione  che fanno dell’ascolto la priorità principale, per collaborare, guidare e favorire la conversazione al fine di realizzare un giornalismo migliore.

L’interazione con la “folla” è dunque pensata principalmente per migliorare il proprio lavoro, il livello qualitativo dell’informazione. La conquista di nuovi lettori ne è semmai la logica conseguenza, non l’ obiettivo aprioristico. D’altronde i vecchi caporedattore spesso ricordavano ai giovani praticanti che tra la le fonti di notizie non bisognava mai dimenticare la suola di scarpe da consumare andando in giro a parlare con le persone. I nuovi media, come di frequente accade, ci danno la possibilità di riappropriarci e aggiornare strategie antiche: riscattare il lettore dal ruolo di figura indistinta e sfocata al quale è stato relegato troppo spesso dalla stampa mainstream è indubbiamente una delle scommesse da vincere nel nuovo ecosistema dell’informazione. L’engagement non può che essere  reciproco. E proprio su questa linea, mi sembra, sono pensate  le keyword che che Steve propone per far emergere nelle redazioni la qualità e l’efficacia del lavoro di interazione con la comunità dei propri lettori. Ne propongo una traduzione perché mi sembrano una base molto utile per riflessioni future.

Priorità. Il Community engagement non può funzionare come ripiego. Coinvolgere è un lavoro serio, e se l’organizzazione non è realmente interessata è difficile avere il tempo e l’attenzione che servono. Una cosa importante: la comunità è intelligente e le persone si rendono subito conto quando l’impegno è solo a parole e non una reale priorità.

Ascoltare. L’interazione non è semplice promozione. Se il vostro engagement consiste nel raccontare cosa deve essere importante per la comunità o quello che state facendo, oppure siete interessati unicamente a raccogliere contenuti a basso costo, bene non coinvolgerete nessuno. Avete bisogno di ascoltare e dare risposte. E a volte avrete bisogno di cambiare strategia per valutare i feedback provenienti dalla comunità che state ascoltando.

Partecipare. Non potete pretendere di ospitare tutta la conversazione nel vostro sito web o nel vostro giornale. Le persone stanno discutendo sulle notizie e le questioni che riguardano la loro comunità in molti luoghi per loro importanti, sia fisici che digitali. Dovete partecipare a queste discussioni e rispettare il ruolo e la reputazione di chi le sta conducendo.

Guidare. Gli organi di informazione devono essere leader nella conversazione con la comunità (quelli che hanno radici nella stampa e una storia di leadership editoriale hanno già ricoperto questo ruolo). Dall’ascolto e dalla partecipazione delle altre conversazioni guadagnerete il rispetto necessario per poterle guidare.

Conversazione. Conferenze e informazione monodirezionale, a senso unico, possono avere il loro ruolo, ma l’interazione è una conversazione multi-direzionale, dove ascoltare le persone, far condividere con gli altri le loro conoscenze, porre domande ponderate e fornire risposte ponderate. La conversazione è umana e personale (a volte divertente, a volte triste, a volte arrabbiata, a volte gioiosa). La conversazione ha necessità una voce amichevole.

Giornalismo. L’interazione [engagement] è un approccio che può e deve servire a migliorare il nostro giornalismo. Può anche avere qualche beneficio di marketing, ma lo scopo è un giornalismo migliore.

nota: tradurre il termine engagement non è semplice (almeno non lo è per me) perchè convivono significati dalle sfumature molto diverse: condivisione, partecipazione, c’è quasi una promessa di un percorso comune (ring engagement è non a caso l’anello di fidanzamento) ma anche di ingaggio, con un senso forte di competizione (una lotta, una battaglia), per conquistare qualcosa…

fonti e approfondimenti

Nuovi mestieri nel giornalismo: animatori di comunità cercansi (Il Ducato)

Mappa delle Competenze del Community Manager (Il Giornalaio)

Crowdfunding e giornalismo: alcune cose da imparare dalle storie di successo


Visitando la pagina dei progetti “fully funded” di Emphasis.is  si nota con piacere che ben cinque proposte hanno già trovato il pieno sostegno da parte dei lettori per un finanziamento complessivo di quasi 70mila dollari realizzati grazie a oltre 700 donatori. Altri quattro progetti, invece, sono rimasti al palo. A poco più di due mesi dal suo lancio ufficiale la piattaforma di fotoreportage finanziato dal basso sembra aver comunque iniziato con il passo giusto.

La cartina di tornasole per le piattaforme di crowdfunding è, ovviamente, la capacità di portare i progetti presentatati al completamento del finanziamento richiesto nei tempi fissati (solitamente 45/60/90  giorni): pur tenendo presente che comunque non tutte le proposte possono fare centro, una buona parte deve essere capace di coinvolgere sostenitori e raggiungere gli obiettivi fissati. Già ma quanti progetti hanno realmente la possibilità di andare in porto? Se si guarda la ricerca condotta tra dicembre 2010 e febbraio 2011  da paidContent sui maggiori siti di crowdfunding “generalisti” (cioè non focalizzati su una particolare categoria), è interessante notare come anche esperienze di successo, come  Kickstarter  o IndieGoGo a fronte di rispettivamente 12mila e 15mila progetti presentati ne sono riuscite a finanziarne circa 5mila ciascuno. Ancora più di recente il blog di Kickstarter  ha pubblicato un interessante rendiconto dei primi due anni di attività che conferma la tendenza rilevata dalla precedente indagine. Siamo, in generale, nell’ordine di 40/45 percento di possibilità di successo, o se preferite, 60/65 percento di insuccesso. Teniamo inoltre conto che, al di là di tutto l’entusiasmo che possiamo nutrire per queste nuove forme di finanziamento, il giornalismo in questi siti ha attratto l’attenzione in modo tutto sommato marginale: su Kickstarter ad esempio il progetto di maggior successo rimane a tutt’oggi quello  del giornalista freelance Ted Rall che ha raccolto 26mila dollari grazie a 211 sostenitori, ormai più di un anno fa.

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La strategia della fuffa

Ci sono dati che seppur confermino quello che hai già abbastanza chiaro in testa, finiscono comunque con il sorprenderti. E così nel vederli lì quei numeri – nero su bianco – anche se testimoniano di tendenze emerse ormai in maniera netta e definita, una certa impressione comunque la fanno. Nel rileggere con attenzione l’ultimo Rapporto sulla sicurezza in Italia e in Europa pubblicato già da un paio di mesi (lo scorso 26 gennaio per la precisione) dall’Osservatorio di Pavia, Demos&PI e Fondazione Unipolis,  tra le tante notazioni e riflessioni che l’indagine mette in risalto, mi ha particolarmente colpito quella  relativa al “peso” che le diverse tematiche hanno nell’agenda delle notizie nei telegiornali pubblici europei. Il periodo di riferimento è tutto il 2010 nelle  edizioni prime time, le testate prese in considerazione sono quelle del servizio pubblico (in particolare: Rai uno, i tedeschi di Ard, Bbc one, France 2 e gli spagnoli di Tve):

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Politica, Criminalità e “Costume e Società” rappresentano l’asse portante del Tg di Rai Uno con il 42,9% del totale quando, nella media europea, le tre tematiche messe assieme raggiungono solo il 25.2 % (e per dare un altro parametro, alla Bbc il 25,3%). Colpisce, e molto, quel “costume e società” termine abbastanza benevolo nel quale si trovano contenute un po’ tutte le soft news, altro termine elegante per definire il nulla, la fuffa elevata a dignità di notizia. Un 12,8% contro la media europea del 5,3% e, in un confronto ancora più deprimente, di un 2,7 della Bbc o dell’1,9% della Ard la televisione di stato tedesca. D’accordo quello della “rotocalchizzazione” dei Tg nazionali (e soprattutto quello della prima rete pubblica) è una tendenza fatta notare già da tempo, però vederla tradotta in cifre e confrontata con le linee editoriali dei telegiornali europei un po’ di sorpresa la provoca…

Di contro, ma guarda un po’, la cronaca economica subisce un trattamento diametralmente opposto: si ferma all’8,8% con una incidenza pari, più o meno, alla metà che negli altri Tg (sia rispetto alla  media europea sia guardando i singoli dati delle testate straniere).

Ecco, al di là delle molte considerazioni che si possono fare (e che è giusto fare), mi sembra che ci sia poco da aggiungere a questii dati e a quello che ci dicono su quelle che sono le strategie editoriali della principale testata giornalistica del servizio pubblico.

L’indagine giunta alla sua quarta edizione, come al solito, è ricca di moltissimi altri spunti. Consiglio vivamente, a chi non l’avesse già fatto, di leggersela con attenzione: per scaricarla, in formato pdf,  cliccate qui (rapporto completo) oppure qui (sintesi)

Approfondimenti:

I Tg e la realtà: due universi paralleli (Articolo 21)

Scorgere i mali di cui siamo liberi (Lipperatura)

Crowdfunding in cerca di enfasi sociale

una foto di Aaron Huey tratta dal suo progetto in cerca di finanziamenti presentato su Emphas.is

Di Emphas.is, il progetto di crowdfunding applicato al fotogiornalismo, si parla da mesi. Più precisamente da settembre 2010 quando Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens hanno lanciato la loro idea attraverso un sito web dal quale ne spiegavano la filosofia e gli obiettivi. Già da allora però avevano annunciato l’esordio vero e proprio del progetto per l’inizio del 2011, prendendosi così diversi mesi nella promozione e nel perfezionamento della piattaforma. A inizio marzo (quindi da pochi giorni), e dopo qualche ulteriore rinvio, finalmente il debutto ufficiale con la presentazione dei primi progetti da finanziare.

Il meccanismo del progetto è quello classico del finanziamento dal basso già utilizzato da diverse altre piattaforme: attraverso un sito web vengono presentate le schede dei progetti e i lettori possono decidere se finanziarli con contributi che vanno dai 10 dollari in su. Però  intorno a Emphas.is c’è molta attenzione e curiosita per più di un motivo. Il primo è che Karim Ben Khelifa e Tina Ahrens non sono esattamente due pivelli: Ben Khelifa in particoalere è un fotoreporterche che opera nella scena internazionale con un curriculum di tutto rispetto e reportage per testate del calibro del New York Times, Newsweek, Stern, Le Monde, (è stato sottolineato altre volte, ma lo ripeto anche qui: le nuove strade per raggiungere finanziamenti fuori dai circuiti classici non sono battute, come forse qualcuno può ancora pensare, esclusivamente da giovani freelance ma anche da affermati professionisti).

Altro motivo di interesse è poi il fatto che sì, esistono già piattaforme di crowdfunding utilizzate da fotografi e giornalisti, ma questa è la prima esclusivamente dedicata ai reportage fotografici che punta esclusivamente sull’alta qualità dei contenuti e il forte impegno verso tematiche “alte” e di ampio respiro (reportage di guerra, storie dimenticate e non seguite dai grandi media…). Non a caso un altro pezzo da novanta dei fotoreporter freelance come Tomas Van Houtryve è stato uno dei primi a promuovere Emphas.is e a presentare un proprio progetto all’interno della piattaforma.


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Discorso diretto, conoscenza condivisa

“La vaghezza del linguaggio, lungi dall’essere un’imperfezione o un bug, è in realtà il tratto distintivo della lingua che usiamo a nostro vantaggio nelle relazioni sociali” sostiene Steven Pinker, cattedra di psicologia cognitiva ad Harvard e noto divulgatore scientifico con diversi bestseller al proprio attivo.  “The stuff of Thought” è il più recente presentato dall’autore in molti speech, quasi sempre folgoranti. In rete se ne trovano diversi, questo ad esempio è stato registrato al TED Global di qualche anno fa, il video che ho messo in questo post, opera di quei geniacci di Cognitive Media (che ho segnalato altre volte su questo blog), è la versione animata di un altro lungo intervento dello scienziato americano.

L’opacità come tratto distintivo del nostro linguaggio, dunque? Una strategia per comunicare agli interlocutori in maniera indiretta, tra le righe (e ipocritamente più sicura) quelle che sono le nostre reali intenzioni: “che bello il suo ristorante, sarebbe davvero un gran peccato se dovesse succedergli qualcosa di brutto” dice nei Soprano il boss del quartiere alla vittima dei suoi ricatti; “Vuoi salire da me per vedere la mia collezione di stampe?” è l’ormai consumato invito del corteggiatore dopo una cena galante. Il reale significato delle due frasi, nei due esempi fatti da Pinker, è ovvio a tutti.

Al di là del tono divertito di Pinker non siamo distanti da quello che scriveva nei suoi ultimi bellissimi articoli lo storico Tony Judt, “Parole confuse suggeriscono idee confuse nell’ipotesi migliore, o mistificatrici in quella peggiore”… la mistificazione appunto, il discorso indiretto mira a negoziare un determinato tipo di relazione, che il discorso diretto potrebbe minare, mettere in discussione.

Ma è il discorso diretto che crea una conoscenza condivisa, un sapere comune attraverso il quale è possibile costruire un nuovo ordine di relazioni. Individual knowledge vs. Mutual knowledge. Quando, nella celebre favola di Andersen, il bambino grida “il re è nudo!” non rivela assolutamente niente che tutti gli altri già non sappiano eppure, ci fa notare Pinker, “ha cambiato lo stato della loro conoscenza dando loro un potere collettivo capace di cambiare il dominio dell’imperatore”. Il concetto è quasi banale, ma è davvero interessante rifletterci sopra, perché è alla base di molte dinamiche sociali, anche di stretta attualità. Ad esempio, ci domanda Pinker, vi siete chiesti perché la maggior parte delle rivoluzioni politiche partono da una folla che si raduna in una pubblica piazza?

Steve Pinker sul New York Times